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18 giugno 2012

0031 [A-B USO] Cristina Portolano | Storie dal C.E.P. village

di Salvatore D'Agostino  
«Con dei contadini, per esempio, a volte ho dubitato che sappiano che cosa è un paesaggio, un albero. Sì. Le sembrerà strano: ho fatto a volte delle passeggiate, ho accompagnato un fittavolo che andava a vendere le patate al mercato. Egli non aveva mai visto la Sainte-Victoire. Sanno che cosa è stato seminato qui, là, lungo la strada, che tempo farà domani, se la Sainte-Victoire è incapucciata oppure no, lo sentono dall’odore, come gli animali, come un cane sa che cosa è questo pezzo di pane, soltanto secondo i loro bisogni, ma che gli alberi siano verdi, e che questo verde è un albero, che questa terra è rossa e che questi rossi franosi sono colline, io non credo, realmente, che la maggior parte di loro lo sentano, lo sappiano, al di là del loro inconscio utilitario». Paul Cézanne1 
   Osservando l’Italia a piedi, ci potrebbero venire gli stessi dubbi di Paul Cézanne, chi abita le città forse non ha coscienza del proprio intorno urbano al di là dell’urgenza utilitaristica. La fumettista Cristina Portolano si è immersa in una delle tante città balneare nate in pochi anni dal nulla, ambientando le sue storie in un paesaggio usato secondo le necessità del momento. Mi sono fatto raccontare il motivo del suo errare in questi paesaggi.
Foto Giuseppe De Mattia

26 aprile 2011

0019 [CITTA'] Gli abitanti sono delle «pietre vive»

Pubblico un breve intervento del geografo Franco Farinelli (presto su WA approfondirò il suo pensiero) apparso nell'ultimo domenicale del Sole 24 Ore a pagina 27.

di Franco Farinelli 
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NIENTE CONFINI MA SCATOLE CINESI

«Una città è una città»: così ancora mezzo secolo fa Ro­berto Lopez espri­meva la rinuncia degli storici al ten­tativo di una risposta onnicom­prensiva alla questione su che cosa una città fosse, perché il concetto di città muterebbe da tempo a tem­po e da paese a paese, mentre attra­verso le epoche e le culture non mu­terebbe affatto, o di poco, il grado di coscienza dell'esistenza della cit­tà da parte dei contemporanei. La base materiale di tale coscienza era costituita appunto dalla differenza-opposizione tra città e cam­pagna, visibilmente diverse dal punto di vista delle forme materia­li, oltre che della natura e della funzione. Ma che cosa succede se, come ai giorni nostri, ogni diffe­renza di questo tipo scompare o quasi? Se non soltanto il numero dei terrestri che vivono in città separa quello degli abitanti della campagna, ma tra quella e questa non si coglie quasi più nessuna di­versità funzionale?