Facebook Header

29 aprile 2011

0008 [WILFING] Lo status dell’architettura italiana

di Salvatore D'Agostino
«Fb poi definisce una idea di ‘dentro e fuori’ che non esisteva prima. Si sta fuori su Internet o dentro su Fb. Anche qui non ci sarebbe niente di male. Come detto, te ne stai sul divano ad allenare i tuoi quotation fingers. Poi però vedi anche che le citazioni che ti passi e ripassi non è che siano delle cosine ricercate con cura, scovate chissà dove, alla Tanni per dire. In realtà è roba che viene tutta da altri posti chiusissimi tipo quotidiani vari o dalla superficie di Youtube. Insomma la situazione passa dal livello “divano” al livello “divano+aria viziata”». (Luca Diffuse)1
Qualche giorno fa, sull’home di facebook, ho trovato  il sito PastBook che come recita:
«Crea in un click un poster con le foto, i commenti dei tuoi amici, gli aggiornamenti di stato, i link e i video che hai condiviso nel 2010 sul tuo social network preferito!».
Dopo qualche minuto avevo - tra i miei infiniti file - il diluvio di parole, link, contatti, foto pubblicati sul mio profilo. In pratica il mio recente passato in un poster.
Una memoria Web non più visibile a video ma potenzialmente su carta.
Questo episodio mi ha portato a riflettere sulle tre questioni per lo storico contemporaneo che avevo evidenziato in un precedente post:
  • la vita di un link; 
  • la labilità dei supporti dei nostri archivi; 
  • l’espansione dei nostri appunti (privati e pubblici) nel Cloud Computing.

    26 aprile 2011

    0019 [CITTA'] Gli abitanti sono delle «pietre vive»

    Pubblico un breve intervento del geografo Franco Farinelli (presto su WA approfondirò il suo pensiero) apparso nell'ultimo domenicale del Sole 24 Ore a pagina 27.

    di Franco Farinelli 
    -
    NIENTE CONFINI MA SCATOLE CINESI

    «Una città è una città»: così ancora mezzo secolo fa Ro­berto Lopez espri­meva la rinuncia degli storici al ten­tativo di una risposta onnicom­prensiva alla questione su che cosa una città fosse, perché il concetto di città muterebbe da tempo a tem­po e da paese a paese, mentre attra­verso le epoche e le culture non mu­terebbe affatto, o di poco, il grado di coscienza dell'esistenza della cit­tà da parte dei contemporanei. La base materiale di tale coscienza era costituita appunto dalla differenza-opposizione tra città e cam­pagna, visibilmente diverse dal punto di vista delle forme materia­li, oltre che della natura e della funzione. Ma che cosa succede se, come ai giorni nostri, ogni diffe­renza di questo tipo scompare o quasi? Se non soltanto il numero dei terrestri che vivono in città separa quello degli abitanti della campagna, ma tra quella e questa non si coglie quasi più nessuna di­versità funzionale? 

    18 aprile 2011

    0015 [A-B USO] Stefano Graziani | Marina di Acate

    testi curati da Federico Zanfi foto di Stefano Graziani


    Aldo abita stabilmente la sua casa al mare. 
    Anni fa mi sono separato da mia moglie, che continua a stare a Gela nella casa di famiglia, e sono venuto a stare qui, da solo: con la pensione che ho non sarei riuscito ad affittare un’altra casa in città.
    La casa l’ho costruita nel 1978, qui attorno c’erano soltanto serre. Ho chiesto la sanatoria nel 1981, ma mi è stata negata perché la casa è a circa 140 metri dalla battigia e secondo una norma regionale il limite di inedificabilità totale è a 150 metri. Tanti nella mia situazione aspettavano la sanatoria per gli immobili vicini al mare che ci aveva promesso la Regione, ma alla fine non è stata varata.

    14 aprile 2011

    0007 [WILFING] Social streaming Being Zaha|Daniela Hadid|Fastoso su NIBA

    di Salvatore D'Agostino
    «Di punto in bianco, nel bel mezzo del film, la piccola è saltata giù dal divano ed è corsa dietro al televisore. Il padre ha pensato che volesse verificare se le persone del film fossero realmente nell'apparecchio. Lei frugava tra i cavi dietro il monitor e alla domanda "Che stai facendo?" si sporse da dietro lo schermo e rispose: "Cerco il mouse"».1 (Clay Shirky)
    In occasione della presentazione del numero di Abitare dedicato a Zaha Hadid ho invitato gli avventori di NIBA a seguire la diretta streaming per chiacchierare insieme attraverso i commenti.
    NIBA ha risposto intrecciando due racconti di architettura: la storia di Zaha Hadid per qualche ora si è incrociata con quella di Daniela Fastoso.

