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23 giugno 2009

0025 [MONDOBLOG] Archistar o Archipov? 2° parte

di Salvatore D'Agostino
introduzione e prima parte 

Un dialogo doppio con il gruppo blogger architetti senza tetto. Provincia, ironia, sbalzi umorali, Computer Aided Design, parcelle, uffici tecnici e storie di un gruppo di amici architetti che dialogano in rete. 

Legenda: 
ANG Angiolo;
AST Architetti senza tetto;
LB Lina Bo;
MF Massimiliano;
RK Rem;
SD Salvatore D'Agostino;
TD Tadao;
ZH Zaha. 

SD Nel maggio del 2008 bandite un concorso Vectorialize This! invitate gli architetti ad uscire fuori dagli schemi di routine di vetorializzazione e offrite l'occasione di una nuova visione artistica. 
Tra le proposte pubblicate segnalo quella di:
A proposito dell'avvento del disegno al computer Gae Aulenti annota:
«[...] le dico una differenza [...] nel mio studio prima si sentiva la radio, la musica, il chiacchiericcio e tutti disegnavano parlando, vedendo, chiedendosi e quindi un gran fracasso, oggi il silenzio è preoccupante, perché tutti hanno la testa dentro il computer, si parla solo quando si organizzano le riunioni1
MF Concordo sul fatto che ci sia silenzio assordante anche nel nostro studio, ma io ci provo a fare djset nello studio ritmicamente interrotti da telefonate e altro. Un plotter che stampa comunque è un ottimo sottofondo glitch/loop se si vuole ;)

TD Ciao Salvatore,
La chiamo per nome come compete alle persone ormai familiari... Il timore della Aulenti lo condivido, e in effetti anche rispondere a una mail mi genera perplessità in merito... in fin dei conti nei nostri studi un po' di baccano c'è ancora... io (potendoLe testimoniare solo quanto mi riguarda personalmente) quando lavoro da solo è un conto, sono concentrato, "dentro" il monitor del mio computer, mi faccio accompagnare solo dalla mia musica preferita (non sopporto la radio, perché amo decidere da me la colonna sonora della mia vita...), principalmente classica con una preferenza al barocco, ma quando condivido l'ambiente con qualcuno allora la parola e la musica (di lastfm.it) non mancano mai... sarà che la dimensione del mio lavoro non è quella "industriale" di certi grandi studi e che preferisco contornarmi di persone con cui ho un rapporto personale prima che professionale? 

RK L’idea di Vectorialize This! È nata per gioco quando, lavorando con un altro studio a distanza ci sono arrivati, nascosti tra le sezioni, omini e sagome bizzarre. È la follia del caddista che nasconde dove non te lo aspetti scherzi e trabocchetti. Da lì la cosa è degenerata in un concorso, tuttora aperto e senza un vincitore (d’altronde se partecipi e ti diverti hai comunque vinto!), che ha come fine la valorizzazione dell'uso "improprio" del disegno tecnico al cad.
Per quanto riguarda l'effetto che il computer ha sulla vita dello studio devo dire che la nostra esperienza è molto diversa da quella di Gae (che tra l'altro saluto con affetto - non si fa così in tv quando un intervistato cita qualcuno che non ha mai nemmeno lontanamente incontrato? - ): quando siamo sotto consegna siamo silenziosi e concentrati ma quando siamo meno stressati facciamo veramente di tutto tra cui: improvvisare duetti canori a squarciagola fingendo di stare girando un musical ambientato in uno studio di architettura, sfidarci in accese competizioni di ginnastica ritmica (la mia specialità preferita è il nastro), inventare nuove ricette a base di nutella e crackers integrali, giocare a baseball su poltrone a rotelle e molte altre cose amene di questo tipo.

ZH ricordo anch'io le notti prima di un esame passate a bere caffè, ascoltare la radio, ridere e lucidare, panico da rapidograph 0,13 rotto in quanto caduto di punta, o lo 0,40 che sbavava rovinando all'ultimo una tavola quasi finita... o il tentativo di incollare piccolissimi e complicatissimi retini che rimanevano ostinatamente incollati al dito o al taglierino... o la cancellazione con la lametta, e si finiva sempre con la tavola bucata... la preparazione dei sottolucidi... il mal di schiena da tecnigrafo e/o parallelografo, a seconda se eri un purista oppure no (per non parlare delle sacre tecniche di sistemazione del parallelografo, due fili o un unico filo passante?)...
Al ricordo provo contemporaneamente nostalgia e nausea. Oggi il panico è dovuto alla stampante o al plotter che si rifiutano di lavorare all'ultimo minuto, oppure salta la corrente eletGAe Aulentitrica. Però è vero che si parla meno, il disegno al computer richiede più concentrazione. Ma in realtà ha talmente cambiato i tempi e le modalità del progetto, che solo un "boss" come Gae Aulenti può rilevare l'aspetto marginale della conversazione in studio. Immagino che lei faccia gli schizzi, e gli altri disegnino. 
Invece, il disegno al computer influisce sul modo di progettare, sulle possibilità di modifiche, sulla complessità degli edifici, e consente cose prima inimmaginabili (e non mi riferisco alla grafica). Magari non necessariamente tutte cose positive, è vero, però... è una rivoluzione, come la catena di montaggio di Ford per l'automobile, ed ancora tutta da valutare, secondo me.

AST & presS/Tletter Il nome di un edificio famoso che non ti piace affatto.

SD La ricostruzione della cattedrale di Noto un falso storico perfetto, bianco, ideale, giusto per i filologici che amano farsi prendere in giro dalla storia. 

AST & presS/Tletter Il nome della tua rivista preferita e perché. 

SD Lotus perché si deve leggere.

AST & presS/Tletter
Non c'è critica, ma solo storia (Tafuri). Sei d'accordo?

SD In parte. Tafuri ha presentato agli architetti italiani Peter Eisenman nel suo libro Five architects N.Y.2, in quel testo non esiste la parola decostruttivismo, termine che in seguito ha creato una totale confusione linguistica perché chi conosce il significato (dal vocabolario De Mauro: filos. scomposizione di un'elaborazione concettuale in un insieme di concetti allo scopo di analizzarli in modo comparativo e di relativizzarli storicamente) intuisce che l'architettura bisogna leggerla processandola, chi invece ha un cultura intuitiva cade in una sorta di ambiguità linguistica-figurativa del de-costruire, ovvero un'attività di smontaggio formale come le costruzioni Lego. Dato che, come dice Franco La Cecla - «gli architetti non leggono ma sfogliano» -3 molti guardano l'aspetto e non lo sviluppo semantico dell'architettura creando una confusione storica. Bisognerebbe osservare la storia con conoscenza evitando la critica militante.

AST & presS/Tletter Bruno Zevi. Un giudizio sintetico sul personaggio. 

