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20 agosto 2010

0434 (finExTRA) 20 agosto 2010---- > MI PIACE [16] Big [Cit.]

di Salvatore D'Agostino


Giuseppe,

non avevo capito il senso dei tuoi Big [Cit.].
Ti confesso, che avevo trovato banale - per non usare un intercalare siculo - la frase che mi avevi inviato attraverso Facebook “Lo scrittore è un ingegnere dell’anima” e conoscendo il festival UVAGRAPES mi ero concentrato sugli appuntamenti.

Perdonami, hai il diritto di denunciarmi per vilipendio all’intelligenza.
Saluti,
Salvatore D’Agostino

«Dalla parola tramandata a quella scritta. O meglio citata. Nell'epoca virtuale del copia e incolla è sempre più diffuso il ricorso alla citazione. Un comportamento linguistico sollecitato soprattutto dai nuovi strumenti di comunicazione, da Twitter a Facebook. Il cosiddetto sapere lento e astratto, costruttore di concetti e produttore di pensiero argomentato, è stato letteramente sbaragliato da una comunicazione/informazione fai da te, veloce e immediata. Sms, profili, bacheche, status: oggi più che mai la parola viaggia sul binario dell'aggiornamento on line. Una costante diffusione di informazioni private invade blog e social network, diari virtuali e di dominio pubblico, in cui la parola vieneconsumisticamente usurata, riprodotta, abusata. Anche quella citata. «La citazione è divenuta così popolare e democratica, che nella sua reiterazione compulsiva è divenuta una nuova declinazione dello spamming». Da questo cortocircuito crossmediale parte e si muove il progetto “Big [Cits]” di Giuseppe Parito, architetto e artista visivo, socio del noto studio mono | architetti di Catania. L'evento, un'anteprima della settima edizione del festival uvagrapes, ideato da Scenario Pubblico performing arts e organizzato quest'anno con l'AME Associazione Musicale Etnea, si mostrerà dal 16 agosto al 1 settembre 2010 sui cartelloni stradali di alcune città della Sicilia orientale. Uno spam visivo e a tinte colorate che disseminerà, nelle nostre caotiche vie cittadine, gli aforismi di cinque anonimi autori. «Il termine spamming» spiega Parito «è adattabile anche alla pubblicità da affissione e all’inquinamento da essa prodotto. I 6x3 sono ad una scala diversa il luogo del paesaggio dove le parole si vanificano l’un l‘altra, ma dove andrebbe maturato un diverso senso di responsabilità. Il paesaggio è l’unico “media” indisattivabile che pone l’osservatore in una condizione di crudele impotenza».
Ecco allora giganti messaggi off line, ragionamenti fugaci ma avveduti di ignoti personaggi, cinque riflessioni trasversali facilmente condivisibili, piccole verità a caratteri cubitali che piombano improvvisamente nel tran tran quotidiano e suggeriscono spunti di riflessione. «Le parole in determinati momenti possono essere dei fatti», indica saggiamente uno dei poster. Con “Big [Cits]” le parole diventano un accadimento, uno spazio fisico di incontro e scontro, una dimensione privata e collettiva, un luogo di transizione del pensiero e del dubbio. Non importa a chi appartengano, diventano nostre subito dopo averle lette. Eppure provando a trascriverle nei motori di ricerca scopriremo che dietro quelle frasi si celano identità insospettabili: Silvio Berlusconi, Adolf Hitler, Benito Mussolini, Iosif Stalin, Mao Tse-tung. Immediatamente ci sentiamo spiazzati, ammoniti e responsabilizzati: le parole, come i fatti, sono importanti».