    La prima presentata da Stefano Boeri, sempre più a suo agio come conduttore di eventi di architettura; la seconda presentata dal media Web, sempre più a suo agio nell’accogliere eventi virali.
    Per Stefano Boeri l’architettura -su Abitare- deve essere leggera, non ha più bisogno di analisi critica. Il testo di architettura diventa racconto per immagini e parole. I disegni si trasformano in metadisegni nelle reinterpretazioni di Salottobuono. La rivista, infine, è un catalizzatore di eventi, feste e incontri.
    Per il Web l’architettura diventa un'infinita ragnatela dove procacciarsi possibili clienti. Ad esempio, Groupon come dice lo slogan: «offre uno sconto giornaliero sulle migliori cose da fare, mangiare, vedere e comprare in più di 140 città in tutto il mondo».  Groupon per Daniela Fastoso è un luogo -Web- di opportunità dove esercitare la sua professione di architetto.

    Tra Zaha Hadid e Daniela Fastoso (empatizzo con la persona), non ci sono solo sei gradi di separazione, ma la quotidianità che va dalla Diva* al normale architetto  (uno tra i centotrentamila per l'Italia).
    Tra 'Zaha Hadid e Daniela Fastoso' la mia riflessione va al territorio italiano sempre più trascurato e devastato dall'indifferenza.
    Indifferenza che Abitare e il Web, preoccupati dagli eventi, non possono che reiterare.

    Di seguito ho riportato -intrecciando- i commenti di NIBA dei due Being evidenziato in blu la storia di Daniela Fastoso.


    10 aprile 2011

    0012 [FUGA DI CERVELLI] Colloquio Italia ---> Giappone con Salvator-John Liotta

    di Salvatore D'Agostino
    Fuga di cervelli è una TAG non una definizione. La TAG è contenitore di diversi 'punti di vista'.

    Dall'occidente in-scritto all'oriente de-scritto; attraverso la scuola meridionale.
    日本, 東京都文京区本郷7丁目3−1 東京大学 本郷地区番号案内-




    Salvatore D'Agostino Ciao Salvator-John,
    forse non è il momento ma ti rilancio la proposta di un colloquio per Wilfing Architettura.
    Spero che tu stia bene.


    Salvator-John Liotta Ciao Salvatore, grazie per la tua mail e proposta: forse non è il momento migliore, ma mi dico anche chissà quando sarà il momento migliore: facciamo che sia adesso e quindi accetto volentieri.
    Al momento ci hanno 'evacuato' nel Kansai, e quindi non sono nelle condizioni ottimali né per comunicare né per concentrarmi al 100%. 

    Ti linko l'articolo su questi giorni surreali che abbiamo vissuto di recente. 

    Il tuo articolo su Domus, segna il passaggio tra l’opportunità di una rivista di architettura di attivare dei sensori attenti alla cronaca attraverso l’immediatezza della sezione on-line.
    Continuando a essere inopportuno: 'evacuato'! 

    Abito e lavoro a Tokyo, ma l'ambasciata visto l’evolversi incerto di questa crisi complessa che ha colpito il Giappone, ci ha invitati 'caldamente' a lasciare la capitale: o per l’Italia o per altre destinazioni. Non ci ha obbligati, ma invitato, ci tengo a sottolinearlo. Trascorrerò i prossimi giorni tra Kobe, Kyoto e Osaka. 
    Spero di riuscire a dialogare con te in modo soddisfacente: infatti tra gli stravolgimenti continui e repentini che stiamo vivendo in questi giorni, cambi di casa e vari lavori da consegnare; vivo veramente l'attimo.

    Sono d'accordo con te per quanto riguarda Domus. L'arrivo di Joseph Grima con la sua comprensione dei nuovi media, il fatto che la redazione riceva centinaia di proposte difficili da smaltire soltanto su carta, la velocità e immediatezza dei mezzi di comunicazione e del tempo che viviamo sono tutti elementi che hanno portato alla necessità di avere un sito più veloce e agevole. Esso è altro rispetto allo spazio di approfondimento cartaceo che rimane il central core di Domus.

