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11 giugno 2012

…a proposito di città cresciute in fretta, trasformate per un evento e viste attraverso Instagram...

di Salvatore D’Agostino

 ...città cresciute in fretta,

   negli ultimi decenni le città italiane si sono trasformate radicalmente ma non tutte seguendo le stesse logiche urbane. Federico Zanfi insieme Arturo Lanzani e Chiara Merlini analizzeranno questo tema in una densa giornata d’incontri per mettere:
«a confronto alcune esplorazioni sul territorio che restituiscono la varietà delle forme dell’abbandono in diversi contesti insediativi, e alcune esperienze progettuali che tentano di definire nuove prospettive di intervento».
   Giovedì 14 giugno presso il Politecnico di Milano, Edificio Nave, via Bonardi 9, piano -1, Spazio Aperto. Sarà possibile seguire il dibattito attraverso le pagine facebook e twitter di Planum the Journal of Urbanism.
Foto di Stefano Graziani

17 agosto 2011

0019 [A-B USO] Paolo De Stefano | Marina di Mancaversa

testi curati da Federico Zanfi foto di Paolo De Stefano

Vincenzo è imprenditore turistico nel Salento.
In principio sulla costa c’erano le case di villeggiatura delle famiglie benestanti del paese. Nell’entroterra esistevano invece dei ricoveri agricoli, “caseddi”, in cui i contadini andavano a stare con le famiglie in estate. Poi è scoppiato il fenomeno delle case estive: i proprietari hanno iniziato a vendere piccoli lotti e molte famiglie di Taviano hanno costruito case abusive.
In una prima fase la gente ha costruito la casa per sé, per la villeggiatura con i figli.

7 giugno 2011

0017 [A-B USO] Andrea Pertoldeo | Marina di Strongoli

testi curati da Federico Zanfi foto di Andrea Pertoldeo


Antonio è titolare di un call center internazionale in un insediamento litoraneo lungo la s.s. 106.
Abbiamo aperto questo internet point l’anno scorso, era un servizio di cui si sentiva la mancanza: per fare una fotocopia dovevi andare a Crotone, in zona non c’era neppure una cartoleria.
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17 maggio 2011

0016 [A-B USO] Alessandro Lanzetta | Ardea

testi curati da Federico Zanfi foto di Alessandro Lanzetta

Quest'articolo* va integrato con l'intervista curata da Salvatore D'Agostino La città latente di Federico Zanfi, il progetto di descrizione Salvatore Gozzo | ComisoClaudio Sabatino | SarnoStefano Graziani | Marina di Acate, Andrea Pertoldeo | Marina di StrongoliPaolo De Stefano | Marina di Mancaversa



Claudia abita stabilmente una ex-casa di vacanza.
Gli ex-proprietari di questa casa erano di Roma, la costruirono negli anni Settanta abusivamente e poi la condonarono. Una volta anziani hanno deciso di venderla perché non la usavano più.
È una condizione tipica di tutti gli edifici dei dintorni: tante persone della nostra generazione lasciano Roma per il costo degli appartamenti, vengono qui a comprare ex-villini di vacanza e li trasformano in residenze stabili.

18 aprile 2011

0015 [A-B USO] Stefano Graziani | Marina di Acate

testi curati da Federico Zanfi foto di Stefano Graziani


Aldo abita stabilmente la sua casa al mare. 
Anni fa mi sono separato da mia moglie, che continua a stare a Gela nella casa di famiglia, e sono venuto a stare qui, da solo: con la pensione che ho non sarei riuscito ad affittare un’altra casa in città.
La casa l’ho costruita nel 1978, qui attorno c’erano soltanto serre. Ho chiesto la sanatoria nel 1981, ma mi è stata negata perché la casa è a circa 140 metri dalla battigia e secondo una norma regionale il limite di inedificabilità totale è a 150 metri. Tanti nella mia situazione aspettavano la sanatoria per gli immobili vicini al mare che ci aveva promesso la Regione, ma alla fine non è stata varata.

17 marzo 2011

0014 [A-B USO] Claudio Sabatino | Sarno




Antonio, Carmine e Giuseppe si sono costituiti come Comitato Civico del quartiere Serrazzeta. 
Un tempo qui a Sarno l’agricoltura era una cosa importante, era il fiore all’occhiello del paese, ma dopo la guerra è cambiato tutto. I metodi di coltivazione tradizionali hanno iniziato a non rendere più e non è mai nata una cooperativa di lavoro, per cui quando l’agricoltura ha iniziato ad industrializzarsi, i contadini sarnesi hanno iniziato ad avere difficoltà.

Da contadini, siamo diventati poliziotti, insegnanti, impiegati. E nei campetti, frazionati tra i figli dei contadini, ci abbiamo fatto gli “appartamenti” negli anni Settanta. Ancora oggi i parenti spesso vivono vicini proprio per questa abitudine di costruire dentro lo stesso appezzamento, in aggiunta alla masseria originaria.

17 gennaio 2011

0013 [A-B USO] La città latente di Federico Zanfi

di Salvatore D'Agostino

«AB: nella sua accezione latina: "indica il luogo o la persona da cui si proviene o ci si allontana o ci si differenzia".
USO: Usare, utilizzare, impiegare, adoperare e così via.

A-B USO indaga l'utilizzo di A che si trasforma in B

Delle sfaccettature di A che si trasforma in B ne ho parlato con Federico Zanfi autore del libro 'Città latenti'. Una riflessione laica sull’edilizia spontanea per ripensare le città sfrangiate.

Quest'intervista va integrata con le note di descrizione di alcune città curate da diversi fotografi: Salvatore Gozzo | Comiso, Claudio Sabatino | Sarno, Stefano Graziani | Marina di Acate e Alessandro Lanzetta | Ardea

   Salvatore D'Agostino «Improvvisi ed eccezionali accadimenti hanno scosso il paese tra il luglio e novembre: la frana di Agrigento, l’allagamento di Firenze e Venezia, le frane e le alluvioni nell'alto e basso Veneto.
Alla radice di ognuno di essi sta, per certo, il cattivo uso del suolo, sotto forma sia di continuo ed insensato disfacimento di antichi equilibrati ecosistemi naturali, sia di violento e pervicace sfruttamento intensivo del suolo a scopi edificatori». 1
Questo è l’inizio dell’editoriale dell'urbanista Giovanni Astengo scritto per la rivista Urbanistica numero 48 nel dicembre 1966.

La copertina di quel numero non offriva scappatoie ideologiche. Era listata a lutto. Celebrava la morte del territorio italiano.



