Facebook Header

Visualizzazione post con etichetta Ettore Sottsass. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ettore Sottsass. Mostra tutti i post

29 novembre 2010

0034 [MONDOBLOG] Dammi un minuto che mi metto fuori a scrivere

di Salvatore D'Agostino

Parafrasando il libro di Laurence Sterne ‘The life and opinions the Tristram Shandy, gentleman’ il sottotitolo di questo colloquio potrebbe essere ‘La vita e le opinioni di Luca Diffuse, gentiluomo’. Poiché più che un dialogo è un’associazione d’idee di: luoghi, incontri, cose, digressioni ed esperienze.
«Nello spirito dell'intelligenza connettiva, Writing extended explanations di Luca Diffuse, si configura dunque come una rete di saperi messi in comune, usabili e ampliabili.»1
Luca Diffuse Dammi un minuto che mi metto fuori a scrivere. Eccomi. Ciao Salvatore.

Salvatore D'Agostino
Ciao Luca.

Come stai?

Bene solo un po' di caldo.
 
Si mi dicono. In fondo ci spero. Vorrei andarmene in vacanza, non so, verso la fine del mese.

Vacanze tardive!

È bello stare in spiaggia senza troppe persone. Finora siamo stati qualche settimana in nord Europa. Ma a me piace nuotare.


Scendi in Sicilia?

Forse, ho degli amici a Palermo che ho sempre voglia di rivedere. Ho delle fatture fuori, vediamo cosa mi pagano.
Non so, che direzione prendiamo? Per ora ho da dirti di una cosa accaduta oggi. Ecco che mi ritrovo su Design Boom una casa in cui ho vissuto.

La casa poi era qui...

-


Le due finestre accanto alla canna fumaria. Poi vediamo… altre cose carine di oggi. Ho pranzato al sole. Esattamente qui, all’enoteca Carso...



Un attimo, prima del sole di stamani. Tu hai vissuto all'interno di una casa di legno che si affaccia su delle finestre?

60 mq di finestre esposte ad est. La mattina alle 6.00 sembrava Sunshine di Danny Boyle.

Quelle finestre a me ricordano Alfred Hitchcock. Nel film dove un fotoreporter (Stewart) costretto all'immobilità per la frattura di un piede, osserva dalla finestra tutto ciò che succede all'interno di un cortile. Ma qui ti trovavi davanti un muro.

No no. Si vedevano i tetti di altri Warehouses, verso East New York. Un paesaggio sparso con queste ex fabbriche di birra metti ad un km l'una dall'altra. Come isole. Certo c'era la strana sensazione di incombenza di Manhattan alle spalle un 10 km scarsi. Quella c’è sempre da Newark a Brodway Junction. Il ragazzo che abitava al nostro stesso piano aveva le finestre giuste. Quelle verso ovest e Midtown. Bellissime certo, ma a noi piaceva davvero così. East New York è un posto concreto. Era molto dolce quando con Francesca prendevamo il treno per tornare a Brooklyn. Ci sentivamo subito meglio. La luce soprattutto. Anche se - in un'altra casa - siamo stati per un paio di mesi gli unici bianchi del quartiere. Aspetta eravamo... ecco qui...



Le ultime finestre in alto a sinistra dell’edificio con gli ingressi in marmo. Scusa la deriva Street View. Non so perché mi prenda bene ora.

Cosa vedevi da lì?
 
Dalle finestre della casa che ti ho linkato per ultima ho visto arrivare l'autunno. Si sentiva la presenza del parco. Prospect Park è molto vicino. Non vedevi l’ora di farti una passeggiata. Dalle vetrate del loft di Terri invece arrivava l’inverno. Le mattine grigie più ampie e desolate mai provate. E la sera la doppia sensazione degli altri loft di quel tentativo di gentrification che è Bushwick e della vita miserabile, primitiva, potente, del villaggio che poi abbiamo impiegato almeno due mesi a scoprire. Poi era così assoluto che siamo andati a viverci. In questa casa qui...



La casa a Franklin Ave - esposta ad ovest - in autunno, ma sopratutto in inverno, ti avrà offerto la migliore luce per osservare una città.

Non so, non eravamo molto a casa. Anzi si. Io si, prima di iniziare a lavorare a Dumbo.

Che cos'è Dumbo?

'Down under manhattan bridge overpass'. È uno dei posti più belli di Brooklyn. Un episodio di gentrification di 20 anni fa. Se ti è capitata ‘La fortezza della solitudine’ di Lethem, è tutta ambientata lì ed agli Heights. È un quartiere di 20 blocks sotto al ponte di Manhattan bene o male uno dei centri della creatività mondiale. Se non altro per lo spazio disponibile. 
Tra l’altro probabile che quel libro sia uno dei motivi per cui sto così bene a Brooklyn. Una storia di ragazzini. Pomeriggi nei playground, sfide infinite a suicide. Che è un gioco bellissimo. Le linee per terra, il muro, le mani, la palla. Una cosa assoluta.
Ecco, per andare a lavorare quando vivevo a Franklyn passavo da qui...



