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30 luglio 2009

0013 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] Identità e città di Giovanni Mendola

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Qui l’articolo introduttivo



Identità e città di Giovanni Mendola

1 Vittorio Gregotti, per i lavori svolti in oriente; nel modo in cui utilizza gli spazi. Anche se attaccato da molte critiche per lo ZEN di Palermo (periferia nord) lo ritrovo in altre parti del mondo più sicuro di se stesso e del suo lavoro. I vincoli degli Architetti sono troppo legati ai problemi politici, di cui non fanno parte. Ammiro l'operato di chi mantiene una linea fino alla fine. L'operato di un architetto, si ama o si odia.

2 Sono molti, ma in particolare Maurizio Carta, la sua capacità di trovare strategie nel territorio mi sconvolge.


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28 luglio 2009

0012 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] Camminare Roma

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?

Qui l’articolo introduttivo


Camminare Roma
risponde Lucio Zappalorti

1) Bjarke Ingels S
tudio BIG con base a Copenhagen (Danimarca). Architetto giovane e dinamico, che si è inserito negli ultimi anni nel panorama della ArchiStar. Nei suoi progetti parte da delle forme molto semplici e lineari, per poi elaborarle con processi altrettanto semplici, a volte quasi elementari per ottenere degli edifici complessivamente completi, funzionali e avanguardistici, con un occhio sempre attento all'ambiente e all'ecoarchitettura.

2) Mario Cucinella (architetto anche famoso, ma non come dovrebbe essere in Italia).
Riporto parte di una sua intervista dalla rivista Wired di qualche mese fa che lo descrive perfettamente.
Lui che, parafrasando Mies van der Rohe e il suo celebre less is more, ha come motto personale more with less, di più con poco; lui che stupisce i suoi studenti universitari facendoli esercitare con gli spaghetti perché la fragilità delle costruzioni viventi per loro un concetto familiare, quasi fisico; lui che guida un team in cui oltre agli architetti impegnati sui progetti ce ne sono altri dedicati solo alla ricerca sull'energia.
Valorizzare e riqualificare. Il tutto senza confinare la gente in casermoni che ancor oggi diremmo popolari: «La mia idea è piuttosto quella di proporre una casa tipo Ikea: alto livello di design a basso costo, accessibile a tutti. Sono convinto che sia un'espressione di grande democrazia portare il design nella vita di ogni giorno. Non dobbiamo lavorare nell'esclusività»

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26 luglio 2009

0011 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] Vers une architecture di Alessandro Russo

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Qui l’articolo introduttivo


Vers une architecture di Alessandro Russo

La mia realtà di studente mi porta a leggere con ammirazione ed avidità molti progetti di maestri dell’architettura moderna. Tra le tante soluzioni che un professionista si trova a dover ottenere, apprezzo quelle raggiunte da Alvaro Siza che è, senza dubbio, uno degli architetti che più seguo e che più influenzano forse inconsciamente i miei gusti in materia d’architettura. Per l’occasione vorrei centrare uno soltanto dei punti principali che sostengono la mia preferenza, così, tralasciando volutamente l’aspetto stilistico, seguo quello teorico nel quale trovo che la sua concezione di “stratificazione momentanea” sia una proiezione reale di ciò che questa disciplina dovrebbe suggerire continuamente: nessun legame con l’eternità, ma soltanto continue modifiche ad opera di sovrapposizioni di volta in volta relazionate a loro stesse.
L’architettura, come spiega lui, “è un bene materiale che deve restare a disposizione della continuità”. Sembrerebbe un concetto elementare, ma che in un epoca dove l’architettura è diventata spesso una creatura alimentata solo dal proprio ego, un prodotto di consumo istantaneo, risulta essere una sorta di monito che ho deciso di cucire su me stesso. E’ forse per questo che il funzionalismo di Siza è stato talvolta esasperato o frainteso, ed appare ancor più paradossale come egli stesso cerchi di equilibrare la sua attività decifrando l’input di un progetto come “la liberazione dal rispetto delle funzioni”. Ovvero la proposta di qualcosa che può mutare nel tempo, che può modificare la propria funzione di pari passo col procedere storico degli eventi e col maturare dei luoghi. La trasformazione delle cose attraverso il tempo è in Siza un concetto ricorrente. Il ruolo stesso dell’architetto, così come la sua opera, è qualcosa di precario destinato a riciclarsi di continuo.
L’architettura che non deve mai modificarsi, che decreta i confini della storia, è un tabù da infrangere. La sua perennità deve sopravvivere nel cambiamento, non nella staticità. Siza interviene sul luogo consapevole di lasciare un segno che sarà completato da altri, pertanto la figura dell’architetto è stravolta, non esistono più nomi scolpiti nelle memorie collettive, e questo credo sia la scia di una maturità professionale ed intellettuale talmente grande da affascinarmi ancora più di quanto già non lo fossi nei confronti di questa attività.

