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Visualizzazione post con etichetta Fabrizio Gallanti. Mostra tutti i post
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14 maggio 2013

Parole




“Words,” wrote Gabriele Mastrigli, “can only be an immense text/territory… that refuses to ‘put things in their places.’”



Parole (“words”) remains an exception to the prevailing norm in web-based architecture writing that insists on writing for the digital page as if it were a sheet of paper. I recently had a discussion with two of the site’s creators, Andrea Balestrero and Fabrizio Gallanti.


8 maggio 2013

0061 [MONDOBLOG] Parole

di Salvatore D'Agostino

english text

«Parole - scriveva Gabriele Mastrigli - può soltanto essere un immenso testo/territorio che rinuncia a “mettere le cose al loro posto”.»1 
Parole resta ancora un’eccezione nel panorama del web di architettura che insiste a scrivere sulla pagina digitale come se fosse un foglio di carta. Ne ho parlato con Andrea Balestrero e Fabrizio Gallanti tra gli autori di Parole.




29 aprile 2013

Words and bytes



I’ve been going back over some of my observations about the relationship between writing about architecture and writing online. Here in Italy, it’s evident that we’ve failed to appreciate the changes that the digital format entails for the act of writing. Writing online, in fact, implies a new range of communicative tools: links, images, audio, video, maps. Links immediately enlarge the field of discourse by means of images, audio, video and maps can supplement the experience of reading with that of seeing and hearing and tracing ever more detailed geographic perambulations. In a practical sense, then, websites do not consist of words alone.

One interesting example of digital storytelling is the work of Orsola Puecher (in Italian), whose posts for the website Nazione Indiana make use of digital grammar’s extensive palette of expressive forms. “Others write; Orsola creates,” posted a commentator named NC, echoing a comment by either Sparzani or Biondillo.

The webpage, as Puecher has it, pushes writing towards a creative leap in which it becomes a ‘blob’ of words, images, video, sounds, map and territory.

Three architecture bloggers who have taken this creative leap are Lebbeus Woods, Ai Weiwei and Léopold Lambert.



23 aprile 2013

0060 [MONDOBLOG] Parole di bit

di Salvatore D’Agostino
Riprendendo gli appunti mondoblog, sul rapporto tra scrittura web e architettura, non è stato difficile constatare come in questi anni in Italia non si è compreso il cambiamento della scrittura che offre la pagina digitale. Scrivere per una pagina web significa avere la consapevolezza di trovare sul nostro tavolo di lavoro digitale una nuova gamma di strumenti comunicativi: link, immagini, audio, video, mappe. I link permettono che le citazioni si trasformino in un dito che invita subito ad approfondire, mentre l’utilizzo d’immagini, audio, video e mappe mutano le parole in osservazione, ascolto e percorsi geografici sempre più dettagliati. In pratica, un foglio web non si nutre di sole parole.


Un esempio interessante di narrazione digitale è il lavoro di Orsola Puecher che, su Nazione Indiana, sperimenta l’ampia tavolozza espressiva della grammatica digitale, «mentre gli altri scrivono, Orsola crea», osserva il commentatore NC riprendendo un commento di Sparzani o Biondillo.




La pagina web - constata Puecher - ci spinge verso un salto creativo della scrittura che si fa blob di parole, immagini, video, suoni, mappe-territorio.


14 febbraio 2013

0024 [CITTA’] Fabrizio Gallanti | Recuperare il progetto dello spazio pubblico tra polis e urbs

di Fabrizio Gallanti

L’intenso processo di urbanizzazione che ha caratterizzato la modernità e che continua a essere alla base dello sviluppo mondiale attuale ha visto una sostanziale modifica degli attori coinvolti. Nel corso della storia dell’umanità, la forma concreta delle città è stata la conseguenza delle azioni delle comunità che le abitavano. A diverse organizzazioni della sovranità e delle forme di governo sono coincisi diversi tipi di urbanità. Per gli storici della città è sempre stato complesso costruire delle letture che potessero districare tra il peso dell’iniziativa spontanea individuale, l’azione di corpi strutturati quali le gerarchie religiose o le consorterie produttive, l’intenzione simbolica degli interventi dettati dai poteri di governo (l’Imperatore, il Re, il Comune, la Repubblica), le condizioni geografiche e climatiche, le preoccupazioni di efficienza e igiene pubblica, l’attenzione alle questioni di strategia militare, le tradizioni costruttive e artigianali. Lo sviluppo capitalista e l’espansione della rendita fondiaria hanno modificato lo scenario complessivo dello sviluppo urbano, accompagnato da un rafforzamento dello stato come regolatore principale del controllo sul territorio e sulle sue trasformazioni. In Europa e nelle colonie la crescita spontanea e auto-regolata delle città, è stata sostituita, già a partire del XVII secolo, da una gestione affidata a specialisti, inquadrati e diretti dalle strutture di governo (stati e municipi). Alla fine del XIX secolo l’apparizione di una nuova disciplina, l’urbanistica, sancisce definitivamente il fatto che la città diventa un progetto.

20 febbraio 2012

0056 [MONDOBLOG] La posizione zeviana secondo Sandro Lazier

di Salvatore D'Agostino

Nel post precedente* anticipando questo colloquio avevo scrittoNon so se Bruno Zevi, morto il nove gennaio del 2000, un po' prima dell'avvento della penetrazione capillare del Web, oggi avrebbe gestito un Web Log, ma penso che si sarebbe inventato una strategia comunicativa per la rete. 