    Joseph Grima sa bene che il Web e il cartaceo sono due piattaforme distinte ognuno con il suo linguaggio e forse con una diversa profondità.
    L’avvento della nuova Domus Web cambierà il panorama delle riviste italiane poiché quest’ultime continuano a insistere anacronisticamente sull’uso del Web come sito/vetrina. Ad eccezione - senza nessuna innovazione - di Casabella che ha uno spazio blog dal sapore ‘antico’ rilancio link e Abitare on-line che scechera tutti i suoi contenuti sia Web che cartacei (ndr peggiorata nella recente riposizione grafica - aprile 2011 - all'interno dei siti del gruppo RCS).
    Un cambiamento che dobbiamo ancora analizzare e capire.

    Come fai a vivere tra Kobe, Kyoto e Osaka e lavorare contemporaneamente?

    Sono uscito di casa senza sapere se vi avrei potuto mai più fare ritorno: una sensazione strana quella di pensare che ti lasci alle spalle un luogo che potrebbe venire cancellato con tutto quello che vi hai messo dentro, in termini affettivi e materiali. Sono momenti che ti restano dentro per sempre e ti fanno pensare a quanto la vita sia veramente fragile, ma ciononostante anche che essa sia il più bel regalo possibile da vivere momento per momento. Ho preso con me due libri e un computer: un libro su tecniche di respirazione e uno su psiche e tecnologia; in viaggio ho poi comprato degli splendidi fumetti che leggo (voracemente) per rilassarmi (consiglio gli splendidi Naoki Urawasa e Fumi Yoshinaga); sul computer ho dei files sui quali sto lavorando e il minimo di softwares che mi consentono di portare avanti ricerca, lavori privati (con dei colleghi stiamo progettando una casa privata sulle colline che guardano Kyoto che conto di visitare durante questi giorni) e collaborazioni con varie riviste.
    Per quanto riguarda le riviste e il modo nel quale stanno usando i nuovi media concordo pienamente con te. Tra l'altro leggevo il dialogo che hai avuto con Fabrizo Gallanti di Abitare: molto interessante.

    In uno zaino porti con te tutto il necessario per continuare a lavorare, sarebbe stato impossibile dieci, ma forse cinque, anni fa.
    Perché sei andato a lavorare in Giappone? 

    Porto l'essenziale. Al momento ho vissuto in undici diverse città: che vanno da 6000 abitanti fino a 34 milioni. Adesso vivo a Tokyo, una delle capitali del mondo, sicuramente fra le città più eccitanti dove sia mai stato. Ogni tanto per descrivere alcuni luoghi si usa una frase che è essa stessa un luogo comune: “sembra che qui il tempo si sia fermato”. Tokyo è l’opposto: il tempo qui non conosce pause, e ad immergersi nei suoi flussi ogni tanto si fa fatica a tirarsene fuori, a fare un passo indietro per riflettere.

    Prima di venire in Giappone sono stato a Parigi da New-Territories/Francois Roche per un internship. Mentre ero a Parigi ho ricevuto la notizia di aver vinto il concorso bandito dal Monbukagakusho - Ministero della Ricerca e Cultura giapponese - e così sono partito per l’oriente con una borsa di ricerca biennale. 

    Dopo il primo anno mi hanno chiesto se volevo fare il concorso per il dottorato di ricerca, l'ho vinto e così sono rimasto per altri tre anni. Inizialmente ero con Yoshiharu Tsukamoto che però si è quasi subito spostato ad Harvard, così ho studiato con Masaru Miyawaki col quale sono in debito per avermi insegnato il senso del fare ricerca e fornito gli strumenti cognitivi per dare una base scientifica solida ai miei studi. 

    Dopo aver conseguito il dottorato con una tesi 'sull'identità architettonica di Tokyo: integrazione fra media e metropoli', sono tornato per un breve periodo in Europa, per dei lavori che stavo portando avanti insieme con una collega francese - Fabienne Louyot - e un collega indiano - Praful Parlewar - con i quali avevamo aperto qualche anno prima lo studio Synaps (oggi sciolto) con sedi a Parigi, Bombay e Tokyo. Era un modo per testare le possibilità connettive senza frontiere (apparentemente senza frontiere) offerte dal mondo globalizzato e per capitalizzare le rispettive esperienze fatte lavorando all'estero. 