Mi sono permesso di interpretare questa domanda, relazionandola alla precedente. La notorietà di Alvaro Siza è certamente superiore a quella di Mauro Galantino, seppur quest’ultimo sia conosciuto a livello nazionale a seguito di una serie di pubblicazioni (o almeno io conosco quelle, il che non è certo una garanzia). La notorietà è il metro campione col quale spesso si misura il numero dei progetti realizzati, purtroppo. Ad ogni modo, al riguardo ci sono diversi punti di vista, ma resta il fatto che questo brevissimo preambolo mi serve per dire che tra gli architetti “non noti” (quelli cioè che vengono pubblicati su riviste a seguito di vittorie di concorsi etc) scelgo quelli che la mia ignoranza ha deciso di promuovere in “più noti” a seguito di letture ed episodi di varia natura. Per una serie di considerazioni, ho molto apprezzato l’architetto milanese Mauro Galantino, del quale, tra l’altro, ho visitato ultimamente l’impianto religioso della Chiesa del Gesù Redentore a Modena. La sua architettura mi suggerisce che la qualità dello spazio, più che la quantità, sia presa in grande considerazione durante la fase progettuale. Le forme lineari accompagnano un funzionalismo forte, che tende alla chiarezza dei segni ed alla uniformità del linguaggio. E mi accorgo, mentre scrivo, che è proprio questa estrema chiarezza che mi porta ad apprezzarlo e a citarlo. Il gioco di luci ed ombre, la sovrapposizione dei volumi e il continuo dialogo tra i pieni ed i vuoti siano elementi distintivi . In particolar modo, credo che progettare un luogo di culto (mi riferisco alla Chiesa del Gesù Redentore a Modena) rappresenti una delle sfide più difficili dell’architettura.
Si deve fare i conti con le soggezioni degli osservatori e con la pesante e mistica eredità lasciataci in secoli di sperimentazioni. In questo trovo che Galantino abbia raggiunto dei compromessi assolutamente accettabili, molti dei quali mi hanno decisamente impressionato. Sono sicuro che questo architetto rappresenti un validissimo esecutore dell’architettura minimalista italiana che può piacere o meno, ma che resta sempre un insieme di concezioni bisognose di una serie di regole per essere tenute assieme nel modo corretto, e le regole nei suoi lavori sono sempre sapientemente seguite.


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24 luglio 2009

0010 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] L’Archimigrante di Marco Calvani

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Qui l’articolo introduttivo



L’Archimigrante di Marco Calvani

1) Direi indubbiamente Shigeru Ban, per il suo impegno morale e tecnico.

2) Sono indeciso... tra l'arroganza di Fuksas, il menefreghismo di Gregotti e il fallimento capitolino di Aymonino.


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22 luglio 2009

0009 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] DNA di Nicodemo Dell'Aquila

Salvatore D’Agostino:

  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?


Qui l’articolo introduttivo


DNA di Nicodemo Dell'Aquila*

Ciao Salvatore. Ho ricevuto la mail con le tue domande, ma non sto avendo tempo e modo di rispondere al quesito.

Provo a farlo qui sinteticamente, se può avere lo stesso significato.

L'architetto noto che apprezzo di più, ancora in attività è Souto de Moura: per sagacia, semplicità, autoironia (ho seguito anche una sua conferenza in cui ho potuto apprezzare queste qualità)


All'altra domanda, ho molti dubbi, ma proprio in questi giorni sono passato da un paese vicino Lucca, in Toscana.

Ho notato un cimitero, uno dei più belli che abbia visto.
Il paese di (sic) chiama Capannori. Il progettista dovrebbe essere Pietro Carlo Pellegrini.


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*Questa risposta mi è pervenuta tramite Facebook.
Ho voluto pubblicarla perché arricchisce l'incipit di quest'inchiesta. L'idea che l'e-mail implichi una risposta più meditata mentre  Facebook una più immediata è interessante, poiché il senso è profondamente diverso, anche senza l'ausilio di spiegazioni di dotti massmediologi. Il Web è intuitivo e le regole sociali/psicologiche si capiscono solo utilizzando le varie piattaforme.


20 luglio 2009

0008 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] PEJA TransArchitecture research di Emmanuele Pilia