Francesco Cirillo nei commenti a tal proposito ha ricordato un aneddoto:
«Se vuoi una mia risposta al tuo quesito, in base alla mia esperienza vissuta con lui, posso dirti che sicuramente avrebbe costituito un blog sul web. Ricordo che quando decisi di conoscerlo gli feci una ventina di telefonate senza mai riuscire a parlargli, la sua segretaria mi disse: “provi a scrivergli una lettera lui le risponderà sicuramente... anzi se possiede un fax meglio ancora, adora questo strumento perché è veloce e immediato”. Pensa cosa sarebbe riuscito a creare sul web, poter sfruttare la planetarietà in un istante, avrebbe potuto dire la sua in qualsiasi istante e irrompere con la sua prorompenza.»
A seguire la prima delle due interviste agli artefici di antiTHeSi: Sandro Lazier.






25 novembre 2011

...a proposito dell'ossimoro blogger giornalista, MAXXIinWEB e la censura su abitare...

di Salvatore D'Agostino

...a proposito dell'ossimoro blogger giornalista,

la contraddizione dell'ossimoro blogger giornalista1 non risiede nei contenuti, ma nella libertà di pubblicazione. I contenuti di un giornalista sono filtrati dalla testata anche quando quest'ultima lascia la libertà di scrivere ciò che si vuole (ndr leggi il terzo ...a proposito di questo post); un blogger è libero di scrivere e cancellare i suoi articoli, così come modellare l'aspetto grafico del blog a suo piacimento.
Ripensavo a questa peculiarità, riflettendo sul neo blog di Luca Molinari*, 'Il post'*, edito in un contenitore redazionale, apparentemente scritto da molti blogger ma come si legge in calce al sito: «Il Post è una testata registrata (ndr si presuppone giornalistica) presso il Tribunale di Milano, 419 del 28 settembre 2009».

Ma chi è stato il primo giornalista blogger architetto?

La risposta è: Diego Lama con il suo Byte di cemento* all'interno del Corriere del Mezzogiorno* inaugurato il 15 ottobre 2008*.2 

A partire da questa prima tappa, il Web redazionale si è infittito di nuove voci. Sono andato in giro per il Web alla ricerca dei nuovi giornalisti blogger, di seguito una rassegna.

Quotidiani3

che non hanno blogger
Avvenire
Il tempo
Il Riformista
Italia oggi
Italia sera
La padania

che ospitano blogger, ma non dedicati ai temi urbani o architettonici
Il giornale
Il giorno + La nazione + Il resto del Carlino*
Il foglio
Il manifesto
Il Messaggero
Il secolo XIX
La Repubblica
La Stampa
Liberazione
Libero

che contengono blog di architettura o urbanistica

Corriere della Sera
Normalmente parla d'arte, ma ogni tanto inserisce qualche spot 'architettonico'.
Forse parla di case, ma spesso divaga.

Corriere del mezzogiorno

L'architettura napoletana vista da un architetto.

Il fatto quotidiano

  • Blog di Fabio Novembre primo post 30 luglio 2010*.
Iniziato e sospeso. 
  • Blog di Paolo Berdini primo post 23 giugno 2010*.
È raro leggere un blog dedicato all'urbanistica. Peccato che Berdini preferisca temi di ordinaria news giornalistica.

Il sole 24 ore Agorà + Nova100

Appunti di coppia.
C'è anche un po' di architettura, cercando.
Il direttore di 'Edilizia e territorio' si apre al Web.

L’Unità

Riflette sul senso 'urbano' forse è fuori tema con questa rassegna, ma mi piaceva segnalarlo; simili, ma più distanti dai temi architettonici: Trenette e mattoni di Marco Preve su 'La Repubblica di Genova' (primo post 2 ottobre 2008*) e Questa è la mia città di Massimo Ternavasio su 'La Stampa' (primo post 26 marzo 2007*).

Settimanali noti:

non ha blogger ma solo opinionisti
Panorama

ci sono blogger, ma non di architettura
Famiglia cristiana
Internazionale
L'Espresso
Vanity fair

Spazi Web d'informazione e d'approfondimento:
 


Doppiozero
Dopo vent'anni di Web il primo storico, critico e professore di architettura che in Italia usa uno spazio 'blog'. Post ambigui quasi dei riempitivi. Coraggio, anche sul Web si può fare 'critica'. 

Globalist
  • Furbe di Luigi Greco primo post 20 maggio 2011*.
'F' sta per frammenti, 'Urbe' rievoca Roma o il suo significato latino 'urbs' città dipende dal clima.

Il post
  • Il post di Luca Molinari primo post 9 settembre 2011*.
Il secondo storico, critico e professore di architettura che in Italia usa uno spazio 'blog'. Da leggere. 

Linkiesta
«Noi siamo pop(ular) e ci piace farci capire, e parlare a tutti» sintesi di Gianmaria Sforza in un colloquio via mail. 

Nazione indiana
È un aggregatone di voci, non di blogger; ogni tanto capita di leggere post urbani. 

Tiscali
Peccato avrebbe anticipato Marco Biraghi resta l'intenzione; da inserire nell'archeologia del Web architettonico.

P.S.: Per favore segnalate le eventuali dimenticanze.

