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31 maggio 2011

0047 [SPECULAZIONE] Una storia come le case senza tetto di Vincent Filosa

di Salvatore D'Agostino
«Può succedere, se si vive in un quartiere romano di periferia, di trovarsi a osservare un messaggio del genere scritto su un muro ogni volta che si esce da casa: "più case meno calabresi". Può succedere, e non è il massimo della vita, soprattutto se si è calabresi e se per trovare alloggio si sono dovuti fare i salti mortali. Ma è accaduto quotidianamente a Vincent Filosa, giovane fumettista che ha vissuto per alcuni anni nella capitale». (Andrea Bruno)1
Il 7 febbraio del 2009 avevo iniziato una chiacchierata con Vincent Filosa autore di un viaggio a fumetti lungo la statale calabra 106 ‘Una storia come le case senza tetto’. Un dialogo rimasto a lungo in sospeso e adesso ripreso.

Salvatore D'Agostino Sandro Onofri in uno dei suoi viaggi da fermo descrive così l’ingresso a Reggio Calabria:
«È tutto così sospeso. Come se all'improvviso gli invisibili abitanti di questi quartieri fossero stati costretti a fuggire per un'epidemia, o una calamità. È strano, è come se i reggini si fossero soltanto preoccupati di cogliere l'occasione dell'assenteismo del governo cittadino per appropriarsi dei pezzi di terra su cui costruire, imbarcandosi in un'impresa che forse non potevano sostenere economicamente».2

26 maggio 2011

0013 [FUGA DI CERVELLI] Colloquio Giappone ---> Italia con Junko kirimoto

di Salvatore D'Agostino 
Fuga di cervelli è una TAG non una definizione. La TAG è contenitore di diversi 'punti di vista'.

C’eravamo lasciati con il racconto di un italiano in Giappone ripercorriamo lo stesso viaggio all'inverso: una giapponese nel cuore di Trastevere.

Salvatore D'Agostino Junko Kirimoto di anni..., originaria di..., migrante a ..., qual è il tuo mestiere? 

Junko kirimoto Sono nata a Yokohama quarantuno anni fa, ho vissuto i primi dodici anni a Tokyo, poi a Kobe; ho fatto 4 anni di università a kyoto. Subito dopo la laurea mi sono trasferita a Roma per collaborare con Massimiliano Fuksas. Sono architetto e designer.

Com'è nata la collaborazione con Massimiliano Fuksas? 

Al terzo anno di università lavoravo presso un architetto giapponese, Shin Takamatsu, molto di conosciuto all’epoca. Io stavo spesso nella sua biblioteca a leggere i suoi libri raccolti in tutto il mondo, è lì che ho trovato alcune monografie di Fuksas.
Takamatsu era un carissimo amico di Fuksas nonché il relatore della mia tesi di laurea. Ed è stato lui che ha scritto la lettera di raccomandazione a Massimiliano Fuksas per me.


Ricordo le architetture ‘post-brutaliste’ di Shin Takamatsu, pubblicate in Italia dalla rivista ARCA.
Leggendo le biografie degli architetti giapponesi, ritrovo sovente un forte connubio tra università e praticantato presso gli studi degli architetti.
Che cosa ti è rimasto della tua formazione universitaria e lavorativa? 


Detto francamente, io non amavo molto la sua architettura. Personalmente ho un altro tipo di approccio verso lo spazio. A me piaceva la sua personalità come maestro e tutt’ora sono rimasta in buoni rapporti con lui.
Mi piaceva come pensava l'architettura e la sua energia nel coinvolgere gli allievi.
Da studentessa, a differenza dei suoi collaboratori e di altri studenti, io mi comportavo come una persona normale, mi ponevo allo stesso livello. In Giappone c’è una separazione netta tra i maestri e gli allievi o studenti. Gli allievi trattano i loro maestri come se fossero Dei. Tra maestro e allievo sono difficili i dialoghi come tra persone normali. È un aspetto della cultura giapponese che non mi piace. Io riuscivo a comunicare con lui in maniera normale, come due adulti. Ovviamente c'era un enorme differenza di cultura tra me e lui. 


Che cosa hai imparato nel suo studio? 

Attitudine al lavoro e la passione per l’architettura. 

E dall'università? 

La facoltà che ho frequentato era un po' particolare. Nata un anno prima che mi iscrivessi come una facoltà di architettura sperimentale, era a numero chiuso 25 – 30 studenti.
Didatticamente non davano un gran peso alle materie di base come matematica, strutture o storia di architettura, ma puntavano tutto sulla progettazione. Infatti dal primo anno c’era la progettazione uno e chiamavano gli architetti noti come Toyo Ito, Riken Yamamoto o, appunto, Shin Takamatsu come relatori. Ospitavano anche gli architetti della AA school di Londra per conferenze o workshop.
In Giappone i professionisti possono diventare professori universitari, quando sono invitati, senza rinunciare alla libera professione. Per i professionisti insegnare all'università è un vero onore (ovviamente sono pagati anche bene).
Ritornando alla tua domanda,
grazie a questo sistema sperimentale ho imparato ad esprimere la mia idea sin dal primo anno. 

Mi piacerebbe leggere la lettera di raccomandazione di Shin Takamatsu. Perché hai scelto di lavorare per Massimiliano Fuksas? 

Perché ha uno stile che non esiste in Giappone, lui progetta l’architettura con istinto, come un pittore.
Come ti dicevo avevo letto dei libri su Massimiliano Fuksas e mi sono fatta affascinare dall'idea di lavorare per lui. Sapevo dell'amicizia con Shin Takamatsu e gli ho chiesto la sua intermediazione.
Nel giro di qualche mese mi sono trovata a Roma a lavorare nel suo studio.
Una realtà lavorativa totalmente diversa.

In che senso?

Non so come dire, ecco, mancava quel rapporto diretto o se vuoi edificante con l'architetto.
Che per me resta una prerogativa essenziale di vita.

Quanti anni hai lavorato per Massimiliano Fuksas?

Due anni e mezzo.

E dopo?


Durante l'esperienza lavorativa da Fuksas, sono stata nel cuore di Trastevere dove aveva l'ufficio. Quel periodo per me è stato un momento importante, in particolare ho conosciuto delle persone molto interessanti che venivano da tutto il mondo, Germania, USA, Francia, Svizzera, tutti cercavano di fare un'esperienza dall'architetto superstar romano. Adesso a 20 anni di distanza, sono rimasta in contatto con molte delle persone che ho conosciuto in quel periodo, tra cui il mio attuale marito che è pure partner dell'ufficio.

Mi piace il sostantivo 'ufficio' poco usato dagli architetti italiani. Dal punto di vista anagrafico sei più un architetto italiano che giapponese?

Semplicemente mi suona meglio di 'studio' non c'è un grande significato dietro.
Dentro di me ho ancora lo spirito giapponese mischiato con quello italiano che è subentrato nella mia vita.
Il lato giapponese mi serve per la creatività, mentre quello italiano per rilassarmi.

Questa tua risposta mi ha fatto venire in mente una frase di Carlo Scarpa:

«L'architettura è un linguaggio molto difficile da comprendere - è misterioso, a differenza delle altre arti, della musica in particolare, più direttamente comprensibili. In Giappone, ad esempio, si avvertono due tendenze ben distinte: il buddismo, di derivazione cinese, e lo shintoismo - tanto è vero che l'architettura cinese, pur molto gloriosa, non ci piace. Il valore di un'opera consiste nella sua esposizione - quando una cosa è espressa bene, il suo valore diviene molto alto.»1
Esistono ancora queste due anime in Giappone?

Sì. Nella nostra anima sono rimasti due religioni come cultura. Lo stato è laico, politicamente non abbiamo religione di nessun tipo e nessun partito politico religioso.
La nostra educazione, sia a casa che a scuola, è basata su queste due religioni.
Per molti aspetti, tra la cultura giapponese e quella italiana, vi è una profonda incompatibilità. 


