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26 maggio 2011

0013 [FUGA DI CERVELLI] Colloquio Giappone ---> Italia con Junko kirimoto

di Salvatore D'Agostino 
Fuga di cervelli è una TAG non una definizione. La TAG è contenitore di diversi 'punti di vista'.

C’eravamo lasciati con il racconto di un italiano in Giappone ripercorriamo lo stesso viaggio all'inverso: una giapponese nel cuore di Trastevere.

Salvatore D'Agostino Junko Kirimoto di anni..., originaria di..., migrante a ..., qual è il tuo mestiere? 

Junko kirimoto Sono nata a Yokohama quarantuno anni fa, ho vissuto i primi dodici anni a Tokyo, poi a Kobe; ho fatto 4 anni di università a kyoto. Subito dopo la laurea mi sono trasferita a Roma per collaborare con Massimiliano Fuksas. Sono architetto e designer.

Com'è nata la collaborazione con Massimiliano Fuksas? 

Al terzo anno di università lavoravo presso un architetto giapponese, Shin Takamatsu, molto di conosciuto all’epoca. Io stavo spesso nella sua biblioteca a leggere i suoi libri raccolti in tutto il mondo, è lì che ho trovato alcune monografie di Fuksas.
Takamatsu era un carissimo amico di Fuksas nonché il relatore della mia tesi di laurea. Ed è stato lui che ha scritto la lettera di raccomandazione a Massimiliano Fuksas per me.


Ricordo le architetture ‘post-brutaliste’ di Shin Takamatsu, pubblicate in Italia dalla rivista ARCA.
Leggendo le biografie degli architetti giapponesi, ritrovo sovente un forte connubio tra università e praticantato presso gli studi degli architetti.
Che cosa ti è rimasto della tua formazione universitaria e lavorativa? 


Detto francamente, io non amavo molto la sua architettura. Personalmente ho un altro tipo di approccio verso lo spazio. A me piaceva la sua personalità come maestro e tutt’ora sono rimasta in buoni rapporti con lui.
Mi piaceva come pensava l'architettura e la sua energia nel coinvolgere gli allievi.
Da studentessa, a differenza dei suoi collaboratori e di altri studenti, io mi comportavo come una persona normale, mi ponevo allo stesso livello. In Giappone c’è una separazione netta tra i maestri e gli allievi o studenti. Gli allievi trattano i loro maestri come se fossero Dei. Tra maestro e allievo sono difficili i dialoghi come tra persone normali. È un aspetto della cultura giapponese che non mi piace. Io riuscivo a comunicare con lui in maniera normale, come due adulti. Ovviamente c'era un enorme differenza di cultura tra me e lui. 


Che cosa hai imparato nel suo studio? 

Attitudine al lavoro e la passione per l’architettura. 

E dall'università? 

La facoltà che ho frequentato era un po' particolare. Nata un anno prima che mi iscrivessi come una facoltà di architettura sperimentale, era a numero chiuso 25 – 30 studenti.
Didatticamente non davano un gran peso alle materie di base come matematica, strutture o storia di architettura, ma puntavano tutto sulla progettazione. Infatti dal primo anno c’era la progettazione uno e chiamavano gli architetti noti come Toyo Ito, Riken Yamamoto o, appunto, Shin Takamatsu come relatori. Ospitavano anche gli architetti della AA school di Londra per conferenze o workshop.
In Giappone i professionisti possono diventare professori universitari, quando sono invitati, senza rinunciare alla libera professione. Per i professionisti insegnare all'università è un vero onore (ovviamente sono pagati anche bene).
Ritornando alla tua domanda,
grazie a questo sistema sperimentale ho imparato ad esprimere la mia idea sin dal primo anno. 

Mi piacerebbe leggere la lettera di raccomandazione di Shin Takamatsu. Perché hai scelto di lavorare per Massimiliano Fuksas? 

Perché ha uno stile che non esiste in Giappone, lui progetta l’architettura con istinto, come un pittore.
Come ti dicevo avevo letto dei libri su Massimiliano Fuksas e mi sono fatta affascinare dall'idea di lavorare per lui. Sapevo dell'amicizia con Shin Takamatsu e gli ho chiesto la sua intermediazione.
Nel giro di qualche mese mi sono trovata a Roma a lavorare nel suo studio.
Una realtà lavorativa totalmente diversa.

In che senso?

Non so come dire, ecco, mancava quel rapporto diretto o se vuoi edificante con l'architetto.
Che per me resta una prerogativa essenziale di vita.

Quanti anni hai lavorato per Massimiliano Fuksas?

Due anni e mezzo.

E dopo?


Durante l'esperienza lavorativa da Fuksas, sono stata nel cuore di Trastevere dove aveva l'ufficio. Quel periodo per me è stato un momento importante, in particolare ho conosciuto delle persone molto interessanti che venivano da tutto il mondo, Germania, USA, Francia, Svizzera, tutti cercavano di fare un'esperienza dall'architetto superstar romano. Adesso a 20 anni di distanza, sono rimasta in contatto con molte delle persone che ho conosciuto in quel periodo, tra cui il mio attuale marito che è pure partner dell'ufficio.

Mi piace il sostantivo 'ufficio' poco usato dagli architetti italiani. Dal punto di vista anagrafico sei più un architetto italiano che giapponese?

Semplicemente mi suona meglio di 'studio' non c'è un grande significato dietro.
Dentro di me ho ancora lo spirito giapponese mischiato con quello italiano che è subentrato nella mia vita.
Il lato giapponese mi serve per la creatività, mentre quello italiano per rilassarmi.

Questa tua risposta mi ha fatto venire in mente una frase di Carlo Scarpa:

«L'architettura è un linguaggio molto difficile da comprendere - è misterioso, a differenza delle altre arti, della musica in particolare, più direttamente comprensibili. In Giappone, ad esempio, si avvertono due tendenze ben distinte: il buddismo, di derivazione cinese, e lo shintoismo - tanto è vero che l'architettura cinese, pur molto gloriosa, non ci piace. Il valore di un'opera consiste nella sua esposizione - quando una cosa è espressa bene, il suo valore diviene molto alto.»1
Esistono ancora queste due anime in Giappone?

Sì. Nella nostra anima sono rimasti due religioni come cultura. Lo stato è laico, politicamente non abbiamo religione di nessun tipo e nessun partito politico religioso.
La nostra educazione, sia a casa che a scuola, è basata su queste due religioni.
Per molti aspetti, tra la cultura giapponese e quella italiana, vi è una profonda incompatibilità. 


Quali sono le incompatibilità più evidenti? 

Abitudini sul rispetto per le persone e le cose. 

Akira Kurosawa condivideva con Federico Fellini, la trasposizione visiva e narrativa in film dei suoi sogni.
Nel film 'Sogni' vi è un episodio che a rivederlo adesso sembra - nel suo dramma assoluto - profetico: Fujiama in rosso (traduzione in italiano).
Il risveglio del vulcano Fujiama causa violenti esplosioni, devastando in poco tempo il paesaggio circostante.
Un'immensa folla scappa e finisce per gettarsi da una scogliera a picco sul mare.
Un ingegnere della centrale atomica2 costruita in prossimità del monte, descrive gli effetti deleteri della radioattività a un uomo e una donna che tiene stretti a se due bambini; sono gli unici ancora in vita sul promontorio.
Prima dell'arrivo della nuvola letale l'ingegnere decide di gettarsi dalla rupe.
Nell'ultima scena si vede l'uomo lottare contro la nube tossica cercando con la giacca di allontanarla, nel tentativo estremo di proteggere la donna con i suoi figli.
Io non ho visto questo film e non so dire molto al riguardo.
Su Fukushima si sono scoperti tanti lati oscuri, l'inaffidabilità sia del governo che delle grosse aziende giapponesi come Tepco.
Questo incidente doveva succedere da tempo, come racconta Kurosawa vent’anni fa nel suo film.
In questo periodo, studiando il nucleare in Giappone - perché fin ora non ne sapevo niente - ho scoperto tante storie spaventose che è inutile elencare in questo contesto. Vorrei parlare della reazione diversa del popolo giapponese da quello italiano.
Ho un'amica che ha un fratello ingegnere che in questo momento, lavora alla centrale nucleare di Fukushima per il recupero del quinto e sesto reattore. È uno dei famosi cinquanta eroi che hanno iniziato e tuttora lavora ininterrottamente dopo l'incidente. La sua famiglia si è trasferita a Tokyo, perché abitavano a dieci km dalla centrale in un complesso di abitazione per i dipendenti dell'azienda. Il figlio di questo ingegnere di un anno e mezzo ha detto a sua zia (questa mia amica): «Kanako, non devo dire agli altri - i nuovi amichetti che incontra nella nuova città - che mio papà sta lavorando al reattore nucleare, vero?».
Questo perché rischia di non avere amici. Nella mentalità giapponese, il bimbo non viene trattato come il figlio di un eroe e rischia di essere isolato.
Anche se i bimbi sono troppo piccoli per capire, sono informati dai genitori.
Tutti questi ingegneri e operai che lavorano al nucleare sono vittime di questo incidente in prima persona, anche se i reattori non sono stati progettati da loro. Il giapponese reagisce in modo sbagliato. Se fosse successo una cosa simile in Italia, li avrebbero accolti in modo completamente diverso.
In genere dei giapponesi parlano molto bene, ma ci sono alcuni comportamenti di questo popolo che qui in Italia è difficile immaginare. Con aspetti al limite del disumano.
Forse mi sono allontanata troppo dalla tua domanda? 

