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30 marzo 2011

0005 [POINTS DE VUE] Maurizio Strippoli | Lo spleen della Bovisa

di Salvatore D'Agostino
"«Credo che l'arte sia e non possa essere se non la riproduzione fedele della natura (una setta timida ed eretica pretende che siano scartati gli oggetti di natura ripugnante, quali un vaso da notte o uno scheletro). Perciò l’industria che ci desse un risultato identico alla natura sarebbe l’arte assoluta». Un Dio vendicatore ha esaudito i voti di questa moltitudine. E Daguerre fu il suo messia. E allora la folla disse a se stessa «Giacché la fotografia ci dà tutte le garanzie desiderabili di esattezza (credono proprio, gli stolti!), l’arte è la fotografia». Da allora, la società immonda si riversò, come un solo Narciso, a contemplare la propria immagine volgare sulla lastra. Una frenesia, uno straordinario fanatismo si impossessò di tutti questi nuovi adoratori del sole." (Charles Baudelaire)1
Tra il 1865 e il 1864 Charles Baudelaire decise di camminare per Parigi e raccontare ciò che vedeva. Scrisse cinquanta fantasticherie antitetiche rispetto alle odiate - romantiche - fantasticherie di Jean-Jacques Rousseau (raccolte in Le fantasticherie del passeggiatore solitario e scritte tra il 1777 e il 1778).

Come confessò all’amico Arsène Houssaye: «È stato sfogliando almeno per la ventesima volta il famoso Gaspard de la Nuit, di Aloysius Bertrand che mi è venuta l’idea di tentare qualcosa di analogo, e di applicare alla descrizione della vita moderna, - o piuttosto di una vita moderna e più astratta - il procedimento che lui aveva usato per la pittura della vita di un tempo, così stranamente pittoresca». 2

Raccolse le sue peinture de vie - pitture di vita - in Spleen di Parigi. In questi quadri di parole, incluse i vasi da notte e gli scheletri che trovò nel suo vagare; senza edulcorare attraverso la prosa la natura, entrò nello spleen3
– letteralmente milza ovvero nella bile - del visibile parigino.

Maurizio Strippoli quest’inverno si è perso – per Wilfing Architettura - nella zona Bovisa di Milano, confessa: «un quartiere conosciuto, ma mai attentamente osservato».
I suoi points de vue come nel caso delle peinture de vie di Charles Baudelaire non si celano dietro il pittoresco.

24 marzo 2011

...a proposito della statale 18, 27 visite europee a domicilio e archphoto 2.0...

di Salvatore D'Agostino

... statale 18,

 ...da leggere: Mauro Francesco Minervino, Statale 18, Fandango, 2010.

«Oggi un antropologo non ha bisogno di andare lontano, basta girare nei dintorni della propria casa per trovarsi di fronte a un paesaggio anomalo. Il territorio come caso clinico, questo è il tema. Minervino con sdegno accorato ci dice che i calabresi stanno rovinando la Calabria e non è colpa solo dei mafiosi, ma di una mentalità diffusa nella stragrande maggioranza dei cittadini». (Recensione di Franco Arminio qui)
 

17 marzo 2011

0014 [A-B USO] Claudio Sabatino | Sarno




Antonio, Carmine e Giuseppe si sono costituiti come Comitato Civico del quartiere Serrazzeta. 
Un tempo qui a Sarno l’agricoltura era una cosa importante, era il fiore all’occhiello del paese, ma dopo la guerra è cambiato tutto. I metodi di coltivazione tradizionali hanno iniziato a non rendere più e non è mai nata una cooperativa di lavoro, per cui quando l’agricoltura ha iniziato ad industrializzarsi, i contadini sarnesi hanno iniziato ad avere difficoltà.

Da contadini, siamo diventati poliziotti, insegnanti, impiegati. E nei campetti, frazionati tra i figli dei contadini, ci abbiamo fatto gli “appartamenti” negli anni Settanta. Ancora oggi i parenti spesso vivono vicini proprio per questa abitudine di costruire dentro lo stesso appezzamento, in aggiunta alla masseria originaria.

14 marzo 2011

0003 [URBAN BLOG] Urban Experience | Cittadinanza Interattiva

di Salvatore D'Agostino

Il sottotitolo del sito Urban Experience recita: «Giocare la città tra Web e territorio».
Per capire il senso della loro attività, ne ho parlato con Carlo Infante (Bio e blog) l'artefice di questo progetto.

Salvatore D'Agostino «Il gioco è più antico della cultura, perché il concetto di cultura, per quanto possa essere definito insufficientemente, presuppone in ogni modo convivenza umana, e gli animali non hanno aspettato che gli uomini insegnassero loro a giocare». (Johan Huizinga)1 

Carlo Infante: Ottimo punto di partenza, nel risponderti penso possa essere pertinente estrarre un frammento del mio libro "Imparare giocando"2:
«La dimensione ludica da sempre rappresenta la forma più spontanea di relazione interumana: attraverso quest'interazione ci si misura con lo spazio e il tempo imparando a condividerlo.
Se il gioco è il luogo ideale della simulazione e della libera sensorialità è quindi plausibile estendere questa potenzialità nell’ambiente artificiale dell'ipermedia, dove iniziamo a dimensionarci in un nuovo spazio-tempo, quello digitale.
Qui entrano in gioco (e questa parola non capita qui per caso) altri fattori, quelli generati dall’interattività e quelli legati al “colpo d’occhio”, ovvero la velocità di rilevamento di un'immagine che produce informazione.
In questo senso alcuni videogame possono svolgere la funzione di palestra sia percettiva sia cognitiva, dal cybergame (un esempio: “Tomb Raider” con la protagonista Lara Croft, amatissima eroina virtuale) fino all'"edutainment" cosiddetto che si sta rivelando come il perno della nuova editoria multimediale.
Oltre il cd-rom, il gioco si sta poi diffondendo nella rete telematica, nel web ma anche in altre procedure di telecomunicazione, come le chat e particolari sistemi di videoconferenza. In questo nuovo contesto i giochi on line iniziano a rappresentare uno degli sviluppi potenziali della rete ed emergono particolari modalità, come il cosiddetto “role-play”, il gioco di ruolo dove si fa finta d'essere qualcun altro, come a teatro.
Ma come a teatro (quello che vale), si tratta di far finta per davvero.
Il principio del gioco che intendo esplorare in questo capitolo d'apertura, è quindi quello che riguarda essenzialmente la dinamicità delle percezioni, lo spostamento sinaptico della mente sollecitata da esperienze ipermediali o teatrali, fondamentalmente.
Ma non solo, pensate ai giochi di parole, scritti e parlati e come attraverso questi sia possibile appropriarsi del linguaggio, giocando.
È comunque nella mobilità immaginaria che troverà sviluppo la nostra evoluzione culturale in una Società dell'Informazione connotata dalla molteplicità dei segnali. Un'evoluzione possibile non per via tecnologica ma per via psicologica. Ciò sarà possibile se si riuscirà ad attivare quella flessibilità e quella selezione qualitativa che stanno alla base di un'agilità ludica in grado di giocare quella "roulette" di cui parla McLuhan, per non esserne giocati».

Quest’approccio ludico-partecipativo sta alla base del tuo lavoro romano Urban Experience dove, attraverso l’uso delle tecnologie, si ridefiniscono le percezioni urbane del cittadino contemporaneo.
Che cos’è la cittadinanza digitale? 

