Facebook Header

31 maggio 2012

0049 [SPECULAZIONE] Progettare senza limiti

di Fulvio Irace*  

All’archivio di Stato una rassegna sull’«architettura radicale» che negli anni Sessanta voleva rompere con la tradizione e incarnare la contestazione antiborghese. 




   Non ha tutti i torti chi ritiene che l’unico contributo italiano alle avanguardie del ‘900 sia stato il Futurismo. Per tutto il XX secolo la stessa parola – “avanguardia” – non è mai stata molto popolare da noi, soprattutto se riferita all’architettura, un’arte in cui ogni apertura al nuovo – dalla Metafisica alla Tendenza – ha più o meno conciso con un ritorno al passato. Al punto che, anche quando l’impulso a ricostruire il mondo si fece sentire l’urgenza di una febbre giovanile in un momento storico che ha radicalmente cambiato il paese, la cultura ufficiale ha reagito voltando le spalle e raggelandone ogni velleità in silenzio. 

   La scena naturalmente è quella degli anni 60, quando Londra era “swinging” e a Berkley, in California, Marcuse era il guru della rivolta studentesca. Sui muri di Parigi si invocava l’”immaginazione al potere” e a Firenze – destatasi per incanto dal dorato tramonto post brunelleschiano – due stimati “maestri” (Leonardo Savioli e Leonardo Ricci) aprivano inaspettatamente i loro corsi di progettazione ai nuovi temi proposti dagli studenti: dall’urbanistica integrata all’urbanistica del divertimento. 

   A Roma, di fronte al quartiere Coppedè, era da poco sorto il Piper: il tempio-icona della “beat generation” dove Patty Pravo e i Rokes si esibivano in una sala decorata da Warhol, Schifano e Manzoni. A londra, Cedric Price aveva lanciato il suo progetto più rivoluzionario: il Fun Palace, padre nobile del Beaubourg di Piano e Rogers, e rappresentazione di quell’impulso ludico alla creazione che Marcuse aveva posto alla base della sua critica alla società totalitaria in Eros e Civiltà. Per gli studenti fiorentini progettare il “Piper” significava dunque sperimentare lo spazio del coinvolgimento, scatenare le forze di quella guerriglia esistenziale con cui si credeva di rompere l’arido guscio dell’architettura professionale e tecnologica ed entrare in contatto con le forze più eversive della contestazione antiborghese. Andrea Branzi proponeva il Luna Park a Prato, Natalini il Palazzo dell’Arte a Firenze, Gianni Pettena incursioni artistiche sul Ponte Vecchio e sfide impossibili ad Arnolfo di Cambio. Si incontravano così nelle strade compagni inattesi come Ugo La Pietra che a Milano sperimentava i “gradi di libertà”, Riccardo Dalisi che nei bassifondi di Napoli anticipava l’architettura della partecipazione o Derossi/Strumm che a Torino affidava al “Fotoromanzo” le utopie delle lotte operaie, prima che queste di lì a poco degenerassero nelle regressioni armate degli anni di piombo. 

   Nasceva insomma l’”architettura radicale” (il termine fu coniato a posteriori da Germano Celant un po’ sulla scia dell’arte povera”) che il leader di Superstudio Natalini – definì un misto di: ironia, provocazione, paradosso, terrorismo, misticismo, umanesimo, patetico, di volta in volta adoperate secondo la nota strategica avanguardistica della “mossa del cavallo”!. Poi vennero Mendini – che giunto alla direzione di Casabella la trasformò nell’house organ del “radicalismo” internazionale - e l’argentino Emilio Ambasz che nel 1972 li trabordò tutti nelle sale del Moma di New York in una mostra memorabile intitolata «Italy: the domestic landscape». 

   Il paradosso però fu che l’agiografia concise con l’atto di morte: una celebrazione suntuosa che rilanciò l’Italia nel circuito internazionale, ma si lasciò dietro solo un grandioso cimitero cartaceo che ancor oggi affascina per la visionarietà di certe intuizioni (come il Monumento continuo, ad esempio, o la Non-stop City) che sono il testamento più vitale di un’inquietudine che la società italiana non seppe cogliere.

   «Velleità eversive» le definì Tafuri, esempi di «ironia che non sa ridere». La seriosità accademica e la censura politica (quella di sinistra naturalmente che era ben lungi dal dismettere la sua ossessione del “centralismo democratico”) ne fecero strage, lanciando l’anatema di una “dannatio memoriae” che di fatto condannava l’Italia a un autarchismo scambiato per culto del “genius loci”. Oggi, per il breve spazio di un mese, le ipotesi della «Radical City» tornano al centro di una mostra che è il fiore all’occhiello della seconda edizione di «Architettura in città»: un’occasione di riflettere su un progetto di modernizzazione incompiuto, per analizzare non solo le cause della disfatta, ma anche – e soprattutto – le ragioni di un grande successo internazionale. 

