17 luglio 2009

0007 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] Gradozero di Davide Cavinato

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?

Qui l’articolo introduttivo



Gradozero di Davide Cavinato

Rispondo, non senza difficoltà (è il termine "noto" a disturbarmi...che vuol dire? Forse la questione è mal formulata):

- un architetto noto ancora in attività che apprezzo è
Alvaro Siza. A parte la bellezza preclara e indiscutibile di molte sue opere, è, a mio modo di vedere, perfetto interprete di quello che dovrebbe il nostro tempo, ossia innovare ricordando da dove veniamo, "uccidere il padre" per capire, in fondo in fondo, che siamo sempre suoi figli. Criticato a volte perché sin troppo manierista o citazionista, in realtà applica alla perfezione quello che io intendo per "decostruzione" in architettura nel suo senso più puro: analisi dei precedenti o del contesto, "s-montaggio", ricontestualizzazione e "ri-montaggio", nel senso ejzensteiniano del termine. Il tutto poi filtrato da una squisita sensibilità mediterranea che ne impreziosisce le architetture;

- architetti non noti, o perlomeno non al grandissimo pubblico, sono i veronesi Pontiroli e Ferrari di
Archingegno. Personalissimi e con uno stile elegante ed estremamente raffinato, sanno trattare gli elementi immateriali dell'architettura, come la luce, come pochissimi in Italia, realizzando ambienti figurativamente essenziali ma spazialmente ricchissimi.

Così in due righe. Dopo tante promesse comunque, la degenza forzata che mi costringe a casa causa crociato anteriore in questi giorni porterà alla riapertura spero definitiva del blog.

5 commenti:

  1. Davide,
    Roland Barthes nel suo ‘Grado zero’ rileva la realtà della forma che si emancipa dalla lingua e dallo stile nella letteratura contemporanea (Camus, Blanchot, Queneau).
    Sergej M. Ejzenstejn nel suo libro involontario ‘Lezioni di regia’, (poiché sono delle raccolte di appunti dei suoi allievi) spiega non lo s-montaggio ma l’arte del montaggio nella narrazione cinematografica. Il primo cinema di Hollywood deve molto alle sue idee
    La scrittura ‘grado zero’ e il ‘montaggio di una narrazione’ a mio avviso costituiscono la base di un progetto ‘diagrammatico’ ovvero la costruzione attraverso la decostruzione concettuale della lettura del luogo/logo. Logoarchitettura.

    Non conoscevo il gruppo Archingegno,come ho già detto dà forza alla mia inchiesta. Sul termine ‘noto’ ne possiamo discutere nel post introduttivo dell’inchiesta o attraverso i commenti dei vari post [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO].

    In sintesim il termine ‘noto’ è una palese provocazione.

    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

    P.S: In bocca al lupo per il tuo 'crociato anteriore'.

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  2. Se posso permettermi, considero Alvaro Siza incredibilmente sopravvalutato: il suo minimalista decontestualista, viene troppo spesso citato in causa quando si parla di buon accordo con il paesaggio: però in realtà non è vero ciò: lui non è un minimalista, ed il suo lavorare con la luce non è poi così virtuoso, anzi. C'è qualche sprezzatura, ma niente che non si possa osservare nell'architettura diffusa. In sostanza, un grande costruttore di residenze, prestato al mondo della museografia...

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  3. Davide Cavinato29 luglio 2009 21:03

    Scusate il ritardo...tra studio, fisioterapie e altre cose sono giorni frenetici.
    Dunque...

    @Salvatore: il concetto di logoarchitettura mi sembra assolutamente pregnante. Fino a che punto Siza ne sia realmente consapevole anche da un punto di vista teorico non lo so e forse non è così interessante ai fini di una critica architettonica, ma potrei citare decine di sue opere interpretabili in tal senso. Tengo a precisare comunque che il fatto che abbia citato Siza ha poco senso in sè, vale a dire che avrei potuto citare altri architetti ugualmente significativi per altri aspetti. Avrei potuto citare per esempio Eisenman, personaggio che personalmente stimo moltissimo e che ho avuto modo di frequentare a lungo nei miei studi, e che forse più e meglio di ogni altro ha affrontato e sviscerato il tema del linguaggio in architettura. Di sicuro Siza ha il merito di adre una trasposizione concreta e materica, vivibile e fruibile, di una questione che in Eisenman spesso e volentieri non è andata oltre alla carta, e quando lo ha fatto non sempre ha dato origine a esiti di pari dignità del processo mentale e diagrammatico che li ha generati.

    @Peja: sorvolando sul sopravvalutato o meno, il che è opinabile e quindi non ne verremmo fuori, faccio notare che proprio per quello che ho detto anche nella risposta a Salvatore, dire che in Siza non ci sia niente che non ci sia nell'architettura diffusa e che sia un grande costruttore di residenze prestato alla museografia sia la più grande conferma di quanto ho detto, oltre ad essere uno dei migliori complimenti che si possa fare ad un architetto. Chi ha detto che grande architettura debba essere per forza ricerca formale d'elite? Chi ha detto che grande architettura debba essere per forza landmark? E, di più, chi ha detto che landmark non possa essere anche con elementi meno nobili? E, alla fine, in tempi di crisi del mercato architettonico, dare una dimensione "famigliare", meglio "domestica", a grandi spazi pubblici, non potrebbe essere una soluzione per far scendere gli architetti dal loro piedistallo e dalle loro vesti sciamaniche per far capire alla gente che non siamo capaci solo di costruire grattacieli storti e ascensori sul Vittoriano, per non parlare di tutto il resto?

    Grazie delle risposte
    A presto

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  4. ---> Peja,
    non condivido, vi sono due opere interessanti di Siza il progetto per il padiglione Expo Lisbona 98’ in collaborazione con Cecil Balmond (importante l’elaborazione creativa/ingegneristica di quest’ultimo) e il museo ‘Museo Iberê Camargo’in Brasile'.
    Su Abitare n. 491 Renzo Piano parla di Siza in questi termini: «Quanto al loro posizione esatta, secondo me bisognerà dosarla (ndr si parla di finestre), le sposterete tre o quattro volte prima di trovare una soluzione. Io non ho mai saputo fare le finestre, mentre uno che è bravissimo è Alvaro Siza. E quando si parla con lui vi assicuro che dice le stesse cose, anche lui è uno che aspetta, uno che crede nella tecnica dell’attesa.»
    Sono le definizioni della critica nei confronti della sua architettura che non mi convincono, gli è stato attribuito di tutto de costruttivista, minimalista, architetto mediterraneo, io credo che sia un compositivo (inteso nel suo significato accademico) post moderno sofisticato.
    In Siza non c’è nessuna avanguardia è un professionista dell’architettura e in questo non ci vedo niente di male.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

    P.S.: non ti nascondo che anche le case di edilizia popolare alla Giudecca a Venezia e la piazza di Salemi non mi dispiacciono. Ovvio niente di sovversivo ma è proprio in questi progetti che noto un’interessante ribellione.

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  5. ---> Davide,
    condivido per Siza la definizione di Peja potrebbe essere solo un complimento.
    Condivido anche la chiosa finale l’architettura si deve porre una semplice domanda: «È successo! Adesso come dobbiamo ricominciare?»
    Mi dirai: che cosa è successo?
    Una devastazione del paesaggio esteriore/interiore da parte dello ¥€$.
    Per carità non occorre fare morale e neppure scadere nella retorica delle regole, occorrono altri strumenti, ma non saprei ancora indicarteli.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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