No. Anzi, hai reso bene l'idea.
Mi ricollego ai temi di una tua recente intervista3, dove spiegavi che in Giappone in seguito al devastante terremoto del 1923 tutti gli edifici sia storici sia di nuova costruzione - in pochi anni - sono stati riadattati o costruiti secondo una rigida normativa antisismica.
Con realismo, dicevi, che in Italia un intervento del genere sarebbe impossibile:
«Se per ristrutturare con modalità antisismica un edificio ci si mette una vita, non ci si può stupire se poi nel frattempo avvengono delle tragedie. È una questione di priorità e di volontà politica».
Mi parli della tua esperienza di architetto in Italia? 

I miei parametri sono basati sulle due precedenti esperienze lavorative Fuksas e Takamatsu, dimenticavo anche su Kazuyo Sejima che a quei tempi era un architetto emergente.
Studi di architettura dove si lavora tantissimo, 12 – 15 ore al giorno, ovviamente sacrificando le ore personali.
Arrivo a Roma, dove praticamente lavoravamo io e un altro ragazzo giapponese, gli stranieri (tedesca, svizzero, inglese, americano e altri) e due ragazze calabresi.
Gli altri italiani si mettevano a discutere su ogni problema: lavoro, calcio, mogli, figli. Ovviamente con le mani ferme. Il mio scopo per il primo anno è stato quello di imparare bene l’italiano - non parlavo inglese - per incazzarmi con questa gente.
Nonostante ciò mi sono divertita, perché mentre in Giappone stavo chiusa in ufficio tutte le ore di veglia, qui avevo tutti i pomeriggi (dopo le sei) per passeggiare (sono arrivata nel mese di giugno, bellissimo) con un amico pittore canadese che già conoscevo prima di venire in Italia, facevo dei piccoli viaggi ogni fine settimana (tranne sotto consegna).
Il secondo anno da Fuksas, il ragazzo giapponese se ne è andato dicendo:«io me ne torno in Giappone e riprendo a lavorare. Non posso continuare a giocare». Aveva già lavorato per sette anni in un'azienda e stava aprendo il suo studio, era in Italia grazie alla borsa di studio organizzata dal ministero della cultura giapponese.
È stato sostituito da un altro ragazzo giapponese, con pari esperienza professionale.
Ricordo, che in quel periodo, gli architetti noti europei nelle loro discussioni si vantavano: «io ho un collaboratore giapponese, lavora benissimo»; «io ne ho due». Era una moda, nonché una convenienza, avere dei collaboratori giapponesi. Nello studio di Fuksas qualsiasi cosa facevamo noi giapponesi andava bene. Se per caso ci sbagliavamo, Fuksas si arrabbiava con gli altri, ma non con noi. Quest’aspetto non mi piaceva.
Poco prima di andare via è arrivato un ragazzo, che è il mio attuale marito, Massimo Alvisi. Con lui ci siamo trasferiti a Genova, perché ha iniziato a lavorare per Renzo Piano. Io ho trovato lavoro a Milano in un ufficio di interior design; facevano tutti gli interni per Gianni Versace. Mi occupavo del settore franchising nel mondo insieme ad un altro ragazzo giapponese. Il ritmo di lavoro e la professionalità erano completamente diversi da Roma. Dopo un anno ho avuto un figlio e ho smesso di lavorare.
Dopo la nascita di mio figlio abbiamo avuto il nostro primo incarico, 'INCÁ' a Barletta, un complesso industriale. All’inizio lavoravamo da casa e dopo tre anni di esperienza da Renzo Piano, Alvisi ha deciso di mettersi in proprio e trasferirsi a Roma dove ha avuto l’incarico, da parte di Renzo Piano, a seguire il cantiere dell’auditorium 'Parco della musica'.
Era l’aprile del ’98. 

Basta visitare il vostro sito (alvisikirimoto) per capire l’intensità e la qualità dei progetti dal 1998 a oggi. Senza trascurare le continue collaborazioni con studi internazionali.
Vorrei concludere il nostro dialogo con una frase che mi è venuta in mente mentre leggevo le tue risposte.
«L'Italia è ancora come la lasciai, - scriveva Johann Wolfgang von Goethe nelle note al suo secondo viaggio in Italia - ancora polvere sulle strade, ancora truffe al forestiero, si presenti come vuole.
Onestà tedesca ovunque cercherai invano, c'è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina; ognuno pensa per sé, è vano, dell'altro diffida, e i capi dello stato, pure loro, pensano solo per sé.
Bello è il paese! Ma Faustina, ahimè, più non ritrovo. Non è più questa l'Italia che lasciai con dolore».4 
Sembra che le mie esperienze italiane siano tutte negative, sia sul lato personale che professionale. Dopo la laurea, da quando mi sono staccata economicamente dai genitori, ho trascorso l’intera parte della mia vita in Italia. Sarei cresciuta diversamente se fossi rimasta solo in Giappone. Ho delle opinioni completamente diverse dai miei amici e dai colleghi giapponesi. Il Giappone, ormai, per me non è più il paese dove "tornare", ma solo da visitare, anche se dentro di me, più avanzano gli anni più mi sento di essere giapponese.
Sento di avere una qualità diversa rispetto a quelli che escono poco o non sono mai usciti dal loro paese.
Ho ancora tutta la mia vita da trascorre in questo paese. Per me l'Italia è una seconda casa. 

25 maggio 2011
  Intersezioni ---> Fuga di cervelli
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Note:
1 Conferenza tenuta all'Accademia di belle arti di Vienna il 16 novembre 1976. Testo tratto dalla monografia Electa a cura di Francesco Dal Co e Giuseppe Mazzariol del 2003: Carlo Scarpa, Può l'architettura essere poesia? (p. 283)
2 Coincidenza: la centrale nucleare che esplode nel sogno-film ha sei reattori atomici. La centrale di Fukushima Dai-ichi danneggiata dal terremoto e maremoto del l’11 marzo 2011 (Tōhoku) ha, anch'essa, sei reattori.
3 Eleonora Martini, Ma l'architettura antisismica ha evitato il peggio, Il manifesto, 12 marzo 2011. Qui
4 Fertonani Roberto (curatore), Johann Wolfgang von Goethe, Viaggio in Italia, Mondadori, I meridiani, Milano, 1987 

24 luglio 2010

0413 (finExTRA) 24 luglio 2010 ---> ARCHITETTURA ITALIANA [86] La giuria

di Salvatore D'Agostino


A studio:

- Chi è il suo architetto?

- Architetto! Ma quale architetto. L’architetto è mia moglie.

«Venezia - E' stata nominata la Giuria internazionale della 12. Mostra Internazionale di Architettura (Venezia, Giardini e Arsenale, 29 agosto - 21 novembre 2010), diretta da Kazuyo Sejima e organizzata dalla Biennale di Venezia presieduta da Paolo Baratta. La Giuria internazionale e' cosi' composta: Beatriz Colomina (Spagna), storico e critico di architettura; Francesco Dal Co (Italia), storico dell'architettura e direttore della rivista "Casabella"; Joseph Grima (Italia), curatore, saggista, critico e direttore editoriale della rivista "Domus"; Arata Isozaki (Giappone), architetto titolare di Arata Isozaki & Associates; Moritz Kung (Svizzera), curatore indipendente, responsabile del programma espositivo del deSingel International Arts Campus di Anversa; Jean Nouvel (Francia), architetto, vincitore del Pritzker Architecture Prize 2008 e Trinh T. Minh-ha (Vietnam), cineasta, scrittrice, compositrice, professor of Women's Studies and Rhetoric (Film) alla University of California, Berkeley. Il Presidente della Giuria sara' nominato dagli stessi componenti durante la loro prima riunione. La Giuria assegnera' i seguenti premi ufficiali: Leone d'oro per la migliore Partecipazione nazionale; Leone d'oro per il miglior progetto della Mostra Internazionale "People meet in Architecture"; Leone d'argento per un promettente giovane architetto della Mostra Internazionale "People meet in Architecture"».

Redazionale, BIENNALE ARCHITETTURA: NOMINATA GIURIA INTERNAZIONALE, AGI, 23 luglio 2010. Link

24 luglio 2010

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10 ottobre 2009

0066 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] Hecyra Blog di Giuliana Di Mauro

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Qui l’articolo introduttivo


Hecyra Blog di Giuliana Di Mauro

Kazuyo Sejima
Ammiro la capacità di concettualizzare la realtà e di non utopizzare il vivere in uno spazio abitabile, la pulizia delle linee nel disegno nella progettazione di esterni ed interni e soprattutto la semplicità del sistema costruttivo che usualmente utilizza.
Ritengo che queste caratteristiche contribuiscano a non far entrare questo architetto nel facile spazio dell'anacronismo e della banalità, sia concettuale che pratica.


Massimo Tepedino
Giovane architetto siciliano che vive e lavora a Barcellona (Spain) socio fondatore e progettista dello studio External Reference Architects.
I suoi lavori si inseriscono nel giusto connubio tra immaginazione e realismo definendo in dettaglio la capacità di rielaborare stili e visioni differenti, dall'impronta eclettica di Koolhaas ed Herzog & De Meuron alla rigidità della scuola giapponese.

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2 ottobre 2009

0060 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] Architetti senza tetto

Il blog degli Architetti senza tetto ha risposto dedicando all'inchiesta un post Le domandone dell'estate 2009:

Cari ArchitettiSenzaTetto, come voi ben sapete, il caro Salvatore D'Agostino ha passato l'estate a fare a tutti i blogger della terra le seguenti domande:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Ovviamente noi non potevamo sfuggirgli e allora ho pensato: visto che siamo tanti e sparsi per il mondo, diamo le nostre personali e raffinatissime risposte qui nei commenti così poi Salvatore se le ritrova pronte per il suo blog. Geniale, vero?

Comments
Posted by Rem
on 19 September, 2009, 1:15 pm
ok, inizio io.

Alla prima domanda non posso rispondere perché a me non interessano gli architetti ma le architetture (anche se "interessare" è una parola grossa e per me ormai le riviste e i siti degli architetti equivalgono un po' ad album di figurine). Inoltre penso che l'architettura sia il risultato di un processo così complesso e articolato che la figura del singolo architetto si stempera tra le tante e importanti figure professionali coinvolte, a partire proprio dal committente.

Alla seconda domanda rispondo che mi piacerebbe fare il nome di qualcuno che ancora non conosco e che mi piacerebbe conoscere (dal punto di vista dell'architettura ovviamente, non siate maliziosi), in particolare mi piacerebbe segnalare le tante blogger architette che ho scoperto in rete o che già conosco (
Lacuocarossa, Romins, Zaha, LinaBo, Denise e tante altre) e alle quali va tutto il mio incondizionato appoggio e sostegno. Perché fare l'architetto è dura ma farlo in quanto donna lo è ancora di più. E poi gli architetti uomini il loro spazio lo hanno avuto, sarebbe il caso di far posto alle donne, sono sicuro che qualcosa di nuovo da dire lo hanno.

Posted by Massimiliano
on 19 September, 2009, 3:19 pm

posso dire qual è la mia squadra del cuore?

Posted by zaha
on 19 September, 2009, 9:44 pm

infatti, non vale! ha ragione massimiliano, qui si scopre che rem è un sentimentalone! e perlomeno io, non sono all'altezza!
non voglio fare "complimenti"... quindi vado al sodo: condivido la prima risposta, in toto. e forse lo stesso concetto vale per la seconda, cioè, intendendola a mio modo (e sono sentimentalissima): un minuto di silenzio per le tante figure anonime (uomini e donne) che ogni giorno, a vario titolo, lavorano per progettare/concettualizzare/realizzare "architettura". o magari semplice edilizia, per necessario compromesso.
tanta nobiltà di sentimenti è incrinata dal fatto di riconoscersi in tale categoria?

Posted by ele
on 21 September, 2009, 8:33 am

andrò contro tendenza e mi esporrò con nomi e cognomi.
posto che condivido la visone di rem sull'architettura e le figurine, un architetto che mi sento di apprezzare, per la dedizione ad ogni singolo progetto, cui dedica il tempo necessario per uno sviluppo delle idee che non sia solo correre al progetto successivo, è
zumthor.
per altri versi, non tanto per la resa estetica, ma per l'approccio quasi filosofico, altrettanto posso dire di
sottsass.
mi spiace non nominare una donna, ma non è che ci sia granché da scegliere.

nel non conosciuto, i non architetti che hanno reso l'Italia il bel paese che è e da cui ci sarebbe ogni giorno da imparare solo guardandosi intorno, con una buona dose di umiltà.
bei tempi quelli in cui si costruiva il modello insegnato dal manuale... :->

Posted by denise
on 21 September, 2009, 11:38 am

1) giancarlo de carlo. perché credeva che il buon senso fosse utile tanto quanto un'ottima preparazione tecnica. e si vede dalle sue architetture, dai suoi scritti, dai suoi lavori a scala urbana.
2)
cuzzolin e pedrina (suggerito da peter, e condivido) ma forse sono famosi e non lo sappiamo. riescono a fare cose interessanti rispettando la norma e ascoltando l'impresa. Naturalmente potreste dire che è una osservazione banale e che è questo un principio in base al quale ogni architetto dovrebbe lavorare...

Posted by lina bo
on 24 September, 2009, 1:05 pm

... anch'io trovo qualche difficoltà a indicare un solo nome, soprattutto tra i noti, perché anch'io tendo ad apprezzare singole architetture. Proverò comunque a fare nomi e cognomi... e donna sia (bravo Rem! ), anche se in coppia o in gruppo.
NOTO •
Kazuyo Sejima. Per la luce.
NON NOTO • esclusi i presenti... vorrei comunque citare un gruppo di amici
Spacelab Architects (che contiene un'altra donna: Zoè Chantall Monterubbiano insieme a Luca Silenzi). Per la ricerca che nasce in provincia e va alla conquista dello spazio.

Posted by kazuyo
on 29 September, 2009, 11:04 pm

siza&me,
mi piace il cielo fra i suoi muri,
il mio essere donna e architetto sotto il mio tetto.

Posted by tadao
on 30 September, 2009, 1:17 pm

allora... allora... vediamo un po'... mi sembra di aver letto tra le righe scritte da rem una certa filosofia di base... ma dove l'ho incontrata... fammi pensare... ECCO!!! Il nostro premier è solito fare complimenti alla categoria femminile... ecco chi mi ricordava!!!

risposta seria (per quanto possibile...)
l'architetto noto è difficile da segnalare, soprattutto in un unico nome... ma se devo stare al giuco, ci starò... l'opera di Cino Zucchi mi interessa molto, per diverse ragioni. Una delle quali è che fa buona architettura con la stessa normativa a cui siamo soggetti noi... (il prossimo che mi dice che l'architettura è un problema di normative, gli sbatto in testa il neufert... quello per ipovedenti scritto con carattere 14pt...)

tra i meno noti non saprei... anche perché se non sono "noti" devo pescare necessariamente tra le mie conoscenze personali, ma non tra le mie conoscenze personali che i più possano conoscere... allora farei un torto a qualcuno.

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4 settembre 2009

0036 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] SANSMOT di Gianluca Saibene

Salvatore D'Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Qui l’articolo introduttivo


SANSMOT di Gianluca Saibene

Sono molto in difficoltà.
L'architetto noto che apprezzo è sicuramente il gruppo SANAA! Il lavoro di questo studio è l'unico che suscita in me ancora stupore: per la poesia, la semplicità, la chiarezza e l'invenzione.
Dire qualche cosa di nuovo rende il progetto più necessario, e credo che l'architettura contemporanea sia troppo spesso inutile.
Ci sono naturalmente molto altri. Potrei dirti: Zumthor, Siza, Mateus & Mateus, Olgiati... Ma il lavoro di questi altri grandi architetti non ha la stessa libertà del fare che ritrovo nel lavoro di Kazuyo Sejima e Ryue Nashizawa.

Per l'architetto ancora non noto, ho più difficoltà, non so quanto noto debba essere...
Ho un caro amico che progetta con grande passione, si chiama Gianluca Gelmini.
In questo momento ho pensato a lui, ma avrei un infinità di altri nomi da aggiungere...

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26 agosto 2009

0029 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] Il nido e la tela di ragno di Rossella Ferorelli

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Qui l’articolo introduttivo



Il nido e la tela di ragno di Rossella Ferorelli (*)

Per quanto riguarda l'architetto famoso, la limitazione a un solo nome mi rende la vita alquanto difficile, perché ormai da anni ho rimosso dal mio modo di pensare la categoria "il preferito". Per questo motivo, mi prendo la libertà di allargare un pochino il cerchio della mia selezione... tu fanne pure ciò che vuoi!
Mi arrogo quindi il diritto di dire almeno un paio di nomi, accuratamente selezionati tra i due paesi che detengono a mio parere la palma di più avanzati in fatto di cultura architettonica: Olanda e Giappone.

Per l'Olanda the winner is: Ben Van Berkel, frontman di UNStudio. La mia preferenza nei confronti di questo team di progettisti si giustifica con il fatto che, se è vero che gli Olandesi sono campioni in materia di sperimentazione/sperimentalismo spaziale ed hanno senz'altro in mano il futuro di tutti noi, molti di essi sono a mio parere affetti da alcune patologie estetiche, per così dire, per le quali il loro modo di rappresentare il progetto - probabilmente più che i loro progetti stessi - li fa a mio avviso retrocedere in una logica cyberpunk che continua a risentire troppo di una disturbante atmosfera anni '90. Van Berkel, invece, è in grado di coniugare una ricerca dal sapore squisitamente rotterdamense ad un inappellabile talento compositivo. Per quel che ne so, tuttavia, mi sembra gli manchi quell'approfondimento etico-politico-teorico che come sai ritengo indispensabile e che oggi non so bene dove cercare.
Per il verso nipponico, invece, devo suddividere le mie simpatia tra la storica accoppiata Sejima-Nishizawa (anche se vedo che ultimamente lavorano spesso divisi... lo studio si è sciolto a mia insaputa?) ed il rubicondo Kengo Kuma. Fondamentalmente ritengo che entrambi incarnino alla perfezione quella japan-ness in architecture di cui parla Isozaki e che per me è sinonimo di assoluta levità, di grazia allo stato puro. Identifico questa dote squisitamente orientale in una tendenza dell'architettura a farsi, per così dire, tessile, e pertanto meravigliosamente gentile (persino femminile, benché tale aggettivazione in generale mi indispettisca). Se attribuisco ai signori SANAA in generale maggiori doti nel trattare i volumi, amo Kuma più propriamente per i suoi studi sui reticoli e i tessuti, che rimandano a questioni fascinosamente organiche. Non a caso, lo sfondo del mio blog è opera sua.

Ora, per quanto riguarda il progettista non-noto, il compito mi riesce ben più arduo. Non solo perché tale progettista probabilmente è non-noto anche a me (nel senso che, essendo ancora studentessa, ho relativamente scarsi contatti con le realtà poco conosciute al grande pubblico dell'architettura), ma soprattutto perché sarebbe forse corretto e interessante fornire qualche nome della mia realtà locale, magari di studi avviati da poco, e tuttavia il contesto di riferimento potrebbe giocare da convitato di pietra, falsando (o arricchendo?) la preferenza. Faccio ugualmente questa scelta anche per promuovere l'operato di un giovane studio della mia città, Moodmaker, che ha all'attivo appena una manciata di progetti ma che, nel loro piccolo, operano un vero e proprio taglio contemporaneo nel muro di gomma che avvolge Bari da capo a piedi e fa tornare tutto sempre nelle stesse vecchie mani, con le stesse vecchie regole. Anche solo per questo, per esser riusciti qualche volta a strapparglielo, a loro va tutto il merito ed il mio incoraggiamento.

(*) I caratteri del disturbo cronico è l'altro blog curato da Rossella Ferorelli.

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