Quali sono le incompatibilità più evidenti? 

Abitudini sul rispetto per le persone e le cose. 

Akira Kurosawa condivideva con Federico Fellini, la trasposizione visiva e narrativa in film dei suoi sogni.
Nel film 'Sogni' vi è un episodio che a rivederlo adesso sembra - nel suo dramma assoluto - profetico: Fujiama in rosso (traduzione in italiano).
Il risveglio del vulcano Fujiama causa violenti esplosioni, devastando in poco tempo il paesaggio circostante.
Un'immensa folla scappa e finisce per gettarsi da una scogliera a picco sul mare.
Un ingegnere della centrale atomica2 costruita in prossimità del monte, descrive gli effetti deleteri della radioattività a un uomo e una donna che tiene stretti a se due bambini; sono gli unici ancora in vita sul promontorio.
Prima dell'arrivo della nuvola letale l'ingegnere decide di gettarsi dalla rupe.
Nell'ultima scena si vede l'uomo lottare contro la nube tossica cercando con la giacca di allontanarla, nel tentativo estremo di proteggere la donna con i suoi figli.
Io non ho visto questo film e non so dire molto al riguardo.
Su Fukushima si sono scoperti tanti lati oscuri, l'inaffidabilità sia del governo che delle grosse aziende giapponesi come Tepco.
Questo incidente doveva succedere da tempo, come racconta Kurosawa vent’anni fa nel suo film.
In questo periodo, studiando il nucleare in Giappone - perché fin ora non ne sapevo niente - ho scoperto tante storie spaventose che è inutile elencare in questo contesto. Vorrei parlare della reazione diversa del popolo giapponese da quello italiano.
Ho un'amica che ha un fratello ingegnere che in questo momento, lavora alla centrale nucleare di Fukushima per il recupero del quinto e sesto reattore. È uno dei famosi cinquanta eroi che hanno iniziato e tuttora lavora ininterrottamente dopo l'incidente. La sua famiglia si è trasferita a Tokyo, perché abitavano a dieci km dalla centrale in un complesso di abitazione per i dipendenti dell'azienda. Il figlio di questo ingegnere di un anno e mezzo ha detto a sua zia (questa mia amica): «Kanako, non devo dire agli altri - i nuovi amichetti che incontra nella nuova città - che mio papà sta lavorando al reattore nucleare, vero?».
Questo perché rischia di non avere amici. Nella mentalità giapponese, il bimbo non viene trattato come il figlio di un eroe e rischia di essere isolato.
Anche se i bimbi sono troppo piccoli per capire, sono informati dai genitori.
Tutti questi ingegneri e operai che lavorano al nucleare sono vittime di questo incidente in prima persona, anche se i reattori non sono stati progettati da loro. Il giapponese reagisce in modo sbagliato. Se fosse successo una cosa simile in Italia, li avrebbero accolti in modo completamente diverso.
In genere dei giapponesi parlano molto bene, ma ci sono alcuni comportamenti di questo popolo che qui in Italia è difficile immaginare. Con aspetti al limite del disumano.
Forse mi sono allontanata troppo dalla tua domanda? 

No. Anzi, hai reso bene l'idea.
Mi ricollego ai temi di una tua recente intervista3, dove spiegavi che in Giappone in seguito al devastante terremoto del 1923 tutti gli edifici sia storici sia di nuova costruzione - in pochi anni - sono stati riadattati o costruiti secondo una rigida normativa antisismica.
Con realismo, dicevi, che in Italia un intervento del genere sarebbe impossibile:
«Se per ristrutturare con modalità antisismica un edificio ci si mette una vita, non ci si può stupire se poi nel frattempo avvengono delle tragedie. È una questione di priorità e di volontà politica».
Mi parli della tua esperienza di architetto in Italia? 

I miei parametri sono basati sulle due precedenti esperienze lavorative Fuksas e Takamatsu, dimenticavo anche su Kazuyo Sejima che a quei tempi era un architetto emergente.
Studi di architettura dove si lavora tantissimo, 12 – 15 ore al giorno, ovviamente sacrificando le ore personali.
Arrivo a Roma, dove praticamente lavoravamo io e un altro ragazzo giapponese, gli stranieri (tedesca, svizzero, inglese, americano e altri) e due ragazze calabresi.
Gli altri italiani si mettevano a discutere su ogni problema: lavoro, calcio, mogli, figli. Ovviamente con le mani ferme. Il mio scopo per il primo anno è stato quello di imparare bene l’italiano - non parlavo inglese - per incazzarmi con questa gente.
Nonostante ciò mi sono divertita, perché mentre in Giappone stavo chiusa in ufficio tutte le ore di veglia, qui avevo tutti i pomeriggi (dopo le sei) per passeggiare (sono arrivata nel mese di giugno, bellissimo) con un amico pittore canadese che già conoscevo prima di venire in Italia, facevo dei piccoli viaggi ogni fine settimana (tranne sotto consegna).
Il secondo anno da Fuksas, il ragazzo giapponese se ne è andato dicendo:«io me ne torno in Giappone e riprendo a lavorare. Non posso continuare a giocare». Aveva già lavorato per sette anni in un'azienda e stava aprendo il suo studio, era in Italia grazie alla borsa di studio organizzata dal ministero della cultura giapponese.
È stato sostituito da un altro ragazzo giapponese, con pari esperienza professionale.
Ricordo, che in quel periodo, gli architetti noti europei nelle loro discussioni si vantavano: «io ho un collaboratore giapponese, lavora benissimo»; «io ne ho due». Era una moda, nonché una convenienza, avere dei collaboratori giapponesi. Nello studio di Fuksas qualsiasi cosa facevamo noi giapponesi andava bene. Se per caso ci sbagliavamo, Fuksas si arrabbiava con gli altri, ma non con noi. Quest’aspetto non mi piaceva.
Poco prima di andare via è arrivato un ragazzo, che è il mio attuale marito, Massimo Alvisi. Con lui ci siamo trasferiti a Genova, perché ha iniziato a lavorare per Renzo Piano. Io ho trovato lavoro a Milano in un ufficio di interior design; facevano tutti gli interni per Gianni Versace. Mi occupavo del settore franchising nel mondo insieme ad un altro ragazzo giapponese. Il ritmo di lavoro e la professionalità erano completamente diversi da Roma. Dopo un anno ho avuto un figlio e ho smesso di lavorare.
Dopo la nascita di mio figlio abbiamo avuto il nostro primo incarico, 'INCÁ' a Barletta, un complesso industriale. All’inizio lavoravamo da casa e dopo tre anni di esperienza da Renzo Piano, Alvisi ha deciso di mettersi in proprio e trasferirsi a Roma dove ha avuto l’incarico, da parte di Renzo Piano, a seguire il cantiere dell’auditorium 'Parco della musica'.
Era l’aprile del ’98. 

Basta visitare il vostro sito (alvisikirimoto) per capire l’intensità e la qualità dei progetti dal 1998 a oggi. Senza trascurare le continue collaborazioni con studi internazionali.
Vorrei concludere il nostro dialogo con una frase che mi è venuta in mente mentre leggevo le tue risposte.
«L'Italia è ancora come la lasciai, - scriveva Johann Wolfgang von Goethe nelle note al suo secondo viaggio in Italia - ancora polvere sulle strade, ancora truffe al forestiero, si presenti come vuole.
Onestà tedesca ovunque cercherai invano, c'è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina; ognuno pensa per sé, è vano, dell'altro diffida, e i capi dello stato, pure loro, pensano solo per sé.
Bello è il paese! Ma Faustina, ahimè, più non ritrovo. Non è più questa l'Italia che lasciai con dolore».4 
Sembra che le mie esperienze italiane siano tutte negative, sia sul lato personale che professionale. Dopo la laurea, da quando mi sono staccata economicamente dai genitori, ho trascorso l’intera parte della mia vita in Italia. Sarei cresciuta diversamente se fossi rimasta solo in Giappone. Ho delle opinioni completamente diverse dai miei amici e dai colleghi giapponesi. Il Giappone, ormai, per me non è più il paese dove "tornare", ma solo da visitare, anche se dentro di me, più avanzano gli anni più mi sento di essere giapponese.
Sento di avere una qualità diversa rispetto a quelli che escono poco o non sono mai usciti dal loro paese.
Ho ancora tutta la mia vita da trascorre in questo paese. Per me l'Italia è una seconda casa. 

