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26 agosto 2010

0440 (finExTRA) 26 agosto 2010----> SENZA PAROLE [13] Wilfing Architettura

di Salvatore D'Agostino


Wilfing Architettura cambia aspetto l'header e l'icona (favicon) sono state ideate da Alessandro Cavallaro.




Invece l'impostazione del modello è opera mia.

finExTRA, dopo quest'estate ubiqua, ritornerà a osservare il suo tempo fisico e mediatico.
Wilfing Architettura 
ripartirà - sabato 28 agosto - con un dialogo di Luca Molinari - curatore del padiglione italiano della prossima Biennale di Venezia - con 14 italiani.

"L'Italia è un paese del secondo mondo" ha scritto Nicola La Gioia.
Quest’autunno Wilfing Architettura cercherà di raccontarla.

P.S.: Abbiamo quasi finito di elaborare il libro inchiesta OLTRE IL SENSO DEL LUOGO.
A presto la pubblicazione.


26 agosto 2010

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25 agosto 2010

0439 (finExTRA) 25 agosto 2010---- > MI PIACE [17] Museo dell'aria

di Salvatore D'Agostino


«La prima realizzazione di Cairano 7x è il museo dell’aria. Ha sede sulla rupe, sulla nuca del meteorite che spunta nella valle dell’Ofanto, tra il Formicoso e la sella di Conza. Il museo non ha arredi, non ha custodi. Per istituirlo ci siamo avvalsi unicamente della nostra immaginazione. Ci sono tanti musei in giro, spesso sono inutili. Non esisteva un museo dell’aria, un luogo cioè dove le persone possono andare non per vedere qualcosa ma semplicemente per sentire che la nostra vita si svolge nell’aria e che non c’è niente al mondo che sia più importante dell’aria. L’aria è come il mare, non è mai ferma. L’aria non è mai nostra, viene sempre da qualche parte. Certe volte quando d’estate soffia il vento da nord est io sento in un quel filo di freddo il respiro di una coppia che si è baciata poche ore prima a Sarajevo, vedo gli occhi di un’anziana donna affacciata alla finestra a Fiume. L’aria è un dono che contiene tanti altri doni. Dovremmo ricordarcelo ad ogni respiro, ogni volta che ci entra nei polmoni il giro del sangue è più lieto, i pensieri si fanno appena più chiari. Il mondo vive perché è circondato da un filo d’aria, ma noi ce lo scordiamo, perché l’aria non l’abbiamo fatta noi, non è una macchina, un telefono, un cuscino. Il museo dell’aria a Cairano non dispone neppure di un cartello segnaletico o di guide. È un museo virtuale, nasce nella testa di chi sale alla rupe, non ha orari di apertura e di chiusura. Non appartiene allo Stato e neppure ai privati. Appartiene a chi sa stare all’aperto, a chi sa di essere una piccola parte di questo vorticare perenne a cui stanno appese le piccole scene della nostra vita e di quella degli altri. L’aria è una bestia colossale e generosa, dà la vita a noi e alle formiche, ai cani e alle piante. Il museo di Cairano è la nostra forma di devozione a questa bestia invisibile e senza forma. Forse quello che chiamiamo Dio è semplicemente l’aria ed è un Dio a cui ci piace credere, è un Dio che ha tanti fedeli inconsapevoli e tante chiese, una per ogni polmone, per ogni acquasantiera del respiro.

p.s

il testo è mio, l’idea è di elda martino.

andate a visitarlo. è il primo museo realizzato dalla comunità provvisoria.

franco arminio»

Franco Arminio, MUSEO DELL’ARIA, Blog Comunità provvisoria, 3 agosto 2010. Link

 
25 agosto 2010

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24 agosto 2010

‎0438 (finExTRA) 24 agosto 2010----> IDENTITA’ ITALIANA [29] Lo zeitgeist l'è ambriaco :-)

di Salvatore D'Agostino

«Robert Maddalena
data 23 agosto 2010 14:42
oggetto lo zeitgeist l'è ambriaco :-)

http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/10_agosto_23/alemanno-demolire-torbellamonaca-1703622881703.shtml

Salvatore D'Agostino
data 23 agosto 2010 15:12
oggetto Re: lo zeitgeist l'è ambriaco :-)

Dio mio!
Ma come scrive!
“La nuova proposta choc di Gianni Alemanno è arrivata dalle Dolomiti”.