Vanessa Viscogliosi, Big [cits], Tribenet, 19 agosto 2010. Link

20 agosto 2010


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15 settembre 2009

0045 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] Archinlab di Maurizio Caudullo

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Qui l’articolo introduttivo



Archinlab di Maurizio Caudullo

1 - Paolo Soleri.
A mio parere uno dei più “attuali” e non perché da un po' di tempo a questa parte, una certa sfera mediatica ha sfiorato la sua figura.
Dico Paolo Soleri perché ha sempre creduto in un'idea di architettura “diversa”, incurante della gloria che molte occasioni avrebbero potuto procurargli.
Soleri frequenta lo studio di F.L. Wright, ma si discosta dall’aura del maestro, pur riconoscendone l’ampia genialità.
Non costruisce nemmeno l’un percento di quanto fece il maestro di Taliesin, ma con le poche realizzazioni ho portato avanti un modello nuovo di architettura, che fonda nell’uomo le proprie radici, facendolo convergere con concetti sociali, psicologici ed ecologici.
Conia il concetto di Arcologia, un “concetto organico”, tornando quasi ad uno stadio primordiale di architettura, cercando di avere uno sfruttamento ecologico del luogo. Pensa a fitti ecosistemi urbani creati dall’uomo alla ricerca continua di un equilibrio con la natura, della quale ne studia e ne comprende la struttura.
Resta continuamente aperto all’aspetto tecnologico, cioè a tutti i processi evolutivi a cui l’uomo si sottopone.
In Arcosanti, Paolo Soleri riesce a creare questi sistemi, riuscendo a realizzare ciò che Yona Friedman definisce utopie Realizzabili.
Ma per capire Soleri, non bastano poche righe, bisognerebbe leggere quanto è riportato nei suoi quaderni, ed ammirare gli innumerevoli progetti riproposti sui suoi sketchbooks.

2 - Giuseppe Parito.
Giovane architetto catanese, socio fondatore dello studio associato Monoarchitetti.
Non conosco personalmente Giuseppe Parito, ma una certa curiosità verso la sua opera mi è sopraggiunta anche dopo che, quasi per caso ne sentii parlare da Roberto Zappalà nel corso di una lezione tenuta presso Scenario Pubblico a degli studenti catanesi. Zappalà non si occupa di architettura, bensì di danza. Lui lo spazio lo “configura” a modo suo. Nel corso della discussione, ci parlò di Parito con una certa ammirazione e rispetto sottolineandone un’idea di architettura aperta a contaminazioni provenienti da altre arti e di come lo stesso Parito partecipò con una certa “devozione” alla creazione di Scenario Pubblico, diventandone poi Art Director.
Ma al di là della conoscenza personale, quando si parla di architettura, bisogna principalmente focalizzare l’analisi sulle realizzazioni, dove la cura del dettaglio, della praticità e del “valore aggiunto”, la fanno da padrone.
Un’architettura che si fonda su una cultura situazionista, ricercando negli aspetti del sociale e realizzando per l’uomo lo spazio nel quale potersi esprimere.

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Leggi:

20 settembre 2005

BAR ATEI? BARIATE? ABITARE?

…a proposito sul futuro dell’abitare - PresS/Tletter n.28-2005 - articolo di Giuseppe Parito.

Bar Atei
Leggendo il suo articolo nel mio piccolo bar di periferia volevo accostare alla sua analisi un vecchio modo di dire: «non vi è migliore Architetto del Signor della Casa». Già Teofilo Gallaccini nel suo Trattato “Sopra gli errori degli Architetti”, nel XVIII secolo1 ammoniva sull’interpretazione funesta di questo «proverbio volgare», ritornando ai dati da lei citati, in Germania l’80% delle case private sono costruite senza l’intervento del progettista1 in Italia si può facilmente immaginare che la media sia più alta, quindi la robba-casa ha anche il suo capo costruttore (architetto).
Mi sono chiesto: ma qual è la casa “archetipo” per il “Signor della casa”? Francesco Dragosei immagina nel suo libro “Lo squalo e il grattacielo”3 di far «pensare una casa che non sia la casa in cui viviamo» e dalla sua indagine esce fuori una strana casa che non «abita il nostro continente»: libera senza barriera (al limite una staccionata) / prato / bici buttata in un angolo / altalena pendente da un grande albero / cassetta della posta con bandierina rossa / breve vialetto / casa monofamiliare massimo a due piani di legno bianca / finestre a ghigliottina / rivestimento di assicelle sovrapposte in embrice / porta a ribalta per l’auto / malloppo di giornale del mattino / porta bianca con oblò / soggiorno grande / divani a elle / lungo tappeto / tavolinetto basso / televisore ad angolo / lampada con poltrona comoda / cucina vasta / frigorifero immenso / davanzale con torta di mele / scala con pilastrini classicheggianti / stanze da letto ingombre di cose con trapunte fatte di toppe / bandierine triangolari / scrittoio a saracinesca / mazza da baseball / guantone enorme, a questo campionario bisogna aggiungere gli oggetti tecnologicamente avanzati dell’oggi.
L’architetto per poter “speculare” ha bisogno essenzialmente del committente “robba-casa” e già, in un primo approccio empatico con esso, deve dedurre le basi del suo intervento. Le linee programmatiche vengono dettate sempre dall’immaginario “archetipo” del “Signor della casa”.
In una seconda fase bisogna “fingere” (secondo l’etimologia latina fingo: costruire, creare, fabbricare, foggiare, modellare, scolpire, plasmare, figurare, rappresentare, trasformare, rinnovare, immaginare, supporre, credere, pensare) e schizzare una “fabbrica” che abbia un senso per chi la commissiona.
Infine un’ipotetica terza fase arredare (il vocabolario della crusca alla parola arredare indica: provvedere al necessario) implica uno sforzo notevole perché capire i limiti del “necessario” del futuro abitante è un compito ardito, disposto spesso a sacrificare lo spazio dell’eccellenza (se possiamo utilizzare questo termine) per qualche suo sogno “vitale”, non di rado prelevato dal campionario della quotidianità più prossima o televisiva (TV XXX, grande salotto di cristallo, cucina isola/penisola, bagno idromassaggio, tutto il finto rustico del piazzista ecc.) che diventa “essenzialmente” lo spazio del progetto, quindi il luogo della speculazione architettonica.

Ma il problema non risiede solo nel “committente”, ma anche in chi deve far circolare le idee, costoro (non tutti, ma i pochi esclusi non fanno “audience”, brutta parola ma rende meglio l’idea) occupano le stanze delle decisioni, ma sembrano perennemente distratti a:
- puntualizzare su ogni virgola, sui progetti degli “immigrati” (Cfr. Ara Pacis di Richard Meier, MAXXI di Zaha Hadid, GNAM di Diener & Diener, auditorium di Ravello di Oscar Niemeyer, nuova loggia degli Uffizi di Arata Isozaki, ecc.);
- scrivere una lettera ai presidenti della Repubblica/Consiglio “alquanto ambigua” sulla fase di stallo delle grandi opere in Italia e su una presunta invasione straniera;
- polverizzare le università di architettura e creare nuovi “impiegati-burocrati” senza nessun cenno alla ricerca;
- votare leggi di condono ogni volta che necessitano;
- costruire città banali e senza senso (perché è indubbio che i progetti vanno firmati dai tecnici e non dai committenti); ecc..
Da questo sembra che a quelli privi di audiotel (altra brutta parola, ma per assurdo sono quelli che decidono) non rimane che l’abuso per poter “fingere” di avere un mestiere con qualche valenza, per me questo è praticabile in due sensi: il primo è quello di uso comune; il secondo, quello auspicabile, è AB-(nella sua accezione latina “indica il luogo o la persona da cui si proviene o ci si allontana o ci si differenzia”)-USO. Negli stessi anni indicati da lei come “la stagione del futuro dell’abitare” Gianni Rodari annotava: «avevo in mente di tutto fuor che la scuola. […] Raccontavo ai bambini, un po’ per simpatia un po’ per la voglia di giocare, storie senza il minimo riferimento alla realtà né al buonsenso»4.
Ah! Dimenticavo come dice(va) Giorgio Gaber «non si fuma nella stanza del bambino» e per poter giocare con lo spazio c’è bisogno che BARIATE.
Abusivo.

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1Teofilo Gallacini, Trattato sopra gli errori degli architetti, Venezia, 1767. Edizione elettronica del 9 novembre 1999 sulla biblioteca on-line del sito LibroMania.it.
2Christian Schittich, Atlante delle case unifamiliari, Utet, Torino, 2002, p. 9.
3Francesco Dragosei, Lo squalo e il grattacielo. Miti e fantasmi dell'immaginario americano, Il mulino, Milano, 2002.
4Gianni Rodari, La grammatica della fantasia, Einaudi, Torino, 2001.