25 maggio 2011
  Intersezioni ---> Fuga di cervelli
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Note:
1 Conferenza tenuta all'Accademia di belle arti di Vienna il 16 novembre 1976. Testo tratto dalla monografia Electa a cura di Francesco Dal Co e Giuseppe Mazzariol del 2003: Carlo Scarpa, Può l'architettura essere poesia? (p. 283)
2 Coincidenza: la centrale nucleare che esplode nel sogno-film ha sei reattori atomici. La centrale di Fukushima Dai-ichi danneggiata dal terremoto e maremoto del l’11 marzo 2011 (Tōhoku) ha, anch'essa, sei reattori.
3 Eleonora Martini, Ma l'architettura antisismica ha evitato il peggio, Il manifesto, 12 marzo 2011. Qui
4 Fertonani Roberto (curatore), Johann Wolfgang von Goethe, Viaggio in Italia, Mondadori, I meridiani, Milano, 1987 

23 maggio 2011

0043 [MONDOBLOG] Channelbeta un dialogo con Gianluigi D'Angelo

di Salvatore D'Agostino

Proseguiamo con una conversazione - più che un'intervista - con lo stesso autore.


«Di chi sono le notizie?
Durante la prima guerra mondiale le notizie dal fronte arrivavano ai giornali americani da due agenzie di stampa, Ap e Ins. Irritati per quello che Ins aveva scritto sulle perdite britanniche, gli Alleati decisero di vietare ai giornalisti di quest’agenzia l’uso delle loro linee telegrafiche, di fatto impedendogli di mandare le notizie negli Stati Uniti. Per aggirare il divieto, Ins cominciò a usare i dispacci di Ap, riscrivendo le notizie senza citare la fonte. Ap portò Ins in tribunale e vinse. La corte stabilì che i fatti non possono essere coperti da copyright, ma che le agenzie di stampa possono rivendicare l’esclusiva “sui loro prodotti (le notizie) finché hanno un valore commerciale”, cioè finché sono hot, calde.
È la “Hot news doctrine” e di recente se n’è parlato molto negli Stati Uniti perché è proprio appellandosi a questa dottrina che alcuni giornali, dal New York Times al Washington Post, hanno chiesto che Google e Twitter smettano di riprendere le loro notizie. Non hanno calcolato, però, che negli ultimi cent’anni si è molto ridotto il periodo di tempo in cui una news resta hot. Tom Glocer, il capo della Reuters, un’altra grande agenzia di stampa, ha azzardato una stima: tre millisecondi».1

Bisogna fare una piccola precisazione tra il concetto di news o notizia e quello di informazione. L'informazione naturalmente è di tutti. Tutti hanno il diritto oltre che di ricevere informazioni anche di produrle. La news invece, considerata come piccolo articolo elaborato dall'autore, oltre che contenere al suo interno l'informazione, è allo stesso tempo proprietà intellettuale dell'autore che ne ha redatto i contenuti. Gli strumenti come Twitter e Facebook hanno favorito il news spamming, cosa molto sgradevole per chi per primo produce una notizia. Un microfurto che, a causa della velocità del flusso che rende immediatamente obsoleta un'informazione, lascia gli spammer impuniti. C'è perfino qualcuno che modifica la data di pubblicazione anticipandola rispetto a chi ha prodotto l'informazione, in modo da comparire sul web come prima battuta.

Perché su Channelbeta l’architettura è diventata una news?

Perché poni questa domanda partendo da un assunto errato. Su Channelbeta l'architettura è esattamente il contrario di una news.
Noi non rincorriamo l'ultima realizzazione in corso, non buttiamo lì qualche foto riprendendola da altri siti web. Il nostro lavoro è invece di selezione e ricerca. Ogni singolo progetto pubblicato viene vagliato da un comitato editoriale composto da 8 persone. Le posizioni non sono mai unanimi, ma alla fine si sceglie cosa pubblicare, dopo un intenso dibattito via mail. Poi si aggiorna la "scaletta". Certo non pubblichiamo progetti realizzati da qualche anno, sono quasi sempre freschi ed inediti, almeno in Italia. D'altronde siamo un canale d'informazione sull'Architettura Contemporanea. Di ogni progetto pubblicato il materiale viene direttamente richiesto ai progettisti, non c'è una singola immagine od un singolo testo preso "in giro" e senza autorizzazione dell'autore. Inoltre ogni progetto viene pubblicato comprensivo dei disegni e di una scheda di sintesi di dati tecnici. In un mese pubblichiamo al massimo 5 o 6 progetti proprio per non "bruciarli" alla stregua di semplici short news.
Altra cosa sono le news, che curiamo quotidianamente con dedizione, sette giorni su sette, 350 giorni l'anno. Sezioni differenti, criteri e caratteristiche diverse di comunicazione, proprio perché la pubblicazione di un progetto non è una news.
I livelli di lettura dei media contemporanei sono diversi, per questo ci sforziamo di offrire ai nostri lettori contemporaneamente una fonte di aggiornamento costante e articoli e progetti di approfondimento che nel loro complesso rientrano in una "linea editoriale" credo abbastanza chiara per chi ci segue.

Escludendo la scelta redazionale qual è la differenza ‘critica’ tra i progetti presentati su Channelbeta (disegni + scheda di sintesi + dati tecnici) e quelli auto pubblicati su Europaconcorsi?

Channelbeta ed Europaconcorsi, pur occupandosi entrambi di architettura, lo fanno in modo molto differente. Europaconcorsi da bollettino on line di bandi è diventato un grande contenitore "acritico" nel senso che ogni giorno vengono pubblicati una serie di progetti e proposte di emergenti e archistar. Non vogliono esserci scelte precise, la volontà che emerge sta nel pubblicare il maggior numero di progetti per dare ai lettori un panorama ampio e costituire un archivio straordinariamente vasto. Questo approccio da "portale" è molto consueto in rete, in Italia la stessa cosa fa Archiportale, all'estero abbiamo i giganti Plataforma Arquitectura ed Arch Daily.
Diversamente quello che facciamo noi con Channelbeta, l'ho detto precedentemente, non vuole avere un carattere esaustivo ed è accompagnato da una serie di articoli o riflessioni critiche su eventi in corso o temi di dibattito. Proprio in questi giorni con la collaborazione di Lotus, abbiamo ripubblicato un articolo di Arata Isozaki uscito 15 anni che parla del terremoto di Kobe e che, alla luce dei recenti accadimenti in Giappone, è straordinariamente attuale. In definitiva il taglio che cerchiamo di dare a Channelbeta è quello di una rivista, più vicino a quello delle riviste cartacee.

A mio avviso il limite principale risiede nel voler 'riproporre la rivista cartacea sul Web'.
Il Web offre un altro linguaggio, profondità e sopratutto espressività. Una rivista Web non può essere confusa con la rivista cartacea.
Perché sentite il dovere di replicare canoni consolidati nel cartaceo e non adatti per il Web?