MAXXIinWEB,


il museo MAXXI dal 17 settembre al 15 dicembre 2011 ha organizzato degli incontri con i 'big della creatività'* visibili non solo dal pubblico in sala, ma da tutti attraverso la diretta streaming e, per la prima volta si apre ai commenti attraverso il Web, si è partito da Massimiliano Fuksas e si arriverà a Moreno Cedroni.
Curiosa la declinazione del termine blogger; a sinistra degli oratori ci sono tre giovani X, Y e Z che si occupano di rilanciare le domande che arrivano dagli utenti connessi via Web. X, Y e Z, pur non curando nessun blog, sono chiamati blogger.

P.S.: Mi piacerebbe sapere dai presentatori di MAXXIinWeb dove si trova il mondo-popolo del Web da loro spesso citato? 

la censura su abitare...

antefatto circa un anno fa, per l'esattezza il 22 novembre 2010 alle ore 14:05, Fabrizio Gallantipubblicava un post (o forse un articolo) dal titolo 'Largo ai giovani!'6
Iniziava così:
«NABA* cambia direttori di dipartimento. Escono due già non più ragazzini, ossia intorno ai 40, Stefano Mirti (design) e Anna Barbara (moda), e al loro posto prenderanno delle persone un po’ meno stagionate. Ci siete cascati! Non era vero, infatti hanno incaricato Nicoletta Morozzi e Italo Rota. I nuovi proprietari americani di NABA volendo essere più realisti del re, e più papisti del papa capito l’andazzo italico si sono adeguati».
E finiva:
«Rota in particolare e l’Italia in generale mi fanno venire in mente una pubblicità audio che si sentiva allo stadio a Genova per un sacco di anni: “Mio nonno vestiva da Mauri, mio padre vestiva da Mauri e io che sono giovane vesto da Mauri. Mauri Sport, abbigliamento sportivo ed elegante…”. Oppure anche la canzone “Supergiovane” di Elio e le Storie Tese*».
Dopo qualche giorno questo caustico post è stato cancellato per irritazioni architettoniche redazionale e non.
Questo è il secondo post (che ho potuto monitorare) cancellato per dissenso redazionale da Abitare.7
Riprendendo il tema del primo '...a proposito', un blogger si autocensura (è libero), un giornalista blogger può essere censurato (è filtrato). L'ossimoro consiste in questa sottile, ma non banale, differenza.

P.S.: Abitare qualche giorno ha cambiato leggermente aspetto, resto in attesa dei cambiamenti previsti per gennaio.

25 novembre 2011
Intersezioni ---> ...a proposito di...
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Note:
1 Dell'ossimoro giornalista blogger ne avevo parlato in 0006 [BLOG READER] Bla, bla, bla...BLAG* il 5 gennaio 2010.
2 Per approfondire leggi il post introduttivo* e l'intervista all'autore del blog*.
3 Rispetto ai settimanali e ai siti d'informazione ho preso in rassegna tutti i quotidiani (almeno spero) nazionali o di macro aree.

4 In realtà Stefano Boeri è stato il primo ad investire, attraverso le sue direzioni di Domus e Abitare, sul Web nonché sul blog politico*. Una storia ancora da scrivere.
5 In quel periodo era il vicedirettore della rivista. Una mia conversazione con l'autore*.
6 Link originale non più visibile: http://www.abitare.it/highlights/largo-ai-giovani/
7 Del primo ne avevo parlato nel post: 0007 [BLOG READER] Ci sono tante forze vive in Italia che non chiedono altro che di poter lavorare in condizioni “normali” (Pierre Alain Croset)*.

2 febbraio 2011

Critical Futures #2

Un dibattito sul futuro della critica architettonica

Nell'ultimo decennio, trasformazioni epocali hanno profondamente ridisegnato il contesto all'interno del quale si concepisce e si discute l'architettura. Internet ha reso possibile che informazioni e immagini gratuite fossero disponibili e fruibili istantaneamente da chiunque in ogni punto del globo. Le riviste cartacee, un tempo artefici indiscusse della critica architettonica e di design, sono state spinte a ridefinire la propria ragion d'essere e il proprio modello economico alla luce della diminuzione dei lettori; i blog hanno dato un audience potenzialmente illimitata a chiunque abbia una connessione Internet. In questo quadro, la critica architettonica in senso tradizionale sembra vicina a scomparire, non solo da Internet ma anche dalle testate cartacee. Come ha scritto Peter Kelly, direttore di Blueprint, in un recente editoriale:
«Poiché i media tradizionali e le istituzioni stesse sono diventate meno influenti, ci si chiede dove gli architetti possano rivolgersi per trovare una critica intelligente e fondata delle loro opere». 

24 gennaio 2011

0038 [MONDOBLOG] Dal Web a Chiasso con Fabrizio Gallanti di Abitare

di Salvatore D'Agostino
«Tra l’altro, l’unica dinamica albafetizzante, in un contesto altrimenti di peggioramento, negli ultimi anni è stata innescata da internet che ha alimentato l’inclusione di una fascia di popolazione che era poco sotto la soglia minima di accesso agli strumenti della lettura e che l’ha superata per gli stimoli trovati in rete.» (Tullio De Mauro)1
Il 4 dicembre del 2008 il sito della rivista Abitare mutava in blog, aprendo i suoi post/articoli ai commenti. A due anni dall'inaugurazione ne ho parlato con Fabrizio Gallanti - vicedirettore della rivista e curatore della sezione on-line - perdonate la deviazione verso Chiasso. Colpa mia.