    Ho conosciuto Kengo Kuma nel 2007, ad una mostra che avevo co-organizzato insieme a degli scienziati esperti di nano-tecnologie all'Istituto Italiano di Cultura di Tokyo. In quell'occasione avevamo parlato della possibilità di una ricerca che indagasse l’uso di un’architettura parametrica che sintetizzasse cultura e tecnologia. Così nel 2009 abbiamo preparato un progetto di ricerca poi finanziato da parte del JSPS, che sarebbe come il CNR in Italia. 

    Quando guardavo al Giappone vedevo nel loro modo di fare architettura e nella loro estetica la ricerca di un’espressione calma: dove noi occidentali cerchiamo di imprimere forza e muscolarità alle nostre opere, loro per tradizione aspirano al distacco dal momento contingente, uno spirito che anela alla serenità. Questo però l’ho capito in modo logico soltanto retrospettivamente, inizialmente si trattava di un tipo di attrazione non mediata dal raziocinio. Ero imbevuto degli scritti di Inazo Nitobe, Yukio Mishima, Masahi Tanaka, Jiro Taniguchi, e avevo negli occhi sia le immagini epiche di Akira Kurosawa che quelle ultra cinetiche di Shinya Tsukamoto e Hayao Miyazaki. Poi ho fatto la scoperta di Murasaki Shikibu, Kenzaburō Ōe, Yoshida Kenko, Haruki Murakami. Ho riposto nel cassetto Arata Isozaki, Tadao Ando, Toyo Ito e Makoto Sei Watanabe: sono andato per il Giappone per visitare i grandi classici dell’architettura tradizionale e mi sono appassionato ai più giovani architetti avanguardisti nipponici.
    Con gli anni ho scoperto che lo spirito dell’avanguardia e della sperimentazione fa parte delle cultura tradizionale giapponese: innovano perché fa parte della loro storia, lo fanno senza vanterie, lo fanno inconsciamente, per questioni culturali. Di interessante c'è che mediamente i giapponesi non sono quasi mai abbastanza soddisfatti di raggiungere risultati che noi considereremmo ottimi. Di conseguenza la qualità media dei loro lavori è molto alta.

    La tua frase finale mi ricorda il concetto di superflat coniato dall'artista Takashi Murakami.
    «Superflat descrive la civiltà giapponese, la sua arte, antica e contemporanea, fatta di piani e di atmosfere, non di prospettive e profondità. Superflat è una società dove arte colta e arte popolare si mischiano e si confondono, anzi non vengono nemmeno divise. Distinguere il colto dall'ignorante, l’alto dal basso è una fissazione tutta occidentale»1.
    A volte, in un eccesso di occidentalismo, dimentichiamo che la prospettiva è solo un sistema descrittivo tra i vari possibili. Anzi, forse dimentichiamo pure che la prospettiva è una legge attraverso la quale abbiamo prima 'costituito' e poi costruito lo spazio occidentale.

    Dove gli architetti europei ed americani praticano un’arte che potrebbe essere chiamata dell’in-scrizione, i giapponesi praticano un’arte della de-scrizione. Invece che imporsi al luogo, lo captano, percepiscono e portano alla luce de-scrivendolo. La prospettiva non è data dalla distanza dal punto focale, ma - tradizionalmente attraverso gli strumenti in uso ai giapponesi - dalla gradazione dell’inchiostro. Lo spazio giapponese presenta un tipo di profondità non dovuta alla linearità bensì alla gradazione.
    «Ito - racconta Mark Dytham architetto ed ex collaboratore di Toyo Ito - non è per nulla supponente, è molto generoso e davvero piacevole. Soprattutto quando si fa un paragone con gli architetti occidentali, sempre saccenti, arroganti, pronti a litigare. Sai, in effetti molti architetti qui sono rilassati come lui. Prendi Itsuko Hasegawa per esempio. Mi piacerebbe molto pensare a un processo di maturazione e invecchiamento in cui anch'io sono così tranquillo. Credo che sia diverso in Europa, se non diventi duro cattivo non sopravvivi, forse per via dei clienti, avere a che fare con costruttori poco piacevoli…»2
    Di recente scrivevo della prima costituzione giapponese dove racconto di come nel primo articolo - di quella che è più un insegnamento morale che non una vera raccolta di articoli costituenti un diritto - si dice che il Giappone sia una nazione fondata sull'armonia. 