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Qui l’articolo introduttivo


PEJA TransArchitecture research di Emmanuele Pilia

La prima, l'architetto noto ancora in attività che apprezzo maggiormente, senza dubbio è Lars Spuybroek. Se mi avessi dato la possibilità di includere architetti che avessero concluso la propria attività negli ultimi 10 anni, avrei forse optato per Claude Parent, ma la scelta mi pare che mantenga le stesse motivazioni: sono infatti sempre stato affascinato da quella classe di architetti che, proprio per la scelta di mantenersi costantemente sui fronti più radicali della sperimentazione architettonica, finiscono per limitare il numero delle loro realizzazioni. Non sto dicendo che sono affascinato dai martiri, ma dalla persistenza nel lavorare su un linguaggio tanto coerente quanto autoreferenziale (la costruzione di un universo semantico coerente, in parte chiuso all'esterno, è per forza di cose autoreferenziale), al fine di ricercare una personale purezza d'intenti. Nel caso specifico, si parla di un diverso modo di affrontare il tema del rapporto tra architettura e corpo. Questo, è sempre stato al centro della riflessione dei trattatisti, sia in maniera implicita che esplicita. Il tempio greco-romano ad esempio, era strutturato sull'utilizzo di modularità derivanti dalla dimensione del corpo umano, e quindi, nonostante erano realizzati per gli dei, prevedevano la fruizione della carne mortale. Questa è una nozione che l'occidente si è portato con sé sino al neoclassicismo, dove questo rapporto si è fortemente incrinato a favore di una non ben specificata volontà di potenza, che preferiva puntare sulla magnificenza che sulla fisiologia umana. Basti pensare alla ristrutturazione parigina, o al neoclassicismo aulico dell'architettura fascista. Queste sono architettura per una nuova divinità laica, che è il potere, una nuova forma di potere, contrapposta a quella sacrale, che non ha bisogno del filtro del rito per potersi manifestare, e quindi non ha bisogno della fruizione dell'individuo. Contraddizione molto pesante, se pensiamo al fatto che la modernità è descrivibile come la ricerca della restaurazione della democrazia. È evidente quanto dico se pensiamo alla scala spropositata degli elementi che nei primi del secolo formavano i grattacieli, dove ordini giganti non erano altre che decorazioni serventi la magnificenza ricercata, mentre le modanature, per così dire, funzionali, erano innestate e nascoste tra gli interstizi delle prime. Lars Spuybroek, ma non solo, e non è il primo, ma sicuramente lo fa in maniera eccezionalmente pertinente, lavora proprio sul recupero di questa tradizione arcaica, del dominio della continuità tra azione e percezione, corpo e architettura. Mi piace sottolineare come questo sia perseguito in diverse forme, tra loro non esclusive, ma indipendenti. Schematicamente, si può dividere in due strumenti utilizzati: da una parte vi è la tecnologia propriocettiva, prendendo a prestito l'uso che McLhuan fa di questo termine, ossia quella classe di tecnologie che lavorano propriamente sulla percezione attiva. La capacità propriocettiva è una particolare sensibilità, grazie alla quale l'organismo ha la percezione di sé in rapporto al mondo esterno, e in questo caso si utilizza il mondo esterno, l'architettura, come se fosse una protesi, un prolungamento della propria carne, dei propri neuroni, della propria sensibilità. Un esempio è la Son-O-House, dove un’installazione effimera è dotata di particolari sensori che recepiscono suoni e movimenti dei corpi, per restituire determinati suoni, che vanno a formare una particolare armonia. Questo, si pensa, influisce sul comportamento dei fruitori, che reagiranno di conseguenza, e così via. Il secondo stratagemma che Lars Spuybroek impiega al fine di ricercare negli interstizi del rapporto corpo-architettura, è quello della topologia e della continuità delle superfici, questo tema già portato avanti da Claude Parent, all'interno del quale si individua la caratteristica degli individui a dover rimettere in gioco le proprie capacità d'equilibrio per poter attraversare spazi che non hanno spigoli e di cui piani, pareti, sedute e altro genere di mobilio o unità tecnologica, perde la propria individualità per fondersi in un particolare continuum, in cui è solo la capacità d'adattarsi dei corpi a gestire i movimenti che si effettueranno. Ovviamente la ricerca di Lars Spuybroek non si esaurisce in questo, ma l'argomento mi stuzzica particolarmente, anche in luce dei miei paralleli interessi riguardanti il transumanesimo, e di riflesso, il significato di una possibile transarchitettura. Quest'ultima è stata già definita da Marcos Novak, ma mi pare che il suo lemma sia parecchio sporco. Forse a causa del romanticismo che pervade certi tipi di produzioni teoriche. Mi piace molto più pensare la transarchitettura come l'architettura della transmodernità e del transumanesimo, cosa che non contrasta con le parole di Novak, ma che nonostante la sua semplicità, riesce a essere contemporaneamente più puntuale e più aperta a interpretazioni.

