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15 dicembre 2009

0007 [FUGA DI CERVELLI] Colloquio Italia ---> Apolide con Edmondo Occhipinti

di Salvatore D'Agostino
Fuga di cervelli è una TAG non una definizione. La TAG è contenitore di diversi 'punti di vista'.

Dal mediterraneo all'atlantico. Genesi e morfogenesi di un architetto che costruisce il nostro futuro.




Salvatore D'Agostino Ho chiesto a Edmondo Occhipinti di fornirmi un breve scritto che raccontasse la sua storia per integrare le mie informazioni. Mi ha inviato un racconto che ho deciso di pubblicare integralmente, prima del colloquio, poiché la sua formazione è narrata con la leggerezza della giovane età. Leggerezza che nella nostra gerontocratica Italia sembra essersi persa (mail del 25 marzo 2009):

Edmondo Occhipinti

Ciao Salvatore,
Scusa il ritardo. Sono rientrato adesso a Parigi e riprendo contatto con Outlook.
Io ti proporrei una visita al mio spazio, nonostante non sia aggiornato ormai da quasi un anno, l’inglese sia penoso e non ci sia nulla di molto eloquente; l’indirizzo e’ edmondocchipinti.blogspot.com

Brevemente e con poca forma ti racconto di me.
Sono nato e vissuto a Scicli in una piccola borgata di mare (Donnalucata, 3.000 abitanti) in provincia di Ragusa in Sicilia. Ho ventinove anni da un paio di giorni. Gli ultimi dieci li ho passati lontano da casa mia, lontano “quel tanto che basta per guadagnarsi la nostalgia”. Dopo cinque anni al liceo classico di Scicli, venti iscritti l’anno, e tanta voglia di passare allo scientifico (non per evitare il greco ma per avere un po’ di matematica), mi iscrissi alla facoltà di ingegneria elettronica di Catania. Avrei dovuto seguire i solchi paterni con una specializzazione in pediatria. Mi trovai invece a dormire sui limiti, derivate, integrali, cicli di Carnot, entropie e bilanciamenti chimici. Un fallimento. Provai l’esame di fisica 3 volte: bocciato sempre sulla stessa domanda: il funzionamento del termometro a gas. Fallito. Per la prima volta.
Provai odontoiatria. Bocciato. Arrivai in ritardo all'esame di medicina. Niente camice bianco.

Un’amica mi suggerì architettura. E provai attirato più dalla piacevole compagnia che dalla facoltà di cui finalmente scoprivo l’esistenza. Ammesso al 34esimo posto della facoltà di architettura di Siracusa. Lo scoprì una mattina di settembre al bar di Donnalucata sfogliando il Giornale di Sicilia. Sarei stato un architetto: grandi idee e un portafogli pieno di speranze. Non avrei mai lasciato casa mia. Ero convinto che fosse possibile. E lo rendevo possibile.

Ricordo la prima lezione di disegno l’aggressione del professore Pagnano: lei da grande diventerà un imbianchino, non un architetto; fino ad allora per me la matita era lo strumento per appuntare invisibilmente la metrica dell’odissea e fottere la professoressa di greco. Alla fine dell’anno fu lo stesso Pagnano a regalarmi una sua verità: 
«Occhipinti non si accontenti di essere il primo a Siracusa, vada ad essere l’ultimo dove l’architettura la studiano sul serio». 
Decisi di partire. Diverse erano le candidate. Decisi Porto. Un posto molto simile a casa mia. Un posto al confine fra l’argento e il bronzo dei mondi. Una delle migliori scuole al mondo. L’unica pubblica. Decisi di studiare: non l’architettura, decisi di studiare la gente che ci crede sul serio. La gente che l’architettura la ama, la vede, la tocca, la piange, la disegna, la discute, la odia.

Decisi di andare alla FAUP. Esame. Ammesso. Dentro, per sempre. Per sei lunghi anni. Al secondo anno sognavo già in portoghese. Mi stancai di Porto al quinto anno. cercai uno stage lontano. Ed arrivai a Parigi. La valigia non era ancora cambiata. Sei mesi li passai nella città delle luci. E furono sei mesi straordinari. Mi cambiarono dentro e fuori. In bene per molti versi, in malissimo per altri. Ritornai a Porto pieno di nuove emozioni, nuove idee, nuovi propositi, nuove propulsioni. Tra innumerevoli contrasti e dubbi riuscì finalmente a trovare un docente disposto a seguire la mia tesi considerata “eretica e inaccettabile” dai molti veterani della scuola di Siza: “processos morphogeneticos em arquitectura” il nome con cui entravo ed uscivo dagli studi dei professori. Ma lui, Fernando Lisboa, nonostante fosse un veterano come loro, fu colpito dall’idea e mi seguì (un grande uomo, Lisboa; uno dei primi portoghesi ad interessarsi al Disegno Assistito al Computer, profondo conoscitore di Pierce e docente di semiotica); giornalmente, rigo dopo rigo, parola per parola, in portoghese prima; in italiano poi. Sei mesi di abnorme, insana, penosa, straordinaria masturbazione emotiva. Isolato da tutto e da tutti. Io solo con i miei terribili attacchi di panico che non mi consentivano più nemmeno di andare a fare la spesa. Uscivo tre volte al giorno dalla mia stanza per andare a prendere un caffè. Abitavo in uno straordinario attico sull'oceano atlantico. Solo. Solissimo. La sera facevo fuoco in terrazza e arrostivo sardine (alla portoghese). Presentai la tesi nel settembre del 2006. Un grande successo alla scuola di Siza. Lisboa mi propose di insegnare durante le sue ore. E cominciai ad insegnare tecnologie digitali alla scuola di Siza. In febbraio (era già il 2007) l’Ecole Nationale Supérieure d’Architecture de Paris m’invitò a guidare un workshop per un paio di settimane. Partii. Non sapevo che quel giorno sarebbe stato il mio ultimo giorno in Portogallo. Non tornai più. La mia stanza è ancora lì. Congelata in un mattino soleggiato di inizio febbraio (ogni tanto trovo il biglietto di ritorno a Porto nella tasca della valigia e piango sorridendo). Dovrò tornare un giorno a riprendere parte del mio passato. E dovrò tornare per regalare un fiore rosso a Fernando Lisboa, un grande uomo che decise di lasciare la vita qualche mese dopo la mia partenza.