Questa scelta può essere giustamente considerata un limite, è sicuramente una precisa volontà, anche alla luce del generale appiattimento delle riviste cartacee, sempre meno caratterizzate da un approfondimento e sempre più soggette ad una linea editoriale più commerciale a causa della dipendenza degli inserzionisti. Noi questi condizionamenti non li abbiamo. In fondo le caratteristiche di una rivista cartacea sono tali non a causa del supporto ma il risultato di canoni consolidati. Oggi in fondo stiamo assistendo ad un ribaltamento anche della tipologia dell'informazione ed il web oltre che essere preponderante dal punto di vista della velocità, delle news, essendo anche ipertesto è sempre più ricco di spazi di approfondimento. È questo che cerchiamo di fare, secondo registri paralleli e livelli di lettura differenti, per dare ai lettori più di un livello. Per questo personalmente non credo che i canoni del cartaceo siano inadatti al web, in fondo sono sempre di più i lettori che ricercano nel web oltre che la velocità delle informazioni, produzioni editoriali simili al cartaceo, approfondite e curate nei contenuti. 

Come vi finanziate? 

Fondamentalmente ci autofinanziamo, le inserzioni pubblicitarie essendo piuttosto limitate non riescono a coprire le spese. La nostra è un'opera di volontariato culturale. In questi ultimi mesi stiamo cercando di trovare finanziamenti più stabili, questo innanzitutto per migliorare la qualità, per esempio finanziando servizi fotografici ad hoc, o articoli di critici ed inviati, potremmo inoltre pubblicare le news in inglese evitando il sistema automatico di google che inevitabilmente produce traduzioni piuttosto improbabili. Ora riusciamo a tradurre manualmente solo gli articoli. Con la cultura non si mangia, si sa, non ci illudiamo, dopo 10 anni ci piacerebbe però arrivare almeno all'autonomia economica, stiamo lavorando anche su questo e spero che arrivi il prima possibile. A volte riceviamo critiche anche piuttosto dure ma coloro che in maniera disinvolta sentenziano probabilmente non immaginano quanto sforzo ci sia da parte nostra, quanto lavoro. Quello che facciamo è di prendere l'aspetto costruttivo di queste critiche, anche quando sembrano poco costruttive e l'obiettivo della critica è semplicemente quello di volersi mettere al di sopra per fare gli "splendidi". Ma ognuno fa quello che si sente, chi fa sbaglia, chi non fa non può sbagliare... giusto?

No. Non condivido due punti del tuo discorso:

1. «Con la cultura non si mangia».
Solo con la cultura si mangia, senza si reiterano – erroneamente - linguaggi e canoni spesso senza capirne il significato; grazie alla cultura, ad esempio, si può distinguere l’arte povera come movimento dell’avanguardia artistica italiana degli anni sessanta, dall’arredamento di arte povera che imita con tecniche contemporanee mobili del passato.

2. «[...] l'obiettivo della critica è semplicemente quello di volersi mettere al di sopra per fare gli "splendidi"».
Non credo: «La critica – afferma Umberto Galimberti - è crisi, quindi congedo dal mondo abituale di pensare».2
 

La prima affermazione è naturalmente una provocazione ed è riferita ad un discorso di carattere economico e non ontologico, ci mancherebbe, d'altronde ogni giorno ci alimentiamo di cultura e cerchiamo di far sì che anche i nostri lettori se ne cibino!
Sul secondo punto posso dirti che è legittima ogni critica, se la critica è però semplice strumento di attacco, se la critica non è propositiva, allora non è critica, e semplice e volgare (nel significato dantesco del termine) "criticare".

A che cosa serve un Web log (nel tuo caso Web magazine) per un architetto?

Un web log o un web magazine non hanno una vera e propria natura funzionale, piuttosto aiutano a comprendere contesti e culture diverse dalle nostre. Ci aiuta a tenerci aggiornati su alcuni argomenti.
Ci appassiona nella lettura di determinati contenuti.

23 maggio 2011
Intersezioni ---> MONDOBLOG

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Note:
1 Giovanni De Mauro, Editoriale 'Sommario', Internazionale n. 853, 2/8 luglio 2010
2 Umberto Galimberti, Parole nomadi, Feltrinelli, 2006, p. 44

17 maggio 2011

0016 [A-B USO] Alessandro Lanzetta | Ardea

testi curati da Federico Zanfi foto di Alessandro Lanzetta

Quest'articolo* va integrato con l'intervista curata da Salvatore D'Agostino La città latente di Federico Zanfi, il progetto di descrizione Salvatore Gozzo | ComisoClaudio Sabatino | SarnoStefano Graziani | Marina di Acate, Andrea Pertoldeo | Marina di StrongoliPaolo De Stefano | Marina di Mancaversa



Claudia abita stabilmente una ex-casa di vacanza.
Gli ex-proprietari di questa casa erano di Roma, la costruirono negli anni Settanta abusivamente e poi la condonarono. Una volta anziani hanno deciso di venderla perché non la usavano più.
È una condizione tipica di tutti gli edifici dei dintorni: tante persone della nostra generazione lasciano Roma per il costo degli appartamenti, vengono qui a comprare ex-villini di vacanza e li trasformano in residenze stabili.

15 maggio 2011

Roma, walk show ovvero i peripatetici fuori stoà

di Salvatore D'Agostino 

Stamattina sarò a Roma per una passeggiata virtualmente, nella realtà mi troverò in prossimità del rifugio Sapienza sull’Etna.

Sfruttando la tecnologia whisper talk – avete presente le audio guida dei musei? – discuteremo sull’impatto che il Web sta avendo nello spazio urbano e sociale, oltre alla mia compagnia virtuale, saranno presenti Anna Maria Bianchi, Alessio Bonetti, Giulio Paolo Calcaprina, Luca Diffuse, Rossella Ferorelli, Alberto Giampaoli, Max Giovagnoli, Luigi Greco, Carlo Infante, Luca Nicotra, Fausto Pascali, Giulio Pascali, Sara Seravalle e Stefania Vannini.

Qui per saperne di più.

Di seguito la traccia audio del mio intervento:


12 maggio 2011

La casa è un'app per abitare?

di Salvatore D'Agostino

Stasera, secondo Diego Terna, sarò un corpo virtuale a Bergamo, alle ore 20 e 30, presso l'ex chiesa della Maddalena, via Sant'Alessandro 39d.

A chiacchierare sul tema: L'architettura immaginata, la casa è un'app per abitare?

Insieme a:
Diego Terna (organizzatore) moderatore della serata assieme a Ilaria Mazzoleni.
Fabio Fornasari, Oliviero Godi, Giovanni La Varra, Paolo Panetto e Pietro Valle; e come corpi virtuali, Marco Atzori, Marco Brizzi, Silvio Carta, Mario Gerosa, Tiago Giora, Stefano Mirti, Emmanuele Pilia, Luigi Prestinenza Puglisi, Ugo Rosa, Italo Rota e Luca Silenzi.

Ecco ciò che dirò:


9 maggio 2011

0007 [POINTS DE VUE] Vincenzo Cammarata | Linosa: quando sbarcarono i mille

testo e foto di Vincenzo Cammarata * FOS
'fotoreportage inedito' 

«Se ha il coraggio, che venga di nuovo a Linosa»... Il comitato d'accoglienza è già pronto per chi ha osato mettere in discussione, su uno dei maggiori quotidiani nazionali, quanto fatto per lo sbarco record che l'isola e gli isolani si sono trovati a fronteggiare il 27 marzo scorso.
Quasi mille disperati scortati dalle motovedette della Guardia di Finanza su di un’isola di quattrocento anime: in tutto millequattrocento fedeli o infedeli a seconda del punto di vista. Ore critiche, difficili da dimenticare per chi c’era. Pochi. Molti. 

La storia stessa di Linosa inizia con uno sbarco, quasi centosessanta anni fa, nel 1845, quando lo Stato Borbonico, decise di prendere possesso di queste pietre nere e di questa terra fertile, approdo strategico in mezzo al Mediterraneo.
Quindici anni appena e i mille "libereranno" il Meridione dal giogo borbonico, sbarcando a Marsala armati di fucili e del compiacimento di alcuni, unificando l'Italia. Isole comprese. 