   Federico Zanfi È evidente che tutti quei temi sono ancora più che attuali. La frana di Agrigento è stata forse la prima, sicuramente la più nota, vicenda in cui una porzione di territorio carente di manutenzione e fragilizzata da uno sfruttamento edilizio eccessivo, cede. Negli ultimi decenni la cronaca del Mezzogiorno è stata segnata da troppe vicende simili per poterle ormai contare, Giampilieri resterà solo per poco tempo l'ultima di questa serie. In realtà questi fenomeni si danno in tutto il paese, le statistiche riportano dati impressionanti sul numero di eventi franosi che ogni anno si registrano in Italia e sulla quantità di territorio danneggiato da questi fenomeni. Le frane si danno al Nord come al Sud per una diffusa incuria verso il suolo, ma nel Mezzogiorno questi eventi intercettano un altro fatto, legato all'argomento di questa conversazione. Si trasformano in tragedia, più spesso che altrove, perché le colate di fango travolgono case che non dovrebbero stare dove sono, come a Sarno. L'abusivismo in questo senso non è la causa del dissesto, o comunque ne è una concausa, ma fà si che il dissesto diventi più probabilmente una tragedia. Questi eventi funzionano come delle spie, per qualche giorno portano in televisione e in prima pagina sui giornali un paesaggio in cui l'abusivismo edilizio è stata la la modalità esclusiva o comunque una delle modalità prevalenti di costruzione del territorio, ma che nel dibattito pubblico non è mai stato molto rappresentato. Il dibattito più recente lo si è giocato su Punta Perotti e su poche decine di ecomostri che hanno avuto una sovraesposizione mediatica impressionante, e che hanno distolto l'attenzione dal vero problema. Intendo dire il vero problema dal punto di vista quantitativo. Quando avviene una tragedia come a Sarno o a Giampilieri si apre invece una finestra di attenzione su di un paesaggio fragile, a rischio e intensamente abitato - gli ecomostri invece sempre sono tutti vuoti - che però si richiude poco dopo. Ce ne si dimentica. E invece dovrebbe iniziare proprio da queste finestre su questo paesaggio critico la ricostruzione di una immagine aggiornata dell'abusivismo edilizio nel nostro paese.

   Apriamo le finestre sul nostro territorio e osserviamo ciò che avviene dietro la semplificazione delle parole 'ecomostro' e 'abusivismo'. Perché un vasto ceto di italiani preferisce aggirare la legge e costruire illegalmente? 

   Io credo si possa dire che la battaglia mediatica contro gli ecomostri, condotta dalle associazioni ambientaliste, abbia avuto un effetto positivo e uno negativo. Da un lato ha sensibilizzato vasti strati dell'opinione pubblica verso la questione del paesaggio come bene comune. Pensa, ad esempio, a Bari e alle migliaia di persone che erano sul lungomare per assistere e partecipare alla demolizione dei fabbricati Matarrese a Punta Perotti. Dall'altro lato ha favorito un malinteso, ha portato a pensare che il problema fosse quello, cioè poche decine di grandi edifici mai finiti, tutti vuoti, in paesaggi bellissimi, che certamente sono uno scempio, ma sono un'inezia se confrontati con la questione ambientale e sociale che è posta da milioni di alloggi extranorma che fanno il tessuto abitato comune di buona parte del Mezzogiorno (c'è un libro recente di Paolo Berdini2 che tenta di ricostruire delle stime, peraltro mai ufficialmente fornite dal Ministero dei Lavori Pubblici, sulla quantità di alloggi complessivamente sanata attraverso i condoni, che sono inquietanti). Dietro all'immagine bidimensionale dell'ecomostro c'è nei fatti un paese che si trasforma diffusamente e in modo anomalo, e spesso produce delle situazioni precarie e a rischio, come quella città impressionante che si vede sulle pendici del Vesuvio. Città di cui ci accorgiamo solo quando capitano fatti come a Sarno o Giampilieri.
Ora, perché si costruisce così. L'abusivismo è stata una prassi consolidata negli ultimi decenni perché è stato sempre conveniente, e perché c'è stata un'implicita politica che lo ha consentito. L'abusivismo conviene ad uno stato inefficiente, che non predispone i piani di edilizia economica e popolare tempestivamente, e lascia sfogare in quei processi di autopromozione/autocostruzione delle tensioni che altrimenti si ritroverebbe magari organizzate, in piazza. L'abusivismo conviene ad una politica locale clientelare, che consente e implicitamente controlla e ricatta. L'abusivismo conviene alla famiglia media italiana, alla famiglia-impresa, perché risparmia sui costi, perché fa la casa incrementalmente, quando ha le risorse, dove vuole e come vuole. Ci sono tante letture lucidissime su tutto questo, già dagli anni settanta, non credo serva ripetere queste cose. Il fatto è che adesso tutte queste convenienze cominciano a non essere più tali. Primo, tra stato e Regioni i ruoli, in merito al governo del territorio, sono parecchio cambiati con la riforma del titolo V della Costituzione, e te ne puoi accorgere se pensi ai contrasti fortissimi che ci sono stati tra molti governatori regionali e il ministro dell'economia in occasione dell'ultimo condono. Secondo, i Comuni non riescono a riqualificare le zone abusive, non hanno soldi, e queste zone restano veramente poverissime di infrastrutture e servizi ancora a 20/30 anni dalla loro nascita. Terzo, le famiglie sono cambiate, oggi quella casa di famiglia abusiva, da completare, per un ragazzo con qualche ambizione e una cultura contemporanea è una risorsa o una condanna regressiva? Tutte queste cosa intrecciate stanno cambiando le convenienze a tutti i livelli, e io credo che lo scenario presto sarà diverso.

   Costruire edifici extra norma in Italia non è un ‘fenomeno’ circostanziato. Qualsiasi città ha delle dinamiche latenti.
Dinamiche che non possono essere più osservate con le categorie critiche e i parametri urbanistici vigenti.
Tu auspichi uno sguardo laico per non perseverare con gli interventi generici – spesso nefasti - dettati dall’emergenza o dai condoni.
«La costruzione scriteriata senza rispettare la natura – dice Pietro De Paola presidente del Consiglio dell’Ordine dei geologi - ha dissestato il territorio rendendolo fragile e pericoloso. In realtà, si guarda spesso ai grandi centri urbani, ma è nei piccoli che si verificano gli scempi peggiori. Se si gira per i Comuni con meno abitanti non si ravvede una parvenza di pianificazione, e spesso vengono ignorate le mappature delle aree a rischio. Tutto questo ha reso difficile se non impossibile la gestione delle zone di pericolo, che si sono moltiplicate sul territorio».
3

   Osservare laicamente significa analizzare la complessità delle città, evitando le categorie delle analisi precostituite.
Poiché, come affermi, «se riflettiamo su come questa città costituisca probabilmente il più vasto progetto collettivo mai realizzato nel nostro paese, un luogo del quale, la scarsità dei riferimenti disciplinari lo sottolinea, conosciamo piuttosto poco. Un habitat democratico dalla cui costruzione l’architettura e l’urbanistica sono state progressivamente emarginate – smentite nelle loro previsioni – e che oggi continua inspiegabilmente a non ricevere la loro attenzione»
.4
 
   Quali criteri suggerisci per analizzare e intervenire in questi tessuti collettivi condivisi e costruiti – per paradosso - democraticamente?