Salvatore D'Agostino In uno dei primi post scrivevi: «Per chi non se ne fosse accorto Abitare è un blog, e siccome siamo blogger una delle cose che facciamo di più è guardare altri blog».

A due anni dalla sua creazione, alcuni aspetti del blog che non mi convincono:
  • la trasposizione di articoli pubblicati nella rivista con uso posticcio delle fotografie (sotto, sopra e/o nel mezzo);
  • la non identificazione (anche attraverso un feed) degli articoli postati dai diversi autori;
  • l’idea di trattare le fotografie come la musica di sottofondo dei locali: indispensabile corollario;
  • ciò che definisco sindrome da mainstream ovvero l’apertura della rivista ai contributi dei lettori con le rubriche: La biennale del popolo (pubblicazioni di foto e immagini della biennale 2010 inviate dai lettori), Mirrors(autopresentazione del proprio studio di architettura), <26@abitare (articoli e commenti degli under 26) o il tremolante videoblog della passata Triennale affidato a Fabio Novembre;
  • un’impaginazione densa tipico dei portali Web che sembra dire: «benvenuto qui puoi trovare tutto quello che cerchi basta andare a zonzo, cliccando un po’, con la tua manina.»
Perché vi è questo divario tra la rivista cartacea - dove in ogni pagina il testo e le immagini sono pensati in modo coerente - e lo spasmodico inclusivismo della versione on-line comprensivo dell’evidente incoerenza tra testo e immagini? 

Fabrizio Gallanti La fruizione di un sito è ben diversa da quella della carta. Il nostro obbiettivo era quello di essere volutamente inclusivi e poco coerenti, convertendo il sito in un luogo di molteplici intrecci. Spasmodico inclusivismo è esattamente una descrizione che ci affascina. Sono gli utilizzatori che poi navigando, perdendosi, seguendo alcuni fili conduttori selezionano quello che meglio li interessa e costruendo una continuità nel tempo, soprattutto con alcune rubriche.
Il rapporto testo immagine, rispetto alla rivista, è purtroppo determinato dal software, wordpress, che non permette la stessa agilità di impaginazione della carta. Quando dicevamo che Abitare è un blog, volevamo sottolineare che lo scheletro che lo sostiene è quello del blog, ossia uno scorrimento cronologico, dove l'ordine è dato dal tempo, ma dove non esiste sostanziale differenziazione tra i contenuti. Il divario è voluto quindi, trattandosi di due mezzi di comunicazione comunque diversi.


In questa veste Abitare non rischia l’indistinto? Ovvero l’essere in rete senza nessuna forte specificità, confondendosi con il mainstream?


Esiste un desiderio di "attualità", ossia di fornire informazioni al pubblico su ciò che sta succedendo adesso, in questo momento. Questo spiega il flusso accelerato dei post. Post, che però sono il risultato di operazioni di selezione, filtro, dibattito non solamente interne alla redazione. La specificità è data dai toni e dalle scelte, che tra l'altro combinano aeree disciplinari eterogenee, non solo quelle più prossime all'architettura. L'apertura verso altri campi (arti visive, grafica, design, cinema, ecc...) è peculiare delle riviste italiane, e di Abitare: non si tratta di riviste specializzate che forniscono informazione di tipo tecnico, ma piuttosto di piattaforme che mantengono i propri lettori coscienti di scenari più vasti, che possano essere di ispirazione per il proprio lavoro e la propria ricerca. A breve sarà in libreria un volume che celebra i 50 anni di Abitare: guardando tutti gli articoli selezionati, emerge questa forma di eclettismo colto, che non rinchiude l'architettura all'interno di interessi e di linguaggi chiudi e definiti. Se si seguono i post del sito, credo che emerga la mescolanza di temi e interessi, alcuni, forse mainstream, altri di nicchia, alcune scoperte, alcune esplorazioni curiose, alcuni rimandi ad altri siti, altri testi scritti espressamente per noi. Insomma il sito è il riflesso della comunità ampia che sostiene Abitare. E inoltre permette che sia il pubblico a costruirsi un proprio "menu", evitando un'imposizione autoritaria da parte nostra.


A che serve un blog per un architetto?

La domanda di per sé non ha molto senso. Sarebbe come dire "a cosa serve un software per un architetto?". Dipende da quale blog, dipende da quale architetto. In termini molto generali, generalissimi, diciamo che se un blog fornisce informazione, a un architetto fa bene riceverne per arricchirsi (ma come un libro, un film, un viaggio, una conversazione).

Le riviste d’architettura appaiano cronicamente incapaci di dibattere tra loro e d’influire nelle scelte politiche in corso.

Limitandosi a registrare - rispettosamente - i grossi eventi.

Tralasciando argomenti poco glamour come:
  • ricostruzione di città o territorio distrutti da eventi ‘fisiologici’ naturali; 
  • ricostruzione di città e territorio quasi distrutti dal ‘popolo del cemento’ in poco meno di sessant’anni; 
  • piano casa; revisione della legge Merloni ovvero i concorsi; 
  • riforma universitaria; 
  • l’uso politico dell’architettura; 
  • costruzione dell’opera più imponente d’Europa: il ponte di Messina; 
  • la costruzione di una miriade di ‘centri commerciali nelle campagne infrastrutturate; la squalifica ‘professionale’ della figura dell’architetto; 
  • l’emigrazione degli architetti italiani (da non confondere con i talenti).
A che cosa serve una rivista d’architettura? 