   Radical City, a cura di Emanuele Piccardo, Torino, Archivio di Stato. Dal 30 maggio al 30 giugno.  Catalogo Archphoto 2.0

31 maggio 2012
Intersezioni ---> SPECULAZIONE
__________________________________________
Note:
* Pubblicazione autorizzata dall'autore


28 maggio 2012

0007 [MEDIA CIVICO] La misura e il contorno a vasto respiro di Luciano Marabello

di Salvatore D’Agostino 

Prima di questo tweet: 
qui
non conoscevo il blog corpodellecose di Luciano Marabello. Un heresphere possente come scrive Hassan Bogdan Pautàs l’ho subito disturbato con po’ di mail.










24 maggio 2012

0010 [WILFING] Ci vediamo per le strade | See you in the streets

di Salvatore D’Agostino

«Koolhaas ha segnato un periodo, ma il dibattito non può essere egemonizzato dalle stesse persone che hanno dominato la comunicazione negli ultimi vent'anni. Non si può andare avanti nei modi ancora di recente utilizzati da Winy Maas degli MVRDV: a ogni problema corrisponde una soluzione che, naturalmente, si incarna in un progetto di architettura. Molto spesso la soluzione è non fare niente. Il progetto più bello degli ultimi anni forse è stato quello di Lacaton e Vassalle per il concorso di «abbellimento» di place Léon Aucoc a Bordeaux. Dopo avere frequentato il posto e parlato con i passanti e gli abitanti, proposero di lasciare tutto così com'era, al di là di qualche intervento di manutenzione, perché la piazza non aveva bisogno di miglioramenti». (Mirko Zardini)1


Domenico Di Siena, leggendo le recenti indignazioni, via media generalisti e web, sulle vicende legate alla Biennale di Venezia e al museo MAXXI, ha scritto un post Architettura, Italia . Lo spettacolo è finito! sul suo urbanohumano, ricordando come l'importante premio dell’European Prize for Urban Public Space - dedicato allo Spazio Pubblico - sia stato dato a un progetto spontaneo e collettivo quale l’accampata della Puerta del Sol, l’insieme di persone e tende che diede inizio, un anno fa, al movimento degli indignados, con la seguente motivazione:
«il premio ha voluto evidenziare i nuovi “ruoli” di molti giovani architetti che stanno sviluppando il proprio lavoro professionale ricercando nuovi formati, attraverso incarichi o auto-incarichi, nuove formule di collaborazione di gruppo o di collettivi, attivismo sociale e partecipazione pubblica, urbanistica di azione, nuovi mezzi di comunicazione applicati all’architettura, oltre ad una nuova sensibilità riguardante la costruzione».



21 maggio 2012

0006 [MEDIA CIVICO] Che cos’è la quisfera | l’heresphere?

di Salvatore D’Agostino 

Che cos'è la quisfera | l’heresphere? 

   Lo spiego riportando la definizione data da Hassan Bogdan Pautàs in un recente post dedicato all’uso letterario di Twitter - #Twitteratura? - dove ha ripreso e sintetizzato il neologismo quisfera | heresphere:
«Di fatto, noi oggi non abbiamo più a che fare con la blogosfera, per come la intendevamo alcuni anni fa. Noi oggi abbiamo a che fare con quella che Salvatore D’Agostino giustamente definisce Quisfera (Heresphere): è un luogo più ampio, che comprende sia il social web sia i blog, in cui il cittadino comincia a riappropriarsi di se stesso, a partire dalla sfera emotiva ed affettiva (Facebook, ma non solo), per poi farsi in alcuni casi vero e proprio medium civico (Twitter e i blog, ma non solo); il cittadino non si limita più a consumare cultura di massa dall’alto, principalmente attraverso la cattiva maestra televisiva; il cittadino ricomincia a produrne in proprio, di cultura, dal basso, all’interno di vere e proprie nicchie underground, diventando una sorta di disintermediario georeferenziato di se stesso».

15 maggio 2012

B-LOG | N.1

di Salvatore D’Agostino
febbraio 2011*

«B.log B. sta per B side, lato b e di poco valore, rarità e cose che non hanno mai visto la pubblicazione altrove. Si può leggere distrattamente come Blog». Cristian Farinella, 26 ottobre 2010
   L'atto di annotare o registrare in inglese è tradotto con 'to log'. Il log, cioè prendere nota o registrare in una pagina Web per comunicare ad altri dei contenuti è l’idea originaria del Web. Da qui la nascita del termine Web Log. Il B-LOG si lega al concetto di B-side e alla definizione degli appunti in rete Web log, prima di essere contratta in BLOG.