Lo sviluppo della nostra società riguarda l’evoluzione dell’idea di spazio pubblico, dall'invenzione del teatro nella polis greca alle piazze del Rinascimento.
È in questo quadro che s’inserisce la creazione di ambiti ludico-partecipativi per l’aggregazione giovanile anche nel web e nei social network in particolare.
Questo approccio può diventare un’opportunità per coniugare il principio basilare del sistema educativo, quello di formare cittadini, con la pratica culturale nel nuovo spazio pubblico che sta emergendo, quello di Internet.
In questo senso è importante la realizzazione di nuovi format culturali ed educativi di comunicazione interattiva per interpretare le potenzialità di ciò che viene definito il web 2.0, ovvero l’evoluzione della rete nel senso partecipativo, come il fenomeno dei blog e dei social networking ha reso evidente.
La scommessa principale in atto per quanto, riguarda l’Innovazione, è direttamente proporzionale alla capacità d’interpretare la Società dell’Informazione per ciò che può diventare: il nuovo spazio pubblico, quello di una polis fatta da informazioni prodotte dall’azione degli uomini che vivono e usano la rete come nuova opportunità di relazione sociale.
L’evoluzione del social networking (e ancor prima dei blog) rifonda il concetto d’informazione: non più solo prodotta dagli specialisti (giornalisti e autori) bensì dagli utenti dei sistemi informativi che, attraverso l’approccio interattivo, esprimono il loro diritto-dovere di cittadinanza nella società dell’informazione.
Si tratta di condivisione dello spazio pubblico rappresentato dalle reti: l'infrastruttura della società in divenire.
L’utente delle reti può trovare il modo per portare con sé, dentro la rete globale, la dimensione locale della propria soggettività e della propria comunità, per dare forma alla coscienza dinamica della propria partecipazione attiva.
Educare dopotutto significa “tirar fuori” (dal latino “educere”).
È qualcosa che è già nell’aria da tempo nella cultura digitale ma che deve ancora compiersi nell’assetto generale della res pubblica ed è per questo che è decisivo saper guardare alle nuove generazioni. Sono loro i futuri soggetti attivi di una socialità nuova che darà forma e sostanza alla figura che è ben definita da uno dei soliti neologismi: prosumer, il produttore-consumatore d’informazione.
È in questo senso che si stanno sviluppando Palestre di Cittadinanza Interattiva, una delle pratiche promosse da Urban Experience per reinventare lo spazio pubblico, tra web e territorio.
 

Che cos'è la ‘Cittadinanza Interattiva’? 

Nella Società dell'Informazione in cui stiamo vivendo è sempre più necessario rilanciare una progettazione capace di ridefinire i modelli di produzione e di scambio sociale, l’utilizzo di internet sui dispositivi mobili farà la differenza.
Accadrà quando si abbatteranno i costi di connessione anche grazie allo sviluppo assolutamente libero degli accessi wi fi.
È una condizione questa che comporta in primo luogo la ridefinizione del rapporto con il territorio, a partire dai flussi turistici nel senso lato. Questa accezione ampia di turismo riguarda anche i consumi culturali, connessi ad una forte estensione del tempo libero qualificato da una domanda di conoscenza esponenziale, un apprendimento continuo innervato alla ricerca di nuove qualità della vita.
La gestione delle risorse informative funzionali a questo rapporto nuovo con il territorio, a partire dall’uso di mappe interattive e di sistemi gps implementati sugli smart-phone, rappresenta un’innovazione emblematica.
Potremmo definirlo nomadismo cognitivo: una mobilità continua di persone e di idee che ridefinisce i termini dello spazio pubblico, tra i luoghi fisici e quelli immateriali dell’informazione on line.
Ciò comporta un’attenzione crescente sia verso l’evoluzione delle tecnologie della comunicazione sia verso quei comportamenti creativi che ne indirizzano i valori d’uso.
 

Quali sono le potenzialità di questo tipo di approccio? 

Ti rispondo attraverso una recente video-intervista fatta per WeEconomy.



Non credo che ci sia più niente da aggiungere.

Un'ultima cosa va precisata, perché è la peculiarità di urban experience. È il geoblogging, un format (qui trovate i link ai vari geoblog realizzati, da quelli sui temi futuristi a periferie raccontate da bambini come a Corviale) che abbiamo inventato ancor prima di googlemaps.
Sì, perché quando è nato a Torino per le Olimpiadi invernali nel 2006 non era possibile "scrivere storie nelle geografie".
A proposito, t'invito e v'invito, a partecipare ad un seminario che si svolgerà a maggio a Roma proprio su questo tema.

14 marzo 2011 (ultima modifica 11 novembre 2011)
Intersezioni ---> Urban blog

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Note:
1 Johan Huizinga, Homo ludens, Einaudi, 2002, p. 3
2 Carlo Infante, Imparare giocando. Interattività fra teatro e ipermedia,Roma, Bollati Boringhieri, 2000


8 marzo 2011

0041 [MONDOBLOG] Per chi si scrive? | Geoff Manaugh

di Salvatore D'Agostino
Leggi le altre puntate del Corso di blog: La storiaL'attrezzaturaI contenuti e Il futuro
English translation

Geoff Manaugh è un critico statunitense, vive a Los Angeles ed è nato nel 1976.

Nel 2004 ha lanciato il blog BLDGBLOG. Nel 2007 ha ricevuto una telefonata da parte di Joseph Grima (1977) che lo invitava a partecipare al primo POSTOPOLIS! un evento dove quattro blogger, di quattro diverse città, si davano appuntamento per conversare di architettura, urbanistica, paesaggio e design allo Storefront for Art and Architecture.
Nel 2009 ha pubblicato The BLDGBLOG Book una raccolta dei suoi migliori post. Nel 2011 ha partecipato al Critical futures #1 organizzato da Joseph Grima per Domus. Attualmente insegna presso la School of Architecture, University of Southern California di Los Angeles. 

A seguire pubblico la quarta puntata del suo Corso di blog scritto per la rivista Abitare. Dopo la Storia, l'attrezzatura e i Contenuti è arrivato il momento del Pubblico.


di Geoff Manaugh*

Sino a questo momento il corso ha preso in considerazione le nozioni fondamentali del blogging, concentrandosi in particolare su questioni come contenuto e definizione: ci siamo per esempio chiesti quale sia l’estensione del campo dell’architettura oggi, quali siano le forme della scrittura più adatte a descriverlo, e infine come si opera per trasformare queste domande in un blog di architettura.
C’è tuttavia ancora un tema del quale non abbiamo parlato abbastanza, cioè il pubblico. È arrivato ora il momento di capire chi è oggi interessato a leggere di architettura, quali sono le sue aspettative, qual è la sua formazione culturale e infine quali sono i canali attraverso cui i blogger possono raggiungere questi nuovi potenziali lettori.

Insomma, a che tipo di pubblico può rivolgersi un blog di architettura?

In questa lezione vedremo come si fa a sottoporre scritti e immagini all'attenzione di persone che a noi sono quasi totalmente sconosciute, stimolando la loro curiosità al punto di farle poi ritornare a leggere il blog.
Bisogna iniziare dicendo sin dal principio che l’architettura ha un pubblico di dimensioni vastissime. L’architettura non è un settore di nicchia o una disciplina marginale e dimenticata.
Ci sono letteralmente milioni di persone che vogliono leggere di architettura – e questo non significa che vogliano leggere di Le Corbusier, di parametricismo o di Daniel Libeskind. Significa che vogliono leggere idee appassionanti e ragionare di spazio.

Nelle lezioni precedenti abbiamo avuto numerose occasioni di ricordare quanto sia aperta la definizione degli argomenti pertinenti all’architettura. Ormai possiamo affermare tranquillamente – e non abbiamo dunque bisogno di ripeterlo – che quando scriviamo di architettura possiamo scrivere della scenografia di un film, dei livelli di difficoltà di un videogioco, di un romanzo che narra di case stregate, di antiche città sepolte appena riportate alla luce, di guerriglia urbana, di disturbi neuro-motori, di sanità pubblica, e di altro ancora.
È chiaro, tuttavia, quanto contenuto e pubblico siano intimamente connessi. Il contenuto è in realtà spesso il modo più diretto ed efficace per raggiungere il pubblico dei lettori.
I blog di architettura devono parlare in maniera specializzata di progettazione e spazio, ma allo stesso tempo devono anche essere in grado di toccare questioni di economia, politica, geografia e letteratura. Anche se un blog di architettura non pubblicasse mai immagini di edifici e si occupasse solo del prezzo globale dell’acciaio o di tasse e assicurazioni applicate all'edilizia, rimarrebbe comunque un blog di architettura.


In ogni caso, bisogna assolutamente evitare di partire dal presupposto che i vostri unici potenziali lettori saranno altri architetti, designer o blogger che scrivono di arte. Scartate soprattutto l’idea che stiate scrivendo esclusivamente per gente che pratica l’architettura professionalmente. Un post su un nuovo parcheggio a pagamento a Miami può essere interessante per un economista come per un professore di economia aziendale, per un appassionato di motori come per un produttore televisivo. Allo stesso modo, un post sull'architettura dei planetari di metà Novecento sarà letto con lo stesso o forse con maggiore coinvolgimento sia da appassionati di scienze che da storici dell’architettura.
Questi lettori, appunto, non si occupano di architettura né come professionisti né come accademici. Tuttavia sono loro il pubblico di riferimento dell’architettura – anzi, arriverei a dire che loro sono la maggioranza, anche se non riconosciuta, di quel pubblico.

Dopo tutto, questi due semplici esempi già rivelano un aspetto eccezionale dello scrivere d’architettura in Rete, ovvero che il vostro pubblico più ampio e più entusiasta potrebbe in realtà non avere alcuna connessione professionale con il mondo dell’architettura. Questi blog hanno un’attrattiva molto ampia, e questo pubblico tanto vasto deve essere accolto e assolutamente non rigettato a priori solo perché non è esperto di teoria dell’architettura. Allo stesso modo, si può anche avanzare un’ipotesi forse azzardata ma davvero entusiasmante, cioè che gli autori della scrittura architettonica di migliore qualità in Rete oggi siano persone che non hanno alcuna connessione con quella che nostalgicamente ricordiamo come critica architettonica o con quello che ancora consideriamo giornalismo d’architettura.
Bisogna anche tenere sempre presente che qualsiasi cosa scriviate  in Rete può trovarsi ad un solo click di distanza da potenziali lettori che non avevano mai sospettato di nutrire alcun interesse  per la progettazione. Situazioni di inaspettata prossimità  e diffusione trasversale di questo tipo sono molto più difficili  da ottenere attraverso formati tradizionali come il giornalismo  stampato e i libri. Questo è vero in particolare per quelli che non hanno facile accesso alle biblioteche, e in un momento come questo, in cui tante librerie chiudono i battenti.


Oggi ci sono sempre più voci che invitano ad abbandonare i blog e a ritornare a una situazione ormai obsoleta, in cui i critici d’architettura potevano vantarsi di essere gli unici interpreti adeguati della materia, e in cui gli esperti riconosciuti del mondo accademico controllavano di generazione  in generazione gli argomenti di cui discutere. A questa tendenza regressiva bisogna opporre una decisa resistenza: è arrivato il momento per una contro-riforma. Se è vero, come sembra, che i blog ancora non sono riusciti a produrre un nuovo discorso architettonico organico, io sono convinto che in realtà questo sia dovuto al fatto che c’è necessità di aprire ulteriormente le porte. Bisogna espandere il pubblico dei lettori di scrittura architettonica ancora di più. Non c’è alcun motivo o necessità di smettere di sperimentare, di soffocare nuove voci nascenti, e di ritornare a quelle comunità isolate in cui si scriveva per gruppi piccoli e specifici, spesso legati strettamente al mondo accademico.

C`è un’altra cosa da dire. Anche se finora ho cercato di convincervi che il pubblico della scrittura architettonica è ampio e in crescita, ho tuttavia considerato questi sviluppi solo in termini quantitativi.
Un argomento forte e convincente che potrebbe essere usato per controbattere le mie tesi è quello che il semplice numero dei lettori, per quanto grande, è in sé privo di significato. Infatti, abbiamo bisogno di un migliore dibattito, e non solo di più persone che parlano. Abbiamo bisogno di qualità, non di popolarità. Per questa contro-argomentazione si può trovare abbondante evidenza in Rete, specialmente in quelle sequenze di commenti nei blog che spesso si spengono nella loro superficialità, quando non decadono addirittura in pure battaglie, con insulti che volano da un campo all’altro.


Inoltre, se diamo uno sguardo rapido a qualche blog di architettura, un elemento tipico che  troviamo dappertutto è rappresentato da quei gruppi di lettori  ingenui che non hanno alcun senso della storia e continuano  a riscoprire l’acqua calda, promuovendo con entusiasmo concetti o idee che sono state pensate, discusse e rigettate per buone ragioni decenni e decenni fa. La cosa peggiore in questi cicli di amnesia è che si ha la sensazione che il pensiero architettonico non possa mai progredire, ma che sia condannato a ripetere se stesso perpetuamente.

È importante tenere bene a mente questi rischi. La situazione che delineano non solo è negativa per lo sviluppo intellettuale dell’architettura, ma anche noiosissima. Non ha senso invitare chiunque a prendere parte ad una conversazione sull’architettura se questo semplicemente degenera in una fine ingloriosa della discussione, senza né nuove idee rappresentate, né risposte a vecchi quesiti, né soluzioni per problemi emergenti.
Devo dire però che queste contro-argomentazioni sono anche molto allarmiste. In effetti, il vero rischio non è semplicemente connesso alla creazione di blog aperti a tutti. Non dobbiamo rispondere abbandonando completamente il progetto di una scrittura architettonica rivolta ad un pubblico generale, ma semplicemente impegnarci a scrivere bene i nostri blog.
Infatti è vero che oggi è facile trovare nei blog ripetizioni prive di interesse di idee abbandonate, che vengono sostenute in vita in maniera acritica. Si possono trovare concetti e progetti messi in circolazione da Hans Hollein, Buckminster Fuller, Archigram, perfino da bizzarre figure del ventesimo secolo come Ayn Rand. Ma è anche vero che nei blog si trovano alcuni esempi davvero notevoli di idee sullo spazio in forma tanto radicalmente re-contestualizzata, anche se per ignoranza o per caso, che comunque qualcosa di criticamente nuovo ne emerge come risultato.

Questi cortocircuiti, per così dire, all’interno dell’archivio, per cui strane combinazioni di idee e di approcci fanno incontrare platee precedentemente lontane, con un diverso sostrato culturale, diverse esperienze dello spazio e diverse cose da insegnarsi reciprocamente, stanno portando a un livello superiore l’essenza di cosa sia veramente interessante in architettura.
Sarebbe un errore che avrebbe effetto su un’intera generazione se arrivati a questo punto dovessimo fermarci e accettare i richiami sempre più frequenti che ci chiedono di tornare  alla critica architettonica tradizionale e al suo pubblico di nicchia, invece di andare avanti e difendere l’idea che l’architettura vada portata ovunque. Bisogna scrivere di qualsiasi cosa riguardi lo spazio, di qualsiasi cosa sia appassionante per l’immaginazione di lettori nuovi ed emergenti.


Si deve accogliere favorevolmente il fatto eccezionale che le idee di architettura abbiano oggi un enorme pubblico di lettori – un pubblico molto più ampio di quello che hanno gli stessi edifici. Dobbiamo solo ricordarci di usare il linguaggio giusto quando scriviamo per loro. 

8 marzo 2011
Intersezioni ---> MONDOBLOG
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Note:
* Pubblicazione autorizzata da Abitare.
Geoff Manaugh, Blogging 101 - La storia Abitare n. 510, marzo 2011, pp. 150-153

Audience | Blogging 101 | Geoff Manaugh


In this series so far, we’ve considered the fundamentals of blogging, with a strong focus on questions of content and definition: what constitutes the domain of “architecture” today, what forms of writing are most useful for describing it, and what it takes then to turn these sorts of questions into an architecture blog.
But something we have not spent much time discussing is audience: who wants to read about architecture today, what sorts of expectations and backgrounds they themselves might have, and how a blogger can find those people in the first place.

After all, who is the audience for an architecture blog?

5 marzo 2011

0009 [WIKIO] URBAN BLOG la classifica di marzo | Liberi cartellopoli e molte piazze italiane, prossima tappa i fori imperiali

di Salvatore D'Agostino

Ricordate l'ultima domanda dell'intervista al responsabile di Cartellopoli?

WA Quali sono i tempi giuridici?

Cartellopoli Speriamo di riavere cartellopoli all'inizio del 2011.

Il memento di febbraio?

WA Ci sono novità?

Cartellopoli Ancora nessuna risposta. L'istanza di dissequestro è stata inviata il 12 di gennaio. E ci vuole un mesetto. Speriamo non di più!
Ecco la domanda di marzo Com'è andata a finire con l'istanza di dissequestro?
Cartellopoli È stata accettata oggi (ndr 3 marzo) spero di riattivare il blog la prossima settimana.

Prima buona notizia.

1 marzo 2011

...a proposito di San Rocco, Incompiuto siciliano e Critical futures #3...

di Salvatore D'Agostino

…San Rocco,
 

Che cos’è San Rocco?  Una rivista di architettura che ancora non ho letto.
È appena uscito il secondo dei venti numeri  previsti (la prima rivista italiana con la scadenza) dal tema/titolo ISLANDS.