Sull'architetto meno noto la scelta è stata ben più ardua, anche perché è sempre difficile capire il limite oltre il quale si è noti. Diciamo che scelgo due architetti, se me lo concedi, o meglio, due studi che non sono certo su tutte le copertine di riviste di settore: ossia, gli Architecture&Vision, e gli Opla+. Nonostante i due studi abbiano due approcci progettuali ampiamente discordanti tra loro, mi interessa come essi abbiano raccolto l'eredità situazionista in modo completamente diverso senza essere incoerenti con tale eredità. Mi riferisco soprattutto all'eredità di Constant, il quale prevedeva città nomadi nel quale una tecnologia asservita all'uomo, al contrario di come succede oggi, provveda a soddisfarne i bisogni. L'umanità, liberata dalla schiavitù del lavoro manuale, potrà così scegliere se vivere una vita ludica, culturale, di ricerca scientifica, o altro. La colonizzazione di ogni spazio possibile al fine di costruire una città situazionista vasta quanto basta, rimanda chiaramente ai contemporanei piani di conquista spaziali, che certamente hanno influenzato le riflessioni di Constant, così come hanno stimolato il lavoro di Arturo Vittori e Andrea Vogler di Architecture&Vision. I loro progetti infatti sono al limite tra Space Concept Design e la progettazione di nuclei abitativi per situazioni estreme, come deserti o ghiacciai. Questo si avvicina in un certo senso alla ricerca di una colonizzazione ludica dello spazio, dato che il design è al centro della scena. Non che ci sia una astrazione da problemi tecnici, anzi: sono questi a definire grafici utilizzati per ridefinire formalmente scocche, lastre, tendaggi e alloggi di vario genere.
Oplà+ invece lavora su tutt'altro ambito in comune con i situazionisti: la loro tendenza è estranea a problematiche di tipo trozkista, per avvicinarsi alle tendenza marxiste/leniniste tipiche degli anni 70, dove è la pratica del perdersi e dell'arte all'ordine del giorno ad essere messo al centro dell'attenzione. La tendenza è di innestare pochi e semplici elementi nel contesto dove vanno a operare, che possono essere talvolta anche banali, ma che portano una leggera destabilizzazione, sufficiente a richiamare la curiosità dei passanti, ossia dei fruitori della città. Questi innesti indesiderati hanno un appeal di matrice ludica e antifunzionalista, dato che sono veri e propri oggetti, ma proprio per questo diventano puramente architettonici, nel senso che lavorano su uno spazio per quello che è, senza dominazioni di tipo utilitaristico. In piena formula situazionista, è poi il carattere etereo ed effimero della loro produzione, dato che si tratta per lo più di assemblaggi e installazioni temporanee, quando non proprio di allestimenti museali. Qui, forzando un pochino, ci troviamo su un piano parallelo a quello tracciato per Spuybroek poche righe fa: anche qui si lavora sul rapporto tra azione e percezione, anche qui è stimolato un moto alternativo a quello usuale.


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17 luglio 2009

0007 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] Gradozero di Davide Cavinato

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?

Qui l’articolo introduttivo



Gradozero di Davide Cavinato

Rispondo, non senza difficoltà (è il termine "noto" a disturbarmi...che vuol dire? Forse la questione è mal formulata):

- un architetto noto ancora in attività che apprezzo è
Alvaro Siza. A parte la bellezza preclara e indiscutibile di molte sue opere, è, a mio modo di vedere, perfetto interprete di quello che dovrebbe il nostro tempo, ossia innovare ricordando da dove veniamo, "uccidere il padre" per capire, in fondo in fondo, che siamo sempre suoi figli. Criticato a volte perché sin troppo manierista o citazionista, in realtà applica alla perfezione quello che io intendo per "decostruzione" in architettura nel suo senso più puro: analisi dei precedenti o del contesto, "s-montaggio", ricontestualizzazione e "ri-montaggio", nel senso ejzensteiniano del termine. Il tutto poi filtrato da una squisita sensibilità mediterranea che ne impreziosisce le architetture;

- architetti non noti, o perlomeno non al grandissimo pubblico, sono i veronesi Pontiroli e Ferrari di
Archingegno. Personalissimi e con uno stile elegante ed estremamente raffinato, sanno trattare gli elementi immateriali dell'architettura, come la luce, come pochissimi in Italia, realizzando ambienti figurativamente essenziali ma spazialmente ricchissimi.

Così in due righe. Dopo tante promesse comunque, la degenza forzata che mi costringe a casa causa crociato anteriore in questi giorni porterà alla riapertura spero definitiva del blog.

15 luglio 2009

0006 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] Amate l'architettura

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzate e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzate e perché?

Qui l’articolo introduttivo


Amate l'architettura risponde Antonio Marco Alcaro

Ti rispondo a titolo personale in quanto ognuno di noi ha un suo architetto preferito.
L'architetto noto che apprezzo maggiormente è Peter Zumthor, è un architetto fuori dal comune che pur essendo abbastanza famoso in tutto il mondo, quest'anno ha vinto il Pritzker, non si comporta da archistar, segue i suoi progetti personalmente fino al minimo dettaglio, non fa lo schizzo per poi dire ai suoi collaboratori disegnatelo, non si fa trascinare dalle mode è un serio professionista crede in quello che fa per profonda convinzione e passione, pone molta attenzione al contesto, usa materiali che hanno una relazione con il luogo, ha un gran rispetto per i fruitori delle sue architetture non progetta per se stesso ma per chi vive le sue opere e nonostante ciò le sue architetture riescono a trasmettere forti emozioni, una per tutte le Terme di Vals. Un difetto c'è l'ha, ha un pessimo carattere.

L'architetto non noto che apprezzo sono Baumschlager&Eberle, (forse non sono abbastanza non noti), svizzeri sono due "giovani" architetti che operano soprattutto tra la Svizzera, l'Austria e la Germania. Sono tra i pochi che riescono a realizzare edifici, anche con caratteristiche bioclimatiche, molto belli ed eleganti. Hanno una cura del dettaglio ed uso dei materiali innovativo. Le loro opere sono architettonicamente originali e complesse nella tecnologia. Hanno progettato case di edilizia economica molto eleganti, a dimostrazione che la qualità architettonica non è sinonimo di costi elevati.