   B-LOG è una rivista di architettura che raccoglie, ridefinendoli, gli articoli postati in rete: il lato b di poco valore, rarità e cose che non hanno mai visto la pubblicazione altrove.

11 maggio 2012

0029 [A-B USO] Mauro Francesco Minervino | Statale 18 | Quarta parte

di Salvatore D’Agostino

prima, seconda e terza parte

«Mentre attraverso questo sud della città a nastro capisco anche perché posti così per essere raccontati non hanno più bisogno della penna eclettica dei viaggiatori stranieri o di quella molto meno alata degli inviati speciali. Le didascalie dei viaggiatori a cottimo degli inserti turistici, le rubriche estive dei giornali sono spazzatura. Nel contemporaneo Gran Tour di questa nuova miseria che si disegna sui bordi delle statali alle latitudini del sud si scrive, o si riscrive, fuor di letteratura e di apologo antropologico. Basta registrare lo sguardo riflesso dei luoghi». (Mauro Francesco Minervino)1

Mauro Francesco Minervino è un antropologo calabrese che non ha bisogno di andare lontano per le sue ricerche poiché il luogo dove vive e delle sue quotidiane osservazioni è la diciottesima statale italiana che da anni percorrere senza sosta. In fondo a sud, La Calabria brucia e Statale 18 sono i libri dove ha riportato le sue analisi, l’intervista che seguirà è divisa in più parti (, e ) poiché le risposte, ampie e dettagliate, meritano pause di riflessioni più che letture veloci senza area di sosta.


8 maggio 2012

0028 [A-B USO] Mauro Francesco Minervino | Statale 18 | Terza parte

di Salvatore D'Agostino
primaseconda e quarta parte
«Mentre attraverso questo sud della città a nastro capisco anche perché posti così per essere raccontati non hanno più bisogno della penna eclettica dei viaggiatori stranieri o di quella molto meno alata degli inviati speciali. Le didascalie dei viaggiatori a cottimo degli inserti turistici, le rubriche estive dei giornali sono spazzatura. Nel contemporaneo Gran Tour di questa nuova miseria che si disegna sui bordi delle statali alle latitudini del sud si scrive, o si riscrive, fuor di letteratura e di apologo antropologico. Basta registrare lo sguardo riflesso dei luoghi». (Mauro Francesco Minervino)1
Mauro Francesco Minervino è un antropologo calabrese che non ha bisogno di andare lontano per le sue ricerche poiché il luogo dove vive e delle sue quotidiane osservazioni è la diciottesima statale italiana che da anni percorrere senza sosta. In fondo a sud, La Calabria brucia e Statale 18 sono i libri dove ha riportato le sue analisi, l’intervista che seguirà è divisa in più parti ( e ) poiché le risposte, ampie e dettagliate, meritano pause di riflessioni più che letture veloci senza area di sosta.


3 maggio 2012

Folio

di Salvatore D’Agostino 

Alla fine del 2011 la SicilCima mi ha chiesto di curare il nuovo numero di Folio, il media cartaceo prodotto dalla stessa azienda che promuove in modo estemporaneo architettura, design, arte e cultura.
Il tema proposto era Intersections, il workshop di architettura e urban design,1 articolato intorno al rapporto tra la costa della città di Catania, il suo tessuto urbano e le sue infrastrutture, giunto alla seconda edizione e strutturato con la formula didattica che ha visto al lavoro sei gruppi di studenti e neolaureati coordinati da un architetto visiting e uno resident: Martin Ostermann (Berlin) - Zeroarchitetti (Roberto Forte e Andrea Guardo di Catania); João Antonio Ribeiro Ferreira Nunes (Lisboa) - Nicola Piazza (Palermo); Piero Bruno (Berlin) - Carlo Palazzolo (Siracusa); Gonçalo Byrne (Lisboa) - Gianfranco Gianfriddo (Siracusa); Luigi Snozzi (Locarno) - Emanuele Fidone (Siracusa); Giacomo Leone (Catania) e Giovanni Leone (Venezia). 
Ho accettato e scelto di lavorare insieme a CRILO (Cristian Farinella e Lorena Greco), cambiando l’impostazione generale del media (che è previsto modificabile secondo il tema e/o il curatore ospite), e scegliendo di caratterizzare il numero con due immagini di sintesi, una per lato.
La prima immagine spontanea, quasi immediata, che CRILO ha disegnato, è diventata la trama di Folio02: un muro.