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14 marzo 2011

0003 [URBAN BLOG] Urban Experience | Cittadinanza Interattiva

di Salvatore D'Agostino

Il sottotitolo del sito Urban Experience recita: «Giocare la città tra Web e territorio».
Per capire il senso della loro attività, ne ho parlato con Carlo Infante (Bio e blog) l'artefice di questo progetto.

Salvatore D'Agostino «Il gioco è più antico della cultura, perché il concetto di cultura, per quanto possa essere definito insufficientemente, presuppone in ogni modo convivenza umana, e gli animali non hanno aspettato che gli uomini insegnassero loro a giocare». (Johan Huizinga)1 

Carlo Infante: Ottimo punto di partenza, nel risponderti penso possa essere pertinente estrarre un frammento del mio libro "Imparare giocando"2:
«La dimensione ludica da sempre rappresenta la forma più spontanea di relazione interumana: attraverso quest'interazione ci si misura con lo spazio e il tempo imparando a condividerlo.
Se il gioco è il luogo ideale della simulazione e della libera sensorialità è quindi plausibile estendere questa potenzialità nell’ambiente artificiale dell'ipermedia, dove iniziamo a dimensionarci in un nuovo spazio-tempo, quello digitale.
Qui entrano in gioco (e questa parola non capita qui per caso) altri fattori, quelli generati dall’interattività e quelli legati al “colpo d’occhio”, ovvero la velocità di rilevamento di un'immagine che produce informazione.
In questo senso alcuni videogame possono svolgere la funzione di palestra sia percettiva sia cognitiva, dal cybergame (un esempio: “Tomb Raider” con la protagonista Lara Croft, amatissima eroina virtuale) fino all'"edutainment" cosiddetto che si sta rivelando come il perno della nuova editoria multimediale.
Oltre il cd-rom, il gioco si sta poi diffondendo nella rete telematica, nel web ma anche in altre procedure di telecomunicazione, come le chat e particolari sistemi di videoconferenza. In questo nuovo contesto i giochi on line iniziano a rappresentare uno degli sviluppi potenziali della rete ed emergono particolari modalità, come il cosiddetto “role-play”, il gioco di ruolo dove si fa finta d'essere qualcun altro, come a teatro.
Ma come a teatro (quello che vale), si tratta di far finta per davvero.
Il principio del gioco che intendo esplorare in questo capitolo d'apertura, è quindi quello che riguarda essenzialmente la dinamicità delle percezioni, lo spostamento sinaptico della mente sollecitata da esperienze ipermediali o teatrali, fondamentalmente.
Ma non solo, pensate ai giochi di parole, scritti e parlati e come attraverso questi sia possibile appropriarsi del linguaggio, giocando.
È comunque nella mobilità immaginaria che troverà sviluppo la nostra evoluzione culturale in una Società dell'Informazione connotata dalla molteplicità dei segnali. Un'evoluzione possibile non per via tecnologica ma per via psicologica. Ciò sarà possibile se si riuscirà ad attivare quella flessibilità e quella selezione qualitativa che stanno alla base di un'agilità ludica in grado di giocare quella "roulette" di cui parla McLuhan, per non esserne giocati».

Quest’approccio ludico-partecipativo sta alla base del tuo lavoro romano Urban Experience dove, attraverso l’uso delle tecnologie, si ridefiniscono le percezioni urbane del cittadino contemporaneo.
Che cos’è la cittadinanza digitale? 

Lo sviluppo della nostra società riguarda l’evoluzione dell’idea di spazio pubblico, dall'invenzione del teatro nella polis greca alle piazze del Rinascimento.
È in questo quadro che s’inserisce la creazione di ambiti ludico-partecipativi per l’aggregazione giovanile anche nel web e nei social network in particolare.
Questo approccio può diventare un’opportunità per coniugare il principio basilare del sistema educativo, quello di formare cittadini, con la pratica culturale nel nuovo spazio pubblico che sta emergendo, quello di Internet.
In questo senso è importante la realizzazione di nuovi format culturali ed educativi di comunicazione interattiva per interpretare le potenzialità di ciò che viene definito il web 2.0, ovvero l’evoluzione della rete nel senso partecipativo, come il fenomeno dei blog e dei social networking ha reso evidente.
La scommessa principale in atto per quanto, riguarda l’Innovazione, è direttamente proporzionale alla capacità d’interpretare la Società dell’Informazione per ciò che può diventare: il nuovo spazio pubblico, quello di una polis fatta da informazioni prodotte dall’azione degli uomini che vivono e usano la rete come nuova opportunità di relazione sociale.
L’evoluzione del social networking (e ancor prima dei blog) rifonda il concetto d’informazione: non più solo prodotta dagli specialisti (giornalisti e autori) bensì dagli utenti dei sistemi informativi che, attraverso l’approccio interattivo, esprimono il loro diritto-dovere di cittadinanza nella società dell’informazione.
Si tratta di condivisione dello spazio pubblico rappresentato dalle reti: l'infrastruttura della società in divenire.
L’utente delle reti può trovare il modo per portare con sé, dentro la rete globale, la dimensione locale della propria soggettività e della propria comunità, per dare forma alla coscienza dinamica della propria partecipazione attiva.
Educare dopotutto significa “tirar fuori” (dal latino “educere”).
È qualcosa che è già nell’aria da tempo nella cultura digitale ma che deve ancora compiersi nell’assetto generale della res pubblica ed è per questo che è decisivo saper guardare alle nuove generazioni. Sono loro i futuri soggetti attivi di una socialità nuova che darà forma e sostanza alla figura che è ben definita da uno dei soliti neologismi: prosumer, il produttore-consumatore d’informazione.
È in questo senso che si stanno sviluppando Palestre di Cittadinanza Interattiva, una delle pratiche promosse da Urban Experience per reinventare lo spazio pubblico, tra web e territorio.
 

Che cos'è la ‘Cittadinanza Interattiva’? 

Nella Società dell'Informazione in cui stiamo vivendo è sempre più necessario rilanciare una progettazione capace di ridefinire i modelli di produzione e di scambio sociale, l’utilizzo di internet sui dispositivi mobili farà la differenza.
Accadrà quando si abbatteranno i costi di connessione anche grazie allo sviluppo assolutamente libero degli accessi wi fi.
È una condizione questa che comporta in primo luogo la ridefinizione del rapporto con il territorio, a partire dai flussi turistici nel senso lato. Questa accezione ampia di turismo riguarda anche i consumi culturali, connessi ad una forte estensione del tempo libero qualificato da una domanda di conoscenza esponenziale, un apprendimento continuo innervato alla ricerca di nuove qualità della vita.
La gestione delle risorse informative funzionali a questo rapporto nuovo con il territorio, a partire dall’uso di mappe interattive e di sistemi gps implementati sugli smart-phone, rappresenta un’innovazione emblematica.
Potremmo definirlo nomadismo cognitivo: una mobilità continua di persone e di idee che ridefinisce i termini dello spazio pubblico, tra i luoghi fisici e quelli immateriali dell’informazione on line.
Ciò comporta un’attenzione crescente sia verso l’evoluzione delle tecnologie della comunicazione sia verso quei comportamenti creativi che ne indirizzano i valori d’uso.
 

Quali sono le potenzialità di questo tipo di approccio? 

Ti rispondo attraverso una recente video-intervista fatta per WeEconomy.



Non credo che ci sia più niente da aggiungere.

Un'ultima cosa va precisata, perché è la peculiarità di urban experience. È il geoblogging, un format (qui trovate i link ai vari geoblog realizzati, da quelli sui temi futuristi a periferie raccontate da bambini come a Corviale) che abbiamo inventato ancor prima di googlemaps.
Sì, perché quando è nato a Torino per le Olimpiadi invernali nel 2006 non era possibile "scrivere storie nelle geografie".
A proposito, t'invito e v'invito, a partecipare ad un seminario che si svolgerà a maggio a Roma proprio su questo tema.

14 marzo 2011 (ultima modifica 11 novembre 2011)
Intersezioni ---> Urban blog

_______________________________________
Note:
1 Johan Huizinga, Homo ludens, Einaudi, 2002, p. 3
2 Carlo Infante, Imparare giocando. Interattività fra teatro e ipermedia,Roma, Bollati Boringhieri, 2000


15 commenti:

  1. prendo a prestito la frase di Carlo

    "L’evoluzione del social networking (e ancor prima dei blog) rifonda il concetto d’informazione: non più solo prodotta dagli specialisti (giornalisti e autori) bensì dagli utenti dei sistemi informativi che, attraverso l’approccio interattivo, esprimono il loro diritto-dovere di cittadinanza nella società dell’informazione."

    per riformularla più o meno così ad uso (riflessivo) degli architetti contemporanei:

    L’evoluzione del social networking (e ancor prima dei blog) porterà a rifondare il concetto della progettazione architettonica (come già avvenuto nell'informazione): non più solo prodotta dagli specialisti (Ingegneri e Architetti) bensì dagli utenti dei sistemi urbani che, attraverso l’approccio interattivo, esprimono il loro diritto-dovere di cittadinanza nella città.

    Il cittadino digitale è un soggetto informato, consapevole della sua apprtenenza alla città, che esprime le sue esigenze partecipando al proceso di formazione della città e indirizzando pesantemente le scelte progettuali

    si tratta, badate bene, di una evoluzione del concetto tradizionale di architettura partecipata (che chiede al cittadino lo sforzo della progettazione)

    In questa nuova consapevolezza gli architetti possono comunque continuare a rimanere gli ultimi responsabili delle scelte di progetto.
    come la cura di un malato resta in mano al medico, la descrizione dei sintomi non può che essere in bocca al malato

    L'architettura di questa contemporaneità è quella che saprà accettare ed esprimere sotto forma di progetto la molteplicità e la complessità delle realtà urbane che si stanno liberando tramite i social network

    prima che di una rivoluzione stilistica, siamo di fronte ad una rivoluzione cognitiva che una alla volta investirà tutte le forme espressive tradizionali

    Invertendo il concetto di partecipazione, è l'architetto che deve cominciare ad assumere forme e criteri partecipativi nello svolgimento della sua azione progettuale!

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  2. Qfwfq,
    condivido questo tuo pensiero: «prima che di una rivoluzione stilistica, siamo di fronte ad una rivoluzione cognitiva».
    Più che di una neo progettazione partecipata (che mi ricorda Giancarlo De Carlo) penso a una progettazione cognitiva.
    Dove ogni nuova ‘informazione’ viene elaborata, trasformata fisicamente dalla ‘città’.
    Cambiando, in corso d’opera, soprattutto il sistema di regole.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  3. Credo che il senso sia proprio quello di ridefinire i confini e i limiti degli "stakeholders" coinvolti nella progettazione.

    Alla fine sempre di completezza dell'informazione si parla.

    Dietro al concetto di rivoluzione cognitiva (che ho appreso direttamente proprio dialogando con Carlo) possiamo parlare di "integrità dell'informazione", o meglio della possibilità che la rivoluzione digitale ci stà offrendo di rendere il più possibile integra l'informazione normalmente frammentanta e distorta dalla semplificaizone mediatica.

    Nel caso della progettazione architettonica l'informazione di base è la raccolta del complesso di requisiti e desiderata espressi dalla società civile che dovrà usufruire del risultato finale.

    Uno dei problemi principali che gli architetti si ritrovano a dovere affrontare nella progettazione di spazi pubblici è la mancanza di una committenza chiaramente espressa o comunque espressa da soggetti (i politici, gli ammiinistratori pubblici) che soffrono della stessa distanza culturale e ideale degli architetti stessi.

    Nel peggiore dei casi la committenza tende a deresponsabilizzarsi abdicando al proprio ruolo di rappresentanza sociale o mascherandosi dietro scelte variamente burocratiche o demagogiche (non prendo in considerazione la malafede....).

    Di norma l'architetto coinvolto in questo genere di sistema non ha altra scelta che quella di sostituirsi alla committenza (è il caso per esempio della archistar che si fanno spesso arbitrariamente interpreti dei fabbisogni della città contemporanea), ponendosi sia come soggetto decisore delle scelte programmatiche (dei requisiti di progetto) e sia come portatore di soluzioni che spesso appaiono preconfezionate al solo scopo di auto perpetuare una specifica idea di architettura.

    Alla fine (indipendentemente dalla sua onestà intellettuale) l'architetto è naturalmente portato a giustificare a posteriori le proprie scelte progettuali, generando lo sradicamento dalla realtà che spesso è portatore di cattiva architettura.

    La rivoluzione digitale ci sta offrendo una possibilità di recuperare questo distacco, fornendo alla cittadinanza la possibilità e gli strumenti per riappropriarsi del proprio ruolo di committente; possiamo approfittarne, a condizione che l'architetto non cessi di fare l'architetto e che il committente non vi si sostituisca.

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  4. QFWFQ,
    sottolineo la tua frase “a condizione che l'architetto non cessi di fare l'architetto e che il committente non vi si sostituisca”.
    Penso che dopo la prima fase ‘esclusiva’ del WEB sia appena iniziata la fase ‘sociale’.
    La rivoluzione cognitiva o meglio la performing media preconizzata da Carlo Infante.
    Forse in Italia stiamo reimparando a diventare ‘cittadini’ attraverso il WEB, senso che avevamo perso negli ultimi anni della devastazione ‘cementizia’.
    Ripartiamo dal WEB quotidiano evitando le parole contenitori ‘globali.
    Saluti
    Salvatore D’Agostino

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  5. Il dibattito mi pare interessante per più ragioni. Mi perderò prolissamente perché i suoi confini non mi sono ancora chiari. Il web sta liberando completamente i propri istinti. I contenuti generati nel web e per il web stanno ormai diventando preponderanti perché il social networking, la geolocalizzazione e l'integrazione multicanale finiscono per sommergere la nostra fisicità, la massificazione novecentesca e l'isolamento televisivo che sino ad oggi ci hanno oppressi.

    Il problema della selezione qualitativa, indicato chiaramente da @Carlo, resta centrale: ora abbiamo strumenti che rendono questo lavoro più semplice, ma il processo appare ancora manuale e tutto sommato troppo aleatorio. Ciò che più mi affascina, tuttavia, è il fatto che la generazione di contenuti sul web sembra rispondere in modo molto prossimo all'impossibile paradigma della concorrenza perfetta.

    Il caso italiano mi pare esemplare, perché - come avete spiegato - in un contesto in cui il sistema politico e il sistema economico paiono del tutto bloccati, è il sistema culturale a consentire ai cittadini di riappropriarsi della propria identità, sollevando peraltro il sistema biopsichico da un ruolo di supplenza insostenibile nel lungo termine, il cui inizio mi pare si possa fare coincidere con la 'militarizzazione' della televisione commerciale nei primi anni Ottanta, ma che in ultima analisi è riconducibile all'impetuoso e sregolato arricchimento del Paese negli anni Cinquanta e Sessanta: qui non posso non pensare alle sirene d'allarme fatte suonare, inutilmente, da Pier Paolo Pasolini e da Italo Calvino.

    Il caso di Torino, sul quale per ragioni biografiche ho deciso di concentrare la mia analisi, mostra chiaramente un orizzonte di rischi e opportunità: qui, forse più che in altre città italiane, c'è la percezione di una crisi che ancora non riesce a trovare il suo percorso di distruzione creatrice. E' un respiro diffuso, incoercibile, che nasce dalla polverizzazione di competenze in costruzione. I mille e mille artigiani del web, dell'energia, delle nuove bio e nanotecnologie che si aggregano negli stessi locali notturni e poi al mattino rivestono i panni dei mansueti operai della conoscenza, mi ricordano molto quell'Italia di fine Ottocento in cui l'elettricità, la chimica e la meccanica avanzata si preparavano a terremotare l'economia del Paese. Di fronte alla precarietà vissuta dai singoli, il web urbano mi pare l'unico agente polarizzatore in grado di riscattare queste esperienze.

    Torino rivive oggi una sua atmosfera di cambiamento, che mi piacerebbe definire neoliberty, ma con significati del tutto nuovi, che peraltro le mie inesistenti competenze architettoniche non mi permettono di definire adeguatamente. Il rischio è sempre lo stesso: la morte, soprattuto se il paradigma automobilistico non evolverà in fretta. Per certi aspetti, paradossalmente, bisognerebbe addirittura augurarsi che la sua fine, se è segnata, avvenga il prima possibile.

    Dal punto di vista architettonico, e parlo fuori dal mio campo, in città assistiamo da anni ad una spersonalizzazione devastante, che si basa sull'artificiosa necessità di costruire Golem novecenteschi nelle aree industriali dismesse, con il solo fine di rimpinguare le casse esangui delle amministrazioni pubbliche: non mi riferisco solo ai grattacieli veri o presunti, ma anche e soprattutto ai terribili centri commerciali e alle tante case-torre prive di servizi. Il risveglio reticolare di quartieri come San Salvario, Vanchiglia e Porta Palazzo, invece, mi pare un segno di resistenza culturale che nel lungo termine potrà riscattare la città.

    Il lavoro che fate per interconnettere le orbite delle nostre perse elucubrazioni mi pare davvero encomiabile e lo seguirò con vivo interesse.

    Grazie :)

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  6. Hassan,
    fai bene a ricordare Pasolini e Calvino. Aggiungerei il Pastrufazio di Gadda.
    Ricollegandoci all’oggi: Milano di Giuseppe Genna, Venezia di Tiziano Scarpa, Roma di Walter Siti e l’Irpinia di Franco Armino.
    Ho citato questi scrittori poiché si ricollegano con la ricerca di Carlo Infante: tutti usano i piedi come materia prima per le loro speculazioni.
    La rete è una città abitata dai cittadini.
    La rete è un mondo parallelo con i piedi per terra (non mi risultano alieni tra gli internauti).
    Non conosco bene Torino immagino che non sia scampata al bulimico cemento di questi ultimi cinquant’anni.
    Tu dici: i terribili centri commerciali e alle tante case-torre prive di servizi.
    Sei (siamo) sicuro (i) che sono terribili?
    Inoltre dici: Il risveglio reticolare di quartieri come San Salvario, Vanchiglia e Porta Palazzo
    Forse dovuto allo svuotamento dell’anima commerciale più invasiva (grazie ai centri commerciali).
    Non ci sono più dubbi, con e senza la rete, le nostre città non possono più essere abbandonate ai signori del cemento.
    Grazie a te del commento.
    Un caro saluto,
    Salvatore D‘Agostino

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  7. non è un caso che il percorso di urban experience si sia sviluppato a Torino, dove ho vissuto x 16 anni. In quella città il passaggio post-industriale è stato vissuto molto seriamente. E le Olimpiadi hanno di fatto creato un cantiere politico-culturale che ho contribuito ad alimentare.
    Si capì che è la città il dispositivo cardine sia per la produzione di senso sociale sia di ricchezza...

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  8. Ciò che mi colpisce, in effetti, è che dopo anni di ideologia sul mondo 'virtuale', la Rete si mostri infine per quello che: lo strumento più semplice per interconnettere esperienze e vissuti assolutamente reali. La metafora dei piedi mi sembra perfetta: chi si incontra in Rete è legato da consonanze simili a chi percorre un sentiero insieme, sul pendio di una montagna o in una città straniera (per questo farò tesoro delle tue letture, @Salvatore).

    Su Torino, a cinque anni dallo spirito olimpico di cui tutti siamo sinceramente fieri, è come se quel conato di risveglio si fosse arrestato a metà: l'amara constatazione è che molte occasioni sono state sprecate. Avevamo un bellissimo piano regolatore, che è stato martoriato da una serie infinita di varianti.

    C'erano e ci sono luoghi in trasformazione contraddistinti da un forte potenziale di significato: penso a Mirafiori, dove si stenta a capire il senso della riconversione delle aree dismesse dalla FIAT; e penso alle 'spine' 3 e 4, dove il Parco Dora e i Docks Dora stessi sono soffocati da palazzi scombinati e anonimi, mentre la tragedia rischia ora di ripetersi a Settimo, nell'assurda competizione fra Laguna Verde ed area ex-Michelin.

    Prova ne è, credo, il fatto che i giovani in questi nuovi quartieri non vogliono viverci, e preferiscono i ballatoi di San Salvario e le soffitte di Vanchiglia, oppure i più periferici Borgo San Paolo e Campidoglio, nonché Porta Palazzo stessa. Il cantiere politico-culturale di cui parli, @Carlo, indubbiamente esiste, ma è a rischio. Torino si è chiusa su stessa, in un circolo di potere autoreferenziale e rapace, che oggi sta distruggendo valore: impedisce a chi vuole creare nuove realtà di radicarsi. I giovani meridionali che si fermano a Torino per studiare poi emigrano verso altri Paesi. A mio giudizio, il sociologo Luciano Gallino è lo studioso che meglio ha intepretato la Torino di inizio secolo, in cui il centro sfavilla e le periferie affondano.

    La Rete sta certamente riaprendo questo spazio chiuso: penso a casi veri, come Vitaminic, Reply, Basicnet, Dunter; ma sono solo i primi nomi che mi vengono in mente. Il punto è: tutto questo è sufficiente, oppure Torino resterà la triste avanguardia postindustriale di un Paese condannato a morte? Ognuno di noi, nel suo piccolo, si batte perché da Torino ricominci il risveglio culturale dell'Italia: è il ruolo che la città ha condiviso con altre città italiane nel Risorgimento e nella Resistenza. I tricolori che oggi ricoprono la città per Italia 150 sono il segno di questo impegno.

    Ma la realtà va sempre letta in chiaroscuro, e in molti casi - purtroppo - l'impegno non è che di facciata. A tutti noi credo resti il compito di discutere, caso per caso, per fare in modo le idee migliori si affermino.

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  9. Hassan,
    a proposito della rete ti cito un passo tratto dal libro di David Weinberger ‘Arcipelago Web’ (p. 6-7): «Tutto il nostro agire sociale si conforma implicitamente alla morfologia geografica e ai fatti materiali del mondo reale. Il Web, invece, è un mondo innaturale, costruito da noi stessi per noi stessi, e i fatti naturali ne sono esclusi. Ecco perché possiamo vedere riflesso nel web quanto della nostra socialità non deriva dalla natura del mondo reale ma è insito in noi stessi. La rete ci mette di fronte a una serie di fatti nudi e crudi: siamo creature che si preoccupano di se stesse e di ciò che condividono con gli altri; viviamo in un contesto di significati; il mondo è più ricco di senso di quanto possiamo immaginare.
    Il web pertanto ci offre l’opportunità di riconsiderare molti dei presupposti riguardanti la nostra natura e la natura del mondo in cui viviamo. Solo dopo questo riesame potremo cominciare a capire come mai la rete sia riuscita a entusiasmarci oltre ogni ragionevole aspettativa. La frenesia per il web non è stata ingiustificata, bensì mal diretta. Ciò che dobbiamo discutere, credo, riguarda quello che il web ci può mostrare di noi stessi. Quali sono i veri tratti della nostra natura e quali quelli che apparivano autentici soltanto perché rispondevano a un modo che era, fino a ieri, l’unico disponibile?»
    Libro edito nel 2002 prima dell’avvento di Facebook e Twitter.
    Dopo la prima fase frenetica del Web (siamo tutti in rete) adesso è arrivato il momento di rispondere al quesito di Weinberger: «Quali sono i veri tratti della nostra natura e quali quelli che apparivano autentici soltanto perché rispondevano a un modo che era, fino a ieri, l’unico disponibile?»
    Pensavamo che il Web non avesse una geografia ma sbagliavamo (vedi gli ultimi eventi africani e mediorientali).
    Riprendendo il commento di Carlo Infante: «Si capì che è la città il dispositivo cardine sia per la produzione di senso sociale sia di ricchezza...»
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

    P.S.: Luciano Gallino mi ricorda la straordinaria visione di Adriano Olivetti (forse l’apple di ora).
    Non conoscevo:
    Vitaminic: http://www.vitaminic.it/
    Reply: http://www.reply.it/
    BasicNet:
    http://www.ilsole24ore.com/fc?cmd=art&codid=20.0.157378540&chId=30
    Dunter: http://www.dunter.com/

    Sono giusti i riferimenti?

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  10. Vagano nell'esperienza urbana siamo finiti dove tutto comincia
    a Torino, città che soffre il destino di inventare le cose e "regalarle" al resto dell'italia
    tutto è nato qui:
    la radio, la RAI, l'automobile nazionale, il cinema nazionale, Urbanexp, ecc.
    nella bibliografia ragionata allora inserirei "il mistro di torino" di V. Messori e A. Cazzullo ed Mondadori

    ma per riflettere sulla vivibilità della città che passa aimè oltre il concetto di bellezza della città vi suggerisco di vedere il documentario di Gabriele Vacis “Uno scampolo di paradiso” (2008) dedicato a Settimo Torinese, città satellite, industriale, periferia pura, che ha conquistato negli anni la sua vivibilità, nonostante nasca e rimanga una città decisamente brutta (frutto della matita di un costruttore/geometra)

    scusate l'utoreferenzialità ma qui c'è il mio post sul documentario
    http://www.amatelarchitettura.com/2010/02/uno-scampolo-di-paradiso/

    saluti

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  11. Giulio,
    hai ragione, bella coincidenza Torino/Infante e Torino/Hassan (se ci permetti ti suggerisco di dare un’occhiata al suo blog ---> http://www.torinoanni10.com/.
    Ripeto non conosco bene ‘Torino’, ma sarei più cauto nel definirla ‘una città decisamente brutta’.
    Hai fatto bene a inserire il link (mi era sfuggito questo post) documentario da vedere.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  12. Leggo solo oggi i vostri commenti. Provo a muovermi nell'ossimoro fra ordine e sintesi.

    Nella foga del commento, @Salvatore, avevo elencato alcuni casi un po' diversi fra loro:

    - Vitaminic nacque nel '99 come piattaforma digitale per la distribuzione di musica online. Fu un caso di grande successo, e si è poi fusa con Buongiorno (http://it.wikipedia.org/wiki/Vitaminic)

    - Reply è una software house molto importante nell'ambito dei nuovi media: ad esempio, è il principale produttore di mobile site in Italia, molto attivo anche nelle APP (http://it.wikipedia.org/wiki/Reply)

    - BasicNet è un'azienda tessile che ha saputo rivitalizzare marchi come Superga, K-Way, Robe di Kappa e Jesus Jeans rovesciando in Rete un modello di business estremamente obsoleto, come quello del tessile italiano (http://it.wikipedia.org/wiki/Basic_Net)

    - Dunter, invece, è un laboratorio di comunicazione creativa, particolarmente attivo nell'ambito del social web. E' una realtà piccola, ma in questo momento mi sembra una realtà con un grande potenziale (http://www.dunter.com/)

    Restando appiccicato al commento di @Qfwfq, vorrei che la storia questa volta non si ripetesse e che Torino difendesse con i denti il suo ruolo di città digitale, senza peraltro togliere spazio alle altre città italiane: resto convinto che si vince facendo sistema, a patto che la competizione sia al rialzo; la pianura padana potrebbe essere la nostra Silicon Valley e spingersi fino a Pisa e Catania.

    Non ho letto il libro di Messori e Cazzullo, così come non ho visto il documentario di Vacis: altri due stimoli interessanti, di cui vi ringrazio. Posso dirvi, però, che mio nonno arrivò a Torino proprio attraverso Settimo, dove il primo inverno dormì da immigrato in umide baracche, proprio come ora fanno i clandestini nelle fabbriche abbandonate.

    Ho letto il tuo post, @Qfwfq, e mi ha colpito. Credo che il rapporto fra società civile e architettura sia fondamentale e attualissimo: a Settimo oggi si discute di un progetto chiamato Laguna Verde, e io che non sono architetto non ho gli strumenti per valutarlo. Mi hai fatto venire in mente un altro film, "Dopo Mezzanotte", in cui è protagonista la città satellite di Falchera, vicino a Settimo.

    Per chiudere, credo che Torino sia solo un caso paradigmatico, utile per studiarne altri in Italia e all'estero, e non vorrei 'provincializzare' troppo la discussione: ma è un fatto che quando visito Manchester, Birmingham e Liverpool è proprio Torino la città a cui penso. Però io qui ci sono nato e dunque il mio punto di vista è inevitabilmente viziato.

    RispondiElimina
  13. Hassan,
    grazie per i chiarimenti.
    A proposito volevo intervistare Aldo Corgiat Loia (rubrica con giustizia), ovvero il sindaco di Settimo per quel progetto (pubblicizzato da Wired) ma ancora non ho ricevuto risposta. Proprio per capire meglio quest’idea di riconversione di un’industria che sta per morire (quindi non di un rudere).
    Seguendo il tuo ragionamento ti porto l’esempio di Catania e del suo indotto industriale, nato dopo la new economy che per amore dei ‘luoghi comuni analogici’ i catanesi hanno chiamato Etna valley http://www.etnavalley.com/
    Ho la strana sensazione che questa ITALIA letta e vista, per molti anni attraverso i media ‘generalisti’, non corrisponda all’Italia che abitiamo tutti i giorni.
    Che sia la Roma di Qfwfq (è nick ma conosco la persona) + Carlo Infante, la Torino di Hassan e la mia Sicilia servano piacevoli sorprese; io partirei smontando i nostri vecchi punti di vista forse mediaticamente viziati.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

    P.S.: grazie per la citazione del film

    RispondiElimina
  14. Ciao @Salvatore, credo che se tu intervistassi il sindaco di Settimo Torinese sul progetto Laguna Verde faresti un bel lavoro.

    Nel caso specifico, io conosco il progetto solo attraverso i media 'generalisti' e mi piacerebbe un'analisi che scaturisse dal confronto fra chi quel progetto lo sostiene e un architetto in grado di analizzarlo criticamente.

    Decenni di scempio ci hanno portati a diffidare a priori. E' certamente un peccato, perché negando a priori i progetti ci si nega anche il futuro. Lo riconosco. Nel caso specifico, vorrei farmi un'opinione più profonda.

    Probabilmente, la costruzione di un arcipelago urbano esterno al mondo televisivo è la fatica gioiosa che ci aspetta. Insomma, se si vuole capire un Paese forse è meglio viaggiare in seconda classe. Se la prima classe è finta, poi, direi che non ci sono dubbi: è proprio questo che ci serve.

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  15. Hassan,
    ho appena rimandato una nuova richiesta d’intervista al sindaco di Settimo Torinese.
    Sono perfettamente d’accordo con te:« se si vuole capire un Paese forse è meglio viaggiare in seconda classe».
    Prenderò spunto da questo tuo commento per il prossimo post sugli URBAN BLOG.
    Questa globalizzazione per macrotemi, semplificazione del linguaggio e termini mediatici non serve per raccontare (direi anche vivere) ciò che osserviamo sotto casa.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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