Mi sembra una lista estremamente "italiana" nei suoi temi e nei suoi accenti. Ora le riviste italiane, tali non sono dalla fine del secondo dopoguerra. Si tratta di riviste internazionali pubblicate in Italia (da quando c'erano Ponti e Rogers). Per cui occuparsi dei dieci temi in basso non avrebbe senso, perché tradirebbe le aspettative e necessità di un pubblico che sta, anche, oltre i limiti nazionali. Questo ruolo, legato anche alla scelta della lingua, però mi pare che sia assolto e molto bene dal Giornale dell'Architettura, che invece si occupa con frequenza dei temi che suggerisci.

Alcuni punti poi potrebbero avere declinazioni più "universali":
1, se si considera lo Tsunami, Katrina o il Cile;
5, se si tenta di capire come si insegna l'architettura a Londra, a Los Angeles, a Zurigo,
6, se si guarda al caso di Medellin in Colombia, per esempio.

Alcune questioni mi sembrano invece molto nostrane. Da qui l'esortazione, sempre valida, di Alberto Arbasino: «Bisogna andare in gita a Chiasso e scuotersi di dosso il provincialismo nostrano».
Anche perché, spesso ho la sensazione che solo ci si lamenti e molto poco si agisca.
A cosa servono le riviste?

A costruire un dibattito tematico, presentando progetti e idee a un pubblico, o meglio a una comunità. A far avanzare anche se di un millimetro la conoscenza e l'informazione. Pare poco, ma è già moltissimo.


Raccolgo l’invito e ritorniamo dalla gita a Chiasso.
Che cosa sta proponendo l’architettura italiana nel dibattito internazionale?

La nozione di architettura italiana è di per sé vuota. C'è stata una fase di elaborazione relativa alla città, alla storia e alla teoria, che ha avuto un forte impatto alla fine degli anni '70, il cui influsso è durato sino alla fine degli anni '80.
Da allora l'idea stessa di un attributo nazionale dell'architettura è una categoria operativa discutibile.
Rem Koolhaas è olandese nelle sue espressioni?
E Steven Holl?
Al massimo si può riconoscere un’italianità rispetto a questioni di stile, linguaggio e gusto. Ma rispetto all'elaborazione di temi di valore internazionale non c'è nulla. Il che è curioso, dato che in altre discipline l'apporto continua a essere importante come la danza, la musica o la riflessione politica. 

La riflessione politica?

Penso a tutti i pensatori politici, o meglio della filosofia politica attuali: Paolo Virno, Maurizio Lazzarato, Christian Marazzi (in realtà ticinese), Antonio Negri, Matteo Pasquinelli a Uninomade. Molti di questi, in effetti sono all'estero. In ogni caso, le riletture critiche e le attualizzazione delle teorie del marxismo prodotte in Italia continuano ad avere una risonanza internazionale.

Allora, se ci permetti, urge una gita a Chiasso.
Come guida utilizziamo il resoconto di Gianfranco Bombaci2 a proposito del recente incontro promosso dall'Istituto Svizzero dal titolo: What Ever Happened to Italian Architecture?3
«Reto Geiser, ha dato inizio alla prima giornata, dedicata al Passato, con una sua introduzione, il cui assunto di base è inconfutabile: nel secolo scorso, figure individuali come Rossi, Gregotti e Tafuri, o gruppi come Archizoom e Superstudio, hanno costruito una cultura dell'architettura, in Italia, capace di assumere una posizione di rilievo all'interno del dibattito internazionale. In seguito, il tramonto di manifesti e visioni ha gradualmente fatto uscire di scena l'architettura italiana, messa in disparte da forze commerciali e speculative.»
Per essere più chiari aggiungo una riflessione POP del vostro amato Fabio Novembre:
«Diciamocelo: i grandi maestri erano un gruppo di frustrati di successo. Erano tutti laureati in architettura, ma erano impossibilitati a costruire perché nel secondo dopoguerra i costruttori erano già degli speculatori.»4
Prima foto ricordo | Sul paesaggio speculativo del secondo dopoguerra. 

Direi che se un'architettura "nazionale", ossia che sia il prodotto di una cultura specifica ha successo e diffusione mondiale, di solito non si deve alla qualità dei progetti e delle realizzazioni, ma soprattutto alla capacità di stimolare ragionamenti, pensieri, quindi lo sviluppo di concetti, spesso separati e distanti dagli aspetti estetici. Per esempio l'eco ancora forte del pensiero di Robert Venturi e Denise Scott-Brown si deve ai loro scritti, piuttosto che ai loro lavori. Lo stesso si potrebbe dire di Rem Koolhaas e di molti altri.

In questo senso dalla fine della seconda guerra mondiale, sino alla fine degli anni '70, l'Italia ha ospitato una produzione concettuale impressionate per temi, accenti, interessi e non necessariamente caratterizzata da architetture particolarmente eccitanti. Il caso della Torre Velasca, per esempio, mi pare sintomatico. Un edificio di ottima qualità, ma comunque non eccelso, che diventa importante per i temi che tocca, più che per la propria forma (basta pensare al dibattito che scatena, con Reyner Banham nel 1960 che lo prende a esempio della "ritirata" italiana dall'architettura moderna). Per cui, figure diverse, posizioni spesso opposte (Giancarlo De Carlo e Aldo Rossi, per esempio) e traiettorie prevalentemente concettuali e astratte hanno rappresentato un perno culturale costante a livello internazionale. Direi che non è solo l'architettura italiana a essere uscita di scena, ma qualsiasi forma di pensiero sull'architettura, non solo da noi ma ovunque. Quindi la lamentazione sull'architettura italiana, nasconde in realtà una nostalgia per una densità che appare irrimediabilmente esaurita. Inoltre, il problema, forse, è che la ricchezza culturale dell'architettura italiana è anche stata un peso, impedendo lo sviluppo di una architettura meno "pensata" ma eseguita correttamente (non è un caso che tutti i maestri modernisti minori, che so un Luigi Carlo Daneri a Genova, un Giuseppe Vaccaro a Bologna, un Luigi Cosenza a Napoli o Mario Asnago e Claudio Vender a Milano non siano più stati materia di studio nelle facoltà di architettura per lungo tempo). Adesso ci troviamo, tutti, senza discorso profondo sull'architettura.
In Italia, inoltre, senza architetture interessanti, o anche solo alla moda. Perlomeno altrove (penso in Spagna, in Cile, in Croazia, in Belgio, in Corea, in Giappone), ci si può consolare sfogliando le riviste d'architettura e visitando le opere inaugurate di recente.

Sulla frustrazione degli architetti italiani del secondo dopoguerra, direi che la frase è solo una semplificazione buona per una conversazione dopo cena, dove bisogna aver sempre la battuta di spirito pronta.
«Fabrizio Gallanti ha riportato la discussione sul tema politico e su come il legame tra architettura, urbanistica e governo del territorio sia una peculiarità tutta italiana.»5
Sacco di Palermo | Costruito tra il 1950-1970
Appartamento in Via Libertà [non è uno scherzo toponomastico] 4 vani, 120 mq al 7° piano € 400.000 

Milano 2 | Costruito tra il 1970-1980
Appartamento 3 vani, 126 mq, al 1° piano, € 590.000 

Quartiere Caltagirone (Ponte di Nova-Roma) | Inizio costruzione 2004
Appartamento Via Cannaroli, 4 vani, 100 mq, al 2° piano, € 240.00
L’agenzia immobiliare inizia la promozione in questo modo:
«ALCUNI CENNI SUL LUOGO: Il 31 marzo 2007 è stato inaugurato uno tra i più grandi centri commerciali retail d'Europa, denominato "Roma Est".»
Seconda foto ricordo | Sulla politica e l'urbanistica. 

Capire la situazione attuale dell'architettura in Italia è forse più facile se si considerano alcuni dati numerici nella loro brutale nudità. Il primo è il numero di architetti iscritti agli ordini professionali, valutati intorno ai 130.000 (peraltro non ci sono, nel caos che contraddistingue il nostro paese, informazioni ufficiali - o meglio, nessuno si è mai preoccupato di raccoglierle). Gli altri dati, impressionanti, sono quelli raccolti da Giovanni Caudo, professore a Roma Tre, sul mercato immobiliare italiano.
Ora: negli ultimi dieci anni, il volume delle transazioni di immobili residenziali è passato da una media di 410.00 acquisti nel decennio precedente a circa 700.000 nell'ultimo (includendo la flessione degli ultimi due anni, dopo la crisi del 2008). Inoltre la media di grandezza degli studi professionali italiani e' di circa 1,2 addetti (compreso il titolare) per studio.

Cosa possono voler dire questi dati?

Innanzitutto che la tendenza all'acquisto della casa, non solo come prima casa ma anche come investimento, ha depotenziato la domanda di progettazione per edilizia sociale e collettiva. Secondariamente, e a fronte di una evasione fiscale endemica, i dati indicano che la maggior parte del prodotto interno lordo e' reinvestita nell'edilizia privata, non solo nella vendita e acquisto ma anche nelle successive operazioni di trasformazione, che consistono spesso in ampliamenti e ristrutturazioni. Il che quindi implica una atomizzazione dei soggetti 'progettisti' che riescono a sopravvivere al di sopra di una linea di galleggiamento risibile, con piccoli progetti di intervento interno, pratiche comunali, arredamento. La mitologia della 'casa' (non a caso sempre presente nelle ultime vicende politiche nazionali - Balducci e le tende da concordare con i fornitori, la casa di Montecarlo di Fini, le ville di Berlusconi, i mutui estinti per i deputati che cambiano di maggioranza) è complementare al sostanziale disinteresse per lo spazio e le infrastrutture collettive (per le quali, tra l'altro non ci sono i soldi). Tale disinteresse determina quindi una domanda di architettura asfittica.

La lamentela riferita all'assenza di concorsi in Italia, punta alla conseguenza del fatto che da decenni il settore pubblico non realizza opere pubbliche con costanza e con una massa considerevole: musei, scuole, asili, ospedali, caserme, piazze. Comparato con Francia, Germania, Spagna, il livello di interventi è ridicolo: basta varcare la soglia di una scuola elementare, probabilmente in un edificio dell'800 per disperarsi. È abbastanza ovvio che quando ci siano dei concorsi (riservati alle opere simbolicamente più importanti), questi siano spesso vinti da architetti stranieri, perché più esperti e allenati (e perché offrono poi maggiori garanzie di successiva realizzazione - lo studio italiano con dieci persone e i software piratati non promette nulla di buono). È abbastanza ovvio che sempre meno frequentemente gli studi italiani partecipino e vincano i concorsi all'estero (mentre agli italiani che si sono spostati in altri paesi, le cose non vanno male, anzi).
Io penso che una moratoria delle facoltà di architettura per 5 anni, sarebbe ottima. Non si accettano studenti e non si laurea nessuno. Al massimo si fa un’iperscuola di eccellenza, nazionale, con 100 studenti all'anno e i migliori docenti in circolazione. Una Normale di Pisa dell'architettura. Forse la Bocconi o la Luiss potrebbero provarci. Chiudere le facoltà permetterebbe che il mercato assorba l'eccesso di laureati e darebbe il tempo di ripensare l'insegnamento dell'architettura, lasciando che buona parte dell'attuale personale docente attuale andasse in pensione, eventualmente garantendo una qualche forma di rinnovamento. Peraltro, i modi di selezione dei futuri docenti non lasciano intravedere nulla di positivo all'orizzonte, trattandosi di tentativi di incorporare chi già c'è più o meno interno al sistema, i vari precari, ricercatori e contrattisti (spesso figli e parenti, purtroppo, di altri ordinari e associati). Ora questa visione del precariato universitario è curiosa: si tratta di un senso di colpa, molto cattolico, dove siccome qualcuno ha sofferto in passato, deve ottenere un risarcimento. Ma non ci sono evidenze che i ricercatori e i contrattisti sarebbero di per sé degli ottimi docenti. A me piacerebbe un sistema come negli Stati Uniti dove tutti i docenti siano a contratto, con rinnovi legati ai risultati. Però pagati molto bene, non le noccioline attuali, che sono svilenti per tutti (in alcune facoltà i contrattisti insegnano gratis, cinica l'istituzione e farabutti loro).

Forse, ripetere l'esame di stato ogni cinque anni sarebbe un'ottima idea. In molti paesi per rimanere iscritti agli ordini, i professionisti devono continuare a formarsi, accumulando crediti (partecipando a seminari, simposi, corsi di aggiornamento). Un sistema di questo tipo, eliminerebbe i rami secchi, attiverebbe una domanda di educazione che potrebbe ravvivare le facoltà, mettendo gomito a gomito generazioni diverse. Inietterebbe un po' di linfa in uno scenario morto. Si potrebbero tentare diverse cose. Ma la mia sensazione è che abbia ragione Mourinho: «l'Italia è come il Portogallo, tutti parlano dei problemi e nessuno fa nulla per risolverli». 
«Eppure, come giovane architetto attivo sul campo, non riesco a identificarmi in questo scenario. Non riconoscendomi in ideologie pregresse e ormai passate, penso di avere il diritto, e forse anche il dovere, di studiare, con onestà intellettuale, ed elaborare la storia, la tradizione e la produzione teorica della nostra cultura, da Rossi a Tafuri, da Branzi a Gregotti, senza per questo dover essere accusato di essere reazionario o neoconservatore. Qualcuno, a suo tempo e per sue ragioni, ha "ucciso i padri" della nostra generazione senza preoccuparsi di crescerne i figli, i quali, da autodidatta, si sono fatti le ossa in un mondo che è cambiato molto rapidamente ed è diventato globale. L'Italia ospita in questo momento numerose realtà professionali capaci di confrontarsi pienamente con il contesto internazionale, attraverso progetti, iniziative editoriali ed esposizioni. Questa condizione, però, si esaurirà presto, dato che giovani progettisti trentacinquenni europei cominciano a realizzare progetti importanti, mentre i nostri restano sulla carta. L'attuale classe dirigente ed intellettuale del Paese deve farsi carico di questa responsabilità, riprendendo un discorso di continuità teorico-critica, culturale e politica capace di interpretare, supportare e indirizzare le nuove generazioni di progettisti. Oppure farsi da parte. Altrimenti non ci resterà che continuare a canticchiare ossessivamente la solita rassicurante filastrocca: "tre elefanti si dondolavano sopra il filo di una ragnatela…» (Gianfranco Bombaci)6 
Terza foto ricordo | Sulla generazione dei padri speculatori 

Mah. I giovani trentacinquenni (mica così giovani, nel mondo uno è giovane a 20-25, non a 35, ma per fortuna l'architettura si pratica sino a tardi, l'esempio di Kahn continua a essere di conforto per tutti noi falliti) in gamba, hanno già cominciato a darsela a gambe, sia letteralmente, aprendo studi all'estero, insegnando, collaborando a progetti interdisciplinari, sia partecipando con costanza a concorsi esteri. Chi continua a lamentarsi di 'classi dirigenti' e si aspetta gesti munifici da parte di altre generazioni si inganna, o forse è complice del sistema. In fondo credo che Padoa Schioppa non fosse così distante dalla verità quando tacciava di pigrizia i ragazzi e le ragazze italiani. Bamboccioni, diceva. Penso che in nessun paese occidentale (non vale neppure la pena di parlare dei paesi emergenti) le famiglie abbiano viziato così tanto i propri figli, sin dalla tenerissima età. Il che li rende incapaci di qualsiasi azione autonoma. Mentre negli USA, per fare un esempio tanto banale quanto evidente, Mark Zuckerberg a 23 anni crea Facebook (o a 28 Andrew Mason che crea Goupon), da noi, uno trova su Repubblica o il Corriere, le lettere dei padri e delle madri (ah, le mamme italiane) che si lamentano o che i loro figli debbano andare a lavorare all’estero – e in quel caso l’autore della missiva era il rettore della Luiss, Pierluigi Celli (!) – o che a trent’anni la loro figliola è ancora precaria. Se uno ci pensa è surreale. In Italia nessuna classe dirigente deve farsi carico e può farsi carico di nulla, lo hanno capito gli studenti che manifestano.
Quando cominceranno a capire che devono anche defenestrare i propri docenti, ricercatori, insomma padri e fratelli maggiori, forse sarà un passo avanti (perché anche questi sono classe dirigente). Come dice Bombaci, qualcuno deve farsi da parte. Ora non vedo da parte dei 35enni e 40enni un movimento corale e unanime e coordinato per generare qualche forma di trasformazione e di transizione. Piuttosto, sono tutti in attesa di spiragli e occasioni, per insinuarsi nelle pieghe dei sistemi in atto. Se guardata con freddezza la situazione attuale appare così complessa, intricata e irrisolvibile che a uno cadono le braccia, e di fatto nei sondaggi e nelle inchieste del Censis, il sentimento prevalente è quello della disillusione.
In generale, e in maniera apocalittica, mi pare che tutto il paese sia in una fase di declino, lento e inesorabile, un’agonia che non finisce mai, un nonno attaccato al respiratore da troppo tempo. Forse solo un vero e proprio crollo potrebbe scuotere qualcosa e imprimere un cambio di costume, di idee, di attitudini. Basta guardare i dati dell'Economist sulla crescita internazionale, ogni settimana, per preoccuparsi. In un mondo che cambia, l'Italia non produce nulla che interessi nessuno, né alte tecnologie, né prodotti a basso prezzo. La nicchia della qualità e del lusso, applicata a prodotti a bassa complessità (formaggi, vestiti e sedie) è costantemente erosa dallo sviluppo di altre realtà (ogni volta che partono gli imprenditori italiani in Cina o India o Brasile, convinti di invadere i loro mercati, rientrano con le pive nel sacco, perché scoprono che in pochissimo tempo, laggiù, faranno meglio). 

L'architettura non può non soffrire le conseguenze di questa condizione di progressiva irrilevanza. E all'interno il sistema appare in implosione, perché non mi pare che ci siano forti spinte al cambiamento profondo: i singoli e le rappresentazioni collettive, penso all’università e agli ordini professionali, oramai sempre più inutili, stanno tentando di sopravvivere quanto più a lungo, ignorando i problemi e mettendo in campo i peggiori meccanismi clientelari e familistici. Insomma, in questo momento, mi pare che lo scenario sia piuttosto nero.

Dato che prevale una lettura individualista della società (siamo ancora a Guicciardini), a questo punto che ciascuno si salvi per sé, per cui credo che una delle poche soluzioni sia un biglietto di sola andata. 

Grazie per la gita.

24 gennaio 2011
Intersezioni ---> MONDOBLOG
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Note:
1 Tullio De Mauro (a cura di F. Erbani), La cultura degli italiani, Laterza, 2010.
2 Gianfranco Bombaci, What ever happened to Italian architecture?, DomusWeb, 10 novembre 2010. Link
3 Svoltosi a Roma il 15-16 ottobre 2010. Link
4 Intervista a Fabio Novembre, Klat, n.4, autunno 2010. Link
5 Gianfranco Bombaci, op. cit.
6 Gianfranco Bombaci, op. cit.

Abitare è online dal 1996.
Versione attuale, a cavallo tra blog e portale (gestita da Wordpress): 3 dicembre 2008
Layout: Mario Piazza + Gergely Agoston (AAP)
Progetto editoriale: Matteo Poli con Valentina Ciuffi
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Redazione: Fabrizio Gallanti, Valentina Ciuffi, Francesco Franci
Primo post: Valentina Ciuffi , MVRDV a Gwanggyo, 04 dicembre 2008 alle 18:15
Primo commento: (15 dicembre 2008)
«se ci manca un progetto culturale chiaro e di alto profilo, se ci manca la condivisione esplicita di un approccio verso l’architettura; se -soprattutto- ci manca il tempo per elaborare una proposta convincente, perché presentarsi insieme alla prossima incombente Biennale? Credo, in tutta sincerità che essere architetti/italiani/di mezza età, non sia sufficiente a costituire una coalizione significativa nella comunità internazionale”…(Stefano Boeri, 10 luglio 2002)
Così Boeri affermava nella lettera inviata a Sudjic e all’Aid’a, l’associazione fondata da Casamonti, in merito all’invito, da parte di quest’ultima, a partecipare all’iniziativa Lonely Living alla Biennale di Venezia del 2002. Come dire che il problema non è solo etico ma anche culturale. Casamonti in questi anni ha orientato il mercato dell’architettura, attraverso le sue riviste, oggi del Gruppo Il Sole 24 ore, e attraverso il suo network di lobby e appoggi che è stato trasversale e ha coinvolto gran parte dei direttori delle riviste di architettura, dei professori e dei presidi delle facoltà. Bene il tema proposto da Mirti, ma non è vero che non sia stato trattato da nessuno, vedi Espresso (nel caso fiorentino) e Gomorra nell’intreccio affari-politica-architettura nei numeri sul G.R.A e su Roma. Non si tratta solo del rapporto tra pubblico-privato dobbiamo considerare la continua assenza di un progetto politico di città, dove i politici si appiattiscono sempre più sulle logiche del mercato e del consumo.
ciao, emanuele» (Emanuele Piccardo)