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14 maggio 2013

Parole




“Words,” wrote Gabriele Mastrigli, “can only be an immense text/territory… that refuses to ‘put things in their places.’”



Parole (“words”) remains an exception to the prevailing norm in web-based architecture writing that insists on writing for the digital page as if it were a sheet of paper. I recently had a discussion with two of the site’s creators, Andrea Balestrero and Fabrizio Gallanti.


8 maggio 2013

0061 [MONDOBLOG] Parole

di Salvatore D'Agostino

english text

«Parole - scriveva Gabriele Mastrigli - può soltanto essere un immenso testo/territorio che rinuncia a “mettere le cose al loro posto”.»1 
Parole resta ancora un’eccezione nel panorama del web di architettura che insiste a scrivere sulla pagina digitale come se fosse un foglio di carta. Ne ho parlato con Andrea Balestrero e Fabrizio Gallanti tra gli autori di Parole.




23 maggio 2011

0043 [MONDOBLOG] Channelbeta un dialogo con Gianluigi D'Angelo

di Salvatore D'Agostino

Proseguiamo con una conversazione - più che un'intervista - con lo stesso autore.


«Di chi sono le notizie?
Durante la prima guerra mondiale le notizie dal fronte arrivavano ai giornali americani da due agenzie di stampa, Ap e Ins. Irritati per quello che Ins aveva scritto sulle perdite britanniche, gli Alleati decisero di vietare ai giornalisti di quest’agenzia l’uso delle loro linee telegrafiche, di fatto impedendogli di mandare le notizie negli Stati Uniti. Per aggirare il divieto, Ins cominciò a usare i dispacci di Ap, riscrivendo le notizie senza citare la fonte. Ap portò Ins in tribunale e vinse. La corte stabilì che i fatti non possono essere coperti da copyright, ma che le agenzie di stampa possono rivendicare l’esclusiva “sui loro prodotti (le notizie) finché hanno un valore commerciale”, cioè finché sono hot, calde.
È la “Hot news doctrine” e di recente se n’è parlato molto negli Stati Uniti perché è proprio appellandosi a questa dottrina che alcuni giornali, dal New York Times al Washington Post, hanno chiesto che Google e Twitter smettano di riprendere le loro notizie. Non hanno calcolato, però, che negli ultimi cent’anni si è molto ridotto il periodo di tempo in cui una news resta hot. Tom Glocer, il capo della Reuters, un’altra grande agenzia di stampa, ha azzardato una stima: tre millisecondi».1

Bisogna fare una piccola precisazione tra il concetto di news o notizia e quello di informazione. L'informazione naturalmente è di tutti. Tutti hanno il diritto oltre che di ricevere informazioni anche di produrle. La news invece, considerata come piccolo articolo elaborato dall'autore, oltre che contenere al suo interno l'informazione, è allo stesso tempo proprietà intellettuale dell'autore che ne ha redatto i contenuti. Gli strumenti come Twitter e Facebook hanno favorito il news spamming, cosa molto sgradevole per chi per primo produce una notizia. Un microfurto che, a causa della velocità del flusso che rende immediatamente obsoleta un'informazione, lascia gli spammer impuniti. C'è perfino qualcuno che modifica la data di pubblicazione anticipandola rispetto a chi ha prodotto l'informazione, in modo da comparire sul web come prima battuta.

Perché su Channelbeta l’architettura è diventata una news?

Perché poni questa domanda partendo da un assunto errato. Su Channelbeta l'architettura è esattamente il contrario di una news.
Noi non rincorriamo l'ultima realizzazione in corso, non buttiamo lì qualche foto riprendendola da altri siti web. Il nostro lavoro è invece di selezione e ricerca. Ogni singolo progetto pubblicato viene vagliato da un comitato editoriale composto da 8 persone. Le posizioni non sono mai unanimi, ma alla fine si sceglie cosa pubblicare, dopo un intenso dibattito via mail. Poi si aggiorna la "scaletta". Certo non pubblichiamo progetti realizzati da qualche anno, sono quasi sempre freschi ed inediti, almeno in Italia. D'altronde siamo un canale d'informazione sull'Architettura Contemporanea. Di ogni progetto pubblicato il materiale viene direttamente richiesto ai progettisti, non c'è una singola immagine od un singolo testo preso "in giro" e senza autorizzazione dell'autore. Inoltre ogni progetto viene pubblicato comprensivo dei disegni e di una scheda di sintesi di dati tecnici. In un mese pubblichiamo al massimo 5 o 6 progetti proprio per non "bruciarli" alla stregua di semplici short news.
Altra cosa sono le news, che curiamo quotidianamente con dedizione, sette giorni su sette, 350 giorni l'anno. Sezioni differenti, criteri e caratteristiche diverse di comunicazione, proprio perché la pubblicazione di un progetto non è una news.
I livelli di lettura dei media contemporanei sono diversi, per questo ci sforziamo di offrire ai nostri lettori contemporaneamente una fonte di aggiornamento costante e articoli e progetti di approfondimento che nel loro complesso rientrano in una "linea editoriale" credo abbastanza chiara per chi ci segue.

Escludendo la scelta redazionale qual è la differenza ‘critica’ tra i progetti presentati su Channelbeta (disegni + scheda di sintesi + dati tecnici) e quelli auto pubblicati su Europaconcorsi?

Channelbeta ed Europaconcorsi, pur occupandosi entrambi di architettura, lo fanno in modo molto differente. Europaconcorsi da bollettino on line di bandi è diventato un grande contenitore "acritico" nel senso che ogni giorno vengono pubblicati una serie di progetti e proposte di emergenti e archistar. Non vogliono esserci scelte precise, la volontà che emerge sta nel pubblicare il maggior numero di progetti per dare ai lettori un panorama ampio e costituire un archivio straordinariamente vasto. Questo approccio da "portale" è molto consueto in rete, in Italia la stessa cosa fa Archiportale, all'estero abbiamo i giganti Plataforma Arquitectura ed Arch Daily.
Diversamente quello che facciamo noi con Channelbeta, l'ho detto precedentemente, non vuole avere un carattere esaustivo ed è accompagnato da una serie di articoli o riflessioni critiche su eventi in corso o temi di dibattito. Proprio in questi giorni con la collaborazione di Lotus, abbiamo ripubblicato un articolo di Arata Isozaki uscito 15 anni che parla del terremoto di Kobe e che, alla luce dei recenti accadimenti in Giappone, è straordinariamente attuale. In definitiva il taglio che cerchiamo di dare a Channelbeta è quello di una rivista, più vicino a quello delle riviste cartacee.

A mio avviso il limite principale risiede nel voler 'riproporre la rivista cartacea sul Web'.
Il Web offre un altro linguaggio, profondità e sopratutto espressività. Una rivista Web non può essere confusa con la rivista cartacea.
Perché sentite il dovere di replicare canoni consolidati nel cartaceo e non adatti per il Web?

Questa scelta può essere giustamente considerata un limite, è sicuramente una precisa volontà, anche alla luce del generale appiattimento delle riviste cartacee, sempre meno caratterizzate da un approfondimento e sempre più soggette ad una linea editoriale più commerciale a causa della dipendenza degli inserzionisti. Noi questi condizionamenti non li abbiamo. In fondo le caratteristiche di una rivista cartacea sono tali non a causa del supporto ma il risultato di canoni consolidati. Oggi in fondo stiamo assistendo ad un ribaltamento anche della tipologia dell'informazione ed il web oltre che essere preponderante dal punto di vista della velocità, delle news, essendo anche ipertesto è sempre più ricco di spazi di approfondimento. È questo che cerchiamo di fare, secondo registri paralleli e livelli di lettura differenti, per dare ai lettori più di un livello. Per questo personalmente non credo che i canoni del cartaceo siano inadatti al web, in fondo sono sempre di più i lettori che ricercano nel web oltre che la velocità delle informazioni, produzioni editoriali simili al cartaceo, approfondite e curate nei contenuti. 

Come vi finanziate? 

Fondamentalmente ci autofinanziamo, le inserzioni pubblicitarie essendo piuttosto limitate non riescono a coprire le spese. La nostra è un'opera di volontariato culturale. In questi ultimi mesi stiamo cercando di trovare finanziamenti più stabili, questo innanzitutto per migliorare la qualità, per esempio finanziando servizi fotografici ad hoc, o articoli di critici ed inviati, potremmo inoltre pubblicare le news in inglese evitando il sistema automatico di google che inevitabilmente produce traduzioni piuttosto improbabili. Ora riusciamo a tradurre manualmente solo gli articoli. Con la cultura non si mangia, si sa, non ci illudiamo, dopo 10 anni ci piacerebbe però arrivare almeno all'autonomia economica, stiamo lavorando anche su questo e spero che arrivi il prima possibile. A volte riceviamo critiche anche piuttosto dure ma coloro che in maniera disinvolta sentenziano probabilmente non immaginano quanto sforzo ci sia da parte nostra, quanto lavoro. Quello che facciamo è di prendere l'aspetto costruttivo di queste critiche, anche quando sembrano poco costruttive e l'obiettivo della critica è semplicemente quello di volersi mettere al di sopra per fare gli "splendidi". Ma ognuno fa quello che si sente, chi fa sbaglia, chi non fa non può sbagliare... giusto?

No. Non condivido due punti del tuo discorso:

1. «Con la cultura non si mangia».
Solo con la cultura si mangia, senza si reiterano – erroneamente - linguaggi e canoni spesso senza capirne il significato; grazie alla cultura, ad esempio, si può distinguere l’arte povera come movimento dell’avanguardia artistica italiana degli anni sessanta, dall’arredamento di arte povera che imita con tecniche contemporanee mobili del passato.

2. «[...] l'obiettivo della critica è semplicemente quello di volersi mettere al di sopra per fare gli "splendidi"».
Non credo: «La critica – afferma Umberto Galimberti - è crisi, quindi congedo dal mondo abituale di pensare».2
 

La prima affermazione è naturalmente una provocazione ed è riferita ad un discorso di carattere economico e non ontologico, ci mancherebbe, d'altronde ogni giorno ci alimentiamo di cultura e cerchiamo di far sì che anche i nostri lettori se ne cibino!
Sul secondo punto posso dirti che è legittima ogni critica, se la critica è però semplice strumento di attacco, se la critica non è propositiva, allora non è critica, e semplice e volgare (nel significato dantesco del termine) "criticare".

A che cosa serve un Web log (nel tuo caso Web magazine) per un architetto?

Un web log o un web magazine non hanno una vera e propria natura funzionale, piuttosto aiutano a comprendere contesti e culture diverse dalle nostre. Ci aiuta a tenerci aggiornati su alcuni argomenti.
Ci appassiona nella lettura di determinati contenuti.

23 maggio 2011
Intersezioni ---> MONDOBLOG

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Note:
1 Giovanni De Mauro, Editoriale 'Sommario', Internazionale n. 853, 2/8 luglio 2010
2 Umberto Galimberti, Parole nomadi, Feltrinelli, 2006, p. 44

25 novembre 2009

0073 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] Il massimo di diversità nel minimo spazio

di Salvatore D'Agostino

«Che sia nazionalista o cosmopolita, che abbia radici o non ne abbia, un europeo è profondamente influenzato dal rapporto con la sua patria; la problematica nazionale, probabilmente, è più complessa, più dolorosa in Europa che altrove, o quantomeno è sentita in modo differente. A questo si aggiunge un'altra particolarità: accanto alle grandi nazioni ci sono in Europa piccole nazioni, molte delle quali, nel corso degli ultimi due secoli, hanno ottenuto (o ritrovato) l'indipendenza politica. Forse è stata la loro esistenza a farmi capire che la diversità culturale è il grande valore dell'Europa. Nel periodo in cui il mondo russo ha cercato di ridisegnare a propria immagine il mio piccolo paese (ndr ex Cecoslovacchia), ho formulato il mio ideale europeo in questo modo: il massimo di diversità nel minimo spazio; i russi non governano più la mia patria, ma quell'ideale è ancora più in pericolo.
Tutte le nazioni d'Europa vivono lo stesso destino comune, ma ognuna lo vive in modo diverso, in base alle proprie esperienze specifiche. E per questo che la storia di ogni arte europea (pittura, romanzo, musica, ecc.) appare come una corsa a staffetta in cui le varie nazioni si passano il testimone. La polifonia fa il suo esordio in Francia, prosegue la sua evoluzione in Italia, raggiunge un'incredibile complessità nei Paesi Bassi e trova il suo compimento in Germania, nell'opera di Bach; lo sviluppo del romanzo inglese del XVIII secolo è seguito dall’epoca del romanzo francese, poi dal romanzo russo poi dal romanzo scandinavo, ecc. La dinamicità e l’ampio respiro della storia delle arti europee sono inconcepibili al di fuori dell'esistenza delle nazioni, le cui diverse esperienze costituiscono un'inesauribile fonte di ispirazione.
Penso all'Islanda. Nei secoli XIII e XIV vi è nata un'opera letteraria di migliaia di pagine: le saghe. Né i francesi né gli inglesi hanno creato in quel periodo, nelle loro lingue nazionali, un'opera in prosa del genere! Vorrei che si meditasse a fondo su questo il primo grande tesoro della prosa dell'Europa fu creato nella sua nazione più piccola, che ancor oggi conta meno di trecentomila abitanti». [1]


Per scrivere l’epilogo di quest’inchiesta mi è venuto in soccorso un saggio di Milan Kundera ‘Il sipario’ da dove ho tratto la citazione iniziale.

Lo scrittore cecofrancese per avvalorare la sua tesi ‘Il massimo di diversità nel minimo spazio’ introduce il concetto di ‘Die Weltliteratur’ citando una frase di Goethe: «La letteratura nazionale non rappresenta più granché ai giorni nostri, stiamo entrando nell’èra della letteratura mondiale (Die Weltliteratur) e spetta a ciascuno di noi accelerare tale
evoluzione» [2] e osserva come quest’intuizione, ancora oggi, viene contrastata da una certa accademica che s’identifica esclusivamente con il proprio contesto nazionale.
Per Milan Kundera ci sono due tipi di provincialismo, quello delle piccole nazioni e quello delle grandi nazioni.
«Come definire il provincialismo (ndr dei piccoli)? Come l’incapacità (o il rifiuto) di considerare la propria cultura nel grande
contesto. [3]
[…]
E il provincialismo dei grandi? La definizione resta la stessa: l’incapacità (o il rifiuto) di considerare la propria cultura nel grande
contesto». [4]
Due definizioni simili ma profondamente diverse poiché se il provincialismo dei piccoli può apparire intrinsecamente naturale non lo è quello delle grandi nazioni, che come nota, preferiscono auto-compiacersi della propria presunta autorità culturale.
Cita un sondaggio fatto da un giornale francese all’establishment intellettuale, ognuno era chiamato a compilare una lista dei «dieci libri più significativi di tutta la storia francese [...]
Da questa competizione uscì vincitore I miserabili di Victor Hugo. Uno scrittore straniero ne rimarrà sorpreso. Non avendo mai considerato questo libro importante né per sé né per la storia della letteratura, capirà all'istante che la letteratura francese che ama non è quella che viene amata in Francia. All'undicesimo posto, le Memorie di guerra di De Gaulle. Attribuire al libro di un uomo di Stato, di un militare, una simile importanza è una cosa che difficilmente potrebbe accadere fuori della Francia. Ma quel che davvero sconcerta è il fatto che i più grandi capolavori vengano solo dopo! Rabelais figura soltanto al quattordicesimo posto! Rabelais dopo De Gaulle! Leggo a questo proposito il testo di un grande docente universitario francese, il quale dichiara che alla letteratura del suo paese manca un fondatore quale Dante per gli italiani, Shakespeare per gli inglesi, ecc. Dunque, agli occhi dei suoi compatrioti, Rabelais è sprovvisto dell'aura del fondatore! Eppure, agli occhi di tutti i grandi romanzieri del nostro tempo, egli è, accanto a Cervantes, il fondatore di un'arte intera, quella del
romanzo». [5]

Per l'inchiesta 'OLTRE IL SENSO DEL LUOGO' ho contattato 176 blogger a cui ho chiesto:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Ho ricevuto 70 risposte e sono stati nominati 159 architetti o studi di architettura.

Le scelte più numerose sono state le ‘non scelte’, 10 per i noti e 12 per i non noti. Risposte che appaiono dei moniti nei confronti di un mestiere particolarmente controverso in Italia, molti di loro rilevano lo scontro impari degli architetti con i cementificatori, ovvero gli indiscussi padroni dell’edilizia italiana.
Dei 39 architetti noti menzionati solo 11 sono italiani, tra cui Giancarlo De Carlo, Ettore Sottsass e Bruno Munari (citati ma fuori tema), uno studio spagnolo-italiano e un architetto che si è auto-proclamato noto ma che è decisamente poco noto.
Tra i non noti sono stati citati 62 architetti (molti italiani), in alcune risposte c’è anche qualche stramberia come Le Corbusier, Giuseppe Terragni e Peter Zumthor e soprattutto ciò che si può definire frutto dell’effetto Wired Mario Cucinella[6] che, come si sa, è architetto noto da tempo. Questa scelta tra i ‘non noti’, dovrebbe far riflettere sul perché la comunicazione di una rivista non di settore sia più efficace di quella specialistica.
Una variante interessante sono state le risposte che non si sono limitate alla scelta di un solo nome, ma hanno indicato un gruppo di architetti. Ho chiamato queste risposte multiple ‘miscellanea’, v’invito a leggere le motivazioni poiché sovente sono interessanti.
Infine, va considerata una piccola sezione che, in contrapposizione alle domande poste, ha citato l’architetto che non apprezza o il non preferito, sono pochi, ma sono tutti italiani.

Ciò che emerge da quest’inchiesta è l’autonomia critica dei blogger interpellati. Come si può notare è mancato il plebiscito nei confronti di alcuni architetti. Il più citato tra i noti è stato Peter Zumthor con sei preferenze. Tra i non noti Mario Cucinella (effetto Wired) con tre rimandi.
Ai blogger manca l’architetto di riferimento, sembra essersi persa la tradizione italiana delle scuole/pensiero. Questa ricchezza critica, denota in positivo, una non omologazione culturale.
Inoltre, se consideriamo i voti nel suo complesso, non si rileva una corrente architettonica predominante:
  • Peter Zumthor [6 citazioni] architetto che possiamo definire fine artigiano dello spazio;
  • Renzo Piano [6] espressionista tecnologico o elegante post-moderno ecologico;
  • Alvaro Siza [6] esponente dell’architettura mediterranea;
  • Santiago Calatrava [4] organico misurato;
  • SANAA [4] gli estremisti dell’architettura diagrammatica;
  • Zaha Hadid [4] blob architettura o meglio l’architettura parametrica;
  • R&Sie(n) [4] sperimentalismo non modaiolo.
Contrariamente al paventato provincialismo kunderiano, i blogger italiani osservano l’architettura nel suo contesto mondiale.
Una vitalità che si trova anche nelle citazioni degli architetti non noti.
L’Italia da Sud a Nord nasconde una vivacità che mi auguro, con il tempo, possa emergere.
Attraverso i dialoghi nati grazie ai commenti, quest’architettura italiana latente, è stata chiamata ‘architettura di resistenza’.
Un’architettura, che con estrema fatica, si emancipa dalla cultura edile dominante. Cioè la cultura edilizia, che possiamo definire ‘speculativa’, che ha determinato la qualità e l’estetica negli ultimi decenni.
Per speculativa si deve intendere l’estremo interesse nei confronti del rapporto costi-benefici a discapito della qualità architettonica.

L’inchiesta nasce per stanchezza dell’uso mediatico di alcune parole che definiscono tutto e il suo contrario e registra con piacere l’assenza del concetto d’identità.
«Gli uomini non hanno mai abitato il mondo, - sostiene Umberto Galimberti - ma sempre e solo la descrizione che di volta la religione, la filosofia, la scienza hanno dato del mondo». [7]
Per il filosofo le 'parole' che definiscono i concetti sono nomadi, parafrasandolo, per molti blogger ‘l’architettura è nomade’.
I blogger/architetti sembrano disinteressati alle tesi care all’accademia italiana che tratterà in un imminente convegno il tema ‘Identità dell’architettura italiana’. [8]
«L’identità è un fondo vuoto e la sua ricerca un tentativoinutile». [9]
Molti blogger, non tutti (alcuni reiterano ancestrali scontri ideologici, bla-bla-bla senza costrutto o ricercano l’identità smarrita), studiano e lavorano per la Die Weltliteratur architettonica, niente di mediaticamente importante ma fondamentale per il respiro culturale della nostra provinciale edilizia (da intendere nei due sensi) italiana.
Ciò che emerge da quest’inchiesta è che per i blogger non esistono culture architettoniche dominanti ma una ricca miscellanea di scritture, idee e progetti con cui confrontarsi.
L’architettura italiana/blogger ha un respiro europeo/mondiale, forse in nuce, l’agognata Die Weltliteratur goethiana.

25 novembre 2009


Link inchiesta
Intersezioni --->OLTRE IL SENSO DEL LUOGO
Come usare WA ----------------------------------------------------------------Cos'è WA

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Note:

[1] Milan Kundera, Il sipario, Adelphi, Milano, 2005, pp. 43-44

[2] op. cit., pp. 47-48

[3] op. cit., p. 49

[4] op. cit., p. 52

[5] op. cit., pp. 52-53
[6] Mario Cucinella, Il mio piano casa. Wired ed. italiana, n.3, maggio 2009, pp. 54-63 (Link)

[7] Umberto Galimberti, Parole nomadi, Feltrinelli, Milano, 2006, p.9
[8] Identità dell’architettura italiana, Firenze, Aula Magna dell’Università, Piazza San Marco, 2-3 Dicembre 2009. Qui il programma.

[9] Umberto Galimberti, op. cit., p. 83
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