SD Spazialista, aveva capito che lo studio dell'architettura non può avvenire attraverso la lettura delle piante, sezioni o fotografie, al limite attraverso lo sguardo cinematografico. Io sono convinto che l'architettura sia teatrale e non flat ---> disegno/rendering/fotografia. Inoltre asseriva che l'architettura non può essere giudicata come un quadro, lezione ancora non compresa da molti critici della forma.

SD A che cosa serve un blog per un architetto?

LB ...forse qualcuno al posto di Gae potrebbe dire: "[...] oggi tutti si mandano messaggi in chat, postano video, si scambiano file per email, commentano libri arte musica e architettura attraverso il blog... !!!" ...
Ecco a che cosa serve un blog per un architetto o per lo meno a cosa potrebbe servire... fare scambio.
Come dice Roy Ascott (ndr
Cybercettività, 1994):
«Siamo tutti interfacce. Siamo computer-mediati e computer aumentati».

MF Può servire a quello che si vuole ma nel nostro caso è uno sfogo, una possibilità di non prendersi troppo sul serio, l'autoironia è sempre meno presente, ovunque.

TD Il blog è un luogo. Architettisenzatetto è luogo dove ci si ritrova e dove si romanza la propria giornata, un luogo di evasione, di riflessione, di autocritica... direi un luogo dove si socializza, dove infondo si può stare insieme a ritmi asincroni e a distanze qualunque, cose che nella fisicità spesso risultano complicate... A cosa serve questo? In una professione difficile da esercitare, che richiede orari di lavoro impensabili ad altre categorie, direi che serve, insieme a tante altre cose, a ricordarsi di essere "persone", prima che architetti...

RK La questione è aperta, da grande esperto e guru del Web (scusa ma mi vien da ridere anche a scriverlo...) vedo nel futuro degli architetti sempre più blog e meno siti impaludati e raffinati (come se non sapessimo cosa c'è dietro questa patina di algida perfezione...). Oramai guardo distrattamente i siti degli architetti, sempre più simili tra di loro, e la cosa di cui sento fortemente la mancanza è la possibilità di interagire colloquialmente. Mi piacerebbe che anche gli architetti si esponessero ai commenti, che intorno a un progetto o a un dettaglio si scatenassero scambi infuocati di post come tra fan e detrattori dei Tokyo Hotel.


ZH il blog serve a non sentirsi soli.

AST & presS/Tletter L'università italiana...la consiglieresti? E se sì in quale città. 

SD No, consiglio un'iniziazione pedestre, l'architettura di strada accompagnato da uno o più Virgilii e non dai ciceroni come lo sono molti 'insegnanti della poltrona' in Italia.

AST & presS/Tletter Mettimi in ordine di preferenza i seguenti architetti: Eisenman, Koolhaas, Moss, Hadid, Herzog e de Meuron, Gehry, Coop Himmelb(l)au, Fuksas, Piano, Anselmi, Purini, Cellini, Casamonti, Culotta (per cortesia non mettere parimerito). 

SD
Koolhass|La misura del contemporaneo;
Eisenman|Il diagramma e il concetto;
Piano|L'ultimo degli artigiani;
Herzog & De Meuron|Allegorici formalisti;
Hadid| Concreti Aritmetici Disegni;
Purini|Paesaggio teorico;
Gehry|Detto F.O.G. il baroccaccio;
Fuksas|Anno zero;
Casamonti|Villamare;
Culotta|Dov'è l'architettura mediterranea?;
Cellini|Architetto o professore?;
Anselmi|Apologia del recinto;
Moss|s. v.;
Coop Himmelb(l)au|s. v.

AST & presS/Tletter Un libro che consiglieresti a uno studente, a un architetto, a un critico. 

SD
  • studente ---> Leo Colovini, I giochi nel cassetto. Guida teorica per aspiranti autori di giochi, Unicopli, Milano, 2002;
  • architetto ---> Stefano Bartezzaghi, Lezioni di enigmistica, Einaudi, Torino, 2001;
  • critico ---> Freccero & Lucentini, I ferri del mestiere. Manuale involontario di scrittura creativa con esercizi svolti. Einaudi, Torino, 2007. 
AST & presS/Tletter Saranno famosi: fammi tre nomi.

SD Sarah Schneider, Estudio Barozzi Veiga e il mio amico Alessandro Cavallaro, una provocazione, ma anche una speranza perché rappresenta uno dei tanti bravi e giovani architetti di provincia che devono arrabattarsi con il lascito culturale dequalificante della figura dell'architetto e dell'edilizia in generale.

AST & presS/Tletter Tre parole oggi importanti. 

SD Trans, Distopia e la disobbedienza di Don Milani.  

23 giugno 2009 (ultima modifica 23 giugno 2009)


Intersezioni ---> MONDOBLOG
Come usare WA -----------------          ----------------------------------Cos'è WA
__________________________________________
Note:
1 Tratto dal programma di radio tre "Il Terzo Anello - Mostri sacri" con Roberto Andreotti e Federico De Melis ospite Gae Aulenti del 27/10/2008. Link 
2 Manfredo Tafuri, Five architects N.Y., Officina edizione, 1981 
3 Franco La Cecla, Contro l’architettura, Bollati Boringhieri, Torino, 2008

16 giugno 2009

0024 [MONDOBLOG] Archistar o Archipov? 1° parte

di Salvatore D'Agostino

Un dialogo doppio con il gruppo blogger architetti senza tetto. Provincia, ironia, sbalzi umorali, Computer Aided Design, parcelle, uffici tecnici e storie di un gruppo di amici architetti che dialogano in rete.

Legenda: 
ANG Angiolo;
AST Architetti senza tetto;
LB Lina Bo;
MF Massimiliano;
RK Rem;
SD Salvatore D'Agostino;
TD Tadao;
ZH Zaha. 

Salvatore D’Agostino Gianni Biondillo, inizia così il suo libro Metropoli per principianti:
«Non fate studiare architettura ai vostri figli. Non ne vale la pena. Se non lo fate per il successo, per il denaro, per la fama, insisto, è un consiglio spassionato: lasciate perdere. Avreste speso i soldi delle tasse universitarie, del computer, dei costosissimi testi scolastici, assolutamente per nulla. È il peggior investimento che potreste fare, quindi non fatelo.»(1) 
ANG Chi non se lo è sentito dire almeno una volta nella vita (...o forse tutti i giorni!). Se ti fossi fatto prete, lo avresti fatto per diventare Papa?

LB Io non ho capito dove sta la domanda... (cominciamo bene!!!) 

TD Beh... direi che per ragioni contrarie, ma ha ragione... non fate studiare architettura ai vostri figli, se desiderano successo, denaro e fama... ma poi... stò Gianni Biondillo, chi è?

RK Biondillo al mio confronto è un pargoletto con gli occhi pieni di rosee speranze... Io, se avessi un figlio, il primo giorno dell'asilo gli direi: "caro Vibrato (perché se avessi un figlio si chiamerebbe Vibrato) vedi di non abituarti a libri e quaderni perché ti mando a scuola solo fino alle medie. Dopo devi imparare un mestiere solido e utile come l'idraulico, il cartongessista o il manutentore di caldaie. Se poi avrai guadagnato abbastanza per te e le tue future cinque generazioni, allora ti potrai dedicare a un hobby futile e masochistico da scegliere tra fare il candidato del PD in Abruzzo o l'architetto.

ZH La tua domanda mi ha fatto scoprire che Gianni Biondillo è un architetto. Ho letto due suoi libri e non lo sapevo. E ora credo che abbia il dente avvelenato. Vorrebbe dire che: o miri a fare l'archistar o non ti conviene fare l'architetto? E che se come architetto hai successo, fai i soldi, e/o diventi famoso, allora sei un cinico (o lo sono i tuoi genitori)? Naaa. (Anch'io ho il dente avvelenato).

AST Come promesso (anzi minacciato) eccoti una contro-domanda pescata tra quelle che ci sono venute in mente. Domanda di ZH: Questo è l'incipit della voce "Architetto" di Wikipedia in italiano:
«L'architetto è la figura professionale massimamente esperta della progettazione architettonica, del restauro dei monumenti, della pianificazione, dell'estimo in relazione alla costruzione di edifici e più in generale di spazi a livello architettonico e urbanistico. È storicamente tra gli attori principali della trasformazione dell'ambiente costruito»
Che ne pensi di questa affermazione? 

SD Una WIKIPEssima DIArroica affermazione.
Per me l'architetto (senza presunzione di definizione) è colui che ha il senso del grave, inteso nei due suoi significati:
  • (materia) come per Archimede che ignudo immergendo le sue terga dentro la tinozza, si accorse che la sua massa corporea occupava uno spazio causando l'innalzamento del livello dell'acqua, l'architetto capisce che tutto ciò che edifica occupa uno spazio di cielo che poggia sulla terra;
  • (tensione) del profondo rispetto per chi costruisce e per chi usufruirà della struttura, un architetto non ammetterebbe che si possa morire in cantiere per incuria o che si presentino degli esecutivi approssimativi.
Parafrasando Bruno Munari «Fare il contadino è un mestiere terra terra»(2), fare l'architetto è un mestiere fra le nuvole.

SD A proposito di Bruno Munari, nel 1972 propose un concorso "Il compasso d'oro a ignoto", venivano premiati gli oggetti di uso comune con caratteristiche tecnico estetiche indissolubili, come la sedia stradio, la lampada del meccanico, un utensile del vetraio, l'ombrello, il lucchetto per serrande, oggetti di cui si sconosce il nome del progettista. Una delle sezioni più interessanti del vostro blog è la rubrica NO!DESIGN prendendo spunto da un bel libro di Vladimir Archipov ‘Design del popolo’(3), riproponete oggetti che possiamo definire di design involontario: l'etichetta distintiva dell'acqua fatta, la cornice dell'immaginetta della madonna, una gruccia porta gruccia, il portarotolo a filo, un portacellulare imbottigliato. Cos'è il design per voi? 

LB la traduzione letterale di design dall'inglese ha a che fare con il PROGETTO, cioè progettare o progettazione a seconda del caso che si tratti di verbo o sostantivo.
Ed è questo che dovrebbe essere un buon design (in quell'accezione contratta che comunemente diamo noi italiani all'industrial design, cioè al design di prodotti, oggetti, ecc...).
In questo senso credo che tutti gli oggetti NO!DESIGN in realtà siano perfetti oggetti di DESIGN, cioè frutto di una progettazione tutt'altro che involontaria: ... la ricerca di una risposta a un'esigenza, nuda e cruda (a volte più poetica a volte più terra terra, a volte a molte esigenze: funzionale, estetica, politica, ecc), e quindi sono progetto tout-court.
Poi c'è il design a forma di design... che di solito è "faticoso" o "gratuito", se ne trova un sacco sulle riviste e nelle fiere! 

MF Vedo gli oggetti di design più riusciti come forme senza tempo, perennemente attuali.
Da questo punto di vista credo possa essere utile per noi NON osservare altri oggetti "contemporanei".
Non credo si possa prescindere dal reale utilizzo degli oggetti.
No!design è per me anche sperimentazione di nuove necessità.

RK Innanzitutto grazie a te da oggi ogni qualvolta mi imbatterò nel principio di Archimede si ripresenterà nella mente l'immagine indissolubile di due grosse chiappone che si immergono... grazie, veramente grazie.
La nostra rubrica NO!DESIGN si ispira al bellissimo libro di Archipov, del quale vuol essere una declinazione in senso locale. Ci piacerebbe raccogliere oggetti autoprodotti che raccontino la storia ma anche la fantasia e la creatività della gente, non tanto del "popolo" in senso classista o sociale, ma di chiunque decida di risolvere un problema o un'esigenza con i propri mezzi e la propria fantasia. Gli oggetti raccolti da Archipov sono incredibili perché raccontano storie vere, sono dei brevi saggi di sociologia applicata, aforismi in forma materiale di storia recente. E in più sono poetici, emozionanti fino allo struggimento.
Ci sono pezzi di design contemporaneo in grado, non solo di svolgere egregiamente e semplicemente la funzione per la quale sono preposti, ma anche di raccontare storie affascinanti o un solo pensiero? Non credo, ed è per questo che il nome della rubrica va letta anche in senso letterale, con tanto di punto esclamativo.
Personalmente il design contemporaneo mi fa a dir poco ribrezzo, in particolare quello delle grandi firme ma anche di molti dei cosiddetti "giovani designer" che affollano fiere e convention sparse per il mondo alla ricerca di una visibilità transitoria ed effimera. A volte le mostre di design mi sembrano delle ipertrofiche mostre di lavoretti scolastici, quelle dove tutto sembra ricercare la carezza di un indifferente padre/produttore. Gli oggetti di NO!DESIGN, invece, se ne infischiano del giudizio altrui, sono diretti allo scopo, non cercano alcuna lode né aura intellettuale, non sono la soluzione ai problemi del mondo, non vogliono apparire su riviste patinate, ma soprattutto non hanno bisogno di nessun produttore in grado di trasformare un'idea "carina" in un prodotto di massa.
In questo senso mi sono divertito a leggere, su un numero di Abitare (n.d.r. n. 483), di un incontro al quale hanno partecipato vari intellettuali di levatura mondiale, tipo John Thackara, Aaron Betsky, Paola Antonelli, chiamati a discutere amabilmente e amichevolmente (come ama fare Abitare che quando organizza queste tavole rotonde sembra che tutti siano amici e compagnoni e sono appena usciti un po' sbronzi da una pizzeria) di Design e soprattutto del Torino geodesign. E a questo incontro c'era anche Archipov. Io me lo immagino mentre si rivolge alla supersnob e un po' schifata Paola Antonelli con un alito che sa pesantemente di cipolla e birra e dice sostanzialmente che la gente farebbe con giubilo a meno dell'intervento paternalistico e caritatevole dei designer. Della serie fate le vostre belle mostre in musei fichissimi, stampate le vostre riviste dal gusto fintamente popolare, preoccupatevi dell'influenza che avranno le nanotecnologie sull'estetica dell'arredobagno ma non rompete le scatole alla gente che, messa nelle condizioni giuste, sa risolvere i propri problemi pratici meglio di qualsiasi fratello brullè. Mi piace questo atteggiamento un po' rustico da Russia postsovietica perché punta l'accento sul fatto che la creatività non è appannaggio di una ristretta cerchia di eletti, vedi gli architetti e i designer, ma che appartiene a tutti: bisogna solo avere un problema pratico da affrontare per farla schizzar fuori in tutta la sua pirotecnica effervescenza.(4) 

TD Partiamo dal fondo.
Non saprei definire il design, perché non sono addentro a questa materia, ma direi che il design della rubrica "NO!DESIGN" non è "involontario", anzi, è forse una espressione incolta (e per questo geniale), ma volontaria per rispondere a una determinata esigenza.
Mentre sulla definizione di architetto direi che:
1) non mi preoccupo del fatto che gli (sporadici) edifici che costruisco "occupino" una porzione di cielo, ma mi preoccupo del fatto che costruendo sto modificando lo spazio intero e quella porzione di cielo che, forse, senza quell'edificio sarebbe stata meno... meno... non so meno cosa, ma diciamo semplicemente "meno"...
2) una persona che muore e degli esecutivi imprecisi, sono due concetti che non riesco ad accomunare.
2a) ho visto l'indifferenza degli operai ai temi della sicurezza, la loro evidente e incomprensibile noncuranza della propria incolumità... ma credo che non sia dappertutto così, credo che in alcune realtà siano anche le ditte a contravvenire i fondamentali della sicurezza... ma il tema, di per sé, è troppo complesso. Io mi fermo a questa constatazione.
2b) gli esecutivi normalmente li porto al 50, con (rari) dettagli al 10 o al 5... poi mi accorgo che siccome l'impresa esecutrice non capisce una sezione, usa direttamente i 100 depositati in comune, perché più chiari...
ZH davvero abbiamo preso spunto da Vladimir Archipov? ma esiste davvero uno che si chiama Vladimir ARCHI-POV, e non è un situazionista?
Quanto alla domanda vera e propria: per me, il design è nell'occhio di chi guarda, e diventa indispensabile affezione/afflizione quando si possiede un oggetto di design. con tutte le contraddizioni del caso
  • mi piace la grafica dell'ISBN (e ne posseggo alcuni esemplari);
  • mi piace (e posseggo) il portacenere CUBO di Munari. Mai usato, non vorrei sporcarlo, ci metto dentro i bigliettini da visita; checché ne dicesse Munari, ora non ha più scopo, è puro design, e cioè piacevole da guardare e toccare (e possedere), e basta;
  • mi è stato fatto notare da un ospite recente che su una mensola della nostra cucina c'è il famoso spremiagrumi di Philippe Starck: "ma è funzionale?" "boh, non l'ho mai usato!"; è stato un acquisto consapevole (credo e spero) della futilità dell'oggetto e del ruolo ambiguo che il design svolge in questo caso;
  • mi piace, e posseggo, e mi ha profondamente deluso, un macinapepe di design nordico: in questo caso, l'acquisto era volto all'uso, e diversamente da quello che in genere si dice sul design nordico, è bellissimo e appare funzionale da vedere e toccare, ma è assolutamente inutilizzabile per macinare il pepe. Si potrebbe continuare all'infinito.
Direi che l'importante (come per l'arte, sempre secondo me) è la consapevolezza nella fruizione. Inutile in questo caso dare la colpa agli altri.
Aggiungo come riflessione secondaria, originata proprio dall'ospite sopra menzionata: spesso veniamo giudicati dagli oggetti che ci appartengono, e quando ce ne accorgiamo, siamo in imbarazzo. Vorremmo aver scelto con più oculatezza. (o vale solo per me?)
E come riflessione terziaria: saremmo felici in una casa fatta solo di oggetti NO!DESIGN (o di "design del popolo")?

AST Perché gli architetti finiscono sempre per "fare le notti"? e quanto questo influenza la produzione del progetto? Per mia esperienza, studi anche importanti finiscono sempre per utilizzare questo tempo alla chiusura di un lavoro, ad una consegna... di solito sono i disegnatori, che ci rimettono... 

SD Una domanda maledettamente difficile ed è uno dei pretesti che mi hanno spinto ad aprire il blog Wilfing Architettura.
Ti elenco alcune delle ragioni che condizionano il lavoro dell’architetto:
  • ignoranza tecnologica: mancano dei corsi di aggiornamento o meglio scuole post laurea per professionisti come indicate dal linguista Tullio De Mauro;
  • studi tecnici strutturati artigianalmente e non organicamente seguendo la logica del processo edilizio;
  • assenza di cultura architettonica, il 95% delle nostre costruzioni sono opere di edilizia. Chiamata dai giornalisti di Report il Male oscuro;
  • gli ordini degli architetti difficilmente promuovono attività culturali. La figura professionale dell’architetto non è tutelata;
  • diffusa cultura misoneista, si pretende la rivoluzione per ogni opera d’architettura trascurando ‘giornalisticamente’ la colata di cemento anonimo che devasta quotidianamente il paesaggio italiano;
  • illegalità diffusa.
In poche parole l’architetto è un mestiere da sfigati dato che si lavora 24 ore per essere considerati onanisti perditempo.

SD Dal 23 aprile 2008 il blog indaga sulle misteriose apparizione di seppie giganti a Pescara. Raccogliete informazioni, descrivete il luogo dell'avvistamento, lo taggate in una mappa in continuo aggiornamento e li descrivete come critici televisivi dell'arte. Esempio: sono ben due seppie che s'intrufolano tra le lettere della scritta. La capoccia è blu/viola, gli occhi celeste e i tentacoli magenta. Per alcuni critici i graffiti sono forma d'arte, per altri messaggi da non sottovalutare, per i politici del decoro atti di vandalismo e c'è anche chi propone i graffiti per abbellire gli edifici nati dopo il 1950.
Che cosa sono i graffiti per voi?  

LB Che noia l'annosa questione del graffito come opera d'arte o atto vandalismo... ma voglio essere banale fino in fondo: mi ricordo che quando ero bambina avevo una scatola di matite colorate di marca "giotto" la cui confezione cartonata ritraeva Giotto intento a disegnare un cerchio perfetto ( o era forse una pecora?) su una pietra sotto gli occhi attenti del suo maestro Cimabue e di un paio di pecore interessate all'opera (un testo raccontava appunto la storiella di quell'evento artistico)... ad avercelo ora quel pezzo di muro della campagna toscana. I graffiti sono delle splendide opere d'arte contemporanee (non tutti ovviamente). Punto. 

RK Quando guardo i graffiti provo in genere una sorta di invidia: perché loro possono intervenire sull'estetica della città e io, che sono architetto, no?
É questa “invidia della bomboletta” che mi spinge a osservare in particolare quei graffiti in cui mi sembra di intravedere un progetto artistico che superi il mero atto vandalico. Penso proprio che prima o poi anch'io mi travestirò da writer e nella notte pescarese darò libero sfogo alla mia frustrata voglia di lasciare il segno su una città per il resto indifferente verso qualsiasi azione architettonica, artistica o minimamente estetica che possa avvenire sul suo suolo. 

ZH A parte che non ho ben capito l'esempio... ti riferisci al banner del sito? comunque, per me, una risposta univoca non è possibile. I graffiti possono essere qualsiasi cosa tra quelle citate nella domanda, anche se (quasi) mai contemporaneamente. L'unica cosa su cui ho dei dubbi è la questione dell'abbellimento per edifici posteriori al 1950... in tal caso, in quanto eventi organizzati, sarebbero da definirsi più correttamente "murales" o "affreschi" (qui volevo fare dell'ironia sorvolando esplicitamente la generalizzazione implicita sul valore dell'architettura del dopoguerra... si capisce?) 

AST Una delle sezioni della PresS/Tletter di epoca pre-web2.0 (per intenderci quella lunghissima e impossibile da leggere) che ci piaceva di più era quella delle interviste perché aveva un tono più spigliato e meno palloso (per intenderci alle "Iene") di quello paludato da rivista di architettura.
Ti proponiamo qui la classica sfilza di domande a cui, mi raccomando, devi rispondere in non più di 10 secondi l'una per evitare di essere intelligente o anche minimamente serio. Noi questo gioco l'abbiamo fatto e qui puoi leggere le risposte che avevamo dato. 
Pronto? Via! 

SD Grazie io vi faccio una domanda voi tredici!!! 

AST & presS/Tletter Una auto-presentazione in quattro righe. 

SD
NO
!
Archi
Tetto 

AST & presS/Tletter Cosa ne pensi della ricerca architettonica in Italia oggi? 

SD Esiste ed è latente, bisogna cercarla nei sottoscala, ahimè posti poco frequentati dai critici. I grandi problemi in Italia sono dati dai gerontocratici del decoro e dalla gestione politica dell'eccellenza una contraddizione di termini. 

AST & presS/Tletter Il nome di un architetto italiano vivente al quale faresti progettare casa tua.

SD Usurato Vittorio Giorgini di prima mano Salottobuono.  

AST & presS/Tletter Il nome di una star internazionale alla quale non la faresti progettare.  

SD Vittorio Gregotti perché è ancora convinto che lo ZEN di Palermo è mal abitato. 

16 giugno 2009 (ultima modifica 11 settembre 2012)
Intersezioni ---> MONDOBLOG

Come usare WA ------------------------               ---------------------------Cos'è WA
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Note: 
(1) Gianni Biondillo, Metropoli per principianti, Guanda, 2008
(2) Bruno Munari, Spazio abitabile, Nuovi Equilibri, 1999.
(3) Vladimir Archipov, Design del popolo. 220 inventori della Russia post-sovietica, ISBN, 2007
(4) di questo convegno Wilfing Architettura ne aveva parlato con Marco Paisan: 0017 [MONDOBLOG] Intervista a Marco Pasian del gruppo Opla+

9 giugno 2009

0033 [SPECULAZIONE] Santo cemento di Cristiano De Majo - 2° parte

Santo cemento

L’asse mediano, il Doppio senso

Ancora edilizia, edilizia, edilizia. Abusi, abusi, abusi. La provincia sono soprattutto le sue strade. Vie di scorrimento interno che attraversano e disegnano questo paesaggio da megalopoli del Terzo mondo. Il cosiddetto Doppio senso (o Strada degli americani). L’asse mediano. Una teoria di case morte, concessionari di macchine, venditori di statue, negozi di mobili, spazzatura. I manifesti di Cesaro compaiono a ogni angolo, svettano sulle dune di terra corrosa, incorniciano gli insediamenti abitativi sparsi a macchia di leopardo su questa pianura metallica. Riprendiamoci la dignità.
Un’altra statua di Cristo compare mentre camminiamo sul Doppio senso. Enorme. Candidamente bianca. Con le braccia alzate e mazzi di fiori ai piedi. Dev’essere l’altare di un incidente mortale. Dietro la figura gigantesca, il nostro pan di zucchero è lo scheletro di un palazzo non completato. E non si capisce se la statua stia dicendo agli automobilisti «andate piano», oppure gridi agli uomini «guardate cosa avete fatto».
Qualche chilometro e ci fermiamo davanti a un manifesto pubblicitario, che in realtà non è quello che sembra. C’è la foto di una donna e di una bambina incorniciata da un cuore. Accanto, una lettera sdolcinata rivolta a un uomo, rispettivamente marito e padre. Un regalo di compleanno autostradale. Ti amiamo da impazzire. Anche la cartellonistica è affidata allo spontaneismo.
Sfiliamo sull’asse mediano in direzione del mare, attraversando il territorio del comune di Giugliano, il terzo più popolato della Campania. Il cemento si dirada progressivamente e in certi tratti la campagna resiste ancora. Ma a Varcaturo ritorna il far west. Una lunga strada costeggiata da fantasiose architetture di tutti gli stili, dal neoclassico al moresco. Saloni per cerimonie. Negozi di articoli da spiaggia. Caseifici. Fino all’orizzonte.
La spiaggia è una sequenza ininterrotta di stabilimenti balneari chiusi. Sulla costa piatta a perdita d’occhio, casupole di lamiera e cemento brillano sotto la luce viola del sole che sta per tramontare. Varcaturo d’estate è uno dei posti di mare più frequentati. È vicino alla città. Si prende il sole senza fare il bagno. Si fa un grande uso di docce, visto che in certi periodi l’acqua del mare assume una strana tonalità rossastra.
Questa spiaggia non mi è mai sembrata così bella come ora in questo crepuscolo purgatoriale. È un pianeta inesplorato di qualche lontana galassia. Gli unici esseri umani nel raggio di alcuni chilometri sono una coppia di ragazzi che si rotolano sul bagnasciuga a uso di un paio di fotografi. Stanno preparando il servizio del loro matrimonio. E mentre si abbracciano spruzzati dalle onde, sembra stiano tentando di immaginare come sarebbe l’amore dopo la fine del mondo.

Il Vulcano Buono

Ci spostiamo all’interno verso sud. È sera e l’interporto di Nola (il CIS) è una foresta di lampioni, una fitta giungla di alberi elettrici. Accanto sorge il Vulcano Buono l’ennesima opera monstre calata dall’alto. Autore: l’incommensurabile Renzo Piano.
Non che sia così manifestamente violenta. Al contrario, vista dalla strada, è perfettamente mimetizzata col paesaggio. Un vulcano ricoperto di verde che rende invisibili negozi, merci, scale mobili contenuti nel cratere. Ne sono certo, non scoppierà.
Il problema semmai è il senso: c’era bisogno di un altro gigantesco centro commerciale in un territorio i cui unici spazi di condivisione sono centri commerciali? Dovremmo ridimensionare l’aura di sensibilità che avvolge certi artisti della progettazione. Vengono convocati come eroi culturali nei talk show che contano, ma sono in realtà esecutori in bello stile di un’arte regimentale, senza più nessuna consapevolezza della loro funzione sociale.
E però, per quanto spaventoso sia, non è difficile comprendere chi viene qui, al Vulcano Buono, per sentirsi a proprio agio, finalmente sicuro. L’ordine del consumo infonde una specie di calore neutro, qualcosa in grado di tranquillizzare rispetto ai disastrosi paesaggi dopobomba dell’esterno. L’interno non è più un freddo non luogo, ma la materializzazione di un’utopia familiare, una piattaforma di felicità media.
Stanchi e appagati, mangiamo anche noi un panino naturale e scivoliamo sui corridoi lucidi e semivuoti come personaggi di un plastico a grandezza naturale. Fino alla chiusura.

L’inceneritore di Acerra

Ci ritroviamo di mattina presto al termovalorizzatore di Acerra. L’aria è sporca di umido, nebbiosa. La struttura si profila in lontananza come un oggetto non identificato. Un minaccioso robot di metallo atterrato sulle distese d’insalata dell’ex Campania felix, una tra le terre più fertili d’Italia.
L’atmosfera è improntata alla segretezza. L’esercito ad armi spianate veglia sulla distruzione. Dall’esterno appare come un’area riservata di inimmaginabili esperimenti. Cosa starà succedendo di così importante e riservato? Semplicemente: si brucia spazzatura.
Passiamo dentro i campi di verdura che circondano il termovalorizzatore e dove, a qualche metro dal recinto militare, un gruppo di contadini sta lavorando la terra. Abbiamo bisogno di un caffé e capitiamo davanti a un chiosco parcheggiato nel deserto della zona industriale. Un posto a tal punto assurdo che neanche Aki Kaurismaki sarebbe riuscito a concepirlo.
Ci mettiamo a parlare con due persone, anche loro provvisori clienti di questo bar nel niente. Uno è titolare di un’azienda agricola, l’altro un autista di camion della spazzatura. Se avessi voluto organizzare un dibattito sull’emergenza rifiuti non sarei riuscito a riunire due figure tanto rappresentative.
Parliamo dei vecchi tempi e della cultura rurale. Di come, mi dicono, l’inaugurazione del termovalorizzatore sia stato «un mezzo imbroglio». L’autista sostiene che al momento non sta funzionando e mi indica la ciminiera da cui, in effetti, non esce fumo.
Bassolino ha sbagliato, dicono tutti e due, ma si è trasformato in una specie di capro espiatorio. Aveva chiuso le discariche e cercato un dialogo con le popolazioni. Berlusconi, l’uomo che ha risolto il problema anche agli occhi di alcuni illuminati opinionisti della stampa nazionale, ha semplicemente imposto la forza, ma intanto la raccolta differenziata continua a latitare e se non c’è differenziazione, i rifiuti che dovrebbero bruciare sono quelli sbagliati.
La trascorsa emergenza rifiuti è il tema caldo della campagna. Il centrodestra usa le surreali immagini di quei giorni per ricordare all’elettorato che potrebbe ancora succedere. Il centrosinistra cerca di far dimenticare le sue responsabilità producendo facce nuove. In questa battaglia navale l’elettore di sinistra si trova decisamente spaesato.
Consapevole che la sua astensione darebbe in qualche modo il via libera a uno dei personaggi più inquietanti che si siano visti in questi anni, prova una certa sofferenza ad avallare con il suo voto un quindicennio di politiche fallimentari che non hanno portato nessun miglioramento reale, a parte alcuni impulsi iniziali, subito soffocati da uno stolido esercizio del potere. Lo slogan che caratterizza la campagna affissione di Nicolais – Ei tu! Vota la provincia – aumenta se possibile il sospetto. È l’ennesima chiamata a raccolta non si capisce per fare che, se non opporsi ottimisticamente ma senza alcuna idea alla calata dei barbari.

La spiaggia di Pozzano

Fuggiamo ancora più a sud, lungo la costa. Attraversiamo la vecchia periferia industriale di San Giovanni a Teduccio e affrontiamo il litorale vesuviano. Una successione ininterrotta di agglomerati urbani alla pendici di un vulcano che potrebbe esplodere da un momento all’altro. La bella linea rocciosa del versante avrebbe fatto la fortuna turistica di qualsiasi località. Qui, invece, il mare è ancora un’estensione urbana, una strada non trafficata che delimita il paesaggio arrugginito.
A Castellammare di Stabia passeggiamo sul lungomare chiedendoci quale disastro si sia abbattuto sulla città. La spiaggia sembra uno di quei luoghi fotografati dopo lo tsunami nel sud-est asiatico. È una distesa di cartacce, plastiche, rifiuti di qualsiasi tipo. Sembra tutto morto, mentre i vivi camminano, indifferenti all’infernale dimensione visiva, passeggiando sul selciato della villa comunale. Sono questi i fantasmi?
Il confine della metropoli forse è qui, sulla spiaggia di Pozzano, a pochi chilometri da Castellammare. Un piccolo lembo di sassi che guarda verso Napoli e domina il golfo. Alle nostre spalle il vecchio cementificio trasformato in un improbabile albergo a quattro stelle. Subito dopo la dimensione urbana si dissolve. Vico Equense, Seiano, Sorrento. E più avanti Massa Lubrense, Termini, Sant’Agata sui due golfi.
Senza accorgertene ti ritrovi in una paradiso per turisti tedeschi dove è facile dimenticare la bruttezza. Questa è anche la residenza estiva della borghesia napoletana da cui traspare lo splendore della riserva esclusiva.
Guardando Capri dall’alto mi chiedo se anche questa è Napoli. La risposta l’avrò qualche ora dopo, mentre seduti a un bar di Sant’Agata, qualcuno ci racconterà del progetto di trasformare la Costiera in una Repubblica indipendente. «Sorrento come San Marino», lo sentirò con le mie orecchie.

© Cristiano de Majo

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5 giugno 2009

0032 [SPECULAZIONE] Santo cemento di Cristiano De Majo - 1° parte

Esmeralda Calabria, Andrea D'Ambrosio, Peppe Ruggiero nel 2007 girarono un film in Campania 'Biùtiful cauntri' un viaggio con telecamera in spalla. La loro guida era Raffaele Del Giudice, un uomo che lotta ogni giorno contro i mali di quella terra. Volevano documentare l’illegalità diffusa e i continui sversamenti dei rifiuti tossici, nelle mille discariche abusive di quel territorio.
Del Giudice non si aiutava di informatori o spie segrete, ma si orientava attraverso l'olfatto, seguiva l'odore della munnezza.



Cristiano De Majo mi ha autorizzato a pubblicare il suo articolo scritto per Il diario, maggio 2009 dedicato alla 'città' [1], ripercorre lo stesso paesaggio, ma l'odore che più lo colpisce è quello del cemento.
Com’è stato descritto da Roberto Saviano capire il 'ciclo del cemento' è fondamentale per spiegare il nostro paese.
Recentemente in Sicilia sono stati arrestati i proprietari di un cementificio, usavano il cemento depotenziato per aumnetare i propri profitti. Tra i lavori ultimati vi sono parti dell'aereoporto di Palermo e di Trapani, il porto di Balestrate, il lungomare di Mazara del Vallo e infrastrutture dell’area industriale di Partinico. In costruzione un commissariato edificato sul terreno sequestrato alla mafia. [Link]

Mi chiedo perché gli architetti parlano dei personali luoghi comuni centro storico, periferia, archistar, villetopoli, ecomostro, non luoghi e poi si dimenticano di trovare delle sinergie per sconfiggere il vero male italiano, la cementificazione illegale e senza sosta?

Buona lettura:


Santo cemento


«Quale orrore! Quale orrore!»
Joseph Conrad – Cuore di tenebra

Più giro e più sento di perdermi. Più vedo e più faccio fatica a riconoscere. Se chiudo gli occhi continuano a scorrermi davanti le stesse immagini. Lembi di strade extraurbane, campagne distrutte, carcasse fiammeggianti, scheletri edilizi che galleggiano nel nulla. Nelle narici mi sembra di sentire l’odore del cemento, come se fossi riuscito ad annusare questa polverosa essenza di annientamento. Quando torno a casa, mi sento pesante come se avessi attraversato una colata di magma, una distesa di fango viscido, qualcosa di inafferrabile che ti può solo inghiottire.
Volevo capire cosa fosse realmente la provincia di Napoli. Vista dalla città sembrava un corpo estraneo e al tempo stesso un capro espiatorio, un concetto territoriale a cui attribuire le cause dei nostri mali. «Quelli non sono napoletani, vengono dalla provincia», avevo sentito dire spesso da persone convinte che certe cose – brutte, tremende o soltanto spiacevoli – siano ricondotte a Napoli mentre in realtà succedono in provincia originando dalle sue deformità. Io, invece, ero persuaso che non si potesse realmente separare la città dal frastagliato lago edilizio che la circonda, un continuum urbanistico che arriva a nord fino ai campi di Villa Literno, a sud lambisce la nostalgia in stile bella epoque di Sorrento, e a est s’inerpica sulle pendici del Vesuvio per disperdersi nell’Irpinia. Mi pareva che tutti gli abitanti di questa conurbazione ad alta densità si sentissero nel bene e nel male parte di una grande capitale dello spirito. E che proprio nella provincia risiedesse l’idea di una metropoli napoletana.
La realizzazione della nuova area metropolitana sembrava peraltro uno dei principali temi delle elezioni provinciali di giugno, in cui il centrosinistra sarebbe stato chiamato a una missione impossibile: ribaltare l’opinione diffusa che quindici anni di governo della città e della regione avessero prodotto soprattutto dissesto, degrado, disordine, fallimento, peggiorando, se possibile, un quadro complessivo già di per sé tragico. Per interpretare questo ruolo miracoloso, le alte sfere nazionali avevano deciso di impalmare Luigi Nicolais da Sant’Anastasia, ingegnere, ex ministro della Funzione Pubblica, ed ex bassoliniano convertito sulla via di Damasco, che proprio in ragione di questa conversione aveva potuto permettersi il lusso di presentarsi come volto nuovo. Il centrodestra aveva invece deciso di far gestire il suo netto vantaggio psicologico da un impresentabile ras dell’edilizia, tale Luigi Cesaro, uomo incapace di mettere due parole in croce, che affondava le proprie radici a Sant’Antimo nel cuore della provincia nord.

A prescindere da come sarebbe andata, ancora una volta si trattava di un programma di occupazione. Una casella da assegnare nello scacchiere del potere nazionale. La Provincia, ente di cui tutti almeno a parole auspicavano l’abolizione, poteva rappresentare un simbolo di qualche rilevanza mediatica, ma con nessuna ricaduta sulla vita degli abitanti, considerata anche la scarsità delle sue competenze. Del resto chi poteva ancora proporre con serietà cure realistiche per un territorio ridotto ormai allo stato terminale di una lunga malattia politica e umana?
Mentre con il fotografo al mio fianco viaggiavo in cerca del confine immaginario – il fossato concettuale che distingue la periferia dalla provincia, la città dalla non città – avevo pensato alla via crucis. Non ero arrivato ancora al punto da sentirmi Gesù Cristo ma si avvicinava la Pasqua e, mano a mano che prendeva forma, il percorso si conformava come una vera e propria strada di sofferenza e passione, anche se non eravamo diretti verso nessun Golgota, e non ci aspettava la morte. Le nostre stazioni sarebbero stati i luoghi salienti di questa storia di distruzione, i posti dove ci saremmo fermati perché incapaci di andare oltre o soltanto per cercare sollievo. Avremmo affrontato con il corpo e lo spirito le disordinate colpe che nel corso del tempo i nostri simili avevano fatto materializzare su questa terra.

Il rione 219 a Melito

Un giorno di inizio primavera ci mettiamo in macchina e usciamo dalla città. Circumnavighiamo Scampia intercettando con la coda dell’occhio le Vele, ectoplasmi edilizi da cui si desidera solo fuggire.
Melito è il primo comune che s’incontra lasciando Napoli in direzione nord. L’ingresso ha un’apparenza normale. Il corso principale di un paese disordinato, ma tutto sommato ancora umano, che indirizza lo sguardo verso una specie di miraggio: una bella chiesa di scuola vanvitelliana, settentesca e tondeggiante, soltanto troppo gialla. Ci raccontano che anni fa fu tinteggiata arbitrariamente da un costruttore della zona in occasione del matrimonio della figlia. (Vedi alla voce: Restauro spontaneo). Ai lati della strada, dopo anni, rivedo i contrabbandieri di sigarette e le loro facce consumate dall’assenza di aspettative. Sembrerebbe di essere in un paese dell’entroterra, se non fosse per i profili minacciosi dei mostri edilizi che sbucano oltre le case del centro storico e un senso di tensione che rimbalza qui come un’eco che esplode in tutta la periferia.
Ci avvaliamo di una guida locale – un architetto cresciuto a Melito – e ci rendiamo conto presto di quanto sia necessaria. Il paese, come tutta la zona del giuglianese, ha un’antichissima tradizione nella produzione delle mele annurche. L’insediamento nasce come casale, terra di masserie, fabbriche di frutta che riforniscono la città. Il carattere agricolo della zona viene conservato fino a tempi relativamente recenti. Tutti i melitesi che incontro fanno risalire l’inizio della loro rovina a una data fatidica, il 1980, anno del terremoto in Irpinia.
Il nostro si trasforma molto rapidamente in un tour guidato dello Scempio Edilizio. Sbancamenti, scheletri di centri commerciali che si andranno ad aggiungere ad altri scheletri stabilmente provvisori, un reticolo di strade dove si affacciano palazzine basse, la cui difformità immotivata omaggia un estremo e illogico spontaneismo costruttivo. Costeggiamo un intero complesso residenziale sequestrato (il Parco Guerra), che si erge come una specie di monumento alla violenza edilizia. Dopo il milite ignoto, il mausoleo del costruttore ignoto, un’opera costituita da quattrocentosessanta appartamenti vuoti. Il verde che a tratti affiora dall’asfalto è soffocato dalla mancanza di cura, dalle bottiglie di plastica, da una sentenza di inutilità che condanna gli spazi collettivi.

Le palazzine della 219 sono l’ennesimo fortino del degrado urbano, «il Bronx di Melito», come le chiamano. Furono messe in piedi grazie alla legge 219 dell’81, approvata per finanziare la costruzione di case popolari per i terremotati. Grazie a essa, i rioni 219 hanno progressivamente punteggiato tutta la provincia-periferia, guidando la deportazione in massa dei napoletani del centro costretti ad abbandonare le loro case fatiscenti. A proposito di effetti del terremoto, qui l’attribuzione delle responsabilità del degrado viene ribaltata. Non è colpa di quelli della provincia come pensano molti in città. Qui sono sicuri che la colpa sia dei napoletani. O di questi napoletani mandati al confino in un territorio con il quale non avevano nessun legame.

Chiusi in macchina galleggiamo in questa zona autonoma dello scissionismo non senza qualche preoccupazione. I palazzi grigi sono tristi e abbandonati ma non hanno forme disumane. Le strade sono velate da una calma ovattata, imposta. Nel silenzio acquatico un ragazzino cammina come se stesse lentamente uscendo di scena. Era stata prevista una piscina comunale. È stata distrutta. Nessuno svago è permesso. C’è gente che lavora sodo. Ci fermiamo davanti a una statua di Cristo con le mani aperte, tenuta in buona compagnia da un’altra più piccola di Babbo Natale. Vegliano (e proteggono?) un giardinetto recintato, ovvero, mi viene spiegato, una piazza di spaccio. Tre o quattro giovanotti si mettono subito in allarme. Per nostra fortuna la guida conosce uno di loro e la situazione si tranquillizza. Ci fingiamo studenti di architettura. Ciononostante ci viene impedito di scattare una foto ai palazzi. «Fateci stare tranquilli», ci chiedono, ma sembra che questo diniego sia semplicemente un modo per manifestare il loro potere. Ci raccontano orgogliosi che solo qualche giorno fa hanno cacciato una troupe di Italia 1 «a calci nel culo». Su uno dei bordi del rione, si trova un muro alto un paio di metri con un piccolo spazio al centro dove riesce a stento a passare una persona. È stato alzato, mi spiegano, ai tempi della deportazione, reclamato dagli abitanti del vecchio nucleo per tenere i terremotati idealmente lontani. Un muro per illudersi di non essere toccati dall’infezione.

Tornati al paese, Nino Masella, pianificatore territoriale e responsabile urbanistico del Pd per il comune di Melito, mi illustra in modo illuminante una possibile chiave dei rapporti tra centro e periferia: «Quando più ci siamo avvicinati alla città», mi dice, «più ci siamo allontanati da un’idea di centro».

Il palazzetto dello sport di Cesaro a Sant’Antimo

Spostandosi solo di un paio di chilometri, nel nulla più autentico, a due passi dalla stazione ferroviaria Sant’Antimo – Sant’Arpino, ai confini di un parcheggio vuoto, dove, come se ci fosse bisogno di sottolineare una differenza tra dentro e fuori, ci sono i resti archeologici di un campo di basket – quattro tabelloni senza canestri né reti, linee consumate – sorge il Centro sport benessere del Gruppo Cesaro. L’ingresso, che sembra il varco di una dogana di un paese nordeuropeo e marca in modo palese uno stacco netto con il paesaggio circostante – e ora qualcosa di completamente diverso, sembra comunicare – è affiancato da giganteschi cartelloni elettorali sui quali figurano i nomi di Berlusconi e Cesaro a caratteri cubitali. Su tutti troneggia lo slogan Riprendiamoci la dignità.

Prima di incominciare il viaggio, ero andato a curiosare sul sito di Cesaro. Non avevo trovato né un programma, né linee guida, ma la biografia del costruttore parlava chiaro. L’inizio del suo impegno politico risaliva agli anni Ottanta, il periodo in cui era incominciata la distruzione. Era stato, tra le altre cose, assessore all’urbanistica, all’ambiente, ai lavori pubblici. Da cui si faceva veramente fatica a capire quale dignità volesse riprendersi.

Ma forse per Cesaro dignità è il campo di calcio regolamentare contenuto nel suo centro benessere, sono i sofisticati apparecchi per il fitness con chiavetta usb, è il centro estetico che offre «una colata di gel a soli 25 euro». Ho la sensazione che tutte le persone che vedo impegnarsi nelle svariate attività sportive abbiano voglia di dimenticare il luogo in cui vivono. Si auto-recludono in questa pulitissima e ordinata enclave per cercare la loro dignità. Con tutta probabilità per Cesaro dignità sono anche le foto del Milan sparse ovunque nelle hall del centro, accompagnate da una lettera del team manager che si congratula per la qualità dell’accoglienza. La squadra è stata ospitata qui in occasione dell’ultima trasferta con il Napoli. Mi viene da pensare a Maldini che palleggia tranquillo e inconsapevole, mentre fuori a pochi metri prende forma l’apocalisse.
Chiediamo a un responsabile del centro di fare delle foto, ma, anche se con uno stile più istituzionale, ci viene impedito come nella 219. «Abbiamo un ufficio stampa che si occupa di tutti gli aspetti della nostra immagine coordinata, ma in questo momento non c’è», ci comunica il responsabile. E fino a quando non lasciamo il centro ci fa seguire da un suo scagnozzo, che cerchiamo di seminare inscenando un improbabile nascondino, mentre gruppi di bambini giocano a calcetto.

Fine prima parte

© Cristiano de Majo

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Leggi un altro articolo di Cristiano De Majo su WA: 0031 [SPECULAZIONE] In nome di cosa continuiamo a sentirci migliori?

[1] E-mail di contatto:
Cristiano,
vorrei pubblicare anche questo tuo scritto.
Questi appunti di viaggio senza retorica m’interessano.
Sono comparabili agli scritti di Paolo Rumiz e Franco Arminio (Wilfing Architettura a breve farà un’intervista da pubblicare in inverno, la rete perde lettori in estate) ma a me piace ricordare Sandro Onofri.
Inviato: venerdì 29 maggio 2009 ore 10.45

caro salvatore,
puoi senz'altro pubblicare l'articolo. l'unico problema è che è molto lungo. se preferisci puoi anche estrapolare degli stralci, a patto che appaiano come tali.
ti saluto, ti ringrazio e ti auguro una bella giornata,
cristiano
Inviato: venerdì 29 maggio 2009 ore 16.21