Robert Maddalena
23 agosto 2010 15:17
oggetto Re: lo zeitgeist l'è ambriaco :-)

ma non ti fa morire dal ridere che un giorno voglia demolire l'ara, poi spostarla a tor bella monaca, poi vuol demolir tor bella monaca e non il corviale mentre il suo collega (è ancora collega?) di partito buontempo vuol demolire il corviale e sui tg di oggi (non so li hai visti) metà della ggggente intervistata nel quartiere non vuole che lo si demolisca e soprattutto non ne sa nulla: con buona pace dell'ascolto delle persone…

Salvatore D'Agostino
23 agosto 2010 15:20
oggetto Re lo zeitgeist l'è ambriaco :-)

Da uomo del sud, non rido, piango amaro.
Conosco bene questi uomini banal-popolari.
Io ho difficoltà con il loro senso d'identità politica-civile.
Robert ti confesso, sono molto incazzato (scusa la parola) nei confronti di questa urbanistica fai da te.
Scherzano con la gente, quella perbene.
A dopo,
SD

Robert Maddalena
data 23 agosto 2010 15:27
oggetto Re: lo zeitgeist l'è ambriaco :-)

c'hai anche ragione...»

Paolo Foschi, Alemanno: «Radere al suolo Tor Bella Monaca e poi ricostruirla», Corriere della sera, 23 agosto 2010. Link

24 agosto 2010


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COMMENTA

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23 agosto 2010

0437 (finExTRA) 23 agosto 2010----> IDENTITA’ ITALIANA [29] Lo straniero

di Salvatore D'Agostino



«Ciò che accomuna queste due impostazioni è l’incapacità di misurarsi, davvero, con la strutturale ambivalenza della figura dello straniero.
Cioè, nella incapacità di cogliere nello straniero, certamente qualcuno che si presenta a noi chiedendo - più o meno apertamente - ospitalità e accoglienza, ma che al tempo stesso - non va dimenticato - è portatore di una minaccia ed è proprio direi per questa ambivalenza che occorrerebbe riuscire ad accoglierlo, proprio anche in funzione della carica di minaccia che insita nella figura dello straniero.

[…]

In realtà questo sentimento di paura, che è in fondo quello più diffuso, suscitato dalla figura dello straniero. Sentimento sul quale, non va dimenticato, alcune forze politiche hanno anche costruito la loro fortuna - tra l’altro tutt’altro che effimera - questo sentimento di paura, esprime non già un ragionamento in base al quale s’individui con chiarezza nello straniero, qualcuno che possa davvero minacciare la nostra incolumità o i nostri beni. La minaccia di cui lo straniero è portatore, ha a che vedere con il suo statuto più proprio, cioè, con il fatto che egli, è per l’appunto, ‘altro’ rispetto a noi, salvo che è per l’appunto questa alterità che rende anche la figura dello straniero “interessante” per noi.

[…]

Proprio perché nel rapporto con lo straniero, con il ‘radicalmente altro’ rispetto a noi, posso anche definire la mia specifica identità e quindi, la paura nei confronti dello straniero alla fine si risolve nell’aver paura a voler vedere riconosciuta la propria identità, che può definirsi nel rapporto con quell’altro, di cui lo straniero è figura massimamente rappresentativa».

Fahrenheit, L'affiorare dell'altro, con Umberto Curi, Radio tre, 6 agosto 2010. Link

23 agosto 2010


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COMMENTA
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22 agosto 2010

‎0436 (finExTRA) 22 agosto 2010---- > WWW o WWC [58] Il blog della Biennale di Venezia

di Salvatore D'Agostino


FinExTRA tra qualche giorno finirà il suo viaggio estivo ubiquo con Wilfing Architettura.
Wilfing Architettura ritoccherà un po' il suo aspetto e il 28 agosto 2010 darà inizio a un dialogo tra Luca Molinari (curatore del Padiglione Italia della prossima Biennale di Venezia) e alcuni italiani tra architetti, scrittori, fotografi, politici e un muratore.

A proposito di blog anche la Biennale di Venezia ha il suo: Curiosità, notizie, approfondimenti dai diversi mondi della Biennale di Venezia. Link

Primo post: redazionale, Capturing Emotions, "una finestra per la fantasia collettiva", Blog biennale, 25 maggio 2010. Link

22 agosto 2010

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21 agosto 2010

0435 (finExTRA) 21 agosto 2010---- > WWW o WWC [57] Leggere i commenti

di Salvatore D'Agostino


«Gipi in esplorazione tra i commenti, in cerca di risposte ai commenti.