Io, al contrario, continuai la mia vita a Parigi. In marzo lanciai il blog edmondocchipinti.blogspot.com; facevo l’assistente all'Ecole speciale de Paris e facevo consulenze per alcuni studi parigini. In luglio vinsi il concorso per insegnare all'Ecole Nationale Superieure d’Architecture de Versailles. Continuai qualche consulenza (l’ultimo post del blog è l’ultima e la più interessante). In novembre (era ancora il 2007) mi sono aggiunto al team di Gehry Technologies a Parigi. Durante l’ultimo anno mi sono spostato a New York e a Dubai, per sette mesi. Sono da poco rientrato a Parigi. Realizzo quotidianamente i miei sogni. Guadagno benissimo, faccio un lavoro straordinario, lavoro con gente incredibilmente talentuosa. Ho vissuto in città bellissime in paesi bellissimi. Parlo correntemente 5 lingue. Ma non sono più tornato. Falso. Direi piuttosto che non sono mai partito. Dieci anni dopo piango ancora quando la gomma si spalma sulla pista 25R di Catania Fontanarossa. Piango sempre quando sono finalmente a casa. Piango sempre quando mi rendo conto che non sono mai partito, ma che il mio cordone ombelicale è lungo migliaia di chilometri. E tornato a casa sono sempre “u picciriddu”, “u figghiu”. Non riesco a stare più di 90 giorni fuori casa.

C’e una cosa che non mi chiedo mai; non mi chiedo mai se fu una buona idea quella di diventare un architetto. L’architettura non l’ho mai sentita e non l’ho mai conosciuta. Il primo anno in Portogallo passeggiavo con questa frasetta di Manlio Sgalambro in testa. In fondo avevo 20 anni:
«Là dove domina l’elemento insulare è impossibile salvarsi [...] Il sentimento insulare è un oscuro impulso verso l’estinzione. L’angoscia dello stare in un’isola come modo di vivere rivela l’impossibilità di sfuggirvi come sentimento primordiale. La volontà di sparire è l’essenza esoterica della Sicilia. Poiché ogni isolano non avrebbe voluto nascere, egli vive come chi non vorrebbe vivere: la storia gli passa accanto con i suoi odiosi rumori ma dietro il tumulto dell’apparenza si cela una quiete profonda. Vanità delle vanità è ogni storia. [...]»
Edmondo Occhipinti di anni... Originario di... migrante a... qual è il tuo mestiere? 

Consumo lentamente e con gusto il mio ultimo anno della ventina. Sono partito da dove abito: sono partito da Scicli. La migrazione, umana e animale, ha questa caratteristica: il ritorno al punto primo -per me appunto - l’abitazione. La mia è un’esperienza migratoria crono-geograficamente intensa, eterogenea e non uniforme; una migrazione non del tutto compiuta, in fondo. Ho conosciuto i miei scali, a volte imprevisti, a volte brevissimi; a volte geografici, a volte condizionali; sono in scalo a Parigi (ndr 1 aprile 2009); uno scalo emotivamente importante. Mi muove la passione, e verso la passione muovo io: una migrazione pienamente romantica. Laureato in architettura, mi occupo di morfogenetica, insegno saltuariamente e durante le trentacinque ore settimanale sono project manager al Technologies di Frank Gehry.

Qual è stato lo sviluppo della tua tesi sull'architettura morfogenetica (studio di una forma e della struttura architettonica attraverso gli algoritmi dei sistemi CAD), dopo la laurea? 

La tesi di laurea è stato un momento cruciale per il seguito. Il momento che ha richiesto il massimo dello sforzo possibile, per quei tempi, quelle risorse e quella condizione; dopo la laurea mi offrirono l’insegnamento di Computer Aided Design alla scuola di Porto e un invito presso una scuola d’architettura parigina. La tesi fu pubblicata in diverse riviste internazionali in Portogallo e in Francia. Spesi un anno tra insegnamento e ricerca. Affinai le mie competenze tecniche e approfondii alcuni punti sfiorati dalla tesi: storia delle geometrie non euclidee, algoritmi genetici, cibernetica; mi dedicai allo studio delle scienze più in dettaglio. Divulgai sul blog la mia tesi, in italiano, ed altre esperienze. Un anno dopo fui chiamato come consulente morfogenetico per un grande concorso di torri alla Defense di Parigi, potendo applicare parte della mia ricerca sul campo: un bel momento. Qualche mese dopo fui contattato dagli studi di Ghery, dove lavoro da un anno e mezzo. Il quotidiano, da Ghery, mi ha da un lato allontanato dal blog e dalle ricerche precedenti, dall'altro mi ha dato l’opportunità di avanzare molto, tecnicamente, e di approfondire l’aspetto parametrico della forma, che non ero riuscito a sviluppare durante e dopo la tesi.

Un costante riferimento nei tuoi appunti blog sono le teorie matematiche trasposte e reinterpretate attraverso i software.
In un articolo ‘Morphogenetic, Ethic and Pathetic’, descrivi la progettazione ‘Bottom up’ in cui spieghi il processo diagrammatico dinamico dell’architettura: la struttura d’informazioni iniziali forma la base generativa che può portare a risultati inaspettati.
La tecnologia digitale non è mero strumento ma diventa logica ineludibile della progettazione.
L’architettura è generata dal processo diagrammatico. 

Mi capita spesso di voler sgonfiare il mito digitale, perché in fondo posso permettermelo; il mio punto varia poco, nel tempo e nello spazio (voglio dire da quando non potevo permettermelo, e alla luce delle mie migrazioni): le tecnologie digitali non sono una logica ineludibile alla progettazione. Traducono una complessità inaccessibile ai più in un linguaggio (motorio, grafico, logico....), direi, popolare. La logica ineludibile alla progettazione è infatti quella complessità. 

Francesco di Giorgio Martini, qualche anno fa, fece dei suoi ordini un catalogo algoritmico-parametrico incredibilmente vario e potente (difficile da riprodurre oggi in digitale), e non fu per nulla originale; l'avevano preceduto in tanti (Alberti, Dürer, Vitruvio, ...); di approccio parametrico alla progettazione diventò più facile parlarne quando fu più semplice riprodurne le logiche, i principi, le regole. Lo sviluppo geometrico e matematico, dal 18 secolo in poi, aiutò non la logica parametrico-associativa, quanto piuttosto la spinta al bisogno di poter descrivere l’informazione, il dato, il flusso: a definire antecedenti e posteriori secondo criteri di logica associazione tra gli individui di un sistema. In questo senso direi che la tecnologia ha, da un lato, fortemente esteso un senso, una struttura di pensiero (ci piace definirla algoritmica, parametrica) che esistette, ad un momento non breve della storia, e che non dovette essere poco comune; dall'altro, volgarizzandone l’uso, ha aiutato i meno acuti (come me) ad accedere a strumenti di calcolo estremamente potenti e semplici. Il diagramma in architettura traduce i risultati di questo senso, di questa associazione, di questo procedere topologicamente: traduce la possibilità di strutturare un’informazione, definirne le regole, evitando ogni considerazione morfologica, euclidea. La sperimentazione di un processo di questo tipo, di definizione relazionale delle informazioni ha esercitato un fascino indescrivibile nella pratica dei miei ultimi tempi in università (ancor più che mi trovavo a coltivare in una zona del tutto arida, la scuola di Porto). La possibilità di svuotare l’architettura del suo senso più fastidioso di creazione artistica, visionaria, intellegibile, divenne per me ragion sufficiente per dedicarmi con le dovute esagerazioni all'approfondimento della scienza, della matematica, della logica, ed approdare alla programmazione, onnipotenza semantica [mi spiegai allora perché molti dei programmatori degli anni ottanta alla fine dei novanta si occupassero esclusivamente di semiologia, filosofia del linguaggio, pragmatismo]. Ma già il titolo di quell'articolo (che come al solito decidevo alla fine per poterlo pubblicare) precedeva parte delle disillusioni successive (troppo morfogenetico, troppo etico, troppo patetico). Mi spostai nell'arco di un post al cibernetico [ndr cyber.|N|.ethics], meno patetico e molto più anestetico!

Su cosa stai lavorando in questo momento?

Il nostro colloquio cominciava al ritorno da New York-Dubai. Passando per il quartiere generale parigino, sono arrivato a Ginevra (ndr 8 dicembre 2009), in bilico tra Doha e Londra. I Grandi e le buste paga preferiscono i titoli; io assecondo entrambi per puro opportunismo e sempre con un po’ di sarcasmo sono BIM project manager per uno dei musei più straordinari che i prossimi anni vedranno realizzare. In luglio, l’ateliers Jean Nouvel, ci ha chiamato a gestire la risoluzione topologica, costruttiva, organizzativa e comunicativa del nuovo museo nazionale del Qatar a Doha, un programma da oltre trecento milioni di euro. 

Io sono stato chiamato alla gestione di una cellula di ‘Problem solving’ dedicata alla costruzione virtuale del museo in ambiente quadridimensionale (in breve: vent'anni fa l’R&D di Gehry partners sviluppò un software di gestione e controllo parametrico, basato sul Core di CATIA, software ampliamente applicato nell'aerospace (tra cui NASA, Boeing Airbus) e nell’Autmotive (tra cui Ford; Toyota, Audi). Il software ebbe l’obiettivo di rendere esplicite, discrete, commensurabili e costruttibili le visioni di fine secolo di Frank. I risultati dei passati vent'anni di ricerca vengono, attualmente, vendute alle matite più coraggiose. In generale io sono uno di que(gl)i (s)fortunati consulenti che hanno sempre pochissimo tempo per valutare il bene e il male di ogni decisione e risolvere, con compromessi estremamente fascinosi, problemi sempre evidenti). Oggi gestiamo il progetto da Ginevra (per chiari interessi economici dell’architetto) dove abbiamo affiancato al team di designers un corposo team unicamente dedicato alla risoluzione 3D-4D di circa cinquecento problemi geometrici costruttivi, organizzativi. 

Io coordino l’intero team, schizzo le soluzioni, coordino la comunicazione tra i diversi team (problem solving, designers, engineers, boq, etc.) comunico intenti, soluzioni ed opportunità al cliente e preparo la gestione computerizzata delle fase di costruzione del museo, dal cantiere virtuale alla previsione e risoluzione di scenari problematici durante la costruzione. Non esistono, oggi, molti progetti simili (per budget o per complessità geometrico-programmatica). Fare quotidianamente parte di questa elitaria avanguardia architettonico-costruttiva ha un valore estremamente elevato nella definizione del mio livello di soddisfazione e mi aiuta ad una valutazione il meno soggettiva possibile della qualità della mia vita: ho l’impressione che difficilmente riuscirei a perdonarmi il fallo di non aver riconosciuto ognuno dei miei piccoli traguardi, per questo nel fondo delle mie notti insonni, mi dico fortunato. 

In fondo ho un enorme passione per quello che faccio e difficilmente lo avrei immaginato. Vivo in costante ipertrofia adrenalinica nell'affrontare e nello sfidare, oggi, un complesso di scenari che diverranno comuni e banali, magari, in un futuro lontano per lo meno vent'anni. Dieci anni fa, al primo anno di architettura, il professore di disegno, guardando i miei disegni poco convinti, mi chiese se la mia massima aspirazione fosse stata imbiancare la case dei miei, alzando il capo, gli risposi con un mafioso ‘nzu’.
«La solita, splendida, sconcertante babele delle più accese feste popolari! Non resta dunque che abbandonarsi ancora una volta nel grembo della grande Madre Sicilia, naufragare con un briciolo d’ironia nella irreligiosa isola delle guerre dei santi e delle folli processioni; isola che interpreta la vita ed il cristianesimo a modo tutto suo. Non resta che arrendersi alla terra delle assurde contraddizioni e della sublime poesia ove ogni cosa è possibile, perfino che una statua del Cristo (ndr domenica di Pasqua di Scicli) sia rapita dai comunisti o sia considerata tanto viva e maschia da essere festosamente condotta a benedire casini e puttane.»1
Le tue righe, mi commuovono. Mi interrogo sul senso della tua non domanda, che, pur in maniera improvvisa è inusuale, mi riporta a casa. Lo leggo come un modo solenne e affettuoso per richiamarmi alla tua e alla mia piacevole condanna. Alla terra cui sentiamo di dovere, molte volte, più di quello che realmente le dobbiamo. Sanguiniamo lentamente, come il Cristo di cui riporti, e beviamo vino, convinti “ca’ u vinu da ssagnu’. Probabilmente perdiamo da entrambe le parti; sangue e credibilità. Ho visto dieci pasque da quando sono partito.


Dieci Cristi risorti inchinarsi, sul sudicio dei ‘cristiani’ (che per noi significa uomini) a rendere ‘biniricenza e rispiettu’. Dieci anni di emozioni compresse in poche ore di processione musicante, con epilogo sempre promettente; un pittimu (ndr la conclusione fragorosa e colorata dei fuochi d'artificio) che ti costringe per mezz’ora a sognare con la testa in alto, a voler fuggire per sempre dal vallone, e a voler per sempre ritornarci, come sempre, immagino che la Pasqua abbia assunto un senso comune per molti fra quelli che ci sono per esserci ritornati. Io sono rimasto in Sicilia fino a vent'anni, quando tutti partivano per regalare le loro storie al continente, tutti alla stazione di Giancaldo con la campanella che suona e il prete che non fa in tempo per l’ultimo saluto. Un giorno accompagnai mio fratello in aeroporto e piansi per tutta la strada di ritorno. Ogni mamma che perde un figlio commuove.

A volte, noi siciliani, facciamo un grande errore: quello di pensare che la nostra terra sia più unica delle altre; a volte, però, il resto delle volte, mi pare, abbiamo pienamente ragione.

15 dicembre 2009
Intersezioni ---> Fuga di cervelli
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Note:
1 Giancarlo Santi, La strada dei Santi, Bolelli Editore, 2001, p.100

9 dicembre 2009

0001 [PIL] È in Italia che sono diventato un vero muratore

Mahdy è un nome di fantasia scelto dall'interessato per tutelare la propria privacy e non solo, viene dall'Egitto e vive a Reggio Emilia.
Davide Dal Muto è un volontario, insegna italiano presso un'associazione, ha incontrato e intervistato Mahdy.
Salvatore D'agostino ha coordinato a distanza.

Wilfing Architettura: Ciao, come ti chiami? Quanti anni hai? Di che nazione sei?

Mahdy: Mi chiamo Mahdy, ho 29 anni e sono egiziano.

WA: Che cosa significa Mahdy?

M: El Mahdy, secondo l’Islam, è il nome che il profeta Issà (Gesù per i cristiani) assumerà quando tornerà sulla terra a giudicare i vivi e i morti. Poiché, sempre secondo l’Islam, Gesù non è morto, ma è salito nel paradiso di Allah (Dio) da vivo e quindi un giorno ritornerà.

WA: Da quanti anni sei in Italia?

M: Poco più di tre anni.

WA: Come sei venuto in Italia?

M: Sono partito dall’Egitto con una barca di 20 metri, con altri 30 connazionali. Dopo un lungo e pericoloso viaggio sono sbarcato in Italia, in Calabria, vicino a Crotone.
Ho trascorso due giorni al centro di accoglienza della Croce Rossa di Crotone che ringrazio per l’umanità dimostratami, poi sono fuggito scavalcando la recinzione. Ho preso un treno e sono arrivato a Reggio Emilia, dove avevo un amico su cui contare.

WA: Quindi sei stato clandestino?

M: Si.

WA: Qual è la tua religione?

M: Sono musulmano sunnita.

WA: E sei, ti ritieni, un buon credente?

M: Cerco il più possibile di rispettare i precetti cardine dell’Islam. Purtroppo, causa il lavoro, non sempre riesco a pregare cinque volte al giorno, o recarmi ogni Venerdì alla Moschea. Ma prego ogni volta che posso. Fino ad ora sono riuscito, pur con grandi sacrifici, a rispettare il mese di Ramadan. Sai, credo che verrà presto la fine del mondo, e quindi noi dobbiamo comportarci meglio che si può. Allah è misericordioso e capisce tutto, quindi perdonerà chi si è comportato bene e colpirà chi ha commesso errori deliberatamente.

WA: Dove vivi?

M: Abito a Reggio Emilia, nel quartiere multietnico di Santa Croce, alla prima periferia nord della città, appena oltre la ferrovia. Vivo in coabitazione con tre connazionali, con uno di loro divido una camera da letto. Per ora non posso aspirare ad altro, dato che non ho ancora tutti i documenti in regola per affittare un miniappartamento tutto per me. Ma è questione di pochi mesi, dato che non sono più clandestino; sono in attesa dei documenti definitivi. Attualmente pago 250 euro al mese per un letto, ma vorrei presto avere la mia indipendenza, anche pagando un po' di più. Purtroppo occorrono documenti definitivi.

WA: Sei mai stato in galera?

M: No, sono un brav’uomo. Non ho mai commesso nessun reato, né in Egitto, né in Italia. Ho fatto ciò che ho fatto perché ero costretto. Mia madre è vedova, con cinque figli, e con il nostro campo non riuscivamo più ad andare avanti. Così ho deciso di emigrare, per togliere una bocca da sfamare e per mandare qualche soldo ai miei familiari.

WA: Perché hai scelto l’Italia e Reggio Emilia?

M: Perché l’Italia non odia i clandestini. Come siamo arrivati, dopo un viaggio da bestie, siamo stati trattati da esseri umani. I volontari della Croce Rossa a Crotone sono stati eccezionali, persino gentili con noi, anche se non ci conoscevano. In Germania, o in Francia, o in Inghilterra sarebbe stato molto peggio. Qui in Italia il clandestino ha vita dura, deve rinunciare a tante cose, come una macchina o una casa in affitto regolare, ma almeno sopravvive! In altri paesi la vita per un clandestino è davvero impossibile senza i documenti.
Una volta scelta l’Italia, Reggio Emilia è stata una tappa obbligata, dato che un mio caro amico aveva lì trovato alloggio e lavoro. Doveva solo essere una tappa transitoria, pensavo di andare a Milano, ma poi ho trovato anch’io un buon lavoro e una camera, quindi mi sono fermato qui. Reggio Emilia, poi, è una città pulita e tranquilla, ordinata ma non oppressiva. Mi piace abitare qui, anche se vorrei un piccolo appartamento tutto mio.

WA: Dove lavori e cosa fai, adesso?

M: Faccio il muratore e il gruista in un cantiere di appartamenti in un paese a circa 20 chilometri dalla città. Mi sveglio alle cinque e vado con il pullmann. Torno a casa verso le otto di sera. Lavoro dal Lunedì al Venerdì e, talvolta, anche di Sabato.

WA: Come si dice "Muratore" in arabo-egiziano?

M: Mehmaa. بناء

WA: Sapevi fare il muratore in Egitto?

M: Sì, ma in maniera approssimativa. È in Italia che sono diventato un vero muratore.

WA: Com’è stato il tuo apprendistato in Italia?

M: Direttamente sul lavoro, come manovale. Un po' alla volta, facendo lavori sempre più difficili, ho imparato l'arte.

WA: Come si comportano i datori di lavoro?

M: Alcuni sono buoni, altri cattivi, come tutti gli uomini. Alcuni pagano puntuali, altri tardano un po', altri ancora - pochissimi, per fortuna - ti fregano e non pagano il lavoro che hai fatto.

WA: Si rispettano le norme antinfortunistiche in cantiere?

M: Le scarpe di sicurezza e i guanti isolanti non mi mancano mai. L'elmetto lo indosso di rado, ma questo per scelta personale, mi sento più libero e lavoro meglio senza. I mezzi meccanici, sostanzialmente, sono a norma e così anche i ponteggi. Ma il problema più grosso della sicurezza è proprio il ponteggio, quando lo monti e lo smonti, perché ci si dovrebbe legare, ma se ti leghi non riesci proprio a montarlo bene, e allora finisce che montiamo e smontiamo senza imbracature. Secondo me si dovrebbero trovare altri sistemi per il montaggio e lo smontaggio dei ponteggi, vorrei che il progresso arrivasse anche qui [1]. In quei giorni io metto il casco, ma se dovessi cadere, che Allah mi aiuti.

WA: Ti senti sicuro nel tuo lavoro?

M: Di solito sì. Ho imparato a vedere i pericoli e li evito, per quanto possibile.

WA:
31/01/05
Milano. Un operaio egiziano di 28 anni, Hamed Kedr, ha perso la vita ed altri due colleghi, uno egiziano, l’altro italiano sono rimasti feriti nel crollo di un muro di contenimento di un parcheggio sotterraneo in costruzione, in via Meda.
11/02/05
Cairo Montenotte – Savona. Un operaio egiziano di 27 anni, Ahmed Kassem, è morto dopo una caduta da cinque metri, mentre pitturava su un ponteggio le insegne dell’area di servizio di un distributore di benzina.
18/04/08
Ancora un morto sul lavoro. La vittima è un operaio egiziano di 37 anni. Ha perso la vita questa mattina in un cantiere a Legnano, in provincia di Milano. Secondo le prime informazioni, l'operaio è rimasto schiacciato fra il sollevatore sul quale stava lavorando e il soffitto. I colleghi hanno chiamato il 118 ma i medici non hanno potuto far altro che constatare il decesso (Non trovo il nome?)
10/10/08
E' di due morti e un ferito il bilancio di un incidente sul lavoro a Settimo Milanese, alle porte di Milano. L'operaio sopravvissuto all'incidente è in coma all'Humanitas di Rozzano. I tre sono di nazionalità egiziana e non avevano il permesso di soggiorno. Sarebbero caduti da un'altezza di 20 metri da un'impalcatura montata su uno stabile in costruzione.
A questi ultimi il 13 giugno 2008 il capo dello stato ha dato una menzione speciale alla memoria ai signori Ashour Maomhoud Mohamed Hassan e Salama Awad Omar Younes, lavoratori egiziani deceduti a seguito del crollo di un ponteggio presso un cantiere edile. Vighignolo frazione di Settimo Milanese (MI). [2]

M: Questi non li conoscevo. Ma un mio carissimo amico, Walid, è morto un anno fa proprio a Milano, cadendo da un tetto. Era il suo primo lavoro regolare (lavorava da un mese) e si era appena sposato. Il papiro di Tutankhamon che ti ho regalato l'anno scorso alla fine della scuola lo aveva portato lui a me perchè glielo avevo chiesto per regalartelo. [3]

WA: Quanto guadagni?

M: Senza documenti, in nero, 11 Euro all’ora. Quando avrò i documenti che ho richiesto – sono in attesa di regolarizzazione – potrò allora aprire una partita Iva, acquistare un furgoncino e quindi prendere anche 18 o 20 Euro all’ora con fattura. Perché sono bravo sul lavoro e per i muratori bravi il lavoro non manca mai, neppure adesso che c’è la crisi. Ho molti imprenditori che mi cercano, perché sanno che lavoro bene. Lavoro in nero solo perché sono costretto a farlo, a causa dei documenti che tardano ad arrivare. Adesso non sono più clandestino, ma ancora non posso lavorare in regola.

WA: Quindi lo stato (e l’Inps) ci rimettono, a lasciare i clandestini così come sono.

M: L’Italia dovrebbe svegliarsi e regolarizzare subito i migliori, altrimenti se ne vanno via e restano i peggiori, i delinquenti. Sai, se non fossi arrivato finalmente alla regolarizzazione, avrei pensato di tornarmene in Egitto: sono tre anni che non vedo mia madre e mi manca moltissimo. Ma ormai aspetto i documenti regolari, così penso di tornare a casa il prossimo Natale.

WA: Ma in particolare, che lavori fai in cantiere?

M: Sono capace di fare tutto o quasi: dalla gru alla ruspa, allo scavatore, al muro, alle pareti, all’intonaco, ai solai, al tetto, ai ferri di armatura. Non sono ancora capace di fare il carpentiere e il pavimentista, però per tutto il resto me la cavo egregiamente.

WA: Da quale città vieni?

M: Da Behera, un paese di diecimila abitanti nella regione del Cairo.

WA: Parlami del tuo paese e della tua vita laggiù.

M: Bene, ho una madre, un fratello e due sorelle. Non ho più mio padre. Il mio è un paese agricolo, uno di quelli che da millenni ha sempre vissuto con le due piene annuali del Nilo. Mia nonna mi raccontava che il fiume usciva dal suo letto e allagava tutto per una settimana, poi, quando tornava nell'alveo, il fango che lasciava sulla terra veniva lavorato e seminato. Poi hanno costruito la grande diga Nasser, ad Aswan, ad Aswan, e scavato i canali di bonifica. Adesso le piene non ci sono più, il lavoro nei campi è meno duro, la gente vive un po' meglio e non muore più di malaria. Mi sono diplomato trattorista e ho lavorato nel nostro e nei campi dei vicini, guidando tutti i mezzi agricoli. Per due anni ho fatto il militare, sul Mar Rosso, a quattrocento chilometri da casa.

WA: Eri felice?

M: Tutto sommato, sì.

WA: Perchè te ne sei andato?

M: Come ti ho detto, la morte di mio padre è stato un duro colpo per la famiglia. Il crollo dei prezzi delle derrate agricole, causa la globalizzazione, ha poi fatto il resto. In sei non riuscivamo più a sopravvivere vendendo i prodotti del campo. Io, il figlio maggiore, mi sono preso la responsabilità di tutta la famiglia e me ne sono andato. Prima ho cercato un lavoro al Cairo, ma non ce n'era proprio. Sai, l'Egitto adesso ha 87 milioni di abitanti, con una superficie coltivabile minore di quella italiana. Tutti gli Egiziani vivono nella strettissima zona fertile tra il fiume e il deserto. Nonostante proseguano i programmi statali per strappare altra terra coltivabile al deserto del Sahara, le conquiste sono di gran lunga inferiori a quanto servirebbe per assorbire l'incremento demografico. Il risultato è una fortissima emigrazione che solo in quest'ultimo anno è diminuita a causa della crisi economica mondiale.

WA: Mahdy, sei felice adesso?

M: Sì.

WA: Grazie.

9 dicembre 2009

Intersezioni --->PIL

Come usare WA ---------------------------------------------------Cos'è WA
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[1] nota di Davide Dal Muto: i ponteggi attuali sono ancora discendenti di quelli concepiti cent'anni fa, dei due tipi Innocenti o Trabattello.

[2] sitografia delle notizie: 31/01/05; 11/02/05; 18/04/08; 10/10/08; Menzione speciale alla memoria.

[3] nota di Davide Dal Muto: l'avevo attaccato nel mio ufficio e mi sono quasi messo a piangere, perché non conoscevo la sua storia.

5 dicembre 2009

PIL

«Li scopri appollaiati all'ombra delle impalcature, piccoli e sempre troppo pochi per la dismisura dei grattacieli che stanno costruendo; come se fossero un riassunto, o un simbolo, di chissà quali masse. Indossano tute di diversi colori a seconda delle ditte che li impiegano: ce ne sono di blu e di arancioni, ma anche di verdi, di gialli e perfino di rossi. Singalesi, nepalesi, filippini, indonesiani. Sono la bassa forza dell'edilizia in subappalto, gli "workers" per definizione (o i "magütt", come li chiamano gli ingegneri lombardi che lavorano qui) - i muratori, insomma. «Sembrano degli schiavi» butta lì Massimo con razzistica ma commossa disinvoltura; se n'è accorto lui che non viaggiano sugli autobus normali ma in contenitori bianchi a loro dedicati, furgoni di proprietà delle Compagnie. Schiacciati come sardine, a giudicare dal numero di teste che si affacciano ai finestrini quadrati mentre guardano fuori come i prigionieri; la fantasia proietta sbarre anche se non ci sono». (Walter Siti) [1]
Questa comunque è Dubai non è certo l’Italia.

Secondo l’Istat nel 2006 il PIL (Prodotto Interno Lordo) italiano era così costituito:
  • 24,17% intermediazione monetaria e finanziaria; attività immobiliari ed imprenditoriali;
  • 20,54% commercio, riparazioni, alberghi e ristoranti, trasporti e comunicazioni;
  • 18,97% altre attività e servizi;
  • 18,30% industria in senso stretto;
  • 10,76% Iva, imposte nette sui prodotti e imposte sulle importazioni;
  • 5,41% costruzioni;
  • 1,84% agricoltura, silvicoltura, pesca.
Relativamente alla seria storica 2000-2006, il commercio sommerso – ISTAT giugno 2008 – varia dal 15,3% al 16,9% del PIL, oscillando tra i 227 e i 250 miliardi di euro.

I lavoratori stranieri nel settore delle costruzioni – ISTAT II trimestre 2009 - sono 320.000 il 17% del totale (19% tra i dipendenti).

I lavoratori stranieri iscritti alla Cassa Edile nel 2008 sono stati circa 210.000 il 30% degli iscritti in totale. Rispetto al 2007 c’è stato un incremento di 11 punti percentuali.

Ci sono 44 infortuni ogni 1000 lavoratori stranieri contro i 39 circa dei lavoratori complessivi.
1962 lavoratori nei cantieri ogni settimana si infortuna, 5 di essi muoiono.
«Dall’inizio del 2009 hanno perso la vita sul lavoro 33 migranti, pari al 22% del totale: 11 rumeni, seguiti da albanesi e marocchini. Lavoro nero in netta ripresa, oltre 300mila “fantasmi” nei cantieri» [2].

Wilfing Architettura sa che dietro i numeri ci sono persone, famiglie, speranze, sogni.
PIL è una rubrica che ascolta le braccia che alimentano il PIL.


0001 [PIL] È in Italia che sono diventato un vero muratore
Mahdy un muratore egiziano di 29 anni migrante in Italia


5 dicembre 2009
(ultima modifica: 9 dicembre 2009)


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[1] Walter Siti, Il canto del diavolo, Rizzoli, Milano, 2009, pp. 27-28

[2] Emanuele Di Nicola, Edilizia: 300mila in nero, migranti allo stremo, Rassegna.it, 23 novembre 2009. [Link]

Alcuni approfondimenti in rete: [1]; [2]; [3]

P.S.: Questo appunto di sintesi è costantemente in aggiornamento la data è fittizia (inizio dicembre 2008)

3 dicembre 2009

0005 [SQUOLA] Zevi e Scarpa, disegnare, disegnare, disegnare

Durante uno scambio di commenti con Michele Sacco su Facebook a proposito della nota 0034 [SPECULAZIONE] L'architettura globale secondo Marc Augé, mi ha raccontato un aneddoto che pubblico fedelmente.
Chiarisco, ciò che mi ha colpito non è la retorica del ‘si stava meglio prima’ o dei ‘vecchi maestri’ ma l’idea che per essere dei buoni architetti occorre una sapiente conoscenza che si sviluppa nel tempo.
Questa conoscenza è mediata dal disegno attento e meticoloso.
L’architetto deve saper rappresentare su carta la propria idea utilizzando qualsiasi supporto a sua disposizione.
Possedere la tecnica del disegno (dallo schizzo a quello tecnico che derivi dal tecnigrafo o dal CAD non importa) significa conoscere la sintassi per immaginare un buon progetto.
Una sintassi che ancora oggi va stimolata attraverso l’analisi visiva (processo di ridisegno) delle architetture.


di Michele Sacco

L'inverno scorso a cena davanti ad una pizza di ritorno dal cantiere del rifugio ad Arabba, l'architetto Nerino Meneghello mi raccontò quest’aneddoto tratto dalla sua esperienza universitaria, mi commossi profondamente, anche perché avevo appena finito di preparare la visita con il gruppo OhA! (ndr qui il manifesto dell'associazione) ad alcune opere di Scarpa e Palladio!
Devi sapere che Nerino, essendo figlio di un sottoufficiale dei carabinieri, ha trascorso la sua infanzia e adolescenza in Sicilia tra Petralia Soprana, Isnello, Cefalù e Palermo, tornando in Veneto solo per frequentare il liceo classico a Conegliano nel 1949 e nel 1954 s’iscrisse all'università di Architettura di Venezia.
Il primo anno ebbe come professore di storia dell'architettura Bruno Zevi. L'università in quegli anni era molto concreta e pratica (chi si laureava allora si sapeva calcolare le strutture, risolvere qualsiasi problema tecnico, durante l'anno c'erano molte prove ex tempore che allenavano a risolvere i problemi in tempi brevi) e nel corso di storia Zevi faceva rilevare e restituire graficamente un'opera di architettura concordata con gli studenti.
Nerino e il suo amico di Udine, Vittorio Zanfagnini, scelsero un'opera di Vasari, ma venendo entrambi dal liceo classico non conoscevano nulla di disegno tecnico e geometrico.
Durante la prima revisione gli studenti appesero i loro disegni e Zevi passando davanti alle tavole di Nerino e Vittorio, si soffermò per pochi secondi, informatosi da che scuola superiore provenissero e gli consigliò vivamente di cambiare facoltà... Nerino non si arrese e seguì per l'aula Zevi per avere spiegazioni, mentre Vittorio si sedette sotto le tavole inchiodate al muro, sconsolato e avvilito, tenendo i gomiti sulle ginocchia.
In quel momento entrò nell'aula Carlo Scarpa, aveva un piede ingessato e camminava aiutandosi con un bastone, vide le tavole di Nerino e Vittorio ed esclamò qualcosa tipo «di chi sono questi obbrobri?», nel sussulto sollevò il bastone per indicare il disegno, ma involontariamente lo stracciò... a quel punto Scarpa probabilmente dispiaciuto di aver distrutto il disegno dei ragazzi, si sedette con loro e li invitò per la mattina successiva nella sua casa studio di Venezia per dare a loro lezioni personali di disegno.

La mattina dopo alle 12 i due giovani si presentano a casa di Scarpa, apre loro la porta Tobia che così risponde ai due ragazzi: «me pare ancuo no g'ha voia de fare un casso, xe ancora ntel let a gratarse i coionj» (perché Scarpa era un tipo artistico, diciamo!).
Nel pomeriggio invece Scarpa li accolse e consigliò loro, per il corso di Zevi, di lasciar perdere l'edificio di Vasari (troppo complicato e lontano) e di rilevare invece Villa Lippomano di Longhena a Conegliano.
Così iniziano a seguire i suoi insegnamenti e lo incontrano regolarmente nella sua casa studio.
Nerino si ricorda ancora della bravura di Scarpa, che durante uno di questi incontri corresse loro il disegno delle volute di una colonna della villa, tornando in sito verificavano che Scarpa aveva ridisegnato il capitello perfettamente senza vederlo!!!

All'esame di storia con Zevi poi presero 30 e Lode e qualche giorno dopo, mentre passeggiavano per le calle di Venezia, spuntò Scarpa da un ponte e da lontano li riconobbe e sorridendo urlò «NON VE LO MERITATE!!!!!»

3 dicembre 2009

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N.B.: SQUOLA è un errore voluto ed è semplicemente il nome della rubrica

25 novembre 2009

0073 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] Il massimo di diversità nel minimo spazio

di Salvatore D'Agostino

«Che sia nazionalista o cosmopolita, che abbia radici o non ne abbia, un europeo è profondamente influenzato dal rapporto con la sua patria; la problematica nazionale, probabilmente, è più complessa, più dolorosa in Europa che altrove, o quantomeno è sentita in modo differente. A questo si aggiunge un'altra particolarità: accanto alle grandi nazioni ci sono in Europa piccole nazioni, molte delle quali, nel corso degli ultimi due secoli, hanno ottenuto (o ritrovato) l'indipendenza politica. Forse è stata la loro esistenza a farmi capire che la diversità culturale è il grande valore dell'Europa. Nel periodo in cui il mondo russo ha cercato di ridisegnare a propria immagine il mio piccolo paese (ndr ex Cecoslovacchia), ho formulato il mio ideale europeo in questo modo: il massimo di diversità nel minimo spazio; i russi non governano più la mia patria, ma quell'ideale è ancora più in pericolo.
Tutte le nazioni d'Europa vivono lo stesso destino comune, ma ognuna lo vive in modo diverso, in base alle proprie esperienze specifiche. E per questo che la storia di ogni arte europea (pittura, romanzo, musica, ecc.) appare come una corsa a staffetta in cui le varie nazioni si passano il testimone. La polifonia fa il suo esordio in Francia, prosegue la sua evoluzione in Italia, raggiunge un'incredibile complessità nei Paesi Bassi e trova il suo compimento in Germania, nell'opera di Bach; lo sviluppo del romanzo inglese del XVIII secolo è seguito dall’epoca del romanzo francese, poi dal romanzo russo poi dal romanzo scandinavo, ecc. La dinamicità e l’ampio respiro della storia delle arti europee sono inconcepibili al di fuori dell'esistenza delle nazioni, le cui diverse esperienze costituiscono un'inesauribile fonte di ispirazione.
Penso all'Islanda. Nei secoli XIII e XIV vi è nata un'opera letteraria di migliaia di pagine: le saghe. Né i francesi né gli inglesi hanno creato in quel periodo, nelle loro lingue nazionali, un'opera in prosa del genere! Vorrei che si meditasse a fondo su questo il primo grande tesoro della prosa dell'Europa fu creato nella sua nazione più piccola, che ancor oggi conta meno di trecentomila abitanti». [1]


Per scrivere l’epilogo di quest’inchiesta mi è venuto in soccorso un saggio di Milan Kundera ‘Il sipario’ da dove ho tratto la citazione iniziale.

Lo scrittore cecofrancese per avvalorare la sua tesi ‘Il massimo di diversità nel minimo spazio’ introduce il concetto di ‘Die Weltliteratur’ citando una frase di Goethe: «La letteratura nazionale non rappresenta più granché ai giorni nostri, stiamo entrando nell’èra della letteratura mondiale (Die Weltliteratur) e spetta a ciascuno di noi accelerare tale
evoluzione» [2] e osserva come quest’intuizione, ancora oggi, viene contrastata da una certa accademica che s’identifica esclusivamente con il proprio contesto nazionale.
Per Milan Kundera ci sono due tipi di provincialismo, quello delle piccole nazioni e quello delle grandi nazioni.
«Come definire il provincialismo (ndr dei piccoli)? Come l’incapacità (o il rifiuto) di considerare la propria cultura nel grande
contesto. [3]
[…]
E il provincialismo dei grandi? La definizione resta la stessa: l’incapacità (o il rifiuto) di considerare la propria cultura nel grande
contesto». [4]
Due definizioni simili ma profondamente diverse poiché se il provincialismo dei piccoli può apparire intrinsecamente naturale non lo è quello delle grandi nazioni, che come nota, preferiscono auto-compiacersi della propria presunta autorità culturale.
Cita un sondaggio fatto da un giornale francese all’establishment intellettuale, ognuno era chiamato a compilare una lista dei «dieci libri più significativi di tutta la storia francese [...]
Da questa competizione uscì vincitore I miserabili di Victor Hugo. Uno scrittore straniero ne rimarrà sorpreso. Non avendo mai considerato questo libro importante né per sé né per la storia della letteratura, capirà all'istante che la letteratura francese che ama non è quella che viene amata in Francia. All'undicesimo posto, le Memorie di guerra di De Gaulle. Attribuire al libro di un uomo di Stato, di un militare, una simile importanza è una cosa che difficilmente potrebbe accadere fuori della Francia. Ma quel che davvero sconcerta è il fatto che i più grandi capolavori vengano solo dopo! Rabelais figura soltanto al quattordicesimo posto! Rabelais dopo De Gaulle! Leggo a questo proposito il testo di un grande docente universitario francese, il quale dichiara che alla letteratura del suo paese manca un fondatore quale Dante per gli italiani, Shakespeare per gli inglesi, ecc. Dunque, agli occhi dei suoi compatrioti, Rabelais è sprovvisto dell'aura del fondatore! Eppure, agli occhi di tutti i grandi romanzieri del nostro tempo, egli è, accanto a Cervantes, il fondatore di un'arte intera, quella del
romanzo». [5]

Per l'inchiesta 'OLTRE IL SENSO DEL LUOGO' ho contattato 176 blogger a cui ho chiesto:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Ho ricevuto 70 risposte e sono stati nominati 159 architetti o studi di architettura.

Le scelte più numerose sono state le ‘non scelte’, 10 per i noti e 12 per i non noti. Risposte che appaiono dei moniti nei confronti di un mestiere particolarmente controverso in Italia, molti di loro rilevano lo scontro impari degli architetti con i cementificatori, ovvero gli indiscussi padroni dell’edilizia italiana.
Dei 39 architetti noti menzionati solo 11 sono italiani, tra cui Giancarlo De Carlo, Ettore Sottsass e Bruno Munari (citati ma fuori tema), uno studio spagnolo-italiano e un architetto che si è auto-proclamato noto ma che è decisamente poco noto.
Tra i non noti sono stati citati 62 architetti (molti italiani), in alcune risposte c’è anche qualche stramberia come Le Corbusier, Giuseppe Terragni e Peter Zumthor e soprattutto ciò che si può definire frutto dell’effetto Wired Mario Cucinella[6] che, come si sa, è architetto noto da tempo. Questa scelta tra i ‘non noti’, dovrebbe far riflettere sul perché la comunicazione di una rivista non di settore sia più efficace di quella specialistica.
Una variante interessante sono state le risposte che non si sono limitate alla scelta di un solo nome, ma hanno indicato un gruppo di architetti. Ho chiamato queste risposte multiple ‘miscellanea’, v’invito a leggere le motivazioni poiché sovente sono interessanti.
Infine, va considerata una piccola sezione che, in contrapposizione alle domande poste, ha citato l’architetto che non apprezza o il non preferito, sono pochi, ma sono tutti italiani.

Ciò che emerge da quest’inchiesta è l’autonomia critica dei blogger interpellati. Come si può notare è mancato il plebiscito nei confronti di alcuni architetti. Il più citato tra i noti è stato Peter Zumthor con sei preferenze. Tra i non noti Mario Cucinella (effetto Wired) con tre rimandi.
Ai blogger manca l’architetto di riferimento, sembra essersi persa la tradizione italiana delle scuole/pensiero. Questa ricchezza critica, denota in positivo, una non omologazione culturale.
Inoltre, se consideriamo i voti nel suo complesso, non si rileva una corrente architettonica predominante:
  • Peter Zumthor [6 citazioni] architetto che possiamo definire fine artigiano dello spazio;
  • Renzo Piano [6] espressionista tecnologico o elegante post-moderno ecologico;
  • Alvaro Siza [6] esponente dell’architettura mediterranea;
  • Santiago Calatrava [4] organico misurato;
  • SANAA [4] gli estremisti dell’architettura diagrammatica;
  • Zaha Hadid [4] blob architettura o meglio l’architettura parametrica;
  • R&Sie(n) [4] sperimentalismo non modaiolo.
Contrariamente al paventato provincialismo kunderiano, i blogger italiani osservano l’architettura nel suo contesto mondiale.
Una vitalità che si trova anche nelle citazioni degli architetti non noti.
L’Italia da Sud a Nord nasconde una vivacità che mi auguro, con il tempo, possa emergere.
Attraverso i dialoghi nati grazie ai commenti, quest’architettura italiana latente, è stata chiamata ‘architettura di resistenza’.
Un’architettura, che con estrema fatica, si emancipa dalla cultura edile dominante. Cioè la cultura edilizia, che possiamo definire ‘speculativa’, che ha determinato la qualità e l’estetica negli ultimi decenni.
Per speculativa si deve intendere l’estremo interesse nei confronti del rapporto costi-benefici a discapito della qualità architettonica.

L’inchiesta nasce per stanchezza dell’uso mediatico di alcune parole che definiscono tutto e il suo contrario e registra con piacere l’assenza del concetto d’identità.
«Gli uomini non hanno mai abitato il mondo, - sostiene Umberto Galimberti - ma sempre e solo la descrizione che di volta la religione, la filosofia, la scienza hanno dato del mondo». [7]
Per il filosofo le 'parole' che definiscono i concetti sono nomadi, parafrasandolo, per molti blogger ‘l’architettura è nomade’.
I blogger/architetti sembrano disinteressati alle tesi care all’accademia italiana che tratterà in un imminente convegno il tema ‘Identità dell’architettura italiana’. [8]
«L’identità è un fondo vuoto e la sua ricerca un tentativoinutile». [9]
Molti blogger, non tutti (alcuni reiterano ancestrali scontri ideologici, bla-bla-bla senza costrutto o ricercano l’identità smarrita), studiano e lavorano per la Die Weltliteratur architettonica, niente di mediaticamente importante ma fondamentale per il respiro culturale della nostra provinciale edilizia (da intendere nei due sensi) italiana.
Ciò che emerge da quest’inchiesta è che per i blogger non esistono culture architettoniche dominanti ma una ricca miscellanea di scritture, idee e progetti con cui confrontarsi.
L’architettura italiana/blogger ha un respiro europeo/mondiale, forse in nuce, l’agognata Die Weltliteratur goethiana.

25 novembre 2009


Link inchiesta
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Note:

[1] Milan Kundera, Il sipario, Adelphi, Milano, 2005, pp. 43-44

[2] op. cit., pp. 47-48

[3] op. cit., p. 49

[4] op. cit., p. 52

[5] op. cit., pp. 52-53
[6] Mario Cucinella, Il mio piano casa. Wired ed. italiana, n.3, maggio 2009, pp. 54-63 (Link)

[7] Umberto Galimberti, Parole nomadi, Feltrinelli, Milano, 2006, p.9
[8] Identità dell’architettura italiana, Firenze, Aula Magna dell’Università, Piazza San Marco, 2-3 Dicembre 2009. Qui il programma.

[9] Umberto Galimberti, op. cit., p. 83
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