Ho questa cosa. Quando arrivo in un posto, in una città, capisco sempre cosa mi piace, in un modo molto istintivo. E capita che il primo posto dove vado è anche poi quello che trovo il più bello dopo magari un anno che conosco bene tutto. E guarda che le città me le faccio in bici strada per strada. Ho una passione nel catalogare quartieri. Ora ti racconto.
Sono andato a nyc perché Francesca mi chiamava da lì alle 4 di notte non pensando che il fuso orario mi fosse sfavorevole. In quel periodo avevo lo studio nel retro di una galleria che ho - tipo - ristrutturato. Probabilmente il posto con la luce più bella qui in città.
Ti metto due link della piazza perché in uno c’è addirittura di spalle Massimo, uno degli operai che ci ha lavorato… 



Mentre nell’altro – oltre alla galleria – c’è la macchina del proprietario in sosta vietata...



Insomma ero lì e lei mi chiama e mi dice... 'sai io sono qui già da un po' e se resto ancora qualche mese poi non so se questa storia possa mantenere ancora il suo equilibrio...' Con molta dignità salgo su un aereo meno di una settimana dopo. Che se parti al tramonto verso ovest ti fai sette ore di tramonto. Che a me magari non interessa. Ma dopo 7 ore di tramonto romantico ci diventi. E la sera stessa siamo lì a prendere cibo in un alimentari a Dumbo. E lei mi porta a vedere i ponti. Brooklyn bridge a sx, Manhattan bridge a dx. E tu ti dici: 'beh, si può fare'...



Tutto il mio immaginario visivo di Hill street blues (And, hey! Let's be careful out there") era lì. E lì poi mi è successo tutto. Nel raggio di 150 metri. Ai limiti del ridicolo. Un giorno ero a Rebar. Un bar free wireless al primo piano del 68 di jay st. Un edificio con forse sessanta suites di gente più o meno creativa dentro...



E mi chiama uno che voleva offrirmi un lavoro. Mi chiama da 40 metri da dove ero in quel momento. Era in una suite allo stesso piano del bar. E lui pensava che io fossi in Italia. Come fai a non dare lavoro a uno che ti si presenta così? Devo avergli fatto l’effetto del teletrasporto.
Lungo il corridoio per andare a parlare col tipo della telefonata si affacciavano una serie di vetrate delle altre suites. Ti vedo un giapponese in vetrina, lavorare ad un plastico in schiuma azzurra. Sono entrato e viene fuori che era lo studio di Florian Idenburg. Praticamente SANAA negli USA. Tutto così.

Un mese fa ero in Danimarca. Avevamo affittato una utilitaria. Solo che non era disponibile ed Europcar - scusandosi – ci ha intrappolati in un suv (stesso prezzo) davvero enorme, che ci mettevo qualche secondo ad andare dal lato guidatore al lato passeggero. Auto che peraltro faceva tutto da sola. Tipo pioveva e lei da sola azionava i tergicristalli. Ne sono ancora stupito, che io solo bici e motorino.
Allora percorro la città nel panico di una macchina così spiccatamente autonoma e mi fermo in un posto a prendere su da bere. Posto che poi dopo aver visitato - non esagero - 30 gallerie, una mezza dozzina di spazi progetto, centri sociali e musei, tentativi di meatpacking district, un tot di baretti wi-fi (tipologia che mi fa stare davvero bene) ovviamente dopo tutto ciò quel posto casuale restava il più bello di tutta Copenaghen...



Ecco secondo me uno per essere felice deve sapere cosa gli piace. E cercare di restare vicino a queste cose per lui belle. E magari cercarne di più belle e non importa se poi vai a finire a lavorare sulla nostalgia. 

Che cosa intendi per ‘nostalgia’?

Intendo che a volte le cose sembrano essere davvero equilibrate e belle e si potrebbe stare così per sempre. Però ci si muove, ci si sposta ed allora quelle cose belle non sono ancora lì in quel modo e uno ne sente il ricordo in modo dolce. Aspetta, è tornata la Fra. Ora viene qui fuori a fumare. 

Mi sa che hai messo insieme tre dispositivi importanti: il vuoto, la percorribilità e la memoria.

A chiamarli così non li riconosco. 

Hai ragione troppo didascalico.

Francesca mi dice che la bici che si vede su Design Boom, quella rossa, è la sua.
Penso sia semplice, una cosa di emozioni, di cercare le cose semplici e vere, di essere felici. Cercare di essere felici. Con Francesca eravamo sul tetto di casa nostra a Franklin. Ci vedevamo solo la notte perché lei stava facendo New York Film Academy e la impegnavano tutto il giorno. E poi la sera a bere sul tetto.
East New York è pericolosa e rassicurante. Un posto in cui essere inghiottiti da qualche stanza o da 2-3 strade e sparire nella vita di quartiere. Difficile sentirsi qualcuno. Li sul tetto ci dicevamo come si sta bene a smetterla di pensare di essere importanti. Sento che ora i miei progetti sono più carini da quando non mi metto più troppo in mezzo. 


La tua frase 'cercare di essere felici' non mi offre nessuna possibilità di uscita.

Cosa vuoi dire? 


La felicità ha una geografia. Nel sud - nel mio profondo sud - è una parola desueta. Da pronunciare sottovoce.

Si... non sono sicuro di capire bene. E dicevo 'cercare' di essere felici. Ha anche un senso dirselo. Poi si. Lasciare sospese le cose più belle è un altro esercizio. Parlare chiaro ma non esaurire.
Forse per le illustrazioni, comunque ci sono un tot di ragazzini davvero giovani che guardano i miei progetti, mi scrivono.
A volte gli faccio avere anche testi in anteprima, dei progetti o delle cose che pubblico in giro. I più svegli mi servono proprio come riferimento delle cose che non vanno dette. Individuano le emozioni, le sensazioni con una bella velocità. Ed è molto divertente sentirsi goffi rispetto a loro. Quando mi sembra di aver messo giù una buona idea, un testo, magari gliela giro e mi tornano risposte del tipo: “si, si questo si sa, però...” 


E dove ti porta quel però?

Intanto banalizza quello che a me sembrava un mezzo successo. E questo è bene. Poi mi spostano verso un uso più delicato delle allusioni e tutto resta in una zona sospesa.
Allora. Ho rotto le scatole un inverno a Mario Lupano per essere in questo ‘lo-fi architecture – architecture as curatorial practice’.
Poi 2-3 mesi fa mi chiama e mi dice di venire a Venezia a lavorarci un po'. Ho conosciuto Luca Emanueli, molto carino e serio, con una famiglia davvero deliziosa e Marco Navarra, molto allegro. Carlo Ruyblas Lesi, in gamba e tranquillo ed uno studio di Treviso, Clinica Urbana, che ha come committente principale un prete spretato che pare batta moneta in una valle trentina. 

Calcola che Mario Lupano mi piace e dunque non sono obiettivo nei suoi riguardi. Una persona così preparata e seria e innovativa da sempre, poi è divertente e dolce. Io ho proprio bisogno di stargli vicino. Penso a breve di sposarmi a Las Vegas (se ripetono questo). Non mi viene in mente un altro cui potrei chiedere di farmi da testimone. E sostanzialmente neppure lo conosco. Non penso proprio accetterebbe.
Insomma ero lì con tutte queste persone più brave di me che però si erano spinte in un campo che io vivo proprio come una ‘attitudine naturale’. E mentre parlavo mi si presentano un paio dei ragazzini di cui sopra. Ultima fila. 


Gli stessi di prima?

Si. Aspetta però. Altro intermezzo. Forse questa cosa che ti racconto è in un libro di Florian che ho tradotto per PostMedia Books.
C'era Sejima a Princeton... Uno studente ha parlato tipo 40 minuti del suo progetto. Raccontato in due fogli. O forse erano due progetti, non so. Sejima in quell’intervallo di tempo consuma mediamente 600 sigarette. E quello andava lungo. Ma davvero.
Alla fine lei gli ha detto: “si si, ho capito, grazie grazie. Ma questo mi piace. E quest'altro no.”
Ecco quei ragazzini fano così. Ed io bene o male mi fido di questo modo veloce di sentire le cose.
Hai preso su la biografia di Sottsass? È un libro molto sereno. 


Amo Sottsass. A proposito della tua foto commento su Abitare online: 1000 EURO PER IL GATTO DI ISHIGAMI.

Ah, aspetta non è un mio lavoro. Sono disegni di Ishigami scansionati dal catalogo della Biennale. Era anche nelle didascalie, non so perché siano finiti lì come una mia “elaborazione”. 


Tra la fine del 1960 e l’inizio del 1970 Ettore Sottsass aveva praticamente smesso di lavorare. Rifletteva, scriveva e soprattutto disegnava. Con una gran “voglia di scappare”:
«Sentivo una grande necessità di visitare luoghi deserti, montagne, di ristabilire un rapporto fisico con il cosmo, unico ambiente reale, proprio perché non è misurabile, né prevedibile, né controllabile, né conoscibile… mi pareva che se si voleva riconquistare qualche cosa bisognasse cominciare a riconquistare i gesti microscopici, le azioni elementari, il senso della propria posizione…»2
Viaggio che intraprese nel 1970 con la giovane artista basca Eulalia Grau. Da quella vita seminomade nascono le ‘Metafore’ o ciò che chiamava ‘fare costruzione’. Disegnava una ‘costruzione’, la realizzava e la fotografava. Nella metafora ‘Architettura Virtuale’ costruisce una casa con 8 aste di legno di 3x3x2.5 mt, dove in un lato - attraverso delle funi - appende una finestra di compensato.
Questa architettura di Sottsass va oltre qualsiasi Leone d’oro.

Io sono sicuro di due cose: che la tipa con cui è partito sarà stata molto carina, e poi che - che ne so - ad una cena, non si sarebbe mai messo lì a raccontare a tutti quanto era stato brillante ed intelligente e concettuale a fare quelle cose. Credo che Sottsass intimamente si vergognasse un po' di queste sue cose meno concrete. No aspetta lo dico meglio, penso che uno non possa leggerle senza partire dal fatto che lui sostanzialmente era lì a passare delle settimane intense con una ragazza. 


Dalle foto che ho visto ti assicuro che la ragazza era molto bella.

Vedi. 


Personalmente non credo che sia una semplice concettualizzazione dell’architettura. Le metafore erano degli strumenti indispensabili per le opere di Sottsass. Nel tentativo di azzerare i significati e i segni dell’architettura - Sottsass - acquisì una profondità progettuale che in seguito traspose nelle sue opere. Se ci permetti le metafore mi ricordano i tuoi progetti raccontati a Stefano Mirti.
Ad esempio la tua recente riflessione su una facciata cieca romana. Com’è nata l’idea?

Lavoravo al terzo progetto di Small Park Narratives, i primi due erano: Greenhouse Outtakes e Headphones Park.
Progetti sulle sensazioni che possono offrire piccoli spazi naturali che ho scritto quando ero negli Stati Uniti. Il terzo progetto ha a che fare in qualche modo con la storia di una ragazza che quando in spiaggia posa la testa sul telo, ha l'impressione che un agave le parli. Ecco questo progetto non riesco ancora a farlo. Non mi vengono i disegni.
Allora ad un certo punto è diventato un’altra cosa: ‘For a while we were obsessed with rooftops
Ci sono comunque ancora superfici luminose, dove sarebbe bello sdraiarsi al sole.
I miei progetti hanno a che fare con delle piccole storie. Storie costruite attorno a comportamenti che mi fanno stare bene e che vedo far stare bene anche le persone che mi stanno attorno.
Non penso che Sottsass volesse ‘azzerare i significati ed i segni dell'architettura’. Cosa vuol dire una frase simile? Lui avrebbe solo preferito che alcuni tromboni dell'architettura azzerassero se stessi, per non perdere tempo a spiegare cose altrimenti semplicissime e fondamentali. Io davvero preferirei mantenere il discorso al livello di complessità di una passeggiata in un parchetto. 

Come leghi le tue storie con l’architettura. Nel senso della quotidiana edilizia di un studio tecnico (perdona la rudezza delle parole).

Io ho un quotidiano tecnico. I progetti che mi capitano hanno la dimensione delle ricerche che puoi vedere sul sito. Sono piccole gallerie o posti simili che lavorano in modo molto tranquillo sulla vita delle persone e del quartiere in cui vengono aperte. Soltanto che magari non mi piace l'uso del web così fortemente autopromozionale. Mi sembra ridicolo mettersi lì a far vedere a tutti quello che si fa. Nessuno pensa a quanto siano insopportabili in media le persone che parlano soltanto di se stessi? Mi piace di più... Non so… Sabato... no Venerdì ero ad una festa. Ed a un certo punto un gruppetto era lì che parlava di uno spazio che ho progettato io. Ecco meglio così.
Quanto alle cose che faccio vedere su alcuni dei siti dove pubblico... il senso è ancora quello di scambiare cose semplici e che fanno stare bene. Tempo fa avevo un blog. Penso che tu mi abbia puntato a partire da quello.
Forse sto continuando la narrazione intima di quello ma in un modo appena diverso. Dopo un anno di prove riesco a disegnare in modo decente le illustrazioni dei miei progetti. Ora per me è importante raccontare le storie di queste persone che disegno, andare oltre me stesso in questo modo, mettermi in secondo piano. Meglio, sparire.


A che cosa serve un blog per un architetto?

Non esistono differenze di genere. Quindi un blog non è utile in modo particolare ad un architetto. Magari - proprio a guardare il modo in cui comunicano gli architetti italiani - potrebbe servire a testare un modo più aperto di comunicare. Non penso che l'interminabile rassegna di ristrutturazioni che viene offerta sia granché emozionante.

Nel tuo blog facevi un uso creativo dello screenshot, ovvero, fotografavi il tuo tavolo da disegno cioè il video del tuo PC, prendevi appunti, amplificavi il tuo punto di vista, lo rielaboravi e in qualche modo destabilizzavi il disegno tecnico, che come si sa, ama parlare in modo misurato.

Ho milioni di screenshots di quando lavoro. Ora sto meno ai computers anche se continuo a voler loro bene. Davvero non destabilizzavo nulla. Salvo sempre molti screenshots e produco come sempre molti più schizzi e disegni. Gli screenshots non mi danno problemi di archiviazione, i fogli si.
Mi piace così tanto il disegno tecnico. Secondo me faccio degli esecutivi veramente densi.
Un po' fini a se stessi visto che i miei cantieri sono controllabili più che tranquillamente a voce.
Qualche giorno fa - proprio riguardo “For a while we were obsessed with rooftops” - pensavo a come mai ci fosse ancora una parte del progetto modellata in digitale... in realtà penso sia una cosa di misura e sincerità. Anche quando disegno un progetto di ricerca ne conosco e ne peso le misure.
Non ti sembro misurato? 


Abbandoniamo il blog e il senso della misura, ti confesso che non ho mai letto il tuo libro scritto con Mariella Tesse ‘Sanaa. Kazuyo Sejima + Ryue Nishizawa. Bellezza disarmante’.

Hai fatto bene. Era scritto in termini eccessivamente entusiastici. Però il libro ha un ottimo indice.

Da anni scrivi per Exibart. Credi che sia possibile fare della buona critica in un contenitore Web che ama citare tutti e tutto?

È un po’ che non scrivo per Exibart. Per un po’ di tempo ho condotto la loro rubrica di architettura. Effettivamente non era possibile esprimersi in modo personale. Le regole erano altre ma magari ci sta pure che mi sia stato offerto uno strumento che non ho saputo usare. Non importa. Scrivendo ho la forte necessità di essere aperiodico e di parlare soltanto di ciò che mi piace. Poi sono un po’ autistico quanto a controllo della qualità. Ho bisogno di uno spazio la cui qualità dipenda esclusivamente da come la progetto io ed assieme alla sensazione di far parte di qualcosa di più vasto. La nuova rubrica su Abitare – Diffuse Outtakes – magari funzionerà così. Per ora va benissimo. Invio i pezzi, me li traducono in inglese, ma non mi editano neppure i refusi. Bello.
Io poi non faccio critica, al limite diffido anche di chiunque dica di se una cosa del genere di se stesso. Parlo delle cose che mi piacciono e nel migliore dei casi mi succede di metterle insieme in modi inattesi. Sempre nel migliore dei casi sarei interessato più che altro ad un certo tipo di scrittura…


Quale?

Contini che impara ad usare il pc, va in dipendenza per qualche chat e scambia mail con Foster Wallace? Tipo irraggiungibile per chiunque. Due giorni fa ho incontrato il traduttore proprio di Foster Wallace e di Gus Van Sant. Già bello ed irraggiungibile anche lui. Settimana prossima poi mi sono procurato un appuntamento con Heather McGowan e quasi mi vergogno ad andare.

Contini e Wallace è proprio un bel connubio. In una tua conversazione Web - commenti su abitare online - con Fabrizio Gallanti parlavi del tuo rapporto ormai inesistente con i progetti editi nelle riviste. Che cosa non va?

I progetti editi sulle riviste li trovo su Internet. Sempre ad avere voglia di andarli a cercare. Quello che mi può interessare di una rivista è come si esprime la redazione. Insomma più che la testata cerco le persone e le loro idee quando le esprimono. Il mio problema è più cartaceo che altro. In generale non porto più i miei libri con me da tanto tempo. Almeno da due traslochi fa. Proprio la settimana scorsa ho ripreso a casa dei miei due o tre cose ancestrali, il paperback di Infinite Jest, i De Lillo (uno firmato), la storia del terzo reich di Shirer, altre cose. Nella casa di Roma ora ho una grande libreria. Semivuota. Quando viene gente nuova a cena mi vergogno un po' che non sia strapiena e dico sempre questa cosa che sto scrivendo anche a te ora...

Per finire mi passi il tuo ultimo Screenshot.

Eccolo. Un saluto a chi mi ha seguito fin qui. Ciao Salvatore, grazie e a presto. 


29 novembre 2010
Intersezioni ---> MONDOBLOG
__________________________________________
Note:
1 Parafrasi di una di  frase tratta da un saggio di Antonella Sbrilli, Tristram Shandy Web: il capolavoro di Laurence Sterne come generatore di una rete di conoscenza, Engramma n. 48, ‘Internet e umanesimo’, Maggio 2006. Link: «Nello spirito dell'intelligenza connettiva, TristramShandyWeb si configura dunque come una rete di saperi messi in comune, usabili e ampliabili.»
2 Ettore Sottsass, Metafore, Milano, Skira, 2002.

25 novembre 2009

0073 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] Il massimo di diversità nel minimo spazio

di Salvatore D'Agostino

«Che sia nazionalista o cosmopolita, che abbia radici o non ne abbia, un europeo è profondamente influenzato dal rapporto con la sua patria; la problematica nazionale, probabilmente, è più complessa, più dolorosa in Europa che altrove, o quantomeno è sentita in modo differente. A questo si aggiunge un'altra particolarità: accanto alle grandi nazioni ci sono in Europa piccole nazioni, molte delle quali, nel corso degli ultimi due secoli, hanno ottenuto (o ritrovato) l'indipendenza politica. Forse è stata la loro esistenza a farmi capire che la diversità culturale è il grande valore dell'Europa. Nel periodo in cui il mondo russo ha cercato di ridisegnare a propria immagine il mio piccolo paese (ndr ex Cecoslovacchia), ho formulato il mio ideale europeo in questo modo: il massimo di diversità nel minimo spazio; i russi non governano più la mia patria, ma quell'ideale è ancora più in pericolo.
Tutte le nazioni d'Europa vivono lo stesso destino comune, ma ognuna lo vive in modo diverso, in base alle proprie esperienze specifiche. E per questo che la storia di ogni arte europea (pittura, romanzo, musica, ecc.) appare come una corsa a staffetta in cui le varie nazioni si passano il testimone. La polifonia fa il suo esordio in Francia, prosegue la sua evoluzione in Italia, raggiunge un'incredibile complessità nei Paesi Bassi e trova il suo compimento in Germania, nell'opera di Bach; lo sviluppo del romanzo inglese del XVIII secolo è seguito dall’epoca del romanzo francese, poi dal romanzo russo poi dal romanzo scandinavo, ecc. La dinamicità e l’ampio respiro della storia delle arti europee sono inconcepibili al di fuori dell'esistenza delle nazioni, le cui diverse esperienze costituiscono un'inesauribile fonte di ispirazione.
Penso all'Islanda. Nei secoli XIII e XIV vi è nata un'opera letteraria di migliaia di pagine: le saghe. Né i francesi né gli inglesi hanno creato in quel periodo, nelle loro lingue nazionali, un'opera in prosa del genere! Vorrei che si meditasse a fondo su questo il primo grande tesoro della prosa dell'Europa fu creato nella sua nazione più piccola, che ancor oggi conta meno di trecentomila abitanti». [1]


Per scrivere l’epilogo di quest’inchiesta mi è venuto in soccorso un saggio di Milan Kundera ‘Il sipario’ da dove ho tratto la citazione iniziale.

Lo scrittore cecofrancese per avvalorare la sua tesi ‘Il massimo di diversità nel minimo spazio’ introduce il concetto di ‘Die Weltliteratur’ citando una frase di Goethe: «La letteratura nazionale non rappresenta più granché ai giorni nostri, stiamo entrando nell’èra della letteratura mondiale (Die Weltliteratur) e spetta a ciascuno di noi accelerare tale
evoluzione» [2] e osserva come quest’intuizione, ancora oggi, viene contrastata da una certa accademica che s’identifica esclusivamente con il proprio contesto nazionale.
Per Milan Kundera ci sono due tipi di provincialismo, quello delle piccole nazioni e quello delle grandi nazioni.
«Come definire il provincialismo (ndr dei piccoli)? Come l’incapacità (o il rifiuto) di considerare la propria cultura nel grande
contesto. [3]
[…]
E il provincialismo dei grandi? La definizione resta la stessa: l’incapacità (o il rifiuto) di considerare la propria cultura nel grande
contesto». [4]
Due definizioni simili ma profondamente diverse poiché se il provincialismo dei piccoli può apparire intrinsecamente naturale non lo è quello delle grandi nazioni, che come nota, preferiscono auto-compiacersi della propria presunta autorità culturale.
Cita un sondaggio fatto da un giornale francese all’establishment intellettuale, ognuno era chiamato a compilare una lista dei «dieci libri più significativi di tutta la storia francese [...]
Da questa competizione uscì vincitore I miserabili di Victor Hugo. Uno scrittore straniero ne rimarrà sorpreso. Non avendo mai considerato questo libro importante né per sé né per la storia della letteratura, capirà all'istante che la letteratura francese che ama non è quella che viene amata in Francia. All'undicesimo posto, le Memorie di guerra di De Gaulle. Attribuire al libro di un uomo di Stato, di un militare, una simile importanza è una cosa che difficilmente potrebbe accadere fuori della Francia. Ma quel che davvero sconcerta è il fatto che i più grandi capolavori vengano solo dopo! Rabelais figura soltanto al quattordicesimo posto! Rabelais dopo De Gaulle! Leggo a questo proposito il testo di un grande docente universitario francese, il quale dichiara che alla letteratura del suo paese manca un fondatore quale Dante per gli italiani, Shakespeare per gli inglesi, ecc. Dunque, agli occhi dei suoi compatrioti, Rabelais è sprovvisto dell'aura del fondatore! Eppure, agli occhi di tutti i grandi romanzieri del nostro tempo, egli è, accanto a Cervantes, il fondatore di un'arte intera, quella del
romanzo». [5]

Per l'inchiesta 'OLTRE IL SENSO DEL LUOGO' ho contattato 176 blogger a cui ho chiesto:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Ho ricevuto 70 risposte e sono stati nominati 159 architetti o studi di architettura.

Le scelte più numerose sono state le ‘non scelte’, 10 per i noti e 12 per i non noti. Risposte che appaiono dei moniti nei confronti di un mestiere particolarmente controverso in Italia, molti di loro rilevano lo scontro impari degli architetti con i cementificatori, ovvero gli indiscussi padroni dell’edilizia italiana.
Dei 39 architetti noti menzionati solo 11 sono italiani, tra cui Giancarlo De Carlo, Ettore Sottsass e Bruno Munari (citati ma fuori tema), uno studio spagnolo-italiano e un architetto che si è auto-proclamato noto ma che è decisamente poco noto.
Tra i non noti sono stati citati 62 architetti (molti italiani), in alcune risposte c’è anche qualche stramberia come Le Corbusier, Giuseppe Terragni e Peter Zumthor e soprattutto ciò che si può definire frutto dell’effetto Wired Mario Cucinella[6] che, come si sa, è architetto noto da tempo. Questa scelta tra i ‘non noti’, dovrebbe far riflettere sul perché la comunicazione di una rivista non di settore sia più efficace di quella specialistica.
Una variante interessante sono state le risposte che non si sono limitate alla scelta di un solo nome, ma hanno indicato un gruppo di architetti. Ho chiamato queste risposte multiple ‘miscellanea’, v’invito a leggere le motivazioni poiché sovente sono interessanti.
Infine, va considerata una piccola sezione che, in contrapposizione alle domande poste, ha citato l’architetto che non apprezza o il non preferito, sono pochi, ma sono tutti italiani.

Ciò che emerge da quest’inchiesta è l’autonomia critica dei blogger interpellati. Come si può notare è mancato il plebiscito nei confronti di alcuni architetti. Il più citato tra i noti è stato Peter Zumthor con sei preferenze. Tra i non noti Mario Cucinella (effetto Wired) con tre rimandi.
Ai blogger manca l’architetto di riferimento, sembra essersi persa la tradizione italiana delle scuole/pensiero. Questa ricchezza critica, denota in positivo, una non omologazione culturale.
Inoltre, se consideriamo i voti nel suo complesso, non si rileva una corrente architettonica predominante:
  • Peter Zumthor [6 citazioni] architetto che possiamo definire fine artigiano dello spazio;
  • Renzo Piano [6] espressionista tecnologico o elegante post-moderno ecologico;
  • Alvaro Siza [6] esponente dell’architettura mediterranea;
  • Santiago Calatrava [4] organico misurato;
  • SANAA [4] gli estremisti dell’architettura diagrammatica;
  • Zaha Hadid [4] blob architettura o meglio l’architettura parametrica;
  • R&Sie(n) [4] sperimentalismo non modaiolo.
Contrariamente al paventato provincialismo kunderiano, i blogger italiani osservano l’architettura nel suo contesto mondiale.
Una vitalità che si trova anche nelle citazioni degli architetti non noti.
L’Italia da Sud a Nord nasconde una vivacità che mi auguro, con il tempo, possa emergere.
Attraverso i dialoghi nati grazie ai commenti, quest’architettura italiana latente, è stata chiamata ‘architettura di resistenza’.
Un’architettura, che con estrema fatica, si emancipa dalla cultura edile dominante. Cioè la cultura edilizia, che possiamo definire ‘speculativa’, che ha determinato la qualità e l’estetica negli ultimi decenni.
Per speculativa si deve intendere l’estremo interesse nei confronti del rapporto costi-benefici a discapito della qualità architettonica.

L’inchiesta nasce per stanchezza dell’uso mediatico di alcune parole che definiscono tutto e il suo contrario e registra con piacere l’assenza del concetto d’identità.
«Gli uomini non hanno mai abitato il mondo, - sostiene Umberto Galimberti - ma sempre e solo la descrizione che di volta la religione, la filosofia, la scienza hanno dato del mondo». [7]
Per il filosofo le 'parole' che definiscono i concetti sono nomadi, parafrasandolo, per molti blogger ‘l’architettura è nomade’.
I blogger/architetti sembrano disinteressati alle tesi care all’accademia italiana che tratterà in un imminente convegno il tema ‘Identità dell’architettura italiana’. [8]
«L’identità è un fondo vuoto e la sua ricerca un tentativoinutile». [9]
Molti blogger, non tutti (alcuni reiterano ancestrali scontri ideologici, bla-bla-bla senza costrutto o ricercano l’identità smarrita), studiano e lavorano per la Die Weltliteratur architettonica, niente di mediaticamente importante ma fondamentale per il respiro culturale della nostra provinciale edilizia (da intendere nei due sensi) italiana.
Ciò che emerge da quest’inchiesta è che per i blogger non esistono culture architettoniche dominanti ma una ricca miscellanea di scritture, idee e progetti con cui confrontarsi.
L’architettura italiana/blogger ha un respiro europeo/mondiale, forse in nuce, l’agognata Die Weltliteratur goethiana.

25 novembre 2009


Link inchiesta
Intersezioni --->OLTRE IL SENSO DEL LUOGO
Come usare WA ----------------------------------------------------------------Cos'è WA

__________________________________________
Note:

[1] Milan Kundera, Il sipario, Adelphi, Milano, 2005, pp. 43-44

[2] op. cit., pp. 47-48

[3] op. cit., p. 49

[4] op. cit., p. 52

[5] op. cit., pp. 52-53
[6] Mario Cucinella, Il mio piano casa. Wired ed. italiana, n.3, maggio 2009, pp. 54-63 (Link)

[7] Umberto Galimberti, Parole nomadi, Feltrinelli, Milano, 2006, p.9
[8] Identità dell’architettura italiana, Firenze, Aula Magna dell’Università, Piazza San Marco, 2-3 Dicembre 2009. Qui il programma.

[9] Umberto Galimberti, op. cit., p. 83
__________________________________________


Leggi:

2 ottobre 2009

0060 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] Architetti senza tetto

Il blog degli Architetti senza tetto ha risposto dedicando all'inchiesta un post Le domandone dell'estate 2009:

Cari ArchitettiSenzaTetto, come voi ben sapete, il caro Salvatore D'Agostino ha passato l'estate a fare a tutti i blogger della terra le seguenti domande:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Ovviamente noi non potevamo sfuggirgli e allora ho pensato: visto che siamo tanti e sparsi per il mondo, diamo le nostre personali e raffinatissime risposte qui nei commenti così poi Salvatore se le ritrova pronte per il suo blog. Geniale, vero?

Comments
Posted by Rem
on 19 September, 2009, 1:15 pm
ok, inizio io.

Alla prima domanda non posso rispondere perché a me non interessano gli architetti ma le architetture (anche se "interessare" è una parola grossa e per me ormai le riviste e i siti degli architetti equivalgono un po' ad album di figurine). Inoltre penso che l'architettura sia il risultato di un processo così complesso e articolato che la figura del singolo architetto si stempera tra le tante e importanti figure professionali coinvolte, a partire proprio dal committente.

Alla seconda domanda rispondo che mi piacerebbe fare il nome di qualcuno che ancora non conosco e che mi piacerebbe conoscere (dal punto di vista dell'architettura ovviamente, non siate maliziosi), in particolare mi piacerebbe segnalare le tante blogger architette che ho scoperto in rete o che già conosco (
Lacuocarossa, Romins, Zaha, LinaBo, Denise e tante altre) e alle quali va tutto il mio incondizionato appoggio e sostegno. Perché fare l'architetto è dura ma farlo in quanto donna lo è ancora di più. E poi gli architetti uomini il loro spazio lo hanno avuto, sarebbe il caso di far posto alle donne, sono sicuro che qualcosa di nuovo da dire lo hanno.

Posted by Massimiliano
on 19 September, 2009, 3:19 pm

posso dire qual è la mia squadra del cuore?

Posted by zaha
on 19 September, 2009, 9:44 pm

infatti, non vale! ha ragione massimiliano, qui si scopre che rem è un sentimentalone! e perlomeno io, non sono all'altezza!
non voglio fare "complimenti"... quindi vado al sodo: condivido la prima risposta, in toto. e forse lo stesso concetto vale per la seconda, cioè, intendendola a mio modo (e sono sentimentalissima): un minuto di silenzio per le tante figure anonime (uomini e donne) che ogni giorno, a vario titolo, lavorano per progettare/concettualizzare/realizzare "architettura". o magari semplice edilizia, per necessario compromesso.
tanta nobiltà di sentimenti è incrinata dal fatto di riconoscersi in tale categoria?

Posted by ele
on 21 September, 2009, 8:33 am

andrò contro tendenza e mi esporrò con nomi e cognomi.
posto che condivido la visone di rem sull'architettura e le figurine, un architetto che mi sento di apprezzare, per la dedizione ad ogni singolo progetto, cui dedica il tempo necessario per uno sviluppo delle idee che non sia solo correre al progetto successivo, è
zumthor.
per altri versi, non tanto per la resa estetica, ma per l'approccio quasi filosofico, altrettanto posso dire di
sottsass.
mi spiace non nominare una donna, ma non è che ci sia granché da scegliere.

nel non conosciuto, i non architetti che hanno reso l'Italia il bel paese che è e da cui ci sarebbe ogni giorno da imparare solo guardandosi intorno, con una buona dose di umiltà.
bei tempi quelli in cui si costruiva il modello insegnato dal manuale... :->

Posted by denise
on 21 September, 2009, 11:38 am

1) giancarlo de carlo. perché credeva che il buon senso fosse utile tanto quanto un'ottima preparazione tecnica. e si vede dalle sue architetture, dai suoi scritti, dai suoi lavori a scala urbana.
2)
cuzzolin e pedrina (suggerito da peter, e condivido) ma forse sono famosi e non lo sappiamo. riescono a fare cose interessanti rispettando la norma e ascoltando l'impresa. Naturalmente potreste dire che è una osservazione banale e che è questo un principio in base al quale ogni architetto dovrebbe lavorare...

Posted by lina bo
on 24 September, 2009, 1:05 pm

... anch'io trovo qualche difficoltà a indicare un solo nome, soprattutto tra i noti, perché anch'io tendo ad apprezzare singole architetture. Proverò comunque a fare nomi e cognomi... e donna sia (bravo Rem! ), anche se in coppia o in gruppo.
NOTO •
Kazuyo Sejima. Per la luce.
NON NOTO • esclusi i presenti... vorrei comunque citare un gruppo di amici
Spacelab Architects (che contiene un'altra donna: Zoè Chantall Monterubbiano insieme a Luca Silenzi). Per la ricerca che nasce in provincia e va alla conquista dello spazio.

Posted by kazuyo
on 29 September, 2009, 11:04 pm

siza&me,
mi piace il cielo fra i suoi muri,
il mio essere donna e architetto sotto il mio tetto.

Posted by tadao
on 30 September, 2009, 1:17 pm

allora... allora... vediamo un po'... mi sembra di aver letto tra le righe scritte da rem una certa filosofia di base... ma dove l'ho incontrata... fammi pensare... ECCO!!! Il nostro premier è solito fare complimenti alla categoria femminile... ecco chi mi ricordava!!!

risposta seria (per quanto possibile...)
l'architetto noto è difficile da segnalare, soprattutto in un unico nome... ma se devo stare al giuco, ci starò... l'opera di Cino Zucchi mi interessa molto, per diverse ragioni. Una delle quali è che fa buona architettura con la stessa normativa a cui siamo soggetti noi... (il prossimo che mi dice che l'architettura è un problema di normative, gli sbatto in testa il neufert... quello per ipovedenti scritto con carattere 14pt...)

tra i meno noti non saprei... anche perché se non sono "noti" devo pescare necessariamente tra le mie conoscenze personali, ma non tra le mie conoscenze personali che i più possano conoscere... allora farei un torto a qualcuno.

Intersezioni --->OLTRE IL SENSO DEL LUOGO

Come usare WA
---------------------------------------------------Cos'è WA

__________________________________________

Leggi: