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Visualizzazione post con etichetta Emmanuele Pilia. Mostra tutti i post
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28 ottobre 2010

0009 [BLOG READER] B-LOG

di Salvatore D'Agostino

Durante questa lunga pausa estiva (l’ultimo reader è datato 26 aprile 2010) ho archiviato diversi elenchi di post tematici: la critica di architettura, rassegna AILATI, l’accademia e i blog degli architetti.
Alla fine senza soluzione di continuità ho scelto di ritornare a parlare delle scritture blog.
In questo ultimo anno i blog aiutati dai social network facebook, twitter e similari si sono svuotati dai bla, bla, bla perditempo, trasformandosi in appunti - spesso ben strutturati - condivisi.
Per la prima volta, dopo due anni e mezzo, inizio a percepire un cambiamento in positivo.

Vi propongo una variante. Considerate questo Blog reader come l’indice di una rivista di architettura: B-LOG.

Il nome B-LOG è stato ideato da Cristian Farinella durante una discussione su facebook 'Che nome dareste a una rivista di articoli tratti dai blog?'.
Cristian Farinella (26 ottobre alle 12.58): B.log B. sta per B side, lato b e di poco valore, rarità e cose che non hanno mai visto la pubblicazione altrove. Si può leggere distrattamente come Blog (emblematico ma riassunto di quel che contiene)
Come scrivevo in un vecchio post: «L'atto di annotare o registrare in inglese è tradotto con 'to log'. 
Il log, cioè prendere nota o registrare in una pagina Web per comunicare ad altri dei contenuti è l’idea originaria del Web. 
Da qui la nascita del Web Log».

Il B-LOG si lega al concetto di B-side e alla definizione degli appunti in rete 'Web log', prima di essere contratta in BLOG.

Vi presento B-LOG una rivista di architettura attraverso i post tratti dalla blogosfera.
Buona lettura:

EDITORIALE

I blog tendono a diventare giornali
Luca De Biase


ARCHITETTURA

Il Miserabile intervista Italo Rota
Giuseppe Genna



CITTA'
 
I like air…
Luca Diffuse#2

FantaExpo
Gianni Biondillo














DESIGN
 
Intervista a Paolo Ulian
Nicoletta Gemignani
LIBRI 

Ugo Rosa#3 Aleandro Berganzi




28 ottobre 2010

Intersezioni --->BLOG READER

Come usare WA ---------------                                    -----------------------Cos'è WA
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Note:
#1 Giorgio Santilli capisco l'approccio pragmatico del gruppo del Sole 24 Ore.
Condivido - in parte - l'idea di proporre l'architettura (edilizia) italiana ma l'assenza di critica, ovvero l'apporto comparativo, ha da tempo appiattito il dibattito architettonico a favore della promozione 'architettonica'.
A mio avviso serve iniziare a recuperare un minimo di profondità analitica.

#2 Luca strabiliante la tua recente eteronomica attività blog.
Un appunto sulla versione on-line della rivista Abitare.
Per le latenti  potenzialità creative dell'equipe che gravita intorno alla rivista, trovo che sia letteralmente malata da sindrome da 'mainstream'.
Come dichiarato in uno dei suoi primi post: «Per chi non se ne fosse accorto Abitare è un blog, e siccome siamo blogger una delle cose che facciamo di più è guardare altri blog».
Quindi, Abitare on-line è un blog.
Un blog che miscela sia i contenuti trasposti dalla rivista sia le news quotidiane dei vari redattori.
Con la tendenza all'interazione con gli utenti (concezione primitiva dell'uso del Web): inviate le vostre foto fatte alla biennale, promuovete i vostri studi...
Inoltre totalmente privo di senso - ripeto per la qualità della rivista - l'idea del videoblog  affidata a Fabio Novembre della passata Triennale. Una narrazione artefatta dallo stato gassoso dell'intervistatore.
Ho trovato più interessanti i contro report del blog 'architetti senza tetto' a mio avviso più incisivi e critici.
Sinossi: Novembre il Morgan del design - ossessionato da una frase di Newton: "Ho visto così lontano perché sono salito sulle spalle dei giganti" - è stato sguinzagliato dalla rivista Abitare in veste di inviato speciale al Salone del Mobile di Milano 2010.
L'equipe di Architetti senza tetto - dopo un approfondito studio filologico - scopre il gigante su cui è salito il designer leccese per ideare la sedia HER: l'architetto 'Andrea Soldani' interpretato da Teo Teocoli nel film di Sergio Martino 'Spaghetti a mezzanotte' (1981)
.



P.S.: per favore ti fai dare un tuo personale feed per DIFFUSE OUTTAKES.
:-)

#3 Ugo sarei curioso di leggere un racconto - da fermo - del tuo intorno visivo.

30 luglio 2010

0417 (finExTRA) 30 luglio 2010 ---> ARCHITETTURA ITALIANA [87] Architettura abbandonata

di Salvatore D'Agostino



Il mio amico Daniele Diana da Londra mi ha segnalato quest’articolo:

«I’m not convinced that these colonie are, as critic Penny Lewis claims in the introduction, ‘some of Europe’s best modernist buildings’, but they’re certainly camera-friendly, whether in the postcards that recorded them at the time or in today’s disarray.

[…]

The cruelties of the Imperial City were far enough in the past for Malraux to think just of aesthetics on his stay there, but that’s not the case with the colonie, whatever their architectural merits. Duerden says: ‘Fascism has not been consigned to history. It cannot be exorcised either by the obliteration of its monuments or by packaging them as heritage.’ This book leaves us with that dilemma».

Andrew Mead, The architecutarl rewin Fascismo Abbandonato by Dan Dubowitz, The architectural review, 27 luglio 2010. Link
Libro recensito: Fascismo Abbandonato by Dan Dubowitz, Dewi Lewis Publishing, 2010, £35.

Mi ricorda un vecchio post di Emmanuele Pilia, Delitto sul litorale. Link.

Qualche giorno fa gli ho chiesto com'era andata a finire, mi ha risposto con un laconico:« è stato abbattuto e sostituito con una struttura orrenda».

Simile nei contenuti, ma diverso nell’architettura, ricordo un post di Antonino Saggio, Industria bella a.. Predappio. Link.

Mentre Daniele dice:«spero che non mi scambino per un sostenitore dell'architettura di regime...»
Io spero in una diversa consapevolezza, magari attraverso l’uso ‘intelligente’ dei blog, nei confronti del nostro patrimonio culturale.

30 luglio 2010

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20 luglio 2009

0008 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] PEJA TransArchitecture research di Emmanuele Pilia

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Qui l’articolo introduttivo


PEJA TransArchitecture research di Emmanuele Pilia

La prima, l'architetto noto ancora in attività che apprezzo maggiormente, senza dubbio è Lars Spuybroek. Se mi avessi dato la possibilità di includere architetti che avessero concluso la propria attività negli ultimi 10 anni, avrei forse optato per Claude Parent, ma la scelta mi pare che mantenga le stesse motivazioni: sono infatti sempre stato affascinato da quella classe di architetti che, proprio per la scelta di mantenersi costantemente sui fronti più radicali della sperimentazione architettonica, finiscono per limitare il numero delle loro realizzazioni. Non sto dicendo che sono affascinato dai martiri, ma dalla persistenza nel lavorare su un linguaggio tanto coerente quanto autoreferenziale (la costruzione di un universo semantico coerente, in parte chiuso all'esterno, è per forza di cose autoreferenziale), al fine di ricercare una personale purezza d'intenti. Nel caso specifico, si parla di un diverso modo di affrontare il tema del rapporto tra architettura e corpo. Questo, è sempre stato al centro della riflessione dei trattatisti, sia in maniera implicita che esplicita. Il tempio greco-romano ad esempio, era strutturato sull'utilizzo di modularità derivanti dalla dimensione del corpo umano, e quindi, nonostante erano realizzati per gli dei, prevedevano la fruizione della carne mortale. Questa è una nozione che l'occidente si è portato con sé sino al neoclassicismo, dove questo rapporto si è fortemente incrinato a favore di una non ben specificata volontà di potenza, che preferiva puntare sulla magnificenza che sulla fisiologia umana. Basti pensare alla ristrutturazione parigina, o al neoclassicismo aulico dell'architettura fascista. Queste sono architettura per una nuova divinità laica, che è il potere, una nuova forma di potere, contrapposta a quella sacrale, che non ha bisogno del filtro del rito per potersi manifestare, e quindi non ha bisogno della fruizione dell'individuo. Contraddizione molto pesante, se pensiamo al fatto che la modernità è descrivibile come la ricerca della restaurazione della democrazia. È evidente quanto dico se pensiamo alla scala spropositata degli elementi che nei primi del secolo formavano i grattacieli, dove ordini giganti non erano altre che decorazioni serventi la magnificenza ricercata, mentre le modanature, per così dire, funzionali, erano innestate e nascoste tra gli interstizi delle prime. Lars Spuybroek, ma non solo, e non è il primo, ma sicuramente lo fa in maniera eccezionalmente pertinente, lavora proprio sul recupero di questa tradizione arcaica, del dominio della continuità tra azione e percezione, corpo e architettura. Mi piace sottolineare come questo sia perseguito in diverse forme, tra loro non esclusive, ma indipendenti. Schematicamente, si può dividere in due strumenti utilizzati: da una parte vi è la tecnologia propriocettiva, prendendo a prestito l'uso che McLhuan fa di questo termine, ossia quella classe di tecnologie che lavorano propriamente sulla percezione attiva. La capacità propriocettiva è una particolare sensibilità, grazie alla quale l'organismo ha la percezione di sé in rapporto al mondo esterno, e in questo caso si utilizza il mondo esterno, l'architettura, come se fosse una protesi, un prolungamento della propria carne, dei propri neuroni, della propria sensibilità. Un esempio è la Son-O-House, dove un’installazione effimera è dotata di particolari sensori che recepiscono suoni e movimenti dei corpi, per restituire determinati suoni, che vanno a formare una particolare armonia. Questo, si pensa, influisce sul comportamento dei fruitori, che reagiranno di conseguenza, e così via. Il secondo stratagemma che Lars Spuybroek impiega al fine di ricercare negli interstizi del rapporto corpo-architettura, è quello della topologia e della continuità delle superfici, questo tema già portato avanti da Claude Parent, all'interno del quale si individua la caratteristica degli individui a dover rimettere in gioco le proprie capacità d'equilibrio per poter attraversare spazi che non hanno spigoli e di cui piani, pareti, sedute e altro genere di mobilio o unità tecnologica, perde la propria individualità per fondersi in un particolare continuum, in cui è solo la capacità d'adattarsi dei corpi a gestire i movimenti che si effettueranno. Ovviamente la ricerca di Lars Spuybroek non si esaurisce in questo, ma l'argomento mi stuzzica particolarmente, anche in luce dei miei paralleli interessi riguardanti il transumanesimo, e di riflesso, il significato di una possibile transarchitettura. Quest'ultima è stata già definita da Marcos Novak, ma mi pare che il suo lemma sia parecchio sporco. Forse a causa del romanticismo che pervade certi tipi di produzioni teoriche. Mi piace molto più pensare la transarchitettura come l'architettura della transmodernità e del transumanesimo, cosa che non contrasta con le parole di Novak, ma che nonostante la sua semplicità, riesce a essere contemporaneamente più puntuale e più aperta a interpretazioni.

Sull'architetto meno noto la scelta è stata ben più ardua, anche perché è sempre difficile capire il limite oltre il quale si è noti. Diciamo che scelgo due architetti, se me lo concedi, o meglio, due studi che non sono certo su tutte le copertine di riviste di settore: ossia, gli Architecture&Vision, e gli Opla+. Nonostante i due studi abbiano due approcci progettuali ampiamente discordanti tra loro, mi interessa come essi abbiano raccolto l'eredità situazionista in modo completamente diverso senza essere incoerenti con tale eredità. Mi riferisco soprattutto all'eredità di Constant, il quale prevedeva città nomadi nel quale una tecnologia asservita all'uomo, al contrario di come succede oggi, provveda a soddisfarne i bisogni. L'umanità, liberata dalla schiavitù del lavoro manuale, potrà così scegliere se vivere una vita ludica, culturale, di ricerca scientifica, o altro. La colonizzazione di ogni spazio possibile al fine di costruire una città situazionista vasta quanto basta, rimanda chiaramente ai contemporanei piani di conquista spaziali, che certamente hanno influenzato le riflessioni di Constant, così come hanno stimolato il lavoro di Arturo Vittori e Andrea Vogler di Architecture&Vision. I loro progetti infatti sono al limite tra Space Concept Design e la progettazione di nuclei abitativi per situazioni estreme, come deserti o ghiacciai. Questo si avvicina in un certo senso alla ricerca di una colonizzazione ludica dello spazio, dato che il design è al centro della scena. Non che ci sia una astrazione da problemi tecnici, anzi: sono questi a definire grafici utilizzati per ridefinire formalmente scocche, lastre, tendaggi e alloggi di vario genere.
Oplà+ invece lavora su tutt'altro ambito in comune con i situazionisti: la loro tendenza è estranea a problematiche di tipo trozkista, per avvicinarsi alle tendenza marxiste/leniniste tipiche degli anni 70, dove è la pratica del perdersi e dell'arte all'ordine del giorno ad essere messo al centro dell'attenzione. La tendenza è di innestare pochi e semplici elementi nel contesto dove vanno a operare, che possono essere talvolta anche banali, ma che portano una leggera destabilizzazione, sufficiente a richiamare la curiosità dei passanti, ossia dei fruitori della città. Questi innesti indesiderati hanno un appeal di matrice ludica e antifunzionalista, dato che sono veri e propri oggetti, ma proprio per questo diventano puramente architettonici, nel senso che lavorano su uno spazio per quello che è, senza dominazioni di tipo utilitaristico. In piena formula situazionista, è poi il carattere etereo ed effimero della loro produzione, dato che si tratta per lo più di assemblaggi e installazioni temporanee, quando non proprio di allestimenti museali. Qui, forzando un pochino, ci troviamo su un piano parallelo a quello tracciato per Spuybroek poche righe fa: anche qui si lavora sul rapporto tra azione e percezione, anche qui è stimolato un moto alternativo a quello usuale.


Intersezioni --->OLTRE IL SENSO DEL LUOGO

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Leggi:

10 maggio 2008

0005 [MONDOBLOG] PEJA TransArchitecture research

di Salvatore D'Agostino

Cercando informazioni su 'Jean Clair musei' su Google il primo link di riferimento è stato il blog di Emmanuele Pilia, una scoperta, vorrei consigliarlo a chi vuole capire l'influenza delle tecnologie digitali sull'architettura. Niente di complicato o sofisticato solo un mondo di relazioni, dialoghi, interviste tra studenti e non solo ecco alcuni frammenti:
«[...] Diventerebbe una sorta di Architettura 2.0: come nel web collaborativo dove tanta gente non si conosce e fanno cmq tante cose insieme. Ecco, immagina se un edificio lo montassero tante persone che non si conoscono… Un po' come le città ora… Oddio ora che mi ci fai pensare: non è che wikipedia abbia copiato il metodo chiave dell’urbanistica medievale?»;
«[...] Sai mi fanno molta rabbia (o tristezza? chissà!) quei tipi che parlano tanto di creatività e che però si limitano semplicemente a fare cose strane… Ecco, sarà una gran vittoria non cadere né nel tecnicismo totale, per quanto affascinante, né nell’ingenuismo post moderno…»;
«(Maurice Nio) I think there should be no restrictions with the way we design, we should design with what we like, everything is ok as long as the process is followed.»
PEJA TransArchitecture research

10 maggio 2008
Intersezioni ---> MONDOBLOG
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Note:
Pubblicato sulla presS/Tletter n. 18-2008