   Si possono dire due cose, una su come si guarda, e una come si interviene.
 
La prima è che lo sguardo attraverso cui si è osservata la città abusiva, e questo vale soprattutto per gli urbanisti, è sempre stato condizionato da alcuni pregiudizi che hanno impedito di vedere le cose per quelle che erano. Le lenti dell'illegalità e della speculazione attraverso cui si è sempre guardato hanno in un certo senso schiacciato le differenze, impedendo poi ai progetti di fare presa sui contesti locali. Oggi per tornare a guardare questi luoghi dobbiamo invece cercare di fare emergere le differenze, perché edifici abbastanza simili hanno originato tessuti molto diversi a seconda della condizione insediativa. Litorali e campagne urbanizzate, quartieri urbani, insediamenti di fondovalle, sono connotati da problemi specifici in cui le opportunità di ripensamento sono strettamente legate a queste differenze locali, a queste risorse latenti che un certo suolo, un certo ecosistema, una certa condizione insediativa possono consentire. Voglio essere chiaro, questo tipo di sguardo non è assolutorio, il giudizio verso queste forme di urbanizzazione rapaci deve comunque restare durissimo, ma le cose vanno guardate per quello che sono da vicino, senza tesi pregiudiziali da dimostrare a ogni costo. Solo così possiamo accorgerci di quei 'dettagli' locali che sono una risorsa, su cui fare leva per un progetto di trasformazione realistico.

La seconda cosa è che per essere efficaci in questi contesti è necessario riattivare una nuova forma di mobilitazione individualistica, che sia esplicita e virtuosa. Questo potrà anche sembrare eretico, ma noi possiamo disegnare tutte le migliori ipotesi di intervento, ma se non riusciamo a mobilitare una massa critica di famiglie che in quelle case sempre più invendibili hanno immobilizzato parti consistenti dei loro risparmi, il nostro progetto resterà marginale. In questo senso un progetto per l'abusivismo oggi deve trovare il modo per svolgersi dentro ad alcune delle dinamiche e dei processi di trasformazione che in qualche misura già si danno nei territori, e che possiamo riconoscere come linee strategiche, da inseguire e indirizzare. Città latenti cerca di sintetizzare tre solchi di lavoro, che stanno a ridosso dei processi emergenti di responsabilizzazione, di aggiustamento infrastrutturale spontaneo, e di sottoutilizzo e abbandono che si danno oggi nella città abusiva. Diventa cruciale riuscire a interpretare queste tendenze in strategie di progetto, se vuoi anche 'forzando' un pò la realtà, e trovare delle leve e delle forme di incentivo che facciano muovere i soggetti che oggi abitano questa città verso degli obiettivi condivisi e sostenibili dal punto ambientale e finanziario.

Serve superare tre equivoci di base:
1. qualsiasi condono su scala nazionale lascia irrisolto il rapporto tra lo spazio civico - considerato non-città - e i suoi abitanti;
2. gli spazi abusivi – etichettati come anti-città – hanno un’identità urbana;
3. i brani di città abusiva non sono città fantasma.


   Sono tre questioni complicate, a cui provo a a risponderti per punti, forse semplificando.
 
1. Il Condono, per come lo si è attuato fino ad ora, alla scala nazionale, lascia irrisolto il problema di quello che tu chiami 'spazio civico' della città abusiva sotto due aspetti.
In primo luogo, dal momento in cui il singolo proprietario abusivo aderisce alla procedura di sanatoria, quel soggetto ha tutte le ragioni per reclamare le infrastrutture, e per ritenere che la responsabilità dello spazio al di fuori del suo recinto privato non sia sua, ma sia del soggetto pubblico che ha predisposto il meccanismo del Condono. Soggetto che dovrebbe intervenire a riqualificare quelle terre di nessuno attraverso un Piano di Recupero. È un procedimento che deresponsabilizza il singolo, che lo disincentiva alla cura verso quello spazio esterno, che lascia la questione dello spazio residuo tra i recinti al di fuori della sua responsabilità.
In secondo luogo, ed è la questione più nota ed evidente, il Condono lascia irrisolta in modo permanente la questione del recupero urbanistico perché non ci sono le risorse per affrontarlo secondo le modalità previste dalla legge. Le risorse non ci sono mai state a dire il vero: si registra un disavanzo enorme tra il gettito della sanatoria e le spese di urbanizzazione effettuate a posteriori sin dal primo condono, nella seconda metà degli anni Ottanta. Il Condono è un affare solo per il Governo che lo promuove, ma l'attuazione dei Piani di Recupero Urbanistico, a spese degli Enti Locali (che incassano dai proventi del condono solo la parte degli Oneri di Urbanizzazione non corrisposti al momento dell'edificazione abusiva), si traduce in un esborso insostenibile. Fare le infrastrutture (quelle infrastrutture tradizionali, reticolari e rigide) dentro ad una città che non solo c'è già, ma che spesso è cresciuta in modo disordinato, è un'impresa inaffrontabile per la maggior parte dei Comuni, non solo nel Mezzogiorno. Il risultato è che il recupero non si fa, o si fa in quote modestissime, per cui a distanza di decenni questi luoghi scontano una povertà impressionante del loro spazio aperto.

2 e 3. La mia opinione su questo punto è che in queste parti di città ancora risiedano energie non ancora esaurite, e qualità non ancora cancellate. I loro processi generativi molecolari e incompiuti, poi, sono una risorsa e una specificità che distingue questo tipo di urbanizzazione dal suburbio più "generico" che ha dilagato negli ultimi decenni in tutto il mondo occidentale. Ci sono insomma delle possibilità, se uno le sa vedere, delle risorse da riattivare, che oggi sono latenti. Questa non vuole essere in nessun modo una lettura assolutoria o indulgente verso l'abusivismo, sia chiaro. È una lettura che contiene un progetto, che assume quelle case e quei territori come luoghi dove risiedono delle possibilità, da mettere alla prova con un progetto. È anche una risposta a quelle posizioni, che io ritengo troppo semplicistiche, che liquidano la città abusiva come una forma degenere, da cancellare ovunque.
Pensa che 'città fantasma' è il titolo che l'editore in prima battuta mi aveva proposto. Ma non ci eravamo capiti, il libro vuole proprio fare capire che non c'è nessun fantasma, non c'è più nulla di invisibile: questi luoghi sono l'orizzonte quotidiano dei nostri paesaggi. Qual è la quota dalla città meridionale che si è costruita attraverso l'abusivismo? Possiamo dire che sia un fantasma, o che sia invisibile? Diciamo piuttosto che ci sono delle situazioni locali molto specifiche, che vanno guardate, interpretate e progettate per quello che sono, senza pregiudizi né etichette generali. Fantasmi potranno diventare se non si fa nulla, se si lascia che le energie svaniscano e che questi paesaggi seguano una deriva verso una progressiva marginalizzazione. Come già molte storie e molti luoghi ci raccontano, alcune storie anche raccolte nel libro.

Nel libro suggerisci tre linee guide per la progettazione delle città latenti. Quali sono?
 
Se a livello di cultura disciplinare e cultura amministrativa riusciremo a superare i tre equivoci di cui abbiamo parlato, allora potremo pensare ad un diverso progetto e a una diversa politica pubblica per la città abusiva. Città latenti si sforza di definire tre tracce di lavoro, che si possono intendere come le tre strategie di una possibile e rinnovata politica per queste forme di città. Sono tre discorsi progettuali, che stanno a ridosso di tre tendenze già rintracciabili nelle pratiche, e che intendono intensificare queste predisposizioni. Intendono utilizzare le energie disponibili e gli andamenti già spontaneamente assunti dai territori come risorse da indirizzare verso esiti condivisi e sostenibili.

La prima visione progettuale è quella di una città abusiva che diventa città, anche e soprattutto nell'immaginario collettivo, grazie ad una responsabilizzazione progressiva di chi la abita e ad una rigenerazione dei propri beni comuni che non passa più attraverso un meccanismo paternalistico e difettoso come il Condono, ma attraverso dei programmi di riqualificazione partecipati. È già una tendenza che si riscontra dove la percezione del fallimento dell'azione individuale da parte degli abitanti sta facendo maturare un senso di responsabilità e alcune azioni comuni tese alla costruzione di una dimensione collettiva che non è mai esistita, ma che oggi è più che necessaria. L'esperienza dei Consorzi di Autorecupero e dei Toponimi avviata dal Comune di Roma è un buon esempio in tal senso.

La seconda visione riguarda una città abusiva che si aggiusta molecolarmente, che si migliora grazie ad un sistema diffuso di componentistica tecnologica e ambientale che si attua sugli edifici ma soprattutto nello spazio vuoto tra le case, lo spazio più abbandonato e trascurato. Una nuova generazione di infrastrutture, di promozione privata e consortile, che recupera il deficit infrastrutturale che questi territori scontano abbandonando un'insostenibile idea di rete pubblica, rigida e capillare, che raggiunge ogni casa, e mettendo al lavoro nuovi dispositivi ecologici ed energetici. Una strategia, in estrema sintesi, che considera una città in cui ci sono le case, ma non le reti tecnologiche e sanitarie, come un potenziale laboratorio per la sperimentazione di infrastrutture non pubbliche, non gerarchiche, non rigide, a valle dei fallimenti delle stagioni del "Recupero urbanistico" dei decenni passati. Tutto questo ha bisogno di un consapevole inquadramento istituzionale e di una politica di incentivi a livello locale, come il Salento ha tentato di fare col suo PTCP.

Infine, l'ultima visione è quella di una città abusiva che si dissolve nel paesaggio, che viene cancellata nei suoi segmenti più squalificati e sottoutilizzati grazie ad un sistema che articola nuove tecniche e incentivi, approfittando dei processi di dismissione che iniziano a manifestarsi diffusamente. Si tratta di saper cogliere l'occasione che offrono questi processi di abbandono e indirizzarli progettualmente, consapevoli che la rimozione di questa città non potrà avvenire mostrando i muscoli come le rare, spesso fallimentari demolizioni hanno tentato di fare, ma piuttosto interpretando come i diritti acquisiti - quando queste case sono già condonate ed è un caso frequente - possano essere fatti migrare, spostati verso zone di concentrazione e di riqualificazione, liberando dall'edificato più incongruo, abbandonato e scaduto porzioni di suolo da riconsegnare alla natura e ai suoi processi.

Sono tre visioni consapevolmente semplificate, che cercano di puntualizzare e distinguere, anche se sul territorio spesso i processi si danno intrecciati, in compresenza. In tal senso io credo che non sia pensabile di agire solo su un aspetto dei tre che ho elencato: una politica efficace - che io mi immagino costruita a livello regionale e provinciale, poiché il livello nazionale e il livello municipale sono rispettivamente troppo lontani e troppo vicini per potere trattare i caratteri specifici queste formazioni di carattere sovracomunale - dovrà includerli tutti e tre, e cercare di rispondere attraverso una combinazione di queste tre traiettorie di trasformazione al bisogno di progetto che la città abusiva oggi esprime.
 

17 gennaio 2011 (Ultima modifica 28 ottobre 2013)
Intersezioni ---> A-B USO

__________________________________________
Note:
1 Giovanni Astengo, dopo il 19 luglio, Urbanistica n. 48, dicembre 1966
2 Paolo Berdini, Breve storia dell'abuso edilizio in Italia, Donzelli, 2010 Link
3 Daniele Autieri, Geologi, professionisti in trincea per far fronte a un paese dissestato, La Repubblica, 11 ottobre 2010 Link

4 Federico Zanfi, Città latenti, Bruno Mondadori, Milano, 2008, p. 67

0012 [A-B USO] Salvatore Gozzo | Comiso

Comiso (Ragusa) offre una situazione urbanistica comune a molte città medie dell’entroterra siciliano. 
Un Programma di Fabbricazione (1971) è stato per oltre tre decenni l’unico strumento urbanistico, scontando difficoltà nel governo dell’espansione urbana per un fisiologico invecchiamento e per un’intrinseca rigidezza. La pianura a Nord del centro consolidato otto-novecentesco è stata l’unica possibile direzione di crescita per la città, contenuta a Est e a Ovest dal fiume Ippari e dal costone dei monti Iblei. Lungo questa direttrice le previsioni edificatorie del P.D.F. si sono precocemente esaurite – Comiso presenta un trend demografico debolmente positivo e mai interrotto dal 1951 – e la nuova edificazione negli anni ‘70 e ‘80 si è sviluppata in modo abusivo, perdendo compattezza e disperdendosi nella campagna.

20 settembre 2010

0075 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] Architettura POP

Questa rappresenta la coda dell’inchiesta estiva OLTRE IL SENSO DEL LUOGO sui blogger architetti iniziata nel 2009.
Inchiesta che diventerà un libro on-demand (ovvero stampato su richiesta), che sarà pubblicato su Lulu.
Una formula flessibile consona ai dialoghi in rete.
L’idea del libro non è mia ma di Marco Pasian del blog  OPLA+
Nel concepire l’inchiesta non avevo pensato a qualcosa di fisico, tattile, materico come un libro.
Il libro, al momento (poiché procedono i lavori), contiene due testi critici inediti: prologo ed epilogo.
Nel cuore verranno riportati tutti gli interventi, riveduti e corretti (sviste, richiami ai link, frasi bislacche, operazione di revisione che ho condiviso - in un meticoloso lavoro - con Matteo Seraceni) più una selezione di commenti.

Iniziamo con le considerazioni degli OPLA+, estratte da due post editi sul loro blog, in questi giorni seguiranno altri interventi:

Primo post senza titolo
"Il massimo di diversità nel minimo spazio" mi piace, sì, è l'estrema e corretta sintesi di una non facile e sicuramente laboriosa inchiesta intrapresa da Salvatore D'Agostino nel mondo dei blog gestiti da architetti, attraverso l'uso dinamico del suo di blog.
Vista nel suo insieme, è un lavoro enorme.
Credo, e non mi risulta il contrario, che una indagine di questo tipo non abbia ad oggi uguali (escludendo alcuni aggregatori-blog) e nella sua semplice coniugazione (due domande secche ad ogni blogger: quale sia l’architetto noto, e non noto, che apprezzi e perché) ha aperto uno scenario di letture molto ampio e diversificato. 
Ora riassumo taglio.incollo a mo' di slogan:

  • autonomia critica dei blogger;
  • ricchezza;
  • non omologazione culturale;
  • i blogger italiani osservano l’architettura nel suo contesto mondiale;
  • disinteressati alle tesi care all’accademia;
  • per i blogger non esistono culture architettoniche dominanti ma una ricca miscellanea di scritture, idee e progetti con cui confrontarsi;
  • l’architettura italiana-blogger ha un respiro europeo-mondiale.
Quello che ha attratto fin dall'inizio l'attenzione mia e di opla+ è, in primis, la scoperta di una possibile condivisone dei processi comunicativi, attraverso scambi, contaminazioni, commenti, post, l'uso "usato" della rete insomma (la grafica di testa è un po' questo).
In secondo luogo, ma non ultimo, il costruirsi comune di una "visione" altra dell'architettura, o meglio del fare architettura e dei suoi attori, quella che parte da una concreta coerenza operativa libera da azioni speculative (intellettive, economiche accademiche ...)
Qui rimando la palla a Salvatore che per dovere di risultato ha coniato il termine di "architettuta di resistenza" (a me piaceva un po' di più architettura pop, intesa come architettura fatta da persone-architetti pop, pur essa resistente), ma in ogni caso bisognerà continuare a confrontarsi-modificarsi (?) usando le piattaforme blog (>2.0), prima o poi bisognerà dare "ad ogni cosa il suo nome"!

Commento di Salvatore D'Agostino del 30 novembre 2009 ore 10:33

Marco+,
per Chris Anderson direttore di Wired (l’ideatore della teoria ‘della coda lunga’) occorre cambiare il nostro atteggiamento critico. Poiché la rete non ci darà mai un algoritmo talmente complicato per selezionare e ridurre le nostre scelte ‘critiche’ (vedi il suo ultimo libro ‘Gratis’) dobbiamo essere bravi a capire ciò che ha valore ‘nella cultura dell’abbondanza’ (la cultura della rete).
La rete (il massimo di diversità) memorizza tutti i suoi dati in pochi ‘Data center’ (minimo spazio), ma c’è una differenza, i luoghi della memoria ‘archiviazione dei file’ non sono luoghi fisici condivisi.
È indubbio che dietro ogni post c'è un uomo, con la propria capacità critica e il suo sentire legato ad un luogo.
Spiego meglio quest’ultimo concetto, spesso si crede che le scritture mediali siano impersonali o avulse dal luogo.
Girando per la rete mi accorgo – per fortuna - che questo non è vero, spesso i blogger scrivono con accenti, intonazioni e criteri legati ai luoghi in cui vivono.
Per i cultori della scrittura impersonale/giornalistica questo è il limite dei blogger, per me è l’aspetto più interessante.
Mi piace il logo che hai creato perché spiega bene questo concetto, ogni blogger è rappresentato come un satellite autonomo che interagisce con il mondo da un luogo preciso.
Spesso, nei diagrammi che spiegano la rete, quest’aspetto viene sottovalutato, anzi, è capovolto: si preferisce descrivere il mondo-rete che interagisce con gli internauti, ma non è vero.
Il mondo-rete per sua natura è inane, siamo noi con le nostre ‘parole-luoghi’ a dargli senso.
Io credo che spetti ai blogger/architetti far emergere le realtà ‘non mediatiche’, e quindi non vendibili, presenti nei nostri ‘piccoli (ma globali) spazi quotidiani’.
Ovvio, evitando lo squallore dell’invettiva, dei principianti allo sbaraglio o della gente dall’aspetto fisico conturbante, che ci viene instillata quotidianamente da una certa virale cultura mediatico-economica.
L’architettura di resistenza o archipop (nella sua accezione positiva) sono simili.
Un caro saluto,
Salvatore D’Agostino



Quanto riportato di seguito sono i commenti a botta e risposta tra marco+(opla) e Salvatore (D'Agostino) durante il suo postare nel blog Wilfing Architettura mentre indagava sul mondo collegato dei blog e dell'architettura.
Raccolti così, semplicemente estrapolati e in sequenza temporale, mi pare possano suggerire qualche filone di riflessione, oltre a favorire quelle sintesi trasversali che si attuano nell'uso “usato” del web 2.0 (commenti collettivi, tag, risposte incrociate ecc...):

Marco+: Ehi Salvatore! questa cosa (l'inizo dell'inchiesta su i blogger-architetti) mi piace... sei sempre avanti! ... o di fianco, sopra e sotto... mi piace insomma il tuo indagare a tutto tondo... una calda blog.estate!

Salvatore: non credo che sia sempre avanti ma è vero che amo le differenze, le sfaccettature, i punti di vista discordanti in una semplice parola i luoghi (come paesaggio) e comuni (come città) perché - per fortuna - nel mio peregrinare non ho mai trovato dei ‘luoghi comuni’ identici.
Nella critica architettonica i ’ luoghi comuni’ spesso coincidono.

Marco+: Beh! trovo anch'io di estrema importanza il lavoro che stai portando avanti Salvatore, e non so' in verità se poi questo (come dice Emmanuele Pilia) porti ad una scrematura o una presa di coscienza... mi piace pensare che un piccolo network di "sensibilità" condivise possa nascere da queste pagine (post+commenti+...)... oggi faccio girare qui i miei cinque sensi con maggior entusiasmo!

Salvatore: sono vicino al tuo ottimismo: «mi piace pensare che un piccolo network di "sensibilità" condivise possa nascere da queste pagine (post+commenti+...)».

Paolo Mancini (del blog Il parallelografo) risponde alla seconda domanda di Salvatore: Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?: «Più che di architetti non noti, vorrei parlare di architetture non note. Spesso quando viaggio apprezzo la correttezza di un edificato, il tentativo di non sorprendere e di stupire, la professione corretta, funzionale, semplice.
Mi parla di gente che ha saputo scegliere professionisti colti che amano il paesaggio e l'architettura ma soprattutto i luoghi e i rapporti che il costruito instaura in essi. In Italia ce ne sono molti, in Europa di più, con livelli eccelsi di qualità diffusa e quando guardo l'edificato diffuso spesso ne sento la mancanza. Un tetto ben costruito, una capriata, un angolo, una pietra ben tagliata. Insomma penso tu mi capisca: sono quegli edifici che non smetteresti mai di guardare ma che sai che non hanno mai ricevuto la medaglia».