    In occidente, e soprattutto in Italia, la cultura 'campanilistica' ha avuto un grandissimo rilievo ed impatto. Detto in maniera semplice e riduttiva, penso che la bellezza di molte nostre città sia in parte dovuta ad una sana rivalità fra città: guardare quello che fa il vicino per farlo meglio - se possibile - e superarlo (mostrando i muscoli). Se pensi allo scrivere, dove storicamente l’occidente scrive a colpi di scalpello la propria storia, incidendo la materia. L’oriente, e soprattutto il Giappone, scrive la propria letteratura (e storia) usando il pennello. Da una parte un'attività muscolare forte, dal gesto potente, dall'altra un'attività calma: gli oggetti in dote al calligrafo trasudano serenità, il polso deve essere sciolto, il movimento richiede rilassatezza. 

    Prima dicevo come l’occidente imbeve le proprie opere d’arte di tensione, di forza, di potenza e violenza. Gli artisti giapponesi tendono invece a raggiungere un’opera d’arte serena, ad infondervi calma. Mi verrebbe da dire che Picasso, Caravaggio o Zaha Hadid non sarebbero potuti nascere in Giappone, ma nemmeno Toyo Ito sarebbe potuto nascere in Occidente.

    Ora, questo è un discorso molto generale: perché dove Toyo Ito rappresenta un architetto sereno, Tadao Ando è invece un architetto spigoloso che impone il proprio pensiero in maniera molto forte e senza compromessi.*

    Si dice dei giapponesi che siano gentili, e che la gentilezza sia per loro come una forma di religione che professano pure quando non ci credono. Qualche osservatore dice che questa gentilezza sia in parte artefatta. Fa venire in mente due cose: l’espressione 'falso e cortese' - che si usa per definire delle prerogative dei cittadini di alcune città italiane - e l’invito “potrebbe essere un po' più gentile?”. Che dire, personalmente, preferisco una 'falsa gentilezza alla giapponese' (che se reiterata produce comunque effetti positivi) che non un tipo di supponenza che porta a quello che Mark Dytham riconosce come tratto distintivo di certi architetti che con gli anni si induriscono. 

    Qual è il tuo paese di origine? 

    L’Europa. Quando parlo con un cinese o un coreano e mi ritrovo li a spiegargli chi sono Garibaldi e Napoleone, o anche Deleuze, i Mano Negra, Wenders, Leo Messi, Magritte, Almodovar o Fellini, capisco che siamo un vero continente e non solo per via della cultura: ma perché ci siamo fatti la guerra, ci siamo invasi, ammazzati, violentati e ibridati scambiandoci il sangue e i geni. Di contro quando vietnamiti e indonesiani parlano di condottieri e generali che hanno fatto la loro storia mi sembra di essere un estraneo, solo in parte al corrente delle cose d’Asia. Più in dettaglio, penso che le mie origini affondino in quella che definirei la scuola meridionale dell'architettura: quella fatta di notte e con mezzi di fortuna.

    A che cosa ti sta servendo questa scuola meridionale in oriente? 

    La scuola meridionale è agitata dal genio dell'improvvisazione, quella giapponese dalla serenità della regola. Ho dovuto “resettare” tutto per aprirmi veramente a ciò che fino a quel momento era per me ignoto. Aziende come Goldman-Sachs o Merrill Lynch hanno diverse sezioni, tipo GoldmanSachs Europa, GoldmanSachs Asia e infine GoldmanSachs Giappone. Questo perché il Giappone è una nazione peculiare - con pro e contro - per quanto riguarda sia storia che sistema degli affari. Estremizzando mi verrebbe da dire che quello che si sa prima di venire qui forse non serve a niente, in quanto il sistema giapponese ha un sistema operativo tutto suo. Esportabile, affascinante e comprensibile: ma non va dimenticato che e’ 'made in Japan'.

    Quindi l’attitudine che ho avuto è stata di purificazione: liberarsi del passato. 

