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30 settembre 2009

0058 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] Spirito Architettonico Libero di Francesco Alois

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezza e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezza e perché?
Qui l’articolo introduttivo


Spirito Architettonico Libero di Francesco Alois

Ho molti architetti noti ancora in attività nel mio elenco degli "apprezzati", perché, per mia natura, rifuggo dall'eccessiva notorietà e dal rischio conseguente di autocelebrazione o mero sfoggio di mere capacità tecniche. Quindi non ne prevale uno, ma tanti, ognuno visto singolarmente per un'opera o per uno scritto teorico.

Dovendone scegliere uno, spunto nell'elenco Frank Owen Gehry ("della prima maniera"). In perfetta contraddizione con quanto da me affermato sopra, Gehry è per me colui che più si è avvicinato alla bellezza della funzione, inventando e codificando spazi e superfici nuovi attraverso una meditata contaminazione scultorea, rivisitando, a volte in maniera troppo perentoria, la certezza dell'esistente e delle sue regole scritte e non scritte. Funzione e scultura formano gli spazi.

Carlo Melograni. Non è propriamente definibile come un architetto "non noto" (è stato primo preside della Facoltà di Architettura dell'Università "Roma Tre"), ma è di quelli che "non compaiono nei libri di storia". Ha progettato quasi esclusivamente per l'edilizia residenziale popolare e per l'istruzione. Tiene da svariati anni "una lezione" che lui ama definire conversazione, presso la Facoltà di Architettura della SUN, grazie alla personale amicizia con Pasquale Belfiore, ordinario di progettazione in questa facoltà.
Il mio apprezzamento nasce dalla naturale predisposizione di quest'uomo alla conversazione, alla definizione e descrizione di concetti complessi con parole semplici, alla perfetta corrispondenza della sua teoria con la pratica progettuale ed alla particolare capacità di "rassicurare" gli studenti futuri progettisti ed i progettisti già tali, con semplici "regole" per progettare. Non a caso Belfiore lo ha definito nel 2008, architetto rassicurante, definizione apprezzata anche da Melograni. La sua architettura ha il pregio della bellezza nella funzione, una sorta di concinnitas riveduta ed attualizzata nel contesto contemporaneo. Le sue opere sono in continuo dialogo con l'esistente distinguendosi senza pretese di superiorità attraverso filtri trasparenti o opachi a seconda del discorso instaurato.
Ha scritto poco, ma ha scritto bene.

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29 settembre 2009

0057 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] Frustrazioni architettoniche di Maurizio Arturo Degni

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Qui l’articolo introduttivo


Frustrazioni architettoniche di Maurizio Arturo Degni

Gli Architetti vanno apprezzati tutti e criticati tutti.
Ammetto di avere un debole per Renzo Piano (o per il RPBW), apprezzo il suo artigianato; la pulizia dei suoi segni e dei suoi spazi.
La sua maniacale cura per il particolare (tecnico) e per la piccolissima scala.
Riesce a trasformare le norme UNI EN ISO (ecc) in Architettura, non vedendole come ostacoli all'idea di progetto, ma come parte integrante di essa.
Credo sia innovativo ed innovatore.
Un uomo che riesce ad essere Architetto ...e "granello di sabbia".

Ultimamente sto studiando i lavori del giovane (per modo di dire) Architetto Cileno Alejandro Aravena (1967) vincitore del Leone d'oro come Architetto Emergente alla Biennale di Venezia.
Lo cito in quanto non fa architettura su un foglio, ma nei luoghi e negli spazi. Di lui mi piace l'intimo rapporto mentale che sembra avere con i fruitori delle sue opere.
Il progetto ELEMENTAL è particolarmente interessante, consiste in un isolato di abitazioni a schiera duplex a 7.500 dollari l'uno, completamente modificabili (o meglio completabili) dagli utenti finali.
Riporta l'abitazione in possesso di chi la abita, che la può trasformare (o meglio completare) secondo il proprio "gusto" e i propri reali bisogni;
togliendo all'architettura quell'alone di scultura da museo, immutabile (e spesso "muta").

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28 settembre 2009

0056 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] =Architettura= =Ingegneria= =Arte= di Matteo Seraceni

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Qui l’articolo introduttivo


=Architettura= =Ingegneria= =Arte= di Matteo Seraceni


1. L’architetto noto ancora in attività che apprezzo è sicuramente Renzo Piano.

Piano è riuscito negli anni a creare attorno a se un gruppo di lavoro impeccabile: ogni realizzazione appare perentoria, senza sbavature, corretta sotto ogni punto di vista, dall’inserimento urbanistico al design degli interni; possiede una padronanza assoluta dei mezzi tecnologici che l’architettura offre e cura ogni progetto fin nel minimo dettaglio

Io odio Renzo Piano.

Penso sia lecito apprezzare e contemporaneamente odiare una persona (e proprio per questo ho scelto Renzo Piano).
Ciò che colpisce nel repertorio del suo Building Workshop (studio di architettura risultava troppo plebeo) è l’assoluta eterogeneità dei progetti: sono diversi luoghi, forme, materiali. L’eclettismo stilistico ha come matrice di fondo una profonda attenzione per il dettaglio tecnico e per l’ambiente circostante: in tutti i casi non è la personalità dell’architetto a prevalere sull’ambiente, ma è questo che sembra inglobare e definire le opere.

È lo stesso Piano a definire la sua posizione: “La maggior parte di loro [gli architetti “tradizionali”] vive nel mito della falsa creatività: sono dei sensitivi, ma non hanno nessun potere contrattuale nei confronti della società. Sono chiamati a soddisfare bisogni fasulli o marginali. […] Ma un architetto a cosa serve? Se ne può far benissimo a meno” [1] (non vado oltre nella citazione, perché Piano ha la straordinaria capacità di essere altamente soporifero nei suoi discorsi). Egli mette a disposizione un cospicuo patrimonio di cultura tecnologica con cui poter tradurre in tecnologie sempre più adeguate le richieste provenienti dalla società ma, facendo questo, deve mettere da parte il suo bagaglio culturale, la sua riconoscibilità in quanto “creatore di forme”. Per Piano ogni professionista deve essere un coordinatore, un general-manager più che un architetto vero e proprio.
Non è un’affermazione stupida o una provocazione e penso dovrebbe far riflettere chi si occupa di architettura e pensa che possa bastare creatività e spirito di iniziativa per essere bravi professionisti. L’architetto “demiurgo” ha fallito su tutti i fronti (lo possiamo constatare nell’acceso dibattito contro le archistar e nelle realizzazioni fallimentari di molti volti noti) ed occorre quindi ripensare profondamente alla professione.
Le soluzioni prospettate da Piano sono però opere “a se stanti”, che non inaugurano nuovi filoni di ricerca né portano avanti particolari problematiche architettoniche del passato.
Valga per tutti il Beaubourg: questo incredibile ammasso geigheriano di tubi e lamiere, questa specie di astronave Borg piovuta dal cielo e radicatasi nel centro di Parigi, dialoga egregiamente con la piazza ed il contesto storico, è funzionale ed al tempo stesso rivoluzionaria. È una “machine à esposer”, un prodotto tecnologico figlio delle migliori utopie degli Archigram: proprio perché intrinsecamente tecnologico risulta così democratico, slegato da ogni discorso formale di appartenenza a qualsivoglia classe dominante.
Ha inoltre il pregio di essere l’unica opera contemporanea (od almeno una delle poche) dopo la Tour Eiffell ad essere amata dai parigini (ovviamente, così come per la torre, dopo un iniziale periodo di proclami ed ingiurie).

Il Centre Pompidou è certamente legato al filone di ricerca Hi-tech, ma è di così alta fattura che non è riproducibile altrove, è un punto fermo nella ricerca architettonica: come afferma lo stesso Piano, non è un costrutto tecnologico, una fabbrica seriale, ma “un gigantesco oggetto artigianale, fatto a mano, pezzo per pezzo” [2] (e la dimostrazione è data appunto del fatto che tante parti che compongono l’edificio sono pezzi fatti su misura).
Tutti i progetti dell’architetto genovese sono altamente tecnologici, ma al tempo stesso “artigianali”: il suo sforzo di semplificazione e razionalizzazione dei problemi si traduce nell’estrema flessibilità ed “apertura” delle opere (secondo la formula del “work in progress”) e al tempo stesso nell’impiego di materiali eterogenei, leggeri e relativamente “poveri” (probabilmente questa sensibilità verso i materiali e l’artigianalità deriva direttamente dall’esperienza familiare).
La qualità di queste architetture non risiede quindi nella ricerca formale/architettonica, ma nella grande capacità “ambientale” e spaziale che riescono a comunicare: il NEMO di Amsterdam non è solo uno spazio espositivo ma anche parte integrante della morfologia urbana, una collina artificiale da cui poter osservare lo skyline della città; il centro culturale Jean-Marie Tjibaou' a Noumèa si pone come spazio simbolico e archetipico all’interno di un vasto intervento architettonico.

La grandezza ed il limite di Renzo Piano sta nel fatto che ogni opera non appare mai perfettibile e – valga per tutti l’esempio del Beaubourg – non può costituire un modello paradigmatico riproducibile altrove (soprattutto per i professionisti che non possono contare su studi di grandi dimensioni); questa architettura esibisce un controllo assoluto dei mezzi e delle tecniche e purtroppo proprio per questo insegna poco o niente, non fornisce idee o spunti progettuali.
Ogni progetto è un fatto compiuto a se stante che non delinea via d’uscita possibili all’empasse in cui si trova oggi l’architettura.


2. Come architetto non noto avrei voluto scegliere me stesso: non mi conosce nessuno ed ho avuto pochissime commissioni; ma a me piace quello che faccio e credo molto nelle mie idee: a volte credo addirittura che i miei progetti siano belli. Poi mi sono ricordato di non essere un architetto…
La domanda chiedeva qual è l’architetto non noto che apprezzo. Bene, l’architetto non noto che apprezzo è l’architetto Le Corbusier.
A questo punto sicuramente penserete che sono completamente uscito di testa (e forse è così: sapete, lo stress matrimoniale può portare ad alterazioni permanenti nell’organizzazione sinaptica del proprio cervello).
Non è una provocazione: ho voluto sottolineare la dizione “architetto” perché, parlando con colleghi ed amici, mi sono accorto che tanti scherniscono la sua opera senza essere mai andati di persona a visitarne una. Quello che permane nella coscienza comune è la macchietta descritta da Tom Wolfe in “Maledetti architetti”: l’intellettuale egocentrico con gli occhialini tondi, pontificatore, assolutista ed insopportabile. La recente vicenda dei Five Architects e del dibattito fra “bianchi” e “grigi” non ha fatto altro che acuire questa immagine.

Morto l’uomo rimangono però le opere e penso che a queste unicamente dovremmo guardare, senza interporre nei nostri giudizi lo schermo deformante della biografia e dei proclami di chi le ha costruite (anche se è stato lo stesso Le Corbusier ad inaugurare la figura dell’ ”architetto demiurgo”, dello scrittore propagandista): il contributo più significativo da lui apportato all’architettura non è negli scritti, nei proclami, nei disegni, ma nella straordinaria inventiva delle sue opere.
Anch’io devo ammettere di aver fatto parte per diverso tempo dei suoi detrattori, poi la visita al padiglione dell’Esprit-Nouveau ricostruito a Bologna ha rimesso in discussione le mie convinzioni, fra cui quella di considerare insana la passione per Le Corbusier del mio professore di storia dell’architettura e fautore di questa installazione (Giuliano Gresleri). Non so se avete presente il padiglione: è un quadrato con due ali semicircolari in cui è stato ritagliato un cerchio per lasciarvi crescere un albero in mezzo. Le foto e i disegni delle piante e dei prospetti delineano uno dei tanti prototipi razionalisti di abitazione minima.
Visitandolo di persona invece ci si rende conto di come la qualità spaziale del progetto emerga in maniera preponderante, sia nei confronti della realizzazione formale che di quella eminentemente metaprogettuale.
Lo studio sugli “standard” portato avanti dall’architetto svizzero, che risponde a motivi di efficienza, ordine e bellezza propri della realtà industriale riesce a coniugarsi con realizzazione architettonica che non ha niente di asettico e che si presta alle più svariate declinazioni.
In un’ottica tradizionalista, parrebbe che l’alloggio minimo derivato dallo studio dei tipi edilizi, come quello proposto da Klein, possa declinarsi in maniera più conforme al benessere abitativo; ci si accorge invece che tali cellule non fanno altro che ridurre e sminuire i valori architettonici e proporre composizioni sterili.

Il prototipo della maison Citrohan invece riesce a declinarsi in tanti modi diversi, dal padiglione dell’ Esprit Nouveau all’ Unitè d’habitation, proprio perché al di sotto dello studio intellettuale e degli interessi artistici si cela una grande mano architettonica. Il progetto dell’alloggio, partendo dalla standardizzazione industriale, viene sviluppato da un’unica personalità che avoca a sé l’intero ciclo produttivo e ne controlla la forma con un fine che trascende il dato funzionale e riconduce ogni cosa all’ambito della realizzazione artistica.
Visitando villa Savoye ci si accorge che la promenade architecturale non è semplicemente un espediente architettonico, ma un’esperienza unica ed irripetibile (paragonabile in tutto e per tutto alle realizzazioni di un’altra mano felice e completamente estranee al mondo di Le Corbusier, quella di Gaudì): non a caso la rampa costituisce un elemento plastico costantemente visibile sia per chi guarda all’interno sia per chi guarda dalla terrazza-giardino del primo piano.
Il movimento moderno ha dato primaria importanza alla connotazione dello spazio architettonico, ma il dibattito attuale sembra aver perso di vista questa istanza, soffermandosi unicamente sulle componenti stilistico-formali dell’architettura.

Come detto sopra, le architetture di Le Corbusier andrebbero rivalutate sotto tutti gli aspetti, al fine di coglierne la qualità spaziale e vedere come la sua architettura non si possa ridurre solo a pareti bianche e pilotis: allo stesso modo la poca attenzione dedicata ad esempio dai Five Architects alle opere dell’ultimo periodo del maestro dimostrano come il fraintendimento di fondo sia consolidato.
Il salto compiuto all’epoca del passaggio dalla poetica razionalista del purismo all’informale neo-espressionismo di Ronchamp non può venire spiegato solo su base estetica e senza prendere in considerazione l’evoluzione spaziale delle opere precedenti: fin dai tempi dei sui viaggi in Oriente Le Corbusier si accorge che le città in ogni tempo e luogo sono caratterizzate da una “unità” sorprendente resa manifesta da standards precisi e ripetibili.

La storia non è dunque un grande calderone da cui estrarre a piacimento gli elementi che più sono confacenti alle varie architetture. A questo proposito Zevi afferma che: “Le Corbusier studiò la storia in profondità, non nei falsi manuali e precetti Beaux-Arts, ma viaggiando per anni in Oriente, Grecia e Italia, e scoprendo cosa c'era di nuovo, di moderno nel passato. Il linguaggio dei «volumi puri sotto la luce» deriva dal cubismo quanto dall'eredità ellenica. Quando Corbu rigetta questa poetica, a Ronchamp, la conoscenza dei castelli medievali francesi lo aiuta a trovare nuove espressioni. Chiunque l'abbia conosciuto, e abbia passeggiato con lui lungo le calli di Venezia, non dimenticherà mai la sua straordinaria sensibilità per il tardo-antico, per il carattere narrativo della città lagunare. […] Il disprezzo per il passato è stato un atteggiamento alla moda dell'avanguardia, ma i maestri si sono sempre nutriti di storia.” [3]
Solo alla luce di un costante raffronto con la storia dell’architettura è possibile capire le varie declinazioni dell’opera di Le Corbusier e quindi la sua inesauribile capacità creativa.



3. Ho scelto volutamente due architetti che si sono rapportati costantemente con la tecnologia propria del loro tempo: Renzo Piano considera il discorso tecnologico da un punto di vista “etico”, come possibilità di soddisfare in maniera adeguata i bisogni della società di volta in volta sempre diversi; per Le Corbusier invece la tecnologia assume una valenza “estetica”, connaturata al concetto stesso di “standard”.
Credo che oggi non sia più possibile prescindere dall’influenza dello sviluppo tecnologico nella pratica architettonica.
Ma, come già ho affermato a proposito dei lavori di Piano, la tecnologia di per sé è sterile, senza una mano che sappia dirigerla in maniera adeguata (soprattutto all’interno di un panorama attuale così disomogeneo).
Per questo motivo sono convinto che la rilettura dello spazio come elemento fondante dell’architettura sia l’unico valore da cui poter ripartire per fondare un dibattito architettonico serio; occorre deviare l’attenzione dal sensazionalismo estetico alla qualità della “vita” all’interno delle stesse architetture.

Note:

[1] da un’intervista a “Il sole 24 ore”

[2] da M. Dini “Renzo Piano, progetti e architetture 1964-1983”, Electa. Milano

[3] dal discorso “Architecture versus Historic Criticism”, tenuto al RIBA il 6 dicembre 1983 (difficilmente pioverà all’interno dei suoi edifici; ogni riferimento è puramente casuale).


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26 settembre 2009

0055 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] Allure de maison di Simone Ariot

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezza e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezza e perché?
Qui l’articolo introduttivo


Allure de maison di Simone Ariot

Simone Ariot mi ha risposto direttamente sul suo blog ecco il link L'Architetto preferito? Naturalmente ......

Di seguito la nostra conversazione attraverso i commenti.

Chiedere a un vicentino che abita a poche centinaia di metri da tre importanti ville venete chi sia il suo architetto preferito è quasi una presa in giro. Se lo si chiede nel 2009, nell’anno in cui si festeggia il cinquecentenario palladiano, risulta essere ancor più una provocazione.
Siamo sicuri? non direi.
Colgo la proposta di Salvatore D'Agostino che nel suo blog "Wilfing Architettura" chiede a tutti i blogger italiani che scrivono di architettura di rispondere a due semplici domande:

Qual è l´architetto noto, ancora in attività, che apprezzi e perché?

Qual è l´architetto non noto che apprezzi e perché?

Come notate si chiede "architetto ancora in attività".

Io non sono architetto e non sono esperto di architettura, ma amante. Non conosco molti nomi da poter compilare una classifica, e dovrei limitarmi a selezionare i miei amici.
Bene, rispondo con una sorta di allegoria, o panegirico che ruoti intorno al concetto.
Per me l’architetto vivente, noto o non noto, che più apprezzo è colui il quale riesce a dialogare con il presente rispettando il passato. Colui che si muove con destrezza tra fogli di carta e scalpelli del muratore, colui che si nutre di arte, musica e cultura. Una persona in grado di capire che in architettura una grande rivoluzione può anche essere la riscoperta del passato, non di tutto il passato, ma di quello che sa portarci nel futuro. Non parlo necessariamente di prendere come esempi i grandi architetti del passato, anche loro archistar, ma i piccoli e invisibili mastri architetti di cui nei libri di storia dell’architettura non c'è traccia. Parlo di coloro i quali nati e vissuti in un territorio hanno capito cosa voleva questo territorio e hanno prodotto il risultato che ha consentito a uomini e cose di rimanere nel tempo.
Parlo di uomini saggi, che hanno compreso l’arte della mediazione e del buon gusto, uomini che hanno saputo quando fermarsi, quando aggiustare, quando abbattere e quando saper costruire.
Uomini che non sono scesi a patti con il potere ma hanno mantenuto intatto l’onore e il rispetto del territorio. Uomini che prima di gridare alla tradizione per affrontare il cambiamento hanno studiato la tradizione. E il cambiamento, che diventa migliorativo, è arrivato da solo.
Non ho nomi da fare, e se li facessi non li conoscerebbe nessuno. Ma chi si riconosce nella categoria descritta può pure autocitarsi.
Simone Ariot

Commento del 12 luglio 2009 13.46
Salvatore D’Agostino:
Simone Ariot,
concordo con il tuo punto di vista da viaggiatore attento, che riesce a guardare l’edificio anonimo che si affianca al noto (antico) archistar vicentino.
A mio parere, hai centrato in pieno lo spirito della mia inchiesta.
A tal proposito ti chiedo di fare i nomi degli architetti ‘amici’ che possiedono le qualità da te descritte. I nomi servono per arricchire il nostro ‘indice dei nomi’ spesso limitato ai soliti noti.
Saluti,
Salvatore D’Agostino

Commento del 15 settembre 2009 4.13
Simone Ariot:
Nella mia città, Vicenza, stimo e apprezzo i lavori di Mirko Amatori che dimostra la possibilità di non scendere a compromessi ed eseguire solo progetti in cui crede, in cui l’attività progettuale tiene sempre conto del contesto d'inserimento e in cui ci sia la possibilità di migliorare il territorio grazie all'integrazione tra forma del paesaggio e senso della dimora/costruzione.
Emilio Alberti è un architetto vecchia scuola, che non ho mai conosciuto personalmente ma è stato insegnante di progettazione di alcuni miei amici. Ho visto una splendida colombaia di campagna trasformata in appartamento rendendo suggestivo un luogo prima quasi anonimo. In questo caso l'atto progettuale è sempre accompagnato da un tentativo di rendere didatticamente interessante l'esecuzione che si sta seguendo. Stando in tema di Architetti insegnanti cito il mio amico e collega Stefano Notarangelo per il quale vale un principio. "Non progettare mai nulla che possa andare contro i principi di quella storia dell’arte che insegna tutte le mattine al liceo".
Nella mia città un buon lavoro l'ho visto fare dallo studio Balbo, dove Paolo e la figlia Chiara sono specializzati in restauri, come quello magnifico sviluppato nel palazzo Pojana di proprietà Fortuna. Un esempio molto interessante vicentino è rappresentato dal noto studio Albanese. Non voglio parlare di Flavio, l'architetto senza titolo, genio delle pubbliche relazione e dalle grandi capacità innovative in grado di dedicarsi solo a ciò che rappresenti il bello, ma dell'entourage di giovani architetti e designer che lavorano per lui. Questi ragazzi vengono assunti spesso appena laureati ed hanno la possibilità di crescere professionalmente molto velocemente grazie alla possibilità di cimentarsi in progetti che piccoli studi di provincia difficilmente riescono a gestire. Alcuni nomi tra queste giovani leve sono il designer Giulio Contin, gli architetti Francesco dal Toso, Dario Coppola, Andrea Garzotto. La cosa interessante è che quando questi giovani architetti prendono forma e autonomia si staccano gradatamente dallo studio, divenendo autonomi al 100%. Una sorta di studio Università, in cui si lavora e si impara, per poi restituire alla collettività quanto appreso, come dovrebbe essere da mission per molte altre professioni ( avvocato, giornalista...).
Tra i giovani neo architetti poi vorrei segnalare Giovanni Piovene (ndr intervista su WA qui), che lavora a Venezia, dal quale ho sentito fare bei discorsi sull’architettura.


Commento del 25 settembre 2009 12.16
Salvatore D’Agostino:
Simone,
il tuo viaggio tra gli architetti vicentini arricchisce la nostra mappa.
Una cartina di eterogenee qualità che si sovrappone a fatica alla cartina dei professionisti banali e speculatori che hanno cambiato in peggio la nostra Italia in meno di mezzo secolo.
Saluti,
Salvatore D’Agostino

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25 settembre 2009

0054 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] Archiblog di Alessandro Ranellucci

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?

Qui l’articolo introduttivo


Archiblog di Alessandro Ranellucci

Per quanto rispondere alla tua domanda sull'architetto noto sembri a prima vista più semplice che citare un architetto non noto, sento l'esigenza di essere molto cauto. Parlare di "architetto noto" in questi tempi infuocatissimi rischia necessariamente di richiamare e riconoscere la figura polemica dell'archistar, e intendo sfuggire a questo equivoco. Per altri versi non intendo neanche prendere posizione in favore di linguaggi, stili, forme e mi manterrò fedele alla lettera della tua domanda.
Un architetto noto che in questo periodo mi trovo ad apprezzare è Kengo Kuma. Mi interessa molto la sua ricerca di dissolvere gli oggetti architettonici e di considerare il suo intervento come interno e secondario alle logiche dell'ambiente che lo genera; in questo atteggiamento vedo il superamento della vecchia e stravecchia favola del "dialogo col contesto", che si traduce regolarmente in scimmiottamenti formali o spettacolari contrasti. Kengo Kuma sminuzza, scandisce, trafora; distoglie lo sguardo dai suoi edifici, invita ad entrarci e ad aprire gli occhi su quello che c'è intorno. Si fa guidare dai materiali, bagna di luce e invita a toccare con mano.
Ho un personale metro di giudizio, che spesso mi chiarisce le idee: se un'opera di architettura è difficile da fotografare e appare meno di quello che risulta dal vivo... probabilmente ha qualche elemento di interesse in più.

Venendo all'architetto non noto, schivando i tanti vari professionisti emergenti che si vedono nei risultati dei concorsi ma che inevitabilmente hanno un sapore troppo acerbo (o troppo militante) per essere apprezzati con serenità, mi viene in mente il colombiano Rogelio Salmona. Certo non è un giovane esordiente, ma alle nostre latitudini ho l'impressione che sia davvero molto poco noto e quindi adattissimo per rispondere alla domanda.
Se l'architetto è colui che sa preparare belle rovine, le opere di Salmona trasudano questo carattere fino in fondo. Secondo lui l'architettura è una "somma di possibilità poetiche su qualcosa di molto concreto". E ciò che rende belle le opere di Salmona non è il metodo, non è uno stile o una militanza, ma è solo e semplicemente la sua capacità poetica. Fa un po' paura parlare di capacità poetica di un architetto. Fa paura anche a me. Fa paura nelle scuole di architettura. Salmona parla per metafore, descrive le sue superfici di mattoni e pietra usando il lessico della musica.
Apprendo solo ora, dopo aver steso questa risposta, che Rogelio Salmona è morto nel 2007. Non lo sapevo, me ne spiaccio e mi spiaccio anche di essere andato formalmente fuori tema visto che mi si chiedeva un architetto vivente...

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