[…]

Ogni mattina mi faccio del male. Mi considero immortale.
Così, partendo da questa considerazione, perdo tempo. Se un giorno il Signore volesse farmi il più bel regalo del mondo, dovrebbe darmi la coscienza piena della mia mortalità. Vorrei che mi desse un nuovo senso, un settimo, quasi di serpente, che frammenti lo scorrere del tempo in schegge appuntitissime, che mi si sfiorino nel corpo con il sangue, e che mi tengano all’erta di continuo, al ritmo di un “io sono il tempo che passa e non tornerò. Quindi regolati. non gettare via le ore e le giornate. Fai le cose più belle. Costruisciti.”.
Ma questo non succede. Mi sveglio convinto di essere immortale e (se non devo urgentemente lavorare) mi metto a perdere mattine intere leggendo articoli sul web.
Gli articoli sul web, a differenza di quelli sulla carta hanno i commenti dei lettori. Io leggo anche quelli. Ci sono 437 commenti. Li leggo.
Li leggo tutti. Passano le ore, ed il senso di serpente non si fa sentire. Spenderò questo secolo così, poi nel prossimo vedremo. Ginnastica, magari.
Il mio giro di lettura è, più o meno, sempre lo stesso: Parto da Repubblica. Vado sul Post. Il Fatto Quotidiano. A volte L’Unità. Spesso Il Giornale.
Leggo gli articoli. Seguo i collegamenti ai blog degli autori e leggo qualche pezzo in più. Se ci sono commenti, leggo anche quelli.
Posso andare sul sito di Grillo, se me lo ricordo. E andavo su quello di Antonio di Pietro, abbastanza spesso, almeno fino ai giorni dell’appoggio a De Luca.
Ci sono cinquecentosessantaquattro commenti. Li leggo.
Leggo i commenti, quelli delle persone senza firma, che sono rappresentate in rete da pseudonimi o nomi di battesimo con cifre appese che cerco sempre di capire se sono date di nascita, o altre cifre dai significati nascosti. Mi interesso a questo aspetto, quello dei nomi. Ci sono commentatori che ritrovo, di alcuni sono diventato grande estimatore. A volte guardo se, collegato al soprannome usato per lasciare un commento , si può trovare un indirizzo di posta elettronica. Si, perché vorrei scrivere a questi sconosciuti, a volte, e comunicargli il mio apprezzamento per i ragionamenti espressi, o per lo humour messo in pagina, dipende. I motivi possono essere numerosi.
Spesso, la mattina, faccio questo. Perdo tempo così. Se sono in un giorno ottimista cerco di consolarmi dicendomi che leggendo imparo delle cose, ma in realtà la mia idea di apprendimento sarebbe distante dal livello raggiungibile con il sedere sulla sedia e gli occhi sullo schermo.
“Tutte le strade portano a Woodstock 5 stelle”.
Ci sono, in questo momento esatto (ricarico la pagina, sono le 13:02) 803 commenti.
Non li leggerò tutti. Non leggerò neppure l’articolo, non ora, adesso sto ragionando d’altro. Questa è una operazione scientifica, se non si fosse ancora capito.
Guardo i commenti. Non li leggo. Li guardo soltanto, li scorro. Attuo una ricerca per vedere se, oltre agli ottocento e passa commenti si trovi una qualche replica dello staff del redattore dell’articolo. Una risposta, insomma.
Non c’è.
Cambio sito. Unità.it. So che cercando l’editoriale della direttrice, sempre seguitissimo, troverò moltissimi commenti. Questa sarà una cosa buona, ai fini della mia ricerca scientifica amatoriale.
“Le domande semplici”, questo il titolo dell’editoriale della direttrice de L’unità, alle ore 13:05 di oggi. Commenti: zero.
Zero?
Non è possibile. Forse per uno scienziato queste risposte imprevedibili ad un test sono la normalità, per me è scioccante.
Commenti: zero. È stato appena pubblicato. Non va bene per il mio test.
Prendo l’articolo precedente: “Vecchi amici”. Redatto il 25 Luglio alle 22, 31.
Commenti presenti: duecentonovantatre.
Ancora, non mi interesso al contenuto dell’articolo e neppure alle argomentazioni dei commenti, rilevo solo il numero di risposte a questi: Ancora zero.
Una volta, un giornalista del Fatto rispose a un commento. Sobbalzai e ne fui felice.
Per evitare fraintendimenti: non rispose a me. Io non lascio mai commenti, sono solo uno spione.
Rispose, così, in generale. Non ricordo, l’articolo originale. Non ricordo la domanda del commento, ne lo pseudonimo del commentatore, ne se avesse numeri nel nome.
Ricordo solo che quella risposta, per un attimo, mi tolse quell’immagine di balcone assolato dalla mente. Mi fece bene».

Gipi, Balcone 2.0, Il post, 3 agosto 2010. Link

21 agosto 2010

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20 agosto 2010

0434 (finExTRA) 20 agosto 2010---- > MI PIACE [16] Big [Cit.]

di Salvatore D'Agostino


Giuseppe,

non avevo capito il senso dei tuoi Big [Cit.].
Ti confesso, che avevo trovato banale - per non usare un intercalare siculo - la frase che mi avevi inviato attraverso Facebook “Lo scrittore è un ingegnere dell’anima” e conoscendo il festival UVAGRAPES mi ero concentrato sugli appuntamenti.

Perdonami, hai il diritto di denunciarmi per vilipendio all’intelligenza.
Saluti,
Salvatore D’Agostino

«Dalla parola tramandata a quella scritta. O meglio citata. Nell'epoca virtuale del copia e incolla è sempre più diffuso il ricorso alla citazione. Un comportamento linguistico sollecitato soprattutto dai nuovi strumenti di comunicazione, da Twitter a Facebook. Il cosiddetto sapere lento e astratto, costruttore di concetti e produttore di pensiero argomentato, è stato letteramente sbaragliato da una comunicazione/informazione fai da te, veloce e immediata. Sms, profili, bacheche, status: oggi più che mai la parola viaggia sul binario dell'aggiornamento on line. Una costante diffusione di informazioni private invade blog e social network, diari virtuali e di dominio pubblico, in cui la parola vieneconsumisticamente usurata, riprodotta, abusata. Anche quella citata. «La citazione è divenuta così popolare e democratica, che nella sua reiterazione compulsiva è divenuta una nuova declinazione dello spamming». Da questo cortocircuito crossmediale parte e si muove il progetto “Big [Cits]” di Giuseppe Parito, architetto e artista visivo, socio del noto studio mono | architetti di Catania. L'evento, un'anteprima della settima edizione del festival uvagrapes, ideato da Scenario Pubblico performing arts e organizzato quest'anno con l'AME Associazione Musicale Etnea, si mostrerà dal 16 agosto al 1 settembre 2010 sui cartelloni stradali di alcune città della Sicilia orientale. Uno spam visivo e a tinte colorate che disseminerà, nelle nostre caotiche vie cittadine, gli aforismi di cinque anonimi autori. «Il termine spamming» spiega Parito «è adattabile anche alla pubblicità da affissione e all’inquinamento da essa prodotto. I 6x3 sono ad una scala diversa il luogo del paesaggio dove le parole si vanificano l’un l‘altra, ma dove andrebbe maturato un diverso senso di responsabilità. Il paesaggio è l’unico “media” indisattivabile che pone l’osservatore in una condizione di crudele impotenza».
Ecco allora giganti messaggi off line, ragionamenti fugaci ma avveduti di ignoti personaggi, cinque riflessioni trasversali facilmente condivisibili, piccole verità a caratteri cubitali che piombano improvvisamente nel tran tran quotidiano e suggeriscono spunti di riflessione. «Le parole in determinati momenti possono essere dei fatti», indica saggiamente uno dei poster. Con “Big [Cits]” le parole diventano un accadimento, uno spazio fisico di incontro e scontro, una dimensione privata e collettiva, un luogo di transizione del pensiero e del dubbio. Non importa a chi appartengano, diventano nostre subito dopo averle lette. Eppure provando a trascriverle nei motori di ricerca scopriremo che dietro quelle frasi si celano identità insospettabili: Silvio Berlusconi, Adolf Hitler, Benito Mussolini, Iosif Stalin, Mao Tse-tung. Immediatamente ci sentiamo spiazzati, ammoniti e responsabilizzati: le parole, come i fatti, sono importanti».

Vanessa Viscogliosi, Big [cits], Tribenet, 19 agosto 2010. Link

20 agosto 2010


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19 agosto 2010

0433 (finExTRA) 19 agosto 2010----> WWW o WWC [56] Nichi Vendola batte Silvio Berlusconi su facebook

di Salvatore D'Agostino

Degli status di Nichi Vendola e Silvio Berlusconi ne avevo parlato qualche settimana fa.

Piace a 185.650 persone.

Piace a 227.620 persone.

Alle ore 11.45 di oggi:
  • Nichi Vendola piace a 227.337 in 26 giorni ha avuto un incremento di 41.687 mi piace;
  • Silvio Berlusconi piace a 227.092 in 25 giorni ha registrato un decremento di 528 mi piace.
Nichi Vendola piace più di Silvio Berlusconi almeno su Facebook.Valore economico blog.

19 agosto 2010

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18 agosto 2010

0432 (finExTRA) 18 agosto 2010----> WWW o WWC [55] Dal Wilfing ai Walled garden

di Salvatore D'Agostino


«This is not a trivial distinction. Over the past few years, one of the most important shifts in the digital world has been the move from the wide-open Web to semiclosed platforms that use the Internet for transport but not the browser for display. It’s driven primarily by the rise of the iPhone model of mobile computing, and it’s a world Google can’t crawl, one where HTML doesn’t rule. And it’s the world that consumers are increasingly choosing, not because they’re rejecting the idea of the Web but because these dedicated platforms often just work better or fit better into their lives (the screen comes to them, they don’t have to go to the screen). The fact that it’s easier for companies to make money on these platforms only cements the trend. Producers and consumers agree: The Web is not the culmination of the digital revolution».

Chris Anderson and Michael Wolff, The Web Is Dead. Long Live the Internet, Wired, 17 agosto 2010. Link

18 agosto 2010

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17 agosto 2010

0431 (finExTRA) 17 agosto 2010---> OTTIMISMO [19] Francesco Cossiga e la dottrina del bastone

di Salvatore D'Agostino


Il mio ultimo ricordo di Francesco Cossiga:

«D - Quali fatti dovrebbero seguire?

R - Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero Ministro dell'interno.

D – Ossia?

R - In primo luogo, lasciar perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito...

D - Gli universitari, invece?

R - Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città.

D - Dopo di che?

R - Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri.

D - Nel senso che...

R - Nel senso che le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano».

Salvatore D'Agostino, 0003 [SQUOLA] La dottrina del bastone?, Wilfing Architettura, 30 ottobre 2008. Link


17 agosto 2010

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12 agosto 2010

‎0430 (finExTRA) 12 agosto 2010----> IDENTITA’ ITALIANA [28] La Palermo felicissima secondo Ugo Rosa

di Salvatore D'Agostino



Stamattina ho ricevuto un commento da parte di Maurizio Zappalà -
0397 (finExTRA) 6 giugno 2010 ---> DIAFASIE [2] L’architettura non è più necessaria (Italo Rota) -:


«...esilarante ugo...va sempre oltre...piacevolmente oltre!
http://architettura.supereva.com/lanterna/20100805/index.htm».

Maurizio,
qui mi trovi empatico: «Il cialtrone arrogante è, infatti, spesso anche stupido e in questo consiste forse l'apporto autoctono (scrivo con cognizione di causa, da un luogo non lontanissimo da Palermo che per autonoma cialtroneria, arroganza e stupidità non è secondo a nessuno...)».
Meno sul linguaggio critico ammesso solo per Ugo Rosa.

«Sarà bene dirlo subito e con franchezza: detesto Palermo.
È un'antipatia di vecchia data che ho coltivato con diligenza fin dal primo anno di università e che, con il tempo, si è imbrunita acquistando una patina bronzea che, sinceramente, mi dispiacerebbe molto scalfire.
Ho un'età in cui le antipatie vanno coltivate con affetto, visto che invecchiando si tende a scivolare nelle fauci odiose di quel leviatano che viene giornalisticamente definito "ceto medio riflessivo" il quale, accarezzando le mezze tinte e limando indignazioni e antipatie, fagocita intelligenza e caca conformismo.
Oggi non detesto solamente l'ottusa, oleosa, opacità attuale di questa città, che ingoia qualsiasi lucentezza ne venga a contatto, ma ne trovo disprezzabile anche il ricordo.

[...]

Sarà per questo che il panormita presenta caratteristiche ibride mescolando (anche, probabilmente, per questioni genetiche) la cialtroneria levantina all'arroganza normanna.
Il colore dei suoi manufatti, inoltre, è spaventoso, almeno quanto la porosa sporcizia dei suoi vicoli.
Dell'odore preferisco non parlare.
Che i suoi abitanti se ne vadano in giro per panelle e sfincionello incuranti della mondezza che li sommerge e nella quale (a breve) affogheranno, non fa che confermare quanto appena detto.
Il cialtrone arrogante è, infatti, spesso anche stupido e in questo consiste forse l'apporto autoctono (scrivo con cognizione di causa, da un luogo non lontanissimo da Palermo che per autonoma cialtroneria, arroganza e stupidità non è secondo a nessuno...).
Tutte queste cose sono però divenute letteratura e, col tempo, mutate in altrettanti attestati di qualità per cui il turista va matto: gadget, articoli di consumo.
Immondizia, criminalità, traffico e corruzione sono ammennicoli, interessanti, lo ammetto, ma, per quel che mi riguarda, non decisivi; quello che di Palermo mi fa nausea è proprio la glassa: di ciò che c'è sotto s'interessino pure giornalisti, assistenti sociali, esperti di marketing e operatori culturali; a me basta quella.
Allora perché scrivere di un paio di progetti che, in fondo, non fanno altro che attestare il destino di una città e, silenziosamente, riproporne il carattere fatuo e dozzinale con un lezioso travestimento alla moda?
In effetti, i progetti in questione sarebbero, in sé, trascurabili, ma presentano caratteristiche tali da renderli rappresentativi.

Gli autori sono due architetti italiani quasi coetanei e, se non vado errato, discretamente noti: Flavio Albanese e Italo Rota.

[...]

Nella citazione di Laurana, da parte di Rota, e in quella di Carpintieri, da parte di Albanese, c'è, insomma, la stessa furbizia mercantile di chi vende perline ai selvaggi facendole luccicare al sole. Un atteggiamento colonialista che sarebbe il caso, mi pare, di rispedire al mittente: a Milano c/o Formigoni Roberto e Moratti Letizia, oppure, magari, direttamente al padrone della baracca che così "ghe pensa lù"».

Ugo Rosa, Palermo felicissima, Arch'it rubrica Lanterna magica, 5 agosto 2010. Link

12 agosto 2010

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0429 (finExTRA) 11 agosto 2010----> IN TV [1] L'Emilia senza la mafia sarebbe povera

di Salvatore D'Agostino

Link originale

«Inchiesta di Rainews24 sulle mafie a Modena perché la geografia di Gomorra cambia spostandosi sempre più verso il Nord ricco dove fare affari. Ma il procuratore della Repubblica di Modena, Vito Zincani, nei giorni scorsi era stato ancora più netto nella sua denuncia: se eliminassi il crimine, sarebbe un disastro finanziario».

Enzo Ciconte: «Nel mondo dell'edilizia, ormai, sta penetrando ampiamente la presenza mafiosa. In modo particolare dei casalesi a Modena, della 'ndrangheta a Reggio Emilia, a Parma, in altre realtà emiliane romagnole e del nord italia.
[...]
L'edilizia è il cavallo di troia delle penetrazioni. Perché non crea allarme sociale, nessuno se ne accorge e di difficile identificazione».

Flaviano Masella, Le mafie che ingrassano Modena, Inchiesta Rai news 24, 21 gennaio 2010. Link

11 agosto 2010

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10 agosto 2010

0428 (finExTRA) 10 agosto 2010----> WWW o WWC [54] Sul rapporto con il futuro

di Salvatore D'Agostino


GIUSEPPE GENNA
«Io credo, che diventare padri, significhi proprio, non solamente diventare responsabili di una prole, ma essere pronti allo scontro con una generazione che viene dopo. A tentare di essere maestri, ma non nel senso pedagogico per cui ‘ex cattedra’ noi diamo chissà quale sapere o scendiamo da chissà quale poltrona perché non ci siamo ancora seduti su nessuna poltrona. Significa invece avere un rapporto con il futuro. David Foster Wallace, a mio parere si uccide perché non sente più il rapporto con il futuro e credo che restituirci questa prospettiva di futuro e di rapporto fattivo, attivo e anche politico con il futuro sia in questo momento la massima responsabilità di un intellettuale, di un artista e di uno scrittore».

Servizio di Andrea Scartabelli: Giuseppe Genna, Restituiteci il futuro, CQ.com, 5 agosto 2010. Link
Partendo da una citazione di Wu Ming 1: Sulla necessità che noi ora si ci faccia padri. Link


ITALO CALVINO

«Intervistatore: Il rapporto tra padri e figli come potrà cambiare, cambierà?
Italo Calvino: Bisogna vedere che padri saranno.
Io credo che continuerà questa crisi di discontinuità tra le generazioni.
I padri sono sempre più insicuri su quello che devono insegnare o insegnano delle cose che praticamente non servono».

Vedi finExTRA
qui

JEAN-CLAUDE CARRIÈRE
«Nei mondi che definiamo primitivi, che non cambiano, i vecchi detengono il potere perché sono loro a trasmettere ai loro figli la conoscenza. Quando il mondo è in rivoluzione permanente, sono i figli che insegnano ai genitori l'elettronica. E i loro figli, cosa impareranno da loro?»

Jean-Claude Carrière e Umberto Eco, Non sperate di liberarvi dei libri, Bompiani, Milano, 2009, p. 58

10 agosto 2010

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9 agosto 2010

0427 (finExTRA) 9 agosto 2010 ---> IDENTITA’ ITALIANA [27] L'Italia è un paese del 'secondo mondo'

di Salvatore D'Agostino


«Se c’è una cosa che accomuna i nati in Italia dopo il 1970 è l’eccezionalità del contesto, e cioè il fatto di essere cresciuti in quello che – ultimo o penultimo invitato alla tavola delle grandi potenze democratiche – è diventato neanche troppo lentamente un paese del secondo mondo.
Bene, l’ho detto: “secondo mondo”, e con questo spero di aver contribuito a rompere il tabù di chi ritiene che l’uso di eufemismi quali “difficoltà” o “arretramento” abbia un valore apotropaico, o peggio ancora di chiunque voglia convincerci che seminando il vuoto a rendere dell’euforia fine a se stessa cresca l’albero della cuccagna. Capisco che sia dura da accettare per coloro che, sospinti dall’onda del vecchio boom sullo scranno di una qualche docenza universitaria, alta dirigenza, segreteria di partito, hanno scambiato col trascorrere degli anni la propria inamovibilità per autorevolezza, e dunque la putrefazione per progresso. È per questo che proprio non me la sento di dare l’onere di chiamare le cose col proprio nome alla generazione dei Tommaso Padoa-Schioppa – l’ex ministro figlio dell’amministratore delegato delle Assicurazioni Generali a cui solo un Edipo non risolto può avere suggerito un giorno la parola: “bamboccioni”.
In questo modo è più facile che le parole “secondo mondo” le possa pronunciare senza troppe crisi isteriche chi, come me, non aveva avuto il tempo di ricavarsi un posto al sole quando il vento ha iniziato a cambiare – chi, tanto per dirne una, ha frequentato un’università che di competitivo aveva ormai solo i bidelli che facevano a gara per chiederti una mancetta di cinquantamila lire dopo averti fotografato durante la sessione di laurea.

Nessuna università italiana tra le prime 100 secondo l’Academic Ranking of World Universities. Settantrateesimo posto alla voce libertà di stampa secondo il rapporto di Freedom House, dietro la repubblica presidenziale del Benin e in coabitazione con Tonga… Non continuerò con le classifiche. Troppe da elencare, troppo univoche, e perfino noiose: era solo per rendere il concetto; allo stesso modo non farò l’avvocato del diavolo che brandisce il vessillo del Pil pro-capite adeguato alla parità dei poteri d’acquisto (un dignitoso ventisettesimo posto nel 2009 secondo il Fmi, dietro Belgio, Francia, Spagna…) perché questi calcoli vivono sotto il ricatto di troppe variabili, e soprattutto perché ad esempio gli Emirati Arabi hanno un reddito pro capite che straccia il Regno Unito ma basterebbe spostarsi sul versante dei diritti umani per non definirli un paese del primo mondo.
Credo sia invece più interessante capire come mai per gli under 40 italiani di oggi un certo realismo richieda pochi sforzi e, contemporaneamente, sia anche la dura lezione appresa nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta. La definirei una questione di imprinting: difficile pensare di non vivere in uno dei paesi più corrotti dell’occidente se ti congedi dal liceo poco prima di Tangentopoli; così come è piuttosto complicato credere a uno Stato sovrano se dai il tuo primo esame all’università non quando esplode la bomba sull’autostrada Capaci-Palermo ma 57 giorni dopo, perché se il beneficio del dubbio poteva sopravvivere con molto sforzo alla morte di Falcone, la sua lapide è stata scritta in via d’Amelio. Faticoso, del resto, credere a una politica che favorisca meritocrazia e bene comune se – scontrandoti già da qualche anno col muro di gomma gerontocratico in campo lavorativo – hai assaporato l’insostenibile pesantezza della sospensione democratica in quel di Genova durante il G8 del 2001; e hai faticato a sostenere un deja-vu degno di Philip Dick quando il Ministro dell’interno di allora, costretto a dimettersi per aver definito “un rompicoglioni” una vittima delle Brigate rosse, si sia ri-dimesso non tanto per l’incredibile circostanza di non sapere chi gli aveva comprato casa ma per l’ancora più incredibile circostanza di essere stato nominato ministro un’altra volta».