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13 luglio 2009

0005 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] Il parallelografo di Paolo Mancini

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Qui l’articolo introduttivo


Il parallelografo [linee che prima o poi si incontrano] di Paolo Mancini

1-
Renzo Piano. Perché riesce, a non porsi problemi di un’autoreferenzialità della forma architettonica nonostante la lunga professione (molti altri colleghi nel tempo diventano sempre un po’ accademici);

perché è sempre e volutamente rimasto estraneo alla carriera universitaria e al suo mondo e alla sua autoreferenzialità (e qui intendo il fatto che il mondo accademico difende e ha difeso edifici mostruosi perché un professore di composizione fa per forza architettura...);
perché riesce a costruire senza urlare edifici enormi e a non offendersi ma magari ad intristirsi per una critica negativa (tipo NYT);
in ultimo perché nella sua lunga professione ha fatto edifici splendidi ed altri meno belli, altri ancora bruttini e continua a rischiare senza adagiarsi sul velluto della professione.

2-
Più che di architetti non noti, vorrei parlare di architetture non note. Spesso quando viaggio apprezzo la correttezza di un edificato, il tentativo di non sorprendere e di stupire, la professione corretta, funzionale, semplice.

Mi parla di gente che ha saputo scegliere professionisti colti che amano il paesaggio e l'architettura ma soprattutto i luoghi e i rapporti che il costruito instaura in essi. In italia ce ne sono molti, in europa di più, con livelli eccelsi di qualità diffusa e quando guardo l'edificato diffuso spesso ne sento la mancanza. Un tetto ben costruito, una capriata, un angolo, una pietra ben tagliata. Insomma penso tu mi capisca: sono quegli edifici che non smetteresti mai di guardare ma che sai che non hanno mai ricevuto la medaglia.

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10 luglio 2009

0004 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] E-Cloud di Alessio Erioli

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?

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E-Cloud di Alessio Erioli

Cerco di dare una risposta alle tue domande: la prima e più istintiva che mi viene in mente è, ad entrambe, la natura. Non intesa come essenza o divinità o pervasa di qualunque afflato teologico, ma come sistema adattativo complesso in cui la morfologia è l'esito emergente di processi di interazione dinamica e continua di forze che creano relazioni tra ambiente (inteso in senso lato, quindi sia dal punto di vista fisico che culturale, economico, etc.), performance, spazio, struttura, sistema materiale, etc.

Ma sarebbe una risposta che non soddisfa pienamente le tue domande (ed anche eccessivamente sintetizzata), perciò provo ad essere più specifico.

Da qualche tempo ho adottato il network non-lineare come struttura organizzativa di pensiero (si può dire che è un modo di pensare le cose), soprattutto in virtù di questa scelta non mi riesce di dare un'unica preferenza, quanto piuttosto una tendenza espressa da una schiera (crescente) di agenti (singoli e studi); il processo progettuale contemporaneo conta così tanti attori che individuare il fautore in una unica persona mi riesce quasi impossibile.

Mi interessano molto i lavori di architetti e studi che affrontano natura e sistemi complessi attraverso il digitale, dalle speculazioni teoriche alle tecniche di digital fabrication, studi la cui stessa struttura è un network i cui nodi toccano teoria, didattica, ricerca, professione.

Un elenco (sommario e incompleto, di sicuro qualcuno mi sfugge), in rigoroso ordine sparso:
Anche stabilire il grado di notorietà dei nomi (salvo alcune palesi "archistar") che ho elencato mi riesce difficile (cosa, quest'ultima, che lascio a te se non ti spiace, è parecchio che leggo poco o per nulla le riviste mainstream, non per snobismo - le ritengo veicoli culturali importanti - ma per mancanza di tempo, che al momento dedico molto a saggi teorici e applicazioni didattiche, di ricerca e progettuali).

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8 luglio 2009

0003 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] POISON.GALORE di Sergio Polano

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezza e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezza e perché?

Scusi l’invadenza.

Qui l’articolo introduttivo




POISON.GALORE di Sergio Polano:
Caro D'Agostino,
non è affatto invadente ma il problema è che da qualche anno mi interesso assai poco di architettura e quindi non sono in grado di darle le risposte che si attenderebbe.
Cordiali saluti e auguri per il suo blogging!

SD:
Grazie,
lo stesso.
Il mio blogging è quasi necessario ed è dettato dall'indifferenza della critica italiana nei confronti di questo strumento (solo da qualche mese, grazie all’apertura dei blog di Abitare e Domus, qualcosa sta cambiando).
Va ricordato che l’indifferenza è giustificata, perché molti blogger scadono in beghe personali, scrivendo dei propri gusti personali e dimenticandosi dell’approccio critico.
Ahimè, siamo italiani anche in questo e come succede per i giornalisti amiamo l’opinionismo e non la profondità critica.
So già che mi mancherà la sua risposta, come il suo acume critico, anche per queste domande che volutamente ho reso banali. In quest’inchiesta mi occorre capire.
Un caro saluto,
Salvatore D’Agostino

PG/SP:
Son d'accordo con lei: il blogging è necessario ed è penoso constatare l'indifferenza e il ritardo delle riviste (e degli editori) nei confronti del fenomeno blog.

Le allego un mio testo del 1992, sperando le giunga gradito, con i miei migliori auguri: insista!