I mille sbarcati a Linosa il 27 marzo 2011, erano armati solamente di speranza. Speranza di una vita migliore. I 924 sbarcati quel giorno – questo il numero esatto – così come tutti gli altri disperati che durante tutti questi anni hanno intrapreso il pericoloso viaggio per mare approdando sulle coste e sulle isole siciliane, fanno parte di un più grande e complesso processo di unificazione:
quello già in atto fra le due sponde del Mare Nostrum.
-



Quel giorno, fra i primi a intervenire è Claudia Rossetti, ex responsabile risorse umane di una casa editrice milanese, ora perfettamente integrata nella vita dell'isola dove con il compagno Giovanni gestisce un diving. «Erano circa le 13.00, mi trovavo a passare vicino lo Scalo Vecchio con Viola, la mia bici, quando a un tratto scorsi una vedetta della Guardia di Finanza che stava raggiungendo il molo e il mio compagno che aiutava con le cime in mano per le operazioni di ormeggio. Nessuno aveva avvisato dell’emergenza. Anche i Carabinieri furono colti di sorpresa. Iniziammo a fare sbarcare quelli che si sarebbero contati poi come 304 profughi eritrei e somali. La prima a sbarcare fu una donna eritrea con un bambino di dieci giorni in braccio. Erano già arrivate circa 380 persone durante la notte e ne sarebbero sbarcate 262 più tardi, verso le 16... è stata un esperienza di forte umanità, difficilmente la dimenticherò».
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Claudia fa parte dell’unica associazione volontaria di Linosa, la Guardia Costiera Ausiliaria. Dopo qualche momento di choc, utile anche per raccogliere le idee, si è attivata anche grazie a lei la solidarietà dell’isola: spontanea e silenziosa. Avvisati i carabinieri di quanto stava accadendo, Claudia e le altre donne dell’isola si diedero da fare per prestare i primi soccorsi agli uomini, ma soprattutto alle donne e ai bambini appena arrivati. La guardia medica, allora presidiata da un unico medico, la dottoressa Francesca Limuli, era un brulicare di bimbi che giocavano poco fuori l’ingresso, di linosane che continuavano a portare vestiti, pannolini e scarpe, e di donne che sotto pesanti vestiti tradizionali africani, portavano in corpo, sotto forma di piaghe, i segni di un viaggio passato forzatamente sedute fra acqua salata, nafta e urina.
«Nonostante il dramma già vissuto e la stanchezza», ricorda ancora Claudia, «la differenza di etnia e nazionalità fra somale ed eritree si manifestò nella forza che alcune ospiti avevano ancora per litigarsi il posto letto approntato loro dal parroco in oratorio».
Il resto del racconto è un susseguirsi orgoglioso di flash e immagini che rievocano momenti troppo brevi per lasciare spazio a riflessioni o titubanze varie.
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Quello che a Lampedusa hanno fronteggiato su più giorni e, in proporzione, con una capacità di mezzi e risorse infinitamente più grande, a Linosa lo si è ritrovato tutto in un unico giorno.
Se erano solo in 300 (su 400 abitanti) i residenti presenti sull’isola durante quella giornata di fine inverno, i disperati accolti li superavano più di tre volte come numero. Mettendo a rischio le scorte di acqua, latte, pannolini, abbigliamento e generi di primo soccorso già scarse sull’isola, fortemente legata alle condizioni del mare. «A quanti nodi soffierà il vento?» questa la domanda che si pone con cadenza oraria chi vive normalmente a Linosa, e non è certo per mancanza di argomenti che si parla del tempo qui. La vera isola in questa zona del mediterraneo è proprio Linosa. Le altre sono grandi abbastanza per farci correre un aereo. 

Quando l’estate scorsa Emanuele Crialese (già regista di Respiro – film girato a Lampedusa – e di Nuovo Mondo, sempre ambientato in Sicilia) ha diretto le riprese di Terraferma (di prossima uscita) partecipò tutta l’isola. Molti linosani rientrarono appositamente per far parte delle comparse, per realizzare le scenografie o semplicemente per prendersi cura del cast: quasi cento continentali. Il film, che narra di una indefinita isola del mediterraneo, meta turistica e paradiso naturale, dove, in piena “stagione”, ci si ritrova, ospiti e ospitanti, ad affrontare degli sbarchi di migranti dall’Africa. Questa esperienza cinematografica per l’isola ha rappresentato un evento carico di ricordi e di episodi, alcuni anche divertenti, come quando durante le riprese avvenne realmente uno sbarco con i carabinieri messi a dura prova fra sbarcati “veri” e comparse. E una di queste comparse, Daniel eritreo ora regolare ad Agrigento, era realmente passato per Linosa nel 2007 e non appena sceso dall’aliscafo con gli altri figuranti, cercò, riconobbe e ringraziò profondamente chi qualche anno prima, durante un pericoloso naufragio gli salvò la vita: Salvatore.
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«Linosa è come fosse un’altra barca». Spiega Salvatore Tuccio. Se da qualche TV nazionale sono state trasmesse immagini di Linosa, rarissime, e se sul web ci sono numerosi video a firma “Aethus” (dall’antico nome dell’isola) è merito suo. Videomaker linosano, segue il fenomeno degli sbarchi sulle Pelagie fin dai primi anni, quando si è appassionato alle tematiche dell’immigrazione, dell’integrazione e, soprattutto, ha cercato di creare un contatto, un ponte fra le due sponde del Mediterraneo. Un po’ di basi di arabo, un nome, Najib, adottato durante i suoi viaggi in Tunisia, numerose collaborazioni con giovani artisti e musicisti tunisini, lo hanno già reso noto al di là del Mare a chi è in procinto di imbarcarsi. E infatti, tramite il suo profilo facebook, durante questo ultimo periodo, è stato contattato da numerosi fratelli africani che, pieni di speranza, s’informano su cosa troveranno una volta salpati dalle coste tunisine. A niente valgono i suoi tentativi di scoraggiare chi ha già deciso di rischiare la vita, scommettendo su di un mare infido, ma se ce la fanno, il primo ad essere abbracciato è proprio lui. «L’altra sera ho chattato su Skype con due ragazzi di quelli sbarcati quel giorno. Due magrebini. Ce l’hanno fatta, sono dai parenti a Parigi». 
E allora da numeri, da 380, 304, 262… da quasi 1000, questi volti scuri, alcuni semplicemente poco più abbronzati dei nostri, diventano persone, storie, fratelli e figli. Speranze.
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Sono figli e nipoti per “Ramuzzo”, al secolo Salvatore Ramirez, impiegato comunale. Lui passa con disinvoltura e senso del dovere dal servir messa al guidare l’unica ambulanza dell’isola senza tralasciare, in caso di estrema emergenza, di accendere le luci dell’eliporto e recuperare le chiavi per aprire e preparare i locali del campo di calcetto (un po’ mal ridotto per la verità), come fece quel giorno, quando furono accolti lì i tunisini sbarcati in attesa di prendere la nave per Porto Empedocle, montalbanicamente nota col nome di “Vigata”. 
 «Il 27 marzo stavo in campagna da me, quando vedo sei ragazzi evidentemente sbarcati da poco. Mi raccontano che hanno fatto naufragio. Li accompagno in paese, dai carabinieri. Ma appena arrivo in piazza, mi accorgo che lì sono in piena emergenza: erano appena sbarcati quasi 300 persone. A quel punto è stato un continuo chiamarmi a destra e sinistra: – Ramuzzo, Ramuzzo, Ramuzzo».
Salvatore Figaro Ramirez, detto Ramuzzo, non nasconde sotto false modestie il suo ruolo da factotum instancabile: basta parlare con chi vive l’isola 365 giorni l’anno per avere una diretta conferma della sua disinteressata disponibilità e del suo essere jolly indispensabile per Linosa e i linosani. «Quando partono, per Lampedusa o Porto Empedocle, mi baciano tutti. – aggiunge riferendosi agli ospiti inattesi – Alcuni si sentono quasi in debito e ci considerano come dei salvatori alla fine di un’esperienza dove chi sopravvive ha comunque realmente visto la morte con gli occhi», riflette Ramuzzo.
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Isola e isolani si trovano per status davanti a varie difficoltà: secondo lo stesso Ramuzzo, per funzionare bene, Linosa dovrebbe cercare di risolvere tre principali problemi: i collegamenti di linea con la Sicilia, un pronto soccorso più attrezzato e che non sia solo un presidio di Guardia Medica e un servizio scolastico migliore. Per il resto, Linosa è un’isola tranquilla.
Fabio Tuccio, Capocentro della Guardia Costiera Ausiliaria (23 volontari), a questi punti aggiungerebbe anche una maggiore considerazione dal Comune che ha sede nella distante (un’ora di aliscafo se il mare vuole) Lampedusa: «Si tratta di aver assegnate delle risorse maggiori rispetto l’attuale stanziamento, sia per l’isola che per l’Associazione (che di fatto è riconosciuta come avente funzione di protezione civile), che tengano conto della condizione di svantaggio rispetto l’isola maggiore i cui collegamenti con la Sicilia non sono certo unicamente dipendenti dalle condizioni del mare».
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Pochi sanno che l’affollatissima Lampedusa – affollata spesso più da forze dell’ordine, esercito, associazioni governative, associazioni non governative, associazioni religiose, giornalisti, fotografi, cameraman, media e TV internazionali che da migranti e profughi (spesso chiamati indistintamente “clandestini”) – non è l’unica isola su cui durante gli ultimi anni ci sono stati, quasi incessantemente, i tanto temuti sbarchi.
Non tutti gli Italiani, del resto, sono a conoscenza dell’esistenza di Linosa.
Eppure Linosa è da sempre stata un approdo naturale fin dai tempi delle guerre puniche. Linosa è, inoltre, il vero punto più estremo della zolla continentale europea. La roccia nera la rende simile a una piccola Islanda, ormai silente, nel cuore del mediterraneo: un fazzoletto di terra fertile dove fichi d’india, capperi e vigneti si arrampicano fin sopra i numerosi crateri che ne caratterizzano il suo paesaggio, tutto da scoprire.
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9 maggio 2011
Intersezioni ---> POINTS DE VUE

5 maggio 2011

0011 [WIKIO] URBAN BLOG la classifica di maggio e l'inizio del viaggio in seconda classe

di Salvatore D'Agostino
«Tra Gé e Ctòn vi è un'opposizione sistematica: la prima riferisce alla Terra come qualcosa di evidente cioè chiaro, superficiale, disposto secondo l'andamento orizzontale; la seconda, all'opposto, implica l'invisibilità cioè l'oscurità, l’interno e non l’esterno, la profondità e la verticalità e non l’orizzontalità. La geografia è la descrizione che corrisponde al primo modo, che è appunto quello della visione speculare. Non si tratta perciò dell’unico modo possibile, e nemmeno del più antico di cui si abbia memoria»1. (Franco Farinelli)
Qualche giorno fa Hassan Bogdan Pautàs in un commento mi suggeriva di intraprendere un viaggio: «[...] se si vuole capire un Paese forse è meglio viaggiare in seconda classe. Se la prima classe è finta, poi, direi che non ci sono dubbi: è proprio questo che ci serve».
Mi ha convinto e non ho avuto più dubbi; ho chiesto ai responsabili di Wikio di affidare a qualche altro blog la pubblicazione mensile della classifica.
Ho ordinato le coordinate dei blog che viaggiano in seconda classe (nessuna selezione e totale inclusivismo) in una pagina che sarà costantemente aggiornata URBAN BLOG e resa a disposizione di tutti.

2 maggio 2011

0042 [MONDOBLOG] Dall'hypercard all'UrbanVoids un colloquio con Antonino Saggio

di Salvatore D'Agostino


La mia ricerca deve molto a Sherry Turkle e Henry Jenkins. Studiosi - dicevo a Giulio Pascali qui - che si pongono più domande che risposte su ciò che avviene attraverso l’uso (e l’abuso) dello schermo con mouse.

Una ricerca  sulla cronaca, storia e archeologia dell'architettura Web italiana:

In questo dialogo con Antonino Saggio ripercorro - parte - dell'archeologia, della storia e della cronaca dell'architettura Web italiana.

Salvatore D'Agostino L’idea originaria di Tim Berners-Lee - l’inventore dei protocolli che costituiscono il World Wide Web – era la condivisione di documenti tra ricercatori di tutto il mondo.
Tim Berners-Lee mette a punto la pagina bianca Web e fa sì che possa essere letta da altri utenti attraverso i link. Inventa l'ipertesto. Ricorda il suo primo ipertesto?
 

Antonino Saggio Dunque il mio primo ipertesto è del 1987. È un vero e proprio ipertesto ed è dedicato a Bryn Mawr di Louis Kahn.
Sono stato il primo docente ad utilizzare il Macintosh a Carnegie-Mellon University Pittsburgh Pa. Il mio primo corso è della primavera del 1985 (lo avevo acquistato alla fine di febbraio del 1984, sono uno dei primi 10mila acquirenti con tanto di diploma di Steve Jobs, e come si vede ne sono particolarmente orgoglioso)
. Lavoravo analizzando l'architettura con una specie di antesignano del Gis, che si chiamava Filevision. Mi interessava molto la composizione e decomposizione critica permessa da Filevision. Era un database, ma grafico! Inoltre assemblare e disassemblare l'opera di architettura era un processo interattivo. Montavo con gli studenti dei film che contenevano schermate "critiche" di Filevision e sequenze di animazioni rudimentali in 3d e file bitmap di testo o grafica. Ne uscivano film di interpretazione. Questa idea del montaggio utilizzata in questi primi esperimenti ha influenzato molto la scrittura critica successiva che fu associata appunto  - da alcuni autorevoli studiosi - ad "una sceneggiatura di scelte concrete del progetto".
Nel 1986, cercavo uno strumento che mi consentisse un sistema interattivo d'indagine e di presentazione e non solo un film. Insomma un sistema che lasciasse libera l'esplorazione critica, informativa, deduttiva! Provai con dei software per fare giochi. Erano troppo complessi da imparare per il tempo a mia disposizione. 
Per questo quando uscì HyperCard di Bill Atkinson nel 1987 feci un salto. I miei colleghi non capivano che farci!
Era invece il software del salto, il software del link, il software delle interconnessioni dinamiche!
Riportai l’interpretazione critica di Bryn Mawr dentro Hypercard e
... funzionava! Avevo anche un blocco da disegno, dove l'utente, mano a mano che l'ipertesto procedeva, disegnava la sua interpretazione rispondendo alle mie domande. L'ipertesto su Bryn Mawr cioè non era una "presentazione" sia pur interattiva, ma un percorso parzialmente guidato e parzialmente personale che voleva sviluppare il significato "critico" di una interpretazione e quindi la stretta vicinanza tra interpretazione critica e progettazione attiva.
In seguito, mentre lavoravo su Giuseppe Terragni e all'Officina del Gas, realizzai - con l'aiuto di un giovane e appassionato studente, Massimo Cesaroni - un hyper testo ben levigato. Lo presentai all'Eth di Zurigo nella primavera del 1989 e il presidente di Ecaade in quegli anni - Herbert Kramel - impose questa presentazione al Convegno di Aarhus in Danimarca del settembre del 1989. Era la prima volta - ne sono quasi certo - che si vedevano esempi di interattività in un convegno sulla didattica dell'architettura. C'era solo un'altra presentazione in quel convegno, della collega Elena Mortola, che usava anche lei Hypercard. Quindi venendo alla risposta alla tua domanda almeno nel mio caso e nella mia storia personale, ben prima di Tim Berners-Lee c'è Bill Atkinson e la sua intuizione di Hypercard. Una intuizione e un prodotto geniale  che faceva capire che cosa voleva dire muoversi in un mondo di salti, di discontinuità.  Naturalmente spostare l'interattività dai floppy ad 800k che avevamo alla fine degli anni Ottanta del Novecento alla rete web  il salto, non è stato di poco conto. Ma allo stesso tempo, Bill Atkinson è un personaggio chiave della storia dell'interattività! Ecco perché quando cominciai a richiudere questa storia di nuovo nell'architettura ho dedicato un paragrafo «a Bill».
 
Quindi, il suo primo step è stato hypercard 1987 ---> Bryn Mawr di Louis Kahn.
E dopo?
 

Dopo ho fatto un altro salto. Ho capito il concetto di reificazione. E cioè l'interattività quale caratteristica chiave dell'informatica mica serve a "narrarla" l'architettura, serve a farla!
Cioè questa caratteristica dell'informatica "trasmigra" in una architettura di nuova generazione. Questa tesi è alla base della collana "la rivoluzione informatica" che incredibilmente è giunta al 35° volume. Scrissi il concetto sin dal primo libro. Eccolo.
 

Quando inizi a scrivere in rete?

Con la rubrica Coffee Break su arch'it (ndr novembre 2000).1 Sono circa ottanta pezzi che provenivano soprattutto da articoli pubblicati su DOMUS e Costruire, riediti per la rete e in questo modo hanno allungato moltissimo la loro vita.
 

Non utilizzavi le pagine on line del sito dell'università, già da prima?

Sì, nell'ottobre del 1998.
Era una "home" e l'avevo intesa, come la possibiltà di avere uno immagine molto più "personale",  quasi "semi-privata" da affiancare alla mia attività più istituzionale. Avevo pubblicato moltissimo in cartaceo e nel  sito c'era la mia bibliografia, le tesi e altre cose un poco nascoste come i dipinti, ma le mie prime scritture organiche in rete iniziarono con Coffee Break.

Ispirato dal discorso inaugurale di Steve Job al CEO di Apple Computer e Pixar Animation Studios, pronunciato il 12 giugno 2005, il 26 ottobre 2005 decidi di aprire un blog.
Riprendo il contenuto del primo post:

 «Questa pagina è creata per contenere osservazioni e commenti al Blog in generale inteso come strumento di interconnessione.
....per una serie di ragioni ho deciso di imparare ad usare la tecnologia di IpodAudioVideoCasting. Si tratta della possibilità di pubblicare audio e video che si possono scaricare su lettori mobili. Mi sembra un progresso e il tutto mi ha divertito....
In realtà il blog ha anche altri piccoli vantaggi:
A. Consente di fare una specie di piccola televisione in house;
B. Consente di avere un format più ordinato delle news;
C. Permette, soprattutto, di avere un format semplicissimo di discussione comune. Basta cliccare su Comments (in basso) e aggiungete quello che ritenete
».
Attraverso il blog introduci l'uso del podcast2

- sia in ambito universitario che per le tue conferenze - e il canale You Tube.

Il podcast si scarica direttamente su iTunes store. Se si va sull'iTunes e si cerca "Madonna" escono le canzoni della pop star se si scrive architettura o Antonino Saggio escono le mie cose. Sono stato il primo in architettura in Italia e tra i primi cinque o sei al mondo. L'Apple all'inizio, dato che non c'era nessuno, mi aveva linkato direttamente dal suo sito.3 
Utilizzo lo stesso criterio per il canale su You Tube Video Conference and Talks of Architecture & Art.
Malevolmente mi si può chiedere, e mi è stato in effetti chiesto,  "e allora, vuole un premio?". 
Voglio invece sottolineare che ho cercato di aprire una strada di maggiore relazione ed interconnessione tra me e gli studenti. Una strada che ha dato alcuni frutti nella loro esperienza e che si scontrava e si scontra con un fatto. Che ancora oggi pochi docenti usano la mail, almeno da noi, che pochissimi hanno un sito attivo, che pochi pubblicano integralmente le tesi di laurea, per non parlare degli audio delle lezioni che sono costantemente in rete da anni. Non solo non ho avuto alcun premio, ma come spesso accade, si è creata una specie di ciambella stagna attorno al mio lavoro di docente. Questa ciambella spesso va all'estero anche a parlare di queste cose (link), raramente in Italia.

Il 5 dicembre 2009 strutturi un videoblog dal titolo 'Le puntate del compasso'. Perché usi questo tipo di comunicazione?

La sezione  'le puntate del compasso' sono una serie di puntate (ndr , , , e ) sulla crisi drammatica del sistema universitario. Mi sono esposto ben bene e nessuno potrà dire che sono rimasto immobile come se nulla fosse.

Ritieni che il tuo blog sia uno strumento utile per gli studenti?

Non saprei, in primis, serve a contenere le lezioni audio del mio corso universitario. Ho anche dei lettori, pochi, che seguono appassionatamente queste mie lezioni senza essere miei studenti.
E poi altre cose simili ad altri blog. In ogni caso il blog ha sempre creato molta poca interazione. Molto più forte è quella su facebook. Ma questo è un'altra storia.
Interessante, per esempio è stata la vicenda sul premio 'dell'accademia San Luca ai giovani architetti italiani del  2006'. Dove in un post ho fatto votare i partecipanti al concorso con il risultato che il progetto vincitore (scandalosamente ridicolo!) ha ottenuto zero, dico zero, voti.
È stato un interessante esperimento di uso del blog. Ecco il post: I partecipanti al premio San Luca decretano: Zero voti al vincitore ufficiale. 

A che cosa serve un blog per un architetto?

Basta guardare urbanvoids e poi i siti che dal 2000 fanno "tutti" i miei studenti. Niente è lineare, tutto è a rete. Quindi un blog non serve a nulla e a tutto. Dipende. 

Abbiamo ricostruito la tua cronistoria Web. Per evitare l’agiografia, passiamo alle domande.
William J. Mitchell è stato professore di 'architettura e arte dei media e della scienza' al MIT (Massachusetts Institute of technology). È morto l’11 giungo del 2010. Nel 1995 ha scritto ‘La città dei bits’, nel 1999 'E-topia', nel 2003 'Me++', tre libri che insieme costituisco una trilogia informale sull’implicazione della tecnologia nella vita quotidiana.
Interessante la sua ultima intervista del 21 gennaio 2010 rilasciata alla rivista 'Big Think'.  [Link]
Se ci permetti riprendo il finale della ‘Città dei bits’:
«Le reti, dovranno collegarsi in qualche modo; la rete del corpo sarà collegata alla rete dell’edificio, la rete dell’edificio alla rete della comunità e la rete della comunità alla rete globale. Dai sensori del gesto, indossati sui nostri corpi, all'infrastruttura mondiale sei satelliti di comunicazione e alle fibre ottiche a lunga distanza, gli elementi della bitsfera saranno infine riuniti, per formare un sistema densamente tessuto, all'interno del quale l’articolazione è collegata all'autostrada informatica.
Le incertezze e i pericoli della frontiera della bitsfera sono grandi ma vi è spazio per nuove opportunità e per la speranza. Dimentichiamo pertanto le limitate fantasie dei pantofolai videodipendenti, immaginati da Marshall McLuhan negli anni settanta. Qui sorgerà il villaggio globale».
Perché nelle università italiane non esistono degli incubatori creativi e di approfondimento come il MIT?

Il MIT ha una lunga tradizione di affiancamento alla produzione industriale e alla creazione di invenzioni e brevetti. È un vero politecnico privato. Solo all'interno di questa tradizione che è possibile continuare ad elaborare tesi innovative dal punto di vista prettamente tecnologico. 
Ho conosciuto abbastanza bene William Mitchell, incontrandolo tre o quattro volte. L'ultima credo ad un simposio cui entrambi abbiamo presentato a Philadelphia, organizzato nel 2002 da Branko Kolarevic. Ora vorrei rendere chiara una differenza. A me interessa poco questo aspetto ingegneristico: avremo.. faremo... andremo... che deriva da una specie di neo-positivismo ingegneristico cui Mitchell, con tutto il grande rispetto per il suo contributo, apparteneva. Credo fermamente, all'opposto di un risvolto puramente tecnologico, che gli strumenti materializzano lo spirito, sono la materializzazione dello spirito (come sostiene Koyrè). E quindi non è affatto vero che Garage Band su Ipad sostituirà il pianoforte (dico una cosa acclarata per chi usa veramente uno strumento musicale e sa "esattamente" che lo strumento "materializza lo spirito!"). Voglio dire che è importante non inseguire questo o quello, ma capire in profondità le crisi che gli strumenti nuovi comportano, perché queste crisi da Caravaggio e la camera oscura, agli impressionisti e la fotografia a Dillier+Scofidio o Toyo Ito e l'elettronica sono motori di modernità e sfidano e cercano la creazione di una estetica di cambiamento. Il lavoro della collana è tutto in questa direzione. Richiede un certo sforzo capire questa idea, e le sue implicazioni, me ne rendo conto rispetto ai successi glamour della rete o della tecnologia. Ma visto che me l'ha chiesto, credo sia giusto rispondere sottolineando le differenze.

Riprendo un’altra storia. Qualche anno fa su Autocad fu introdotta la visualizzazione 3D ‘Gooch’ capace di offrire una visione non fotorealistica dei volumi, attraverso delle tinte pastello.
Cercai ‘Gooch’ e scoprii un mondo. Gooch è il cognome di Bruce  e Amy, i due ideatori dell’algoritmo, messo a punto tra il 1998 e il 2000, per un dottorato di ricerca presso l’UTAH.
Basta cliccare un po’ sul sito dell’università, per capire come molte delle operazioni che gli architetti italiani elaborano da ‘default’, vengono ideate in quest’università.
Lo studio dei Gooch si basava sugli algoritmi di Phon.
Ho cercato anche 'Phong', trovando un’altra storia straordinaria, partorita nuovamente all’UTAH.
Phong in realtà era Bui Tuong Phong vietnamita, con studi a Parigi e laurea a Tolosa. Nel 1971 - all’età di 29 anni - iniziò il dottorato di ricerca presso l’UTAH, completandolo nel 1973. Fu professore alla Stanford Research Institute e pur essendo malato terminale di leucemia, riuscì a pubblicare la sua tesi di dottorato nel 1975, morendo dopo qualche giorno.
Nella tesi, aveva elaborato un algoritmo, capace di simulare al computer le ombreggiature e l’illuminazione di una superficie: Modello di riflessione di Phong.
Perché l’accademia italiana ha trascurato questo tipo di speculazione?

In questo momento insegnando due corsi e con un terzo in partenza e avendo molti studenti da seguire non sono in grado di seguire quanto lei mi dice né tanto meno rispondere ad una domanda retorica. Ho scritto e detto molto sull'università cercando di sollevare questioni di sostanza. Ai tuoi lettori rimando per brevità a questo breve articolo "Magica Università" su "L'Arca" marzo 2010. In ogni caso, personalmente ho impostato parte della mia didattica anche sulle potenziali "sociali" di google earth rivoluzionando la mia didattica del progetto. L'esperienza si chiama Urban Voids.


Lasciamo in sospeso la mia domanda retorica, avevo già intitolato questo post: Dall'hypercard all'UrbanVoids un colloquio con Antonino Saggio.
Prima della domanda finale, rimando la lettura della tua ultima iniziativa 'la prima lezione di Architettura in Italia su iPad2' direttamente nel tuo blog.
Pensando all’uso che fai dell’autopubblicazione attraverso lulu qui la tua pagina, ci racconti la tua esperienza dell'editoria on demand o dal basso?

Ho imparato ad usare Lulu attraverso la redazione, come esercizio, de Lo strumento di Caravaggio.4 Una volta fatto su Lulu consegnai il libro anche all'editore Kappa, che ne fece due edizioni tradizionali. Feci la stessa cosa con il libro, importante per mole di lavoro, fatto con gli Scanner - quattro architetti del gruppo NitroSaggio dal titolo Roma a_venire. Anche questo libro fu prima Lulu e poi edizioni Aracne. In entrambi i casi i libri si possono avere ora via gli editori tradizionali e via Lulu in questo caso anche in pdf.


Feci anche altre piccole cose, come piccole, ma dense pubblicazioni di conferenze Datemi una Corda e Costruirò. Costruzione, Etica, Geometria e Information Technology che era anche un saggio in una raccolta miscellanea. Trovo Lulu un buon sistema intermedio di pubblicazione.
Ricordo a chi mi legge che ho curato quasi 80 volumi tra la Rivoluzione Informatica e "gli Architetti" (Edilstampa, Birkhauser Marsilio, Testo&immagine) ed ho pubblicato tradizionalmente dal 1984 con Carocci, Laterza, Dedalo eccetera.


Insomma Lulu è come il mio Blog o la mia Home. Serve a estendere il livello di pubblicazione: dalla cima tradizionale con Editori con la A maiuscola al piccolo e quasi privato. Questa "estensione" dei mezzi anche della pubblicazione cartacea mi sembra uno degli aspetti della rivoluzione informatica. Oggi Van Gogh segreto è su Lulu anche in Inglese e Kappa lo sta stampando e sarà in alcune librerie, non in moltissime però perché è troppo particolare per una editoria di grande diffusione.

Che cos’è l'Urban Voids e perché ha rivoluzionato la tua didattica? 

Urbanvoids si basa su un'implementazione di Googlemap alla didattica della progettazione architettonica. È anche molte altre cose tutte combinate insieme. Ci vorrebbe un discorso apposta per descriverlo e sono sicuro che ci legge è ormai stanco. Comunque Lulu stesso ne sponsorizzò la pubblicazione consentendoci di organizzare una mostra e un convegno (che si tenne alla Galleria "come se" e fu una delle iniziative collaterali a una Festa dell'Architettura che si tenne a Roma nel 2010).
Di norma le istituzioni (Università o Ordini) sponsorizzano pubblicazioni ed eventi. Qui al contrario è stato un editore che credette talmente nell'importanza di un prodotto e nella strategia di progettazione dal basso e pro active che UrbanVoids promuoveva, che ne sponsorizzò la pubblicazione.
Comunque il libro sta qui. L'anteprima è completa e tra l'altro se si ha un ipad è bello da guardare e forse, chissà, anche da studiare.

2 maggio 2011 (ultima modifica 7 maggio 2011)
Intersezioni ---> MONDOBLOG
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Note:
1 riporto l'incipit del primo articolo: «Una pagina di Internet si apre con l'esclamazione "O Luna... O Luna di Bilbao". È in una delle decine di siti dedicati allo scintillante Museo Guggenheim completato nel 1997 nel capoluogo basco e progettato dall'architetto americano Frank Owen Gehry, Fog per gli amici».
Antonino Saggio, Frank Owen Gehry. Luna meccanica, Arch'it -Coffee Break, 8 novembre 2000 

2 Per la prima volta in Italia nell'ambito dell'architettura
3 Di questo si è occupata un poco anche la stampa qui un esempio. 
4 Antonino Saggio, Il motivo di Caravaggio Arch'it, 15 ottobre 2006 [Link] e Antonino Saggio, Lo strumento di Caravaggio,  Arch'it, 27 aprile 2007 [Link]