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12 settembre 2009

0043 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] O P E N S Y S T E M S di Marco Vanucci

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Qui l’articolo introduttivo


O P E N S Y S T E M S di Marco Vanucci

1_Sono affascinato da sempre da architetture che siano in grado di esprimere, come tutto in Natura, coerenza logica e formale tra le parti, il tutto e i processi di formazione morfologica.
Tra gli architetti noti, ma forse un po’ meno "mainstream", nominerei Francois Roche: per la capacità di far coesistere e far compenetrare vari aspetti della progettazione architettonica (narrativa, geometrie complesse, computazione, teoria e costruzione) con efficacia ed eleganza. Generazionalmente parlando, considero Francois un po' un "fratello maggiore": rappresenta, a mio avviso, una figura di outsider rispetto al circo delle archistar ed è portatore sano e non omologato di nuova linfa nel dibattito architettonico contemporaneo in particolare per coloro, come me, interessati alla ricerca di nuovi scenari per l'architettura computazionale.

2_Tra gli architetti meno noti (ai più) vorrei citare due maestri che hanno segnato fortemente la mia formazione e hanno costituito per me una costante fonte di ispirazione benché, col tempo, io abbia intrapreso strade più personali: Michael Hensel e Ciro Najle sono stati i fari che hanno illuminato i miei anni all'Architectural Association nonché le carriere di centinaia di giovani architetti della mia generazione.
La loro lezione contemplava la necessità, attraverso la coesione tra digitale e materia, di rifondare la disciplina a partire da un approccio olistico al progetto. Non solo i vari aspetti del progetto rientravano a far parte di un sistema coerente e integrale di progettazione, ma significato e finalità di tale sistema, anziché essere attribuiti a posteriori dell'esterno, venivano "coltivati" all'interno delle logiche del processo stesso contribuendo a determinarne il DNA.

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6 commenti:

  1. Marco,
    condivido il tuo iniziale paradosso, gli architetti noti appartengono al comune sentire della gente ovvero sono mainstream (in italiano tendenza).
    Gehry, Foster, Piano, Hadid e il TV talk Fuksas (cito solo alcuni per brevità) sono autori mediatici e condivisi dalla cultura di massa.
    Vi è un’altra architettura che va ricercata altrove, un esempio è proprio Francois Roche, che da questo punto di vista non è mainstream, la sua ricerca è da inserire tra i pochi ‘feed’ da consultare avidamente.
    Su di lui in ‘OLTRE IL SENSO DEL LUOGO’ ho parlato qui ---> http://wilfingarchitettura.blogspot.com/2009/08/0028-oltre-il-senso-del-luogo-low-res.html

    Sull’insegnamento dell’AA occorrerebbe dedicargli un po’ più di spazio, spero di parlarne nei prossimi post.
    La tua nota, se pur sintetica spiega chiaramente il ritardo culturale degli insegnanti delle nostre università, ma non vorrei accodarmi al male estremo della nostra cultura critica: l’opinionismo. Mi piace pensare ad azioni più concrete.
    Saluti,
    Salvatore D'Agostino

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  2. Vorrei dire due cose circa il rischio di un atteggiamento moralistico con cui, additando le archistar, si corre il rischio di sottolinearne "la corruzione" mediatica.

    Ritengo, non da ora, che il rapporto tra architettura e cultura di massa sia ambivalente e non riguarda solo le archistars.
    Da il punto di vista del progetto di architettura (non parlo necessariamente dell'edificio costruito ma il discorso vale lo stesso) tutti noi, a diversi livelli e con gradi diversi, contribuiamo, a mio avviso, a quella accumulazione entropica di segni e materia che, se da una parte contribuisce a tenere vivo il dibattito (disciplinare e non) e, nel migliore dei casi, a fornire servizi alla comunita; dall'altra contribuisce alla svalutazione consumistica di immagini d' architettura.
    Questo e' ancor piu vero in un mondo globalizzato dove l'informazione viaggia in tempo reale.
    Se dunque, da un lato, operando in territori creativi che si nutrono della produzione di immagini, soffriamo la svalutazione dovuta all'eccesso di immagini, dall'altro non possiamo far altro che continuare a proiettare le nostre visioni nei modi piu "mediaticamente" efficaci.

    In conclusione, preferisco la distinzione generazionale piuttosto che quella dettata dalla notorieta' (categoria derivata direttamente dalla cultura mediatica-di massa).
    Operando questa distinzione ci accorgeremmo che le "archistar" non sono altro che i migliori architetti della loro generazione. I campioni di domani stanno gia' tirando i primi calci...

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  3. Marco,
    facciamo un salto logico/locale.
    Qualche mese fa seguivo una conferenza su un pittore locale che ha avuto la fortuna di seguire il flusso più dinamico e innovato della pittura italiana nel periodo del nostro risorgimento.
    Fu un cronista, attraverso i suoi disegni, delle vittorie di Garibaldi in Italia, passò per la scuola napoletana di Domenico Morellli, partecipò attivamente all’ascesa dei Macchiaioli italiani frequentando il caffè Michelangiolo a Firenze per dopo finire in Francia a inseguire il successo degli artisti della ‘Belle époque’, morì povero senza mai ottenere nessun riconoscimento importante.
    Un’artista dalla storia affascinante ma mediocre nella sua arte.
    Essendo nato in uno dei tanti paesi della nostra Italia l’amministrazione ne vuole fare un eroe e alcuni sedicenti storici locali hanno organizzato convegni in suo onore.
    In uno di questi si è deciso di rilanciare il suo nome chiamando Vittorio Sgarbi o Philippe Daverio.
    Quest’aneddoto ci fa capire qual è l’idea più popolare del critico d’arte, cioè quello televisivo.
    Va da sé che sia Sgarbi sia Daverio non sono i massimi esperti di quel periodo storico.

    Recentemente a Catania per accreditarsi una grossa speculazione immobiliare si è deciso di chiamare un grande architetto italiano per appianare gli umori, il mediatico Massimiliano Fuksas con la partecipazione straordinaria della Zaha Hadid. (Vedi su WA: http://wilfingarchitettura.blogspot.com/2008/06/0007-b-uso-san-berillo-la-citylife-di.html
    e http://wilfingarchitettura.blogspot.com/2008/09/0009-b-uso-catania-cratere-san-berillo.html).
    Nessuna morale, so benissimo come funziona il sistema mediatico e l’accredito degli architetti a questo sistema.
    Condivido che per far parte di quel sistema si deve essere molto bravi e i mediocri restano ai margini com’è stato per il pittore paesano, qui non vale la regola dell’importante è partecipare.
    Condivido che già c’è una nuova generazione preparata e sveglia che scalcia per emergere.
    Occorre però fare una piccola chiosa, l’architettura mediatica o iconica va bene per le città mediatiche e iconiche o che aspirano a diventare tali ma non serve (se non come riferimento culturale) per il resto delle città, dove occorrono architetti bravi che si contrappongono all’invadenza, arroganza e pervasiva ignoranza degli uomini di potere politico/economico.
    Una brutta storia che spesso s’inceppa sui criteri drammatici della visibilità mediatica.

    Ultimo aneddoto, poiché si rischia di trattare un tema delicato con eccessiva semplificazione, qualche settimana fa a Palermo degli insegnanti precari senza posto di lavoro a causa dei recenti tagli del governo, hanno fatto lo sciopero della fame, non c’è stata nessuna rilevanza mediatica per quest’atto estremo. Dopo una settimana un altro gruppo di precari decide di mettersi in mutande per avvalorare la tesi della loro protesta, in questo caso c’è stato un battage mediatico nazionale senza precedenti.

    Nessuna morale per carità.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  4. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  5. Salvatore,
    e' interessante cio che dici ma permettimi di aggiungere due cose:

    cio che scrivi a proposito di Catania non mi trova del tutto d'accordo. Le cosi dette archistar oltre a servire operazioni mediatiche con cui le amministrazioni locali tentano un rilancio d'immagine sono, in certa misura, testimoni virtuosi della cultura contemporanea del progetto e portano nuove visioni la' dove, per abitudine o per pigrizia, si pensava l'architettura contemporanea non potesse trovare dimora.
    Se, a parole o in casa d'altri, consideriamo il genius loci un concetto accademico e superato dalla globalizzazione (dei linguaggi, del flusso di informazioni etc...); dall'altro, de facto, contrapponiamo scetticismo nei confronti del nuovo.

    Cio che penso affligga il nostro paese e' infatti una poco diffusa cultura architettonica. Le archistar servono ad innalzare gli standard qualitativi e di gusto.

    Penso che sia questo scetticismo per il nuovo che l'Italia non puo' piu' permettersi.

    E poi Catania (296.000 abitanti circa) e' una potenziale nuova Bilbao (350.000 abitanti circa), no?

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  6. ---> Marco,
    vorrei essere a Londra per vedere/ascoltare la mostra/conferenza del 21 settembre Digital Architecture London (http://www.digital-architecture.org/london/) poiché vorrei capire se dopo la diagram architecture possiamo parlare di una Digital Architecture.
    Per abbandonare definitivamente il terreno della deriva critica del decostruttivismo e stabilire che F.O. Gehry è un postmoderno (barocco) poiché è un compositivo che assembla forme.
    Che solo grazie a P. Eisenman si supera il post moderno e inizia la diagram architecutre circa quarant’anni fa e che in seguito sarà la Z. Hadid (dopo la sua prima fase diagram) a traghettarci nella digital architecture evitando l’altra deriva critica un po’ debole della blob architecture di G. Lynn (1995).

    Ritornando a San Berillo non possiamo avallare una copertura a dei malavitosi attraverso la progettazione da archistar.
    Catania come Bilbao?
    Non vedo le figure illuminate che potrebbero innescare un processo virtuoso.
    Catania al momento è un buco nero politico e culturale.
    Sono d’accordo con te occorre abbattere l’ignoranza sull’architettura quella che tu chiami scetticismo.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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