Nicola Lagioia, Manifesto per autori under 40, Domenicale del Sole 24 ore, 8 agosto 2010. Link

9 agosto 2010

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8 agosto 2010

0426 (finExTRA) 8 agosto 2010----> WWW o WWC [53] Non sperate di liberarvi dei libri

di Salvatore D'Agostino


«In realtà la domanda se siamo arrivati al tramonto del libro è iniziata con l'avvento del personal computer (e fanno ormai trent'anni), tanto che alla fine Jean-Claude Carrière e io ci siamo stancati di rispondervi e abbiamo pubblicato una lunga conversazione intitolata provocatoriamente "Non sperate di liberarvi dei libri".

Sostenere un lungo avvenire per il libro non significa negare che certi testi di consultazione siano più comodi da trasportare su una tavoletta, che un presbite possa leggere meglio un giornale su un supporto elettronico dove può amplificare il corpo tipografico a piacere, che i nostri ragazzi possano evitare di inrachitirsi portando chili di carta nello zainetto. E neppure si vuole sostenere a ogni costo che per leggere "Guerra e pace" sotto l'ombrellone sia più comoda la forma-libro; io ne sono convinto, ma i gusti sono gusti, e auguro solo a chi ha gusti diversi di non incappare in una giornata di blackout. Ma la vera ragione per cui i libri avranno lunga vita è che abbiamo la prova che sopravvivono in ottima salute libri stampati più di cinquecento anni fa, e pergamene di duemila anni, mentre non abbiamo alcuna prova della durata di un supporto elettronico. Nel giro di trent'anni il disco floppy è stato sostituito dal dischetto rigido, questo dal dvd, il dvd dalla chiavetta, nessun computer è più in grado di leggere un floppy degli anni Ottanta e quindi non sappiamo se quanto c'era sopra sarebbe durato non dico mille anni ma almeno dieci. Quindi, meglio conservare la nostra memoria su carta.

Inoltre c'è una bella differenza tra toccare e sfogliare un libro fresco e odoroso di stampa e tenere in mano una chiavetta. Oppure tra ricuperare in cantina un testo di tanti anni fa che reca le nostre sottolineature e le nostre note a margine, facendoci rivivere antiche emozioni, e rileggere la stessa opera, in Times New Roman corpo 12, sullo schermo del computer. E anche ammesso che chi prova piaceri del genere sia una minoranza, su sei miliardi di abitanti del pianeta (ma saranno otto entro quindici anni), ci saranno abbastanza appassionati da sostenere un fiorente mercato del libro. E se poi usciranno dalle librerie e vivranno solo su Kindle o IPad i libri usa e getta, i best sellers da leggere in treno, gli orari ferroviari o le raccolte di barzellette su Totti o sui carabinieri, tanto meglio, tutta carta risparmiata.

[...]

Infine ricordiamo che mai, nel corso dei secoli, un nuovo mezzo ha sostituito totalmente il precedente. Neppure il maglio ha sostituito il martello. La fotografia non ha condannato a morte la pittura (se mai ha scoraggiato il ritratto il paesaggio e incoraggiato l'arte astratta), il cinema non ha ucciso la fotografia, la televisione non ha eliminato il cinema, il treno convive benissimo con auto ed aereo.

Dunque avremo una diarchia tra lettura su schermo e lettura su carta, e in ogni caso aumenterà in modo astronomico il numero delle persone che impareranno a leggere - visto che persino gli sms sono potenti strumenti di alfabetizzazione dei ripetenti. E, se aumenterà l'analfabetismo di ritorno nella vecchia Europa decadente e malthusiana, avremo miliardi di nuovi lettori in Asia e in Africa. E, per chi leggerà a cavalcioni del ramo di un albero nella foresta subtropicale, andrà sempre meglio un libro di carta che uno elettronico».

Umberto Eco, Non fate il funerale ai libri, L'Espresso, 5 agosto 2010. Link

8 agosto 2010

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