Salvatore: Paolo, condivido la tua idea di viaggio alla scoperta della non architettura da medaglia, (parafrasando Gilles Clément) alla scoperta di una “terza architettura” da non confondere con l'idea vernacolare/tradizionale/estetica, ma da intendere come l'architettura che possiamo osservare nel ‘residuo’ (ovvero i luoghi abbandonati dalla critica ufficiale).

Marco+: Paolo e Salvatore, che bello sentirvi parlare di quest'altra-architettura... una visione che sento molto vicina...

Salvatore: (…) … Bisogna ritornare a progettare non solo per stratificazione ma anche per brani da ricostruire ex-novo all’interno delle nostre città. Abbattere un altro tabù che tutto ciò che ricade nel retino della ‘Zona A’ sia da tutelare tout court. Molta è becera edilizia speculativa.
Oggi nelle nostre città mancano due/tre strati (espressi in decenni), dell’architettura raccontata dal contemporaneo. Con questo non voglio dire che occorra l’architettura da ‘starlette’ ma quella dell’architetto locale di qualità, che è stato costretto dalla cultura dominate ‘edilizia speculativa’ a lavorare in condizioni spesso proibitive. Ahimè, l’architetto in Italia è una figura da reinventare.

Marco+: hi Salvatore, condivido il tuo pensiero... e penso con non poco disagio che non sia solo "l'architetto in italia ... una figura da reinventare" ma un po' tutto il nostro vivere sociale! l'atteggiamento "speculativo" va in ogni dove...
Alcuni anni fa, un bravo professore di "restauro urbano" mi disse che la città cresceva per processi di "modificazione", un concetto "lento" che non esclude a priori le "novità"... c'ho messo un po' a capire che non vaneggiava...

Salvatore: non ti posso dare torto, c’è da reinventare l’Italia intera dopo che questa fase del ‘banalismo paternalistico’ esaurisca la sua vena aurea (voglio essere ottimista).
L’Italia della politica ‘slogan/televisiva’ si è impoverita nel linguaggio e nelle idee.
Il tuo professore di ‘restauro’ sicuramente aveva ragione ma molti architetti del ‘centro storico’ si sono crogiolati a tutelare le proprie sacre pietre dimenticandosi le modificazioni ai bordi della città. Ciò ha causato una sorta di bipolarismo delle nostre città: belle (forse troppo da vetrina) in alcune aree che turisticamente rendono (fanno economia) e vaste aree brutte (forse troppo abbandonate a se stesse) dove si ammassa la vera vita, dove il popolo dalle braccia robuste dorme ma non riesce a godere dei benefici di una città civile.

Marco+: complimenti Simonetta Capecchi del blog In viaggio col taccuino per i tuoi "viaggi" e i "taccuini"...(mi ricordano certi assemblaggi di "arte postale") e credo che allontanarsi dall'architettura, faccia bene all'architettura! Mi stupisce molto invece che i blog siano strumenti che hai cercato di diffondere tra gli studenti di architettura, ottenendo scarsi risultati; pensavo che da un osservatorio come il tuo... e da giovani menti...
D'altro canto a ripensarci, nel mio affacciarsi al panorama blog architettura ad inizi 2003, ho un ricordo di sano horror vacui! E così rispondo a Salvatore che mi chiedeva dei link dell'epoca: devo ripristinare il mio vecchio pc e controllare i preferiti.

Salvatore: ...mi sa che devi recuperare la tua cartella dei preferiti. Sono molto interessato ai pionieri italiani del blog. Il vostro è uno straordinario esempio, per fortuna ancora visibile.
Se ci riflettiamo, i blog, rispetto alla carta, sono eterei, la grafica e gli articoli possono scomparire per sempre senza offrire più la possibilità di una ricostruzione storica.(...)
Colgo l’occasione per invitare i lettori a inviarmi suggerimenti e segnalazioni dato che Wilfing Archtettura si occupa di memoria.

Salvatore: (…) … invece vorrei parlare del lavoro di Luca Diffuse, anzi mi piacerebbe parlare dei tanti Luca Diffuse che ci sono in Italia. Architetti intelligenti che attraverso la loro opera possono cambiare sul serio il senso dell’architettura ‘edile’ del nostro paese. Credo che tocchi ai blogger o ad altre piattaforme informali parlare dell’architettura latente poiché, come dice Sergio Polano, la critica accademica teme i concetti da strapaese (vedi qui)
«Ad esempio, c’è da scoprire (quasi) tutta l’Italia delle regioni e delle province di marginale collocazione geografica, delle città e cittadine di media o modesta taglia – dimenticate o meglio ignorate dalle riviste pel timore forse di uno strapaese – ove le attività edilizie si sono espresse e talora ancora fervono con vena (non solo quella affaristico-quattrinaia delle ville con patio, delle residenze a schiera, dei quartierini di secondo-terze case, ma neanche solo del mattone bene-rifugio per un parsimonioso prudente popolo di proprietari come siamo e neppure quella criminal-speculativa di tanti ghetti periferici) ben diversa dai grandi capoluoghi, dalle metropoli, dalle capitali politiche, morali, industriali: i luoghi secondari, insomma, ove tradizioni e esperienze locali si sono dipanate nel tempo con significative derive genetiche, lente eco, interpretazioni riflesse ma non meno significative»...

Marco+: la ...visione dell'architettura (di Luca Diffuse) o meglio del "fare" architettura mi ha sempre incuriosito e affascinato, un rapporto emozionale con la vita "normale", denso e fluttante. Apprezzo anche questa apparente distanza della figura dell'architetto, osservatore non distratto. Un po' anche la ricerca opla+ sceglie la trasversalità non irriverente!...

Salvatore: «trasversalità non irriverente!» Ti dico che cos’è per me l’architettura irriverente:
i condomini costruiti dai ‘furbetti del cemento’ e le loro ville;
le case bunker dei mafiosi;
gli edifici tradizionali costruiti come verbo dell’architettura (spesso patchwork di stili mal orditi) con strutture in cemento armato;
“com’era dov’era” senza pensare che nessun edificio storico sia un originale ma frutto dei continui cambiamenti - poiché l’edificio come la natura è cangiante perché abitata da esseri viventi -;
l’Aquila 2 firmata da Silvio B.;
l’arredo urbano firmato dagli uffici tecnici;
i sindaci che usano l’architettura come marchio politico;
i brand che non sanno coniugare l’architettura con lo stile; 
e via dicendo.

Marco+: ... mi spaventa assai quel "...e via dicendo". Di fatto la lista si può allungare di molto se si  considera come "irriverente" molta della spicciola ( e desueta) urbanistica d'espansione (micro e macro lottizzazioni, zone pseudoindustriali, mobilità frazionarie, ecc...). Bisognerà iniziare ad individuare qualche causa... e qualche responsabilità, senza sentenze preventive ma pure troppi diritti di replica.

Salvatore: ti consiglio di leggere se ancora non l’hai fatto il libro di Federico Zanfi, Città abusiva- Un progetto per l’Italia abusiva, Bruno Mondadori, 2008.
Spero di pubblicare un colloquio su Wilfing Architettura con l’autore al più presto.
Zanfi analizza senza i paraocchi politici/morali lo stato delle nostre città.
La città abusiva non è un male da non vedere o trascurare ma una città latente perché in quei contesti vivono delle persone. Invita a vedere concretamente questi spazi, parafrasando Gilles Clément del ‘Terzo Paesaggio’ o ‘residuo’ con un cambiamento concettuale queste aree non vanno intese come spazi sfruttati in precedenza e ora abbandonati ma aree ‘abbandonate dai piani urbanistici’. (…) Osservare con maturità queste realtà ci permetterà di individuare cause e responsabilità, per indirizzarci con responsabilità sul progetto delle città.

Salvatore: Luigi Prestinenza Puglisi da qualche anno invita i giovani ad andare all’estero poiché sa benissimo qual è il male oscuro della nostra architettura.
Qualche minuto fa ho ricevuto il suo ennesimo sfogo attraverso mail: «Il quadro dell’architettura italiana, mi sembra, che si presenti sempre più deprimente. A peggiorare gli efetti (sic) della crisi economica provvede un sistema poco trasparente, arcaico e familistico che non tende a valorizzare qualità e talenti. Soprattutto dei più giovani. Ai quali resta poco oltre la prospettiva di emigrare all’estero». 
Luigi Prestinenza Puglisi va bene, concordo, non vivo in Africa, anche se ci sono molto vicino e a volte immagino che l’Africa sia più evoluta della mia terra ‘no fiction’ di mafia diffusa, ma non basta.
C’è stata e c’è una generazione che ha costruito selvaggiamente ed ha formato male gli architetti del futuro. Adesso occorre trovare nuove strategie, nel mio piccolo cerco di dare spazio a chi si emancipa dai luoghi comuni e, come in questo caso, sa leggere l’architettura contemporanea.

Marco+: "...nel mio piccolo cerco di dare spazio a chi si emancipa dai luoghi comuni", bene. Prima o poi bisognerà rendere organiche queste visione condivise. Forse sono più di una le generazioni che hanno costruito selvaggiamente ed hanno formato male gli architetti del futuro... e non so francamente se sia messa bene la situazione accademica attuale, quella che genererà gli archinauti del futuro... smetterei di guardare troppo avanti (l'urbanità del domani non è la sommatoria di segni futuristi - le architetture avanzate) per privilegiare i bordi.

Salvatore: condivido, occorre guardare ciò che avviene oggi e trovare strategie pratiche per costruire qualcosa di concreto, basta parlare di niente.
Osserviamo con grande maturità e complessità i nostri bordi, evitando i buchi neri delle parole vuote come archistar.

Marco+: seguo dall'inizio l'inchiesta di salvatore sui blogger-architetti... e credo in un'architettura fatta da processi e non (solo) da architetti ... ma trovo qui una visione del fare l'architetto assai condivisibile ("coloro i quali...hanno prodotto il risultato che ha consentito a uomini e cose di rimanere nel tempo") tanto più perchè detta da un non architetto.

Salvatore: credo occorra ascoltare i non architetti, Francesco Alois ne è un esempio mirabile.
La sua definizione di architettura è pregnante, anche se io ho sempre dei dubbi sull’architettura “definitiva” credo in un’architettura trasformabile nel tempo, credo in un’architettura da superfetare.

Salvatore: Per me è un toccasana il mio essere ignorante, mi permette di riprendere sempre fiato dalle mie convinzioni. Nell'ultima puntata di Report, si è citato il centro sociale XM24 e una certa idea di urbanistica concertata da tutti gli attori principali dell’area interessata, coordinato dallo studio Tasca di Bologna e da City-lab (un’altra idea di città). Condivido e raccolgo l'invito (di Fabio Fornasari del blog Luoghi sensibili): «se tutti cominciassero a guardare fuori dalle finestre con quel tipo di occhi, molti nostri colleghi comincerebbero a migliorare la città e la società». Questa in sintesi è anche la mia idea di architettura.

Marco+: ...parole sante! anch'io voglio guardare fuori dalla finExTRA, e sporcarmi le mani! lasciare, come già faccio, il titolo "onorifico" attaccato alla parete del bagno di servizio, e stare con la gente, antiaccademico qb, quantobasta.

Salvatore: mi passi la foto della tua pergamena? A mio avviso, il grosso problema degli accademici italiani non risiede nella qualità di alcuni di essi (spesso rilevante) ma nel distacco verso lo stato “materico” dell’architettura di massa. Si sono dimenticati di camminare.


Post-fazione

Riporto infine questo commento che Salvatore D'Agostino lasciava ad un mio post per il natale 2008 e di buon auspico dell'anno a venire: “Hai ragione niente buoni propositi ma solo “sostanza”. Aggiungo, il 2009 è l'anno zero non possiamo più credere nel passato. Inventarsi il presente non quello eccezionale ma quello concreto diventa un imperativo assoluto. Siamo nell'era della post devastazione dei posticci politici (posticci non pasticci).
Quindi un buon tutto e un in bocca al lupo da parte mia”

Ecco, è passato un anno (tra crisi emergenze gossip)!
Dovevamo “...inventarsi il presente non quello eccezionale ma quello concreto”... mi pare che noi abbiamo incominciato a camminare! ... verso un'architettura pop.

Note

Le foto che accompagnano il post sono tratte dal libro POPVILLE di Anouck Boisrobert, Louis Rigaud e Joy Sorman (Corraini ed.).
E' un libro pop-up in cui ogni pagina corrisponde a un momento dell’evoluzione della città.
E' un regalo, molto divertente, la città cresce... senza un apparente piano regolatore, la sua complessità non pare viziata da azioni speculative... e il testo mi conforta...”la comunità della chiesa di mattoni rossa si è ingrandita: altri ancora sono venuti da più lontano, dall'altra parte del mare; la città ha accolto i nuovi abitanti, ha prosperato, si è moltiplicata e ora vivono tutti insieme”. 

buon 2010.

in poche parole hai spiegato a che cosa può servire un blog: Ragionare a distanza per fare meglio il proprio mestiere (concreto e reale nella propria città).
Non credo che sia poco.
A presto,
Salvatore D’Agostino

20 settembre 2010

Intersezioni --->OLTRE IL SENSO DEL LUOGO


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L'indice dell'inchiesta:

Prologo: Maledetti imbianchini


Gli interventi:

Gli architetti dell’inchiesta

  • 3XN [1]
  • Aadrl [1]
  • Abcarius & Burns [1]
  • AKT (Adams Kara Taylor) [1]
  • Alberti, Emilio [1]
  • Alles Wird Gut [1]
  • Altro Modo [1]
  • Altro_studio (Anna Rita Emili) [1]
  • Amatori, Mirko [1]
  • Antòn Garcìa-Abril & Ensamble Studio [1]
  • Aragona, Guido [1]
  • Aravena, Alejandro [1]
  • Archingegno [1]
  • Architecture&Vision [1]
  • Architecture for Humanity (Cameron Sinclair) [1]
  • Archi-Tectonics [1]
  • Asymptote Architects [1]; [2]
  • Atelier Bow Wow [1]
  • Ban, Shigeru [1]
  • Barozzi-Veiga [1]
  • Baukuh [1]
  • Baumschlager & Eberle [1]
  • Blogger donne (Lacuocarossa, Romins, Zaha, LinaBo, Denise e tante altre) [1]; [2]
  • Bollinger+Grohmann [1]
  • BM [1]
  • C&P (Luca Cuzzolin e Pedrina Elena) [1]
  • C+S (Carlo Cappai e Maria Alessandra Segantini) [1]
  • Calatrava, Santiago [1]; [2]; [3]; [4]
  • Campo Baeza, Alberto [1]
  • Carta, Maurizio [1]
  • CASE (David Fano) [1]
  • Catalano, Claudio [1]
  • Cirugeda, Santiago [1]
  • Clément, Gilles [1]
  • Cogliandro, Antonino [1]
  • Contemporary Architectural Practice - Ali Rahim [1]
  • Contin, Giulio [1]
  • Coppola, Dario [1]
  • Cosenza, Roberto [1]
  • Critical garden [1]
  • Cucinella, Mario [1]; [2]; [3]
  • Dal Toso, Francesco [1]
  • De Carlo, Giancarlo [1]
  • Decq, Odile [1]
  • Design Institute Cinesi [1]
  • Diffuse, Luca [1]; [2]
  • Diller Scofidio+Renfro [1]; [2]
  • Dogma [1]
  • Douglis, Evan [1]
  • Duminuco, Enzo [1]
  • Eifler, John [1]
  • Eisenman, Peter [1]; [2]
  • Elastik (Igor Kebel) [1]
  • EMBT | Enric Miralles - Benedetta Tagliabue | Arquitectes associats [1]; [2]
  • Emergent Architecture (Tom Wiscombe) [1]
  • Ferrater, Carlos [1]
  • Florio, Riccardo [1]
  • FOA [1]
  • Galantino, Mauro [1]
  • Garzotto, Andrea [1]
  • Gehl Architects [1]
  • Gehry, Frank Owen [1]; [2]
  • Gelmini, Gianluca [1]
  • Grasso Cannizzo, Maria Giuseppina [1]; [2]
  • Graziano, Andrea [1]; [2]
  • Graypants (Seth Grizzle e Jon Junker) [1]
  • Gregotti, Vittorio [1]
  • Guidacci, Raimondo [1]
  • Hadid, Zaha [1]; [2]; [3]: [4]
  • Hensel, Michael [1]
  • Herzog & De Meuron [1]; [2]
  • Holl, Steven [1]
  • Hosoya Schaefer architects [1]
  • Ingels, Bjarke [1]
  • Ishigami, Junya [1]
  • Kahn, Louis [1]
  • Kakehi, Takuma [1]
  • Knowcoo Design Group [1]
  • Kokkugia [1]
  • Koolhaas, Rem [1]; [2]; [3]
  • Kudless, Andrew [1]
  • Kuma, Kengo [1]; [2]
  • Lacaton e Vassal [1]
  • Lancio, Franco [1]
  • Libeskind, Daniel [1]
  • Le Corbusier [1]
  • Lomonte, Ciro [1]
  • Lynn, Greg [1]
  • MAB [1]
  • Made In [1]
  • Mau, Bruce [1]
  • MECANOO [1]
  • Melograni, Carlo [1]
  • Menges, Achim [1]
  • Moodmaker [1]
  • Morphosis [1]
  • Munari, Bruno [1]
  • Murcutt, Glenn [1]; [2]
  • MVRDV [1]
  • Najle, Ciro [1]
  • Njiric, Hrvoje [1]
  • Notarangelo, Stefano [1]
  • Nouvel, Jean [1]
  • Ofis [1]
  • Oosterhuis, Kas [1]
  • Oplà+ [1]
  • Oxman, Neri [1]
  • Palermo, Giovanni [1]
  • Pamìo, Roberto [1]
  • Parito, Giuseppe [1]
  • Park, Sangwook [1]
  • Piano, Renzo [1]; [2]; [3]; [4]; [5]; [6]
  • Piovene, Giovanni [1]
  • Pellegrini, Pietro Carlo [1]
  • Pizzigoni, Pino [1]
  • Porphyrios, Demetri [1]
  • R&Sie(n) (Francois Roche) [1]; [2]; [3]; [4]
  • RARE office [1]
  • Raumlabor [1]
  • Rogers, Richard [1]
  • Ruffi, Lapo [1]
  • Salmona, Rogelio [1]
  • SANAA (Kazuyo Sejima + Ryue Nishizawa) [1]; [2]; [3]; [4]
  • Sandbox [1]
  • Sanei Hopkins [1]
  • Sauer, Louis [1]
  • Schuwerk, Klaus [1]
  • Servino, Beniamino [1]
  • Siza, Alvaro [1]; [2]; [3]; [4]; [5];[6]
  • Soleri, Paolo [1]
  • SOM [1]
  • Sottsass, Ettore [1]
  • Souto de Moura, Eduardo [1]; [2]; [3]
  • Spacelab Architects (Luca Silenzi e Zoè Chantall Monterubbiano) [1]
  • SPAN (Matias Del Campo+Sandra Manninger) [1]
  • Spuybroek, Lars [1]
  • Studio Albanese [1]
  • Studio Albori [1]
  • Studio Balbo [1]
  • StudioMODE + MODELab [1]
  • Supermanoeuvre [1]
  • Tecla Architettura [1]
  • Tepedino, Massimo [1]
  • Terragni, Giuseppe [1]
  • Tscholl, Werner [1]
  • Tschumi, Bernard [1]
  • Uap Studio [1]
  • Uda [1]
  • UN Studio (Ben Van Berkel) [1]; [2]
  • Vanelli, Nildo [1]
  • Vanucci, Marco (Open System) [1]
  • Verdelli, Roberto [1]
  • Vulcanica Architettura [1]
  • Wiscombe, Tom [1]
  • Zoelly, Pierre [1]
  • Zordan, Filippo [1]
  • Zucca, Maurizio [1]
  • Zucchi, Cino [1]
  • Zumthor, Peter [1]; [2]; [3]; [4]; [5]; [6]
Epilogo: Il massimo di diversità nel minimo spazio

Note conclusive sull'inchiesta: