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15 maggio 2011

Roma, walk show ovvero i peripatetici fuori stoà

di Salvatore D'Agostino 

Stamattina sarò a Roma per una passeggiata virtualmente, nella realtà mi troverò in prossimità del rifugio Sapienza sull’Etna.

Sfruttando la tecnologia whisper talk – avete presente le audio guida dei musei? – discuteremo sull’impatto che il Web sta avendo nello spazio urbano e sociale, oltre alla mia compagnia virtuale, saranno presenti Anna Maria Bianchi, Alessio Bonetti, Giulio Paolo Calcaprina, Luca Diffuse, Rossella Ferorelli, Alberto Giampaoli, Max Giovagnoli, Luigi Greco, Carlo Infante, Luca Nicotra, Fausto Pascali, Giulio Pascali, Sara Seravalle e Stefania Vannini.

Qui per saperne di più.

Di seguito la traccia audio del mio intervento:


2 febbraio 2011

Critical Futures #2

Un dibattito sul futuro della critica architettonica

Nell'ultimo decennio, trasformazioni epocali hanno profondamente ridisegnato il contesto all'interno del quale si concepisce e si discute l'architettura. Internet ha reso possibile che informazioni e immagini gratuite fossero disponibili e fruibili istantaneamente da chiunque in ogni punto del globo. Le riviste cartacee, un tempo artefici indiscusse della critica architettonica e di design, sono state spinte a ridefinire la propria ragion d'essere e il proprio modello economico alla luce della diminuzione dei lettori; i blog hanno dato un audience potenzialmente illimitata a chiunque abbia una connessione Internet. In questo quadro, la critica architettonica in senso tradizionale sembra vicina a scomparire, non solo da Internet ma anche dalle testate cartacee. Come ha scritto Peter Kelly, direttore di Blueprint, in un recente editoriale:
«Poiché i media tradizionali e le istituzioni stesse sono diventate meno influenti, ci si chiede dove gli architetti possano rivolgersi per trovare una critica intelligente e fondata delle loro opere». 

27 settembre 2010

0078 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] In medium stat virtus (la virtù è nel medium)

A margine di queste considerazioni su OLTRE IL SENSO DEL LUOGO di Rossella Ferorelli riprendo - parte - della risposta data da Luca Molinari alla stessa.
Chiamata in quel caso, a formulare una domanda al curatore del Padiglione Italia della Biennale di Venezia attualmente in corso:
Luca Molinari: Il problema della produzione teorica nell’ambito dell’architettura contemporanea è serio ma forse dovremmo cambiare prospettiva. Forse non è più tempo di grandi narrazioni teoriche, dei volumi decisivi che spostavano i baricentri tematici, forse il sistema carsico e frammentario dei blogger contemporanei sta modificando il nostro modo di produrre e scambiare teoria in architettura. Insieme credo che la cultura architettonica debba fare uno sforzo diverso, cercare in un mondo che sta cambiando radicalmente e drammaticamente le parole, gli stimoli e le risorse per ridefinire confini disciplinari e elementi per rielaborazioni teoriche.

In medium stat virtus (la virtù è nel medium): considerazioni a margine dell’indagine

Molto è stato già detto, negli ultimi tempi, sulle caratteristiche del blog come mezzo di comunicazione; eppure, molto probabilmente è ancora da dire sull’argomento. In particolare, a margine di un’indagine che ha avuto come consapevole oggetto, appunto, dei blogger, è necessario operare qualche considerazione basilare.

In primis occorre osservare la natura ibrida dello strumento, che galleggia in un limbo – fortissimamente rappresentativo del periodo in cui viviamo – tra cultura alfabetica e cultura elettronica.
Della cultura alfabetica conserva chiaramente la struttura del diario, e presenta una certa resistenza all’integrabilità dei contenuti multimediali che invece gli deriva dalla percentuale di cultura elettronica in cui risulta calato. L’integrabilità è limitata, dicevamo, dalla rigidità della struttura linguistica con la quale i blog sono costruiti per facilitarne la gestione da parte di utenti che non conoscano approfonditamente i linguaggi di programmazione. 
È, insomma, uno strumento che permette la condivisione di contenuti non-letterari in un numero limitatissimo di modi: sostanzialmente, tramite il link e l’embedding, mentre la più evoluta delle indicizzazioni possibili è il tagging1. 
Ogni altro tipo di riferimento, sia esso interno (cioè un riferimento ad un post, contenuto in un altro post del medesimo blog) od esterno, è possibile solamente attraverso la pratica del copia-e-incolla, che è per costituzione l’ultima propaggine alfabetica, e tra l’altro la più obsoleta, a cui siamo attaccati sulla via della connessione totale.
È chiaro infatti che il concetto di copia è del tutto estraneo alla logica connettiva, perché se un oggetto/contenuto è presente in rete, dato che i gradi di separazione tra me e tale oggetto/contenuto sono annullati da una connettività totale, è del tutto inutile che esso venga replicato. Devo solamente esplicitare il collegamento diretto ad esso, e ne avrò il pieno possesso. È interessante notare come, invece, il ricorso alle tecniche del copia-e-incolla e della scrittura manuale dei link sia stato necessario nella costruzione dei post che costituiscono l’indagine e nelle conclusioni riassuntive dei dati da essa emersi.

Quindi, testimoniata la (pur assolutamente affascinante) obsolescenza dello strumento blog nella logica dell’evoluzione della rete, si potrebbe ulteriormente osservare che lo stesso format dell’intervista asseconda decisamente questa obsolescenza, tant’è vero che si presta al passaggio cartaceo, la qual cosa sarebbe anch’essa di per sé degna di un’analisi che però conviene rimandare ad altra sede.

Ci si potrebbe, però, chiedere se sia questo il giusto modo di fare un’analisi dei blog, o se un giusto modo esista. Piuttosto, una simile operazione, portando senz’altro allo scoperto i limiti di cui si è detto, deve spingerci a chiederci di quali possibilità avrebbero bisogno i blogger per meglio integrare vicendevolmente i propri contenuti, e se esistano necessità specifiche dei blogger di architettura in questo senso. Forse, un motore grafico online con una logica wiki, o in generale una più semplice interfaccia di condivisione delle immagini e dei modelli potrebbero facilitare lo scambio di informazioni tra gli utenti architetti.

Questo, per quanto riguarda il metodo.

Per entrare, invece, nel merito dell’indagine, e volendo accettare che i blogger intervistati costituiscano quantomeno un campione fortemente rappresentativo della blogosfera architettonica italiana, si deve sottolineare, come pure è stato già fatto, che questi costituiscono una percentuale irrisoria (appena lo 0,13%) degli operatori del settore presenti nel paese. Ma occorre a questo punto chiedersi: che fetta, qualitativamente parlando, di tali operatori è stata intercettata dall’indagine?

La risposta a questa domanda può aprire diversi scenari interpretativi, se si considera l’assoluta disomogeneità delle preferenze espresse dagli intervistati.

Se, infatti, consideriamo i blogger come una categoria di per sé caratterizzante (perché denota una certa confidenza con la cultura informatica e della rete, il che potrebbe implicare quantomeno un discrimine anagrafico), allora la mancanza di una linea anche solo vagamente comune nelle scelte stupisce ancora maggiormente. Il fenomeno sembrerebbe confermare la scarsissima tendenza dei titolari di blogger al reciproco confronto e scambio, o se non altro l’assenza di qualsivogliano tentativi di fare rete, direzioni di ricerca comuni, o anche solo tendenze corporative.

Ma probabilmente è sbagliato, a questo punto, attribuire una componente unitaria alla blogosfera degli architetti, anche solo su base generazionale. D’altronde, quale tratto accomuna blogger dai 20 ai 65 anni, alcuni dei quali sono studenti, altri professori, altri professionisti della progettazione o della realizzazione, certi ancora sono teorici o critici, altri solo appassionati?
Un generico senso di appartenenza ad un settore culturale/economico e poco più, probabilmente, dato che le stesse ragioni che gli autori adducono all’apertura del loro blog variano dalla ricerca teorica a quella tecnologica, dall’approfondimento di temi di attualità alla semplice promozione del proprio lavoro2.

Compatibilmente con quanto detto, infatti, i dati restituitoci dall’intervista fanno emergere preferenze che è difficile confrontare tra loro per trarne conclusioni, soprattutto statistiche.

Che tipo di considerazioni, allora, ci restano?

Ci resta constatare ancora la duplice natura culturale della nostra nazione, divisa tra una sorta di anarchico rifiuto di conformarsi ad avanguardie d’importazione ed una patologica incapacità di porre le basi per la creazione di movimenti autoctoni.
Un problema vecchio di ottant’anni, se vogliamo.

Ci resta sottolineare che questa schizofrenia coinvolge tutti i gradi dell’opinione, dal blogger autonomo ed autoreferenziale, che legge e rilegge quasi solo la sua produzione, agli istituti di formazione e ricerca, incapaci di comprendere i cambiamenti in atto e farne materia di discorso (polifonico) e di progetto.

Ci resta infine sperare che una piccola rete si stia creando proprio intorno a Wilfing Architettura e lavorare sodo per tenerla in vita.
-
27 settembre 2010
Intersezioni --->OLTRE IL SENSO DEL LUOGO

Come usare WA ----------------------------------------------------------------Cos'è WA
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Note:

1 Cfr. The era of the TAG, Derrick de Kerckhove, pdf consultabile online qui

2 Cfr. 0005 [BLOG READER] Homophilia e nuovi blog, indagine precedente ad Oltre il senso del luogo, condotta sempre da Salvatore D’Agostino, 16 maggio 2009. Disponibile online su Wilfing Architettura qui.

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L'indice dell'inchiesta:

Prologo: Maledetti imbianchini


Gli interventi:

Gli architetti dell’inchiesta

  • 3XN [1]
  • Aadrl [1]
  • Abcarius & Burns [1]
  • AKT (Adams Kara Taylor) [1]
  • Alberti, Emilio [1]
  • Alles Wird Gut [1]
  • Altro Modo [1]
  • Altro_studio (Anna Rita Emili) [1]
  • Amatori, Mirko [1]
  • Antòn Garcìa-Abril & Ensamble Studio [1]
  • Aragona, Guido [1]
  • Aravena, Alejandro [1]
  • Archingegno [1]
  • Architecture&Vision [1]
  • Architecture for Humanity (Cameron Sinclair) [1]
  • Archi-Tectonics [1]
  • Asymptote Architects [1]; [2]
  • Atelier Bow Wow [1]
  • Ban, Shigeru [1]
  • Barozzi-Veiga [1]
  • Baukuh [1]
  • Baumschlager & Eberle [1]
  • Blogger donne (Lacuocarossa, Romins, Zaha, LinaBo, Denise e tante altre) [1]; [2]
  • Bollinger+Grohmann [1]
  • BM [1]
  • C&P (Luca Cuzzolin e Pedrina Elena) [1]
  • C+S (Carlo Cappai e Maria Alessandra Segantini) [1]
  • Calatrava, Santiago [1]; [2]; [3]; [4]
  • Campo Baeza, Alberto [1]
  • Carta, Maurizio [1]
  • CASE (David Fano) [1]
  • Catalano, Claudio [1]
  • Cirugeda, Santiago [1]
  • Clément, Gilles [1]
  • Cogliandro, Antonino [1]
  • Contemporary Architectural Practice - Ali Rahim [1]
  • Contin, Giulio [1]
  • Coppola, Dario [1]
  • Cosenza, Roberto [1]
  • Critical garden [1]
  • Cucinella, Mario [1]; [2]; [3]
  • Dal Toso, Francesco [1]
  • De Carlo, Giancarlo [1]
  • Decq, Odile [1]
  • Design Institute Cinesi [1]
  • Diffuse, Luca [1]; [2]
  • Diller Scofidio+Renfro [1]; [2]
  • Dogma [1]
  • Douglis, Evan [1]
  • Duminuco, Enzo [1]
  • Eifler, John [1]
  • Eisenman, Peter [1]; [2]
  • Elastik (Igor Kebel) [1]
  • EMBT | Enric Miralles - Benedetta Tagliabue | Arquitectes associats [1]; [2]
  • Emergent Architecture (Tom Wiscombe) [1]
  • Ferrater, Carlos [1]
  • Florio, Riccardo [1]
  • FOA [1]
  • Galantino, Mauro [1]
  • Garzotto, Andrea [1]
  • Gehl Architects [1]
  • Gehry, Frank Owen [1]; [2]
  • Gelmini, Gianluca [1]
  • Grasso Cannizzo, Maria Giuseppina [1]; [2]
  • Graziano, Andrea [1]; [2]
  • Graypants (Seth Grizzle e Jon Junker) [1]
  • Gregotti, Vittorio [1]
  • Guidacci, Raimondo [1]
  • Hadid, Zaha [1]; [2]; [3]: [4]
  • Hensel, Michael [1]
  • Herzog & De Meuron [1]; [2]
  • Holl, Steven [1]
  • Hosoya Schaefer architects [1]
  • Ingels, Bjarke [1]
  • Ishigami, Junya [1]
  • Kahn, Louis [1]
  • Kakehi, Takuma [1]
  • Knowcoo Design Group [1]
  • Kokkugia [1]
  • Koolhaas, Rem [1]; [2]; [3]
  • Kudless, Andrew [1]
  • Kuma, Kengo [1]; [2]
  • Lacaton e Vassal [1]
  • Lancio, Franco [1]
  • Libeskind, Daniel [1]
  • Le Corbusier [1]
  • Lomonte, Ciro [1]
  • Lynn, Greg [1]
  • MAB [1]
  • Made In [1]
  • Mau, Bruce [1]
  • MECANOO [1]
  • Melograni, Carlo [1]
  • Menges, Achim [1]
  • Moodmaker [1]
  • Morphosis [1]
  • Munari, Bruno [1]
  • Murcutt, Glenn [1]; [2]
  • MVRDV [1]
  • Najle, Ciro [1]
  • Njiric, Hrvoje [1]
  • Notarangelo, Stefano [1]
  • Nouvel, Jean [1]
  • Ofis [1]
  • Oosterhuis, Kas [1]
  • Oplà+ [1]
  • Oxman, Neri [1]
  • Palermo, Giovanni [1]
  • Pamìo, Roberto [1]
  • Parito, Giuseppe [1]
  • Park, Sangwook [1]
  • Piano, Renzo [1]; [2]; [3]; [4]; [5]; [6]
  • Piovene, Giovanni [1]
  • Pellegrini, Pietro Carlo [1]
  • Pizzigoni, Pino [1]
  • Porphyrios, Demetri [1]
  • R&Sie(n) (Francois Roche) [1]; [2]; [3]; [4]
  • RARE office [1]
  • Raumlabor [1]
  • Rogers, Richard [1]
  • Ruffi, Lapo [1]
  • Salmona, Rogelio [1]
  • SANAA (Kazuyo Sejima + Ryue Nishizawa) [1]; [2]; [3]; [4]
  • Sandbox [1]
  • Sanei Hopkins [1]
  • Sauer, Louis [1]
  • Schuwerk, Klaus [1]
  • Servino, Beniamino [1]
  • Siza, Alvaro [1]; [2]; [3]; [4]; [5];[6]
  • Soleri, Paolo [1]
  • SOM [1]
  • Sottsass, Ettore [1]
  • Souto de Moura, Eduardo [1]; [2]; [3]
  • Spacelab Architects (Luca Silenzi e Zoè Chantall Monterubbiano) [1]
  • SPAN (Matias Del Campo+Sandra Manninger) [1]
  • Spuybroek, Lars [1]
  • Studio Albanese [1]
  • Studio Albori [1]
  • Studio Balbo [1]
  • StudioMODE + MODELab [1]
  • Supermanoeuvre [1]
  • Tecla Architettura [1]
  • Tepedino, Massimo [1]
  • Terragni, Giuseppe [1]
  • Tscholl, Werner [1]
  • Tschumi, Bernard [1]
  • Uap Studio [1]
  • Uda [1]
  • UN Studio (Ben Van Berkel) [1]; [2]
  • Vanelli, Nildo [1]
  • Vanucci, Marco (Open System) [1]
  • Verdelli, Roberto [1]
  • Vulcanica Architettura [1]
  • Wiscombe, Tom [1]
  • Zoelly, Pierre [1]
  • Zordan, Filippo [1]
  • Zucca, Maurizio [1]
  • Zucchi, Cino [1]
  • Zumthor, Peter [1]; [2]; [3]; [4]; [5]; [6]

Epilogo: Il massimo di diversità nel minimo spazio

Note conclusive sull'inchiesta:

9 settembre 2010

0043 [SPECULAZIONE] Dialogo AILATI con Luca Molinari [4]

Luca Molinari non sarò io a porle le domande ma saranno 14 italiani tra architetti, scrittori, fotografi, politici e un muratore.
Sarà un dialogo tra lei e alcuni italiani.

Dialogo che sarà diviso in quattro parti: prima, seconda, terza

Antonie Manolova (Sofia): Un vuoto che rappresenta la crisi dell’architettura italiana

Simona Caleo (Roma): La migliore Italia

Stefano Mirti (Milano): Senza selezione, senza eleganza

Alessio Erioli (Bologna): Ecosistema informatico

Gianmaria Sforza (Milano): L’architettura a volume zero

Uto Pio (Facebook): L’ucronia per leggere il presente

Ettore Maria Mazzola (Roma): Tradizionale non concettuale

Alfredo Bucciante aka AlFb (Roma): Tornare normali

Giacomo Butté (Apolide asiatico): L’Italia di oggi

Mila Spicola (Palermo): Architettura democratica

Mahdy (muratore emiliano): In cantiere

Francesco Cingolani (Milano-Madrid-Parigi): Spazio reale virtuale

Rossella Ferorelli (Bari): Accademia

Louis Kruger (Bari): Qual è l’architettura italiana

Mahdy: È un immigrato regolare Egiziano, in Italia già da diversi anni. Vive e lavora al confine tra il Reggiano e il Modenese. Ha imparato il mestiere di muratore in Italia. Dopo quasi quattro anni di clandestinità, a febbraio del 2010, ha ottenuto i documenti necessari per l'emigrazione regolare in Italia. Se tutto va bene, tra circa 10 anni sarà un nuovo cittadino Italiano.

Perché gli architetti non testano direttamente, con le proprie mani, come si posano in opera i materiali innovativi e sperimentali, in modo da accorciare la catena dei miglioramenti, sia di posa che di resa e risultato?

- Luca Molinari Sono totalmente d’accordo, aggiungerei una cosa, che gli architetti dovrebbero tornare qualche anno dopo a visitare con attenzione i luoghi che hanno progettato per capire come sono stati accolti e trasformati da chi li abita e, magari, imparare qualche cosa in più! 

Francesco Cingolani: 31 anni, architetto. Collabora con lo studio Ecosistema Urbano di Madrid e lo studio HDA | Hugh Dutton Associés di Parigi. Si occupa prevalentemente di architettura parametrica, innovazione tecnologica e comunicazione. Ha fondato il progetto Meipi (cartografia digitale partecipativa) e i gruppi di ricerca architettonica e urbanistica imaginario e Thinkark."

Negli ultimi dieci o venti anni, i vari ambiti delle nostre vite sono stati fortemente caratterizzati dal fenomeno della virtualizzazione.
Questo potrebbe superficialmente portare a credere in una devalorizzazione e una perdita di significati dello spazio fisico (che a me sembra opportuno definire spazio presenziale, in opposizione allo spazio virtuale).
Un'analisi più attenta sembra invece suggerire una necessità di redefinizione della realtà fisica e sensoriale, e del suo rapporto con la virtualità.
Se consideriamo che l'architettura è la disciplina che struttura e modella il mondo fisico nel quale viviamo, quale dovrebbe essere la sua reazione, nel presente e nel futuro, a questo slittamento di significati?


- LM Ho l’impressione che dopo la prima fase di eccitazione digitale la relazione tra progetto e strumenti per renderlo possibile si sia molto evoluta. Altro discorso meriterebbe invece la nozione di spazio pubblico e il confine sempre più fluido tra pubblico e privato in cui l’esperienza digitale ha un peso molto importante e di trasformazione radicale della nostra esperienza quotidiana.

Rossella Ferorelliblogger barese, laureanda in Ingegneria Edile - Architettura con una tesi sull'origine linguistica dello spazio - appassionata di scienze cognitive e interessata al futuro in tutte le sue forme.

In occasione di una visita al Politecnico di Bari di Boris Podrecca di qualche tempo fa, ricordo di aver riesumato una intervista dell'architetto per Repubblica del maggio 2006 il cui epilogo mi aveva raggelato: «Rispetto ai giovani italiani che vengono nel mio atelier, i coetanei olandesi o svizzeri hanno più verve, ironia e immaginazione. Da voi ci sono tanti professorini, con pochi progetti realizzati ma molte chiacchiere e presenze alle mostre; vivono l’architettura attraverso le riviste, non ne conoscono a fondo le problematiche». Questa l’opinione dell’architetto austriaco, che individuava l’origine del problema «nel fatto d’aver perso due generazioni, dopo il ’68. Avete scritto libri, e sapete tutto sul Palladio o Giulio Romano, ma non come si mette una finestra».
Vorrei dunque proporle una riflessione sull’ambito teorico dell’architettura in generale, ed in particolare in Italia. Come è possibile, infatti, che il problema della generale depressione del settore sia quello individuato da Podrecca, se nemmeno nel campo della ricerca teorica (distinguendo nettamente questo dall’ambito storico) alcunché di memorabile viene effettivamente prodotto nel nostro paese da anni?
Personalmente le propongo, perché la possa mettere in discussione, una lettura del problema che individui un bagliore risolutivo nella necessità di un riaggancio tra vera teoria (cioè teoria “hardware”, delle basi filosofiche, scientifiche e politiche che stanno dietro alla funzione sociale dell’architetto), e progettazione, e vorrei a questo proposito chiederle che funzione possa ancora avere un’istituzione come la Biennale di Venezia nella spinta alla soluzione delle tare architetturali del pianeta Italia. In particolare, come studentessa, le chiedo inoltre di sbilanciarsi in una riflessione sull’ambito accademico e sui rapporti attuali e possibili tra questo e la Biennale nell’ottica di una più continua e costante tensione alla ricerca sul futuro, che non rincorra solo le vetrine dei vari festival che sono in preoccupante via di moltiplicazione.
 

- LM Il problema della produzione teorica nell’ambito dell’architettura contemporanea è serio ma forse dovremmo cambiare prospettiva. Forse non è più tempo di grandi narrazioni teoriche, dei volumi decisivi che spostavano i baricentri tematici, forse il sistema carsico e frammentario dei blogger contemporanei sta modificando il nostro modo di produrre e scambiare teoria in architettura. Insieme credo che la cultura architettonica debba fare uno sforzo diverso, cercare in un mondo che sta cambiando radicalmente e drammaticamente le parole, gli stimoli e le risorse per ridefinire confini disciplinari e elementi per rielaborazioni teoriche. Per quanto riguarda l’università non ho alcun problema a dire che la maggior parte del sistema universitario italiano è inadatto ad affrontare la situazione attuale e soprattutto a portare al suo interno quegli elementi vitali, virali e critici di cui ci sarebbe molto bisogno per combattere un irrigidimento culturale e una sindrome d’accerchiamento che l’università deve abbandonare per non morire. 

Louis Kruger: architetto italiano di origine sudafricana. Vive ad Adelfia, vicino Bari. 

Mi chiedo se la Biennale, come vetrina mediatica, consolidi solo sempre di più quel confine (i boundaries di Sejima) tra l’architettura e l’edilizia, come un ulteriore cuneo che aumenta la distanza tra l’architetto e la gente comune.
E, quindi, le chiedo se il linguaggio adottato per il Padiglione Italia, è sempre più comprensibile solo per gli addetti ai lavori e meno incline al dialogo collettivo?

- LM Ho voluto una mostra semplice e corale, densa nei contenuti ma libera di essere vissuta e attraversata da chiunque. Se riusciremo in questo obbiettivo così complesso potrò dirmi felice come curatore di questo Padiglione.

9 settembre 2010
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26 agosto 2009

0029 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] Il nido e la tela di ragno di Rossella Ferorelli

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Qui l’articolo introduttivo



Il nido e la tela di ragno di Rossella Ferorelli (*)

Per quanto riguarda l'architetto famoso, la limitazione a un solo nome mi rende la vita alquanto difficile, perché ormai da anni ho rimosso dal mio modo di pensare la categoria "il preferito". Per questo motivo, mi prendo la libertà di allargare un pochino il cerchio della mia selezione... tu fanne pure ciò che vuoi!
Mi arrogo quindi il diritto di dire almeno un paio di nomi, accuratamente selezionati tra i due paesi che detengono a mio parere la palma di più avanzati in fatto di cultura architettonica: Olanda e Giappone.

Per l'Olanda the winner is: Ben Van Berkel, frontman di UNStudio. La mia preferenza nei confronti di questo team di progettisti si giustifica con il fatto che, se è vero che gli Olandesi sono campioni in materia di sperimentazione/sperimentalismo spaziale ed hanno senz'altro in mano il futuro di tutti noi, molti di essi sono a mio parere affetti da alcune patologie estetiche, per così dire, per le quali il loro modo di rappresentare il progetto - probabilmente più che i loro progetti stessi - li fa a mio avviso retrocedere in una logica cyberpunk che continua a risentire troppo di una disturbante atmosfera anni '90. Van Berkel, invece, è in grado di coniugare una ricerca dal sapore squisitamente rotterdamense ad un inappellabile talento compositivo. Per quel che ne so, tuttavia, mi sembra gli manchi quell'approfondimento etico-politico-teorico che come sai ritengo indispensabile e che oggi non so bene dove cercare.
Per il verso nipponico, invece, devo suddividere le mie simpatia tra la storica accoppiata Sejima-Nishizawa (anche se vedo che ultimamente lavorano spesso divisi... lo studio si è sciolto a mia insaputa?) ed il rubicondo Kengo Kuma. Fondamentalmente ritengo che entrambi incarnino alla perfezione quella japan-ness in architecture di cui parla Isozaki e che per me è sinonimo di assoluta levità, di grazia allo stato puro. Identifico questa dote squisitamente orientale in una tendenza dell'architettura a farsi, per così dire, tessile, e pertanto meravigliosamente gentile (persino femminile, benché tale aggettivazione in generale mi indispettisca). Se attribuisco ai signori SANAA in generale maggiori doti nel trattare i volumi, amo Kuma più propriamente per i suoi studi sui reticoli e i tessuti, che rimandano a questioni fascinosamente organiche. Non a caso, lo sfondo del mio blog è opera sua.

Ora, per quanto riguarda il progettista non-noto, il compito mi riesce ben più arduo. Non solo perché tale progettista probabilmente è non-noto anche a me (nel senso che, essendo ancora studentessa, ho relativamente scarsi contatti con le realtà poco conosciute al grande pubblico dell'architettura), ma soprattutto perché sarebbe forse corretto e interessante fornire qualche nome della mia realtà locale, magari di studi avviati da poco, e tuttavia il contesto di riferimento potrebbe giocare da convitato di pietra, falsando (o arricchendo?) la preferenza. Faccio ugualmente questa scelta anche per promuovere l'operato di un giovane studio della mia città, Moodmaker, che ha all'attivo appena una manciata di progetti ma che, nel loro piccolo, operano un vero e proprio taglio contemporaneo nel muro di gomma che avvolge Bari da capo a piedi e fa tornare tutto sempre nelle stesse vecchie mani, con le stesse vecchie regole. Anche solo per questo, per esser riusciti qualche volta a strapparglielo, a loro va tutto il merito ed il mio incoraggiamento.

(*) I caratteri del disturbo cronico è l'altro blog curato da Rossella Ferorelli.

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