Sergio Polano

Pamphlet per Pamìo

Allo scandaglio costante delle riviste italiane di settore, da quelle un po’ nojose stilées blasonate fino alle sgargianti chiaccherine moderniste, agli occhi cioè di quegli organi deputati alla ricognizione se non anche alla visione critica dell’architettura contemporanea nel nostro paese sembrano sfuggire ampie aree della produzione edilizia (o è solo un rifuggirne?).

Una specie di opacità percettiva ma fors’anche un malinteso pouvoir di discriminazione elettiva, unito a questioni di clan e alla scarsità di tempo o voglia, paiono impedire a molti redattori, commentatori, opinionisti di azzardarsi al di fuori di recinti sicuri e di prevedibili scelte, per rischiare di conoscere e far conoscere (e di sbagliare, pure, come s’attaglia a ogni ricerca) non solo temi scabrosi ma anche soltanto nuove opere e progettisti diversi da quelli di repertorio, che sappiamo bravi anzi bravissimi.

Problematico allora capire da tali fonti se la generazione vorace e forse un po’ cinica di grandi professionisti-accademici che domina la scena da decenni, indeformabile come i nostri politici, ha saputo allevare almeno qualcuno delle generazioni successive a fare architettura (buona, magari, cioè civile), se esistono dei “giovani” che non siano cinquantenni, se chi si affaccia alla professione deve attendersi solo delusioni, frustrazioni, corruzione e papocchi o non vi siano ancora ragioni per impegnarsi in un lavoro complesso e affascinante come pochi, se gli ordini professionali non possono svolgere un ruolo diverso da quello corporativo-passivo.

Difficile così cercare di mettere a fuoco trasformazioni, mutazioni e ibridazioni del mestiere e della formazione, come il processo di progressiva (auto)delegittimazione che ha finito concausalmente per affidare la costruzione dell’Italia o ai geometri o agli ingegneri, come il paradosso del numero straripante di studenti-architetti e di laureati-architetti rispetto al resto d’Europa, come la straordinaria capacità di adattamento di questa bizzarra e a suo modo creativa fauna, come la mostruosa incapacità dell’università di dare accesso a giovani studiosi, di adattarsi a forme diverse del lavoro, di cercare di rispondere a esigenze elementari degli studenti.

Arduo perciò cercare di capire, tra l’altro, che cosa accade nelle 100 città d’Italia, di intendere come mutano e crescono i 1000 borghi del Belpaese, di prefigurarsi criticamente quale destino (e magari tentare di modificarlo) attende gli insediamenti e il paesaggio, e con loro gli uomini e una cultura urbana secolare.

Ad esempio, c’è da scoprire (quasi) tutta l’Italia delle regioni e delle province di marginale collocazione geografica, delle città e cittadine di media o modesta tagliadimenticate o meglio ignorate dalle riviste pel timore forse di uno strapaese – ove le attività edilizie si sono espresse e talora ancora fervono con vena (non solo quella affaristico-quattrinaia delle ville con patio, delle residenze a schiera, dei quartierini di secondo-terze case, ma neanche solo del mattone bene-rifugio per un parsimonioso prudente popolo di proprietari come siamo e neppure quella criminal-speculativa di tanti ghetti periferici) ben diversa dai grandi capoluoghi, dalle metropoli, dalle capitali politiche, morali, industriali: i luoghi secondari, insomma, ove tradizioni e esperienze locali si sono dipanate nel tempo con significative derive genetiche, lente eco, interpretazioni riflesse ma non meno significative.

SD:
Credo che il nostro dialogo informale e il suo articolo di diciassette anni fa siano la risposta perfetta per il mio quesito.
Se mi autorizza, vorrei pubblicarli, sfrondando solo alcune parti del colloquio via mail.
Grazie per la chiosa finale ‘insista!’ poiché in Italia ci si stanca sempre presto.
Aspetto una sua risposta,
SD

P:S.: Eventualmente mi occorrono i dati bibliografici per la citazione del suo testo.

PG/SP:
Se mi autorizza, vorrei pubblicarli, sfrondando solo alcune parti del colloquio via mail.
faccia pure, sfrondando opportunamente, la autorizzo - quando ha fatto, mi segnali il post, grazie in anticipo

Grazie per la chiosa finale ‘insista!’ poiché in Italia ci si stanca sempre presto.
stando a Lessing: "Genie ist Fleiss", "Genio è assiduità"

P:S.: Eventualmente mi occorrono i dati bibliografici per la citazione del suo testo.

da Pamphlet per Pamìo, in Roberto Pamìo architetto, Vianello, Treviso 1992, snp (qui il link del libro)

SD:
Sarà avvisato opportunamente.
Grazie,
Salvatore D’Agostino

Colloquio avvenuto tramite mail tra il 12 e il 13 giugno 2009

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6 luglio 2009

0002 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] Conferenze e talks of architettura by Antonino Saggio

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Qui l’articolo introduttivo


Conferenze e talks of Architettura by Antonino Saggio di Antonino Saggio:

Prima domanda.
Ecco la risposta:

Chi si occupa di studio è del tutto disinteressato a questa domanda. Domanda intendiamoci bene giustissima per un architetto operante. Anzi per un architetto operante le due domande sono cruciali e necessarie e uno se le dovrebbe chiedere la mattina (ogni mattina) e ogni sera. Per essere preciso la domanda dovrebbe anche includere "chi odio (architettonicamente parlando)?"
Come le dicevo per me che opero come docente studioso la domanda è irrilevante anzi errata. Come dire ad un chirurgo se vuol bene o meno ad un paziente. Io anche apro la mente di un architetto per renderla intellegibile.
A me interessa che sia importante e stoicamente cruciale, che a me piaccia, non importa quasi nulla.


Seconda domanda.
Ecco la risposta:

Nel caso specifico ho lavorato abbastanza, e quasi integralmente in forma pubblica, perché un lettore minimamente interessato al mio pensiero se lo vada a cercare da sé. Sia nel riesame dei grandissimi (Kahn o Terragni ad es.) oppure nei casi di architetti ignoti in Italia come Louis Sauer o Pierre Zoelly.

Questo è per lei:
In ogni caso a ben pensare, non sono certissimo che porre questo genere di domande, serva a molto eccetto che a quello della auto promozione. Ricordo che in una rivista dedicata al surf architettonico ve ne era una sequela.

Ma lasciamo stare. Lei per fortuna è giovane e avrà modo di approfondire.
Cordialmente,
Antonino Saggio

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incipit

1 luglio 2009

0001 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] Maledetti imbianchini


di Salvatore D'Agostino
«Verso la fine degli anni Sessanta, quando ero studente universitario, passai tre mesi di vacanze estive in Europa. Feci un'ampia gamma di esperienze nuove ed eccitanti e quando tornai a casa, ne parlai agli amici, alla mia famiglia e ad altri conoscenti. Ma non a tutti riferii esattamente la stessa versione del mio viaggio. Ai miei genitori, per esempio, diedi ragguagli sulla sicurezza e la pulizia degli alberghi in cui avevo soggiornato e su come il viaggio mi avesse reso meno pignolo nel mangiare. Ai miei amici, invece, parlai di pericoli, di avventure e di una breve storia d'amore. Agli insegnanti descrissi gli aspetti "educativi" del mio viaggio: visite a musei, cattedrali, luoghi storici e osservazioni sulle differenze culturali e comportamentali. Ognuno dei miei vari pubblici udì un racconto diverso. Le storie del mio viaggio erano diverse tanto nel contenuto quanto nello stile. Cambiavano le costruzioni grammaticali, i modi di pronunciare le frasi e la quantità di termini gergali. In ogni situazione, cambiavano le espressioni del viso, le posizioni del corpo e i gesti delle mani. In ogni racconto variavano il misto di frivolezza e di serietà. I miei amici, per esempio, udivano un discorso pieno di "parolacce" e di sarcasmo.
[…] Avevo forse "mentito" a ognuna di
queste persone?
Non esattamente. Ma avevo raccontato verità diverse. Avevo agito come la maggior parte degli individui nelle interazioni quotidiane, evidenziando alcuni aspetti della mia personalità e della mia esperienza e nascondendone altri.
E benché io, e chiunque conoscessi, inconsciamente ca
mbiassimo comportamento da una situazione all'altra, pensavo (secondo la mentalità di quel periodo) che a "recitare ruoli", fossero i disonesti o le persone non in contatto con i loro "veri sé"». Joshua Meyrowitz [1]
La scrittura mediale ha la stessa logica, secondo le piattaforme che utilizziamo Facebook, Twitter, aNobii, Myspace, Messenger, sms, Meetic, Second life, World of Warcraft, Skype, LinkedIn cambiano stile e grammatica.
Nello stesso modo, nel fare un commento in calce ad un articolo di giornale, blog o newsgroup rispondiamo interagendo con l’autore e la sua autorevolezza.
La nostra vita elettricamente espansa produce molteplici sé.
Secon
do Joshua Meyrowitz i luoghi virtuali ci inducono a riconsiderare il nostro rapporto con il luogo fisico. Il senso del luogo virtuale e quello reale [2] non entrano in conflitto, ma insieme cambiano i comportamenti sociali.
Internet è un media ibrido, ci offre la possibilità di leggere e scrivere, per questo motivo non bisogna confondere le scritture e i tipi d’interazione. I nostri sé ‘sociali’ cambiano secondo gli strumenti utilizzati.
Un articolo scritto per un giornale, anche se è pubblicato on-line,
è diverso da un post scritto su un blog.

Possono essere simili, ma strutturalmente, come nel linguaggio, sono diversi.
Nel settembre 2008 è nato il blog ‘Luoghi comuni al contrario’, dove quasi giornalmente si può leggere una frase che gioca con i luoghi comuni.
Ecco un esempio, autore Stefano Bartezzaghi: «In
fondo Mussolini ha fatto anche molte schifezze» (29 ottobre 2008)
Nella sua prima versione vi era un sottotitolo: «Una volta qui era tutta città», accompagnava l’immagine di una campagna con delle mucche al pascolo. Un paradosso linguistico/visivo che ho immaginato come la fotografia della futura Italia post cementificata.

Avendo in mente quest’idea bislacca ho scritto il mio luogo comune al contrario: «Maledetti imbianchini». Meditazione avvenuta dopo aver letto gli articoli dei critici (spesso semplici giornalisti) di architettura bloccati sui luoghi comuni e mai sui temi concreti, soventi infarciti di alcune parole ‘tasca’ che descrivono i temi senza svilupparli.

L’Italia che io osservo rispecchia l‘esaltanti relazioni annuali dell’ANCE degli ultimi anni. Anno dopo anno è stato un trionfo di cemento, per il nostro paese l’economia delle costruzioni costituisce una base solida, difficilmente mediata con l'architettura.
Mentre l’Italia degli architetti, riflette sui temi indicati dalla critica sopracitata: archistar, centro storico, periferia, piano casa, non luoghi, arredo urbano, città a misura d’uomo, decostruttivismo, ecomostro, parchi urbani, postmoderno, grattacieli, sicurezza, dov’era com’era, superluoghi, chiese moderne, è meglio un imbianchino di Le Corbusier…
Credo che vi sia uno iato profondo tra il senso del reale cemento e il senso dell’irreale l‘architettura.


A tal proposito ho mandato una mail ai circa 170 blog dedicati all’architettura (l’0.13% dei 130.000 architetti in Italia, cifre che dovrebbero fare riflettere).
Ponendogli due domande:

  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Domande che ricalcano la banalità delle semplici contrapposizione critiche degl’ultimi anni. Archistar o archipop?
Archipop è un neologismo volutamente ambiguo, il suffisso POP può essere inteso:

  • enfasi dei linguaggi architettonici del passato o copie provinciali delle culture metropolitane, una pop/pop architettura;
  • contrazione di popolare (pop-olare) architettura collage del mondo visivo popolare;
  • contrazione di popolo (pop-olo) architetto che opera con dignità nei contesti locali, reinterpretando il linguaggio architettonico senza scadere nel becero provincialismo.
Wilfing Architettura quest’estate vi propone quasi un post al giorno, ovvero le risposte dei blogger/Architetti italiani.
Un racconto blog, con il suo linguaggio e la sua profondità leggibile anche attraverso i commenti.


«Nella misura in cui i media elettronici tendono a riunire molte sfere di interazione precedentemente distinte, non è escluso che si possa ritornare a un mondo ancora più antico del Medioevo. Molte caratteristiche dell'"era informatica" assomigliano alle forme sociali e politiche più primitive: la società dei cacciatori e dei raccoglitori" dei frutti spontanei della terra. Essendo popoli nomadi, cacciatori e raccoglitori non hanno un rapporto di fedeltà con il territorio. Anche essi, hanno uno scarso "senso del luogo"; le loro attività e i loro comportamenti specifici non sono strettamente legati a scenari fisici particolari. Il fatto che tanto le società di cacciatori e "raccoglitori quanto le società elettroniche siano prive di confini, consente molte sorprendenti analogie. Tra tutti i tipi di società che hanno preceduto la nostra, quelle dei cacciatori e dei raccoglitori sono state le più egualitarie per quel che riguarda i ruoli di maschi e femmine bambini e adulti, capi e popolo.»[3]
Riflessioni ancora attuali trattate in un libro che è stato scritto nella prima era digitale Web 0.1 (anno 1995).

Ringrazio tutte le persone che hanno collaborato con le proprie risposte a questo racconto/dialogo blog.
Wilfing Architettura tornerà a Ottobre ma non scomparirà sarà nei commenti ovvero ‘oltre il senso del proprio luogo’.

Link inchiesta

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[1]Joshua Meyrowitz, Oltre il senso del luogo. Come i media elettronici influenzano il comportamento sociale, Baskerville, Bologna, 1995, p. 3-4

[2] La definizione di ‘Oltre il senso del luogo’ di Joshua Meyrowitz «Il cambiamento sociale è sempre troppo complesso perché lo si possa attribuire a un'unica causa ed è troppo diversificato perché lo si possa ridurre a un singolo processo, ma la mia teoria propone che un tema comune a molti fenomeni recenti, e apparentemente diversi, è che in America è cambiato il "senso del luogo". La frase è un gioco di parole complesso, ma molto serio: complesso perché il termine "senso" e il termine "luogo" hanno ciascuno due significati: "senso" si riferisce tanto alla percezione quanto alla logica; "luogo" significa tanto la posizione sociale quanto la collocazione fisica. Il gioco di parole è serio perché ognuno di questi quattro significati rappresenta un concetto importante della mia teoria. Infatti, dalla loro interrelazione nascono i due argomenti fondamentali che ho esposto in questo libro: (1) i ruoli sociali (cioè il "luogo" sociale) si possono intendere solo nel senso di situazioni sociali che, fino a poco tempo fa, erano legati a un luogo fisico, (2) la logica dei comportamenti situazionali è molto legata ai modelli del flusso informativo, cioè con i sensi dell'uomo e le loro estensioni tecnologiche. L'evoluzione dei media, secondo me, ha cambiato la logica dell'ordine sociale, ristrutturando il rapporto tra luogo fisico e luogo sociale e modificando i modi in cui trasmettiamo e riceviamo le informazioni sociali.» op. cit., p. 508


[3] op. cit., p. 521