    Sappiamo come la cultura monoteista abbia la tendenza ad escludere elementi esogeni ed esterni ad essa in quanto tende alla purificazione. Il piombo che cerca di essere tramutato in oro. Mentre scintoismo e buddismo tendono all’inclusione. Ecco, all’inizio quando sono arrivato in Giappone, ho praticato una sorta di purificazione al contrario (in quanto ero ancora imbevuto di cultura monoteista): decidendo di non usare gli strumenti cognitivi che avevo fino a quel momento appresso. Sono venuto vuoto, o meglio cercavo di svuotarmi delle cose che avevo appreso. Le cose che conoscevo non che non mi potessero servire, ma ho preferito fare finta di non averle.

    Poi, oggi, dopo che esse hanno dormito per lungo tempo, sento che si stanno risvegliando e il tutto si sta cominciando a mischiare in modo naturale in un processo ancora in corso. Spero in futuro mi portino ad avere una maggiore espansione della coscienza e una più ampia sintesi dei saperi. 

    Durante questo tam tam di domande e risposte mi hai scritto:
    «Qui tranne il fatto che l'acqua è razionata e che la città non funziona al 100%, tutto sommato si continua a vivere bene!»
    Mi piace il tuo ottimismo, grazie per questo dialogo. 

    Per via degli effetti di questa crisi complessa che ha colpito il Giappone, Tokyo si trova oggi a dover ripensare il suo futuro: trattandosi di una metropoli ultra avanzata che dopo anni di spregiudicatezza consumistica, intensa produzione di avveniristiche sequenze spaziali ed esperimenti sociali si può capire che ripensarsi in quanto una delle capitali del mondo non sarà immediato. Ma diceva Henry Ford che gli ostacoli sono quella cosa spaventosa che si vede quando ci si distrae dalla meta.
    Qui siamo con un occhio all'immediato e uno all'infinito.
    Grazie a te!

    11 aprile 2011

    Intersezioni ---> Fuga di cervelli

    __________________________________________
    Note:
    1 Francesco Bonami, Lo potevo fare anch’io, Mondadori, Milano, 2007, p. 95.
    2
    AA. V V., Toyo Ito. Istruzioni per l'uso, Postmedia, Milano, 2004, p. 59.
    * Li ho incontrati entrambi per delle interviste che sono diventati dei libri pubblicati da CLEAN (nel primo sono coautore insieme a Matteo Belfiore, del secondo ho curato la traduzione): ognuno dei due architetti ha una sua peculiare identità.

    6 aprile 2011

    0006 [POINTS DE VUE] Massimo Mastrorillo | 6 aprile 2009 ore 3:32

    di Salvatore D'Agostino
    «Cammino col cavalletto in mano. Riesco a sentire solo i miei  passi e il rombo di un automezzo militare che si avvicina. Tutto il resto è silenzio. Tutto il resto è  fantasma. L’Aquila, la città fantasma. Negli edifici sventrati mi sembra di sentire nitido il vociare delle famiglie intorno al tavolo, di scorgere dalle finestre le luci bluastre dei monitor di giovani universitari davanti al computer, di poter rubare l’intimità della gente con un semplice acuirsi dell’udito e della vista. Si tratta d’immaginazione. Quelle vite sono altrove. Sono a terra sparpagliate negli oggetti abbandonati,  dimenticati, smarriti. Quelle vite sono altrove, chiuse in pochi metri di asettiche Unità Abitative:  vite sradicate, traumatizzate, che però non hanno perso la memoria, la loro identità di comunità  e la visione di un futuro in cui credere e riconoscersi». (Massimo Mastrorillo)
    Il termine ‘fotografia istantanea’ si deve alle prime macchine fotografiche autosviluppanti degli anni settanta.  Si scattava un istante di vita e in pochi secondi veniva riprodotta la foto.
    L’istante dopo le 3:32 del 6 aprile 2009 ha cambiato l’istantanea aquilana.
    Massimo Mastrorillo, in questi due anni, ha percorso con la sua macchina fotografica quei luoghi dell'Abruzzo messi a soqquadro, nella speranza di archiviare istantanee di un paesaggio temporaneo!*


    4 aprile 2011

    0010 [WIKIO] URBAN BLOG la classifica di aprile | Citywarn e il forum lotta al degrado

    di Salvatore D'Agostino

    Grazie a Migliora Torino vi segnalo due utili novità, da rilanciare nei vostri blog e utilizzare subito.

    Il primo è Citywarn.
    Che cos'è?
    Ecco un grafico esplicativo semplice e intuitivo: