24 dicembre 2012

0013 [WILFING] Il metodo Kai-Uwe

di Salvatore D’Agostino

Il blog Brain pickings, secondo l’autrice inglese Maria Popova, è una raccolta disordinata di liste, appunti, note, libri per stimolare il cervello. Su Brain pickings si possono trovare gli undici comandamenti per una sana scrittura quotidiana di Henry Miller, gli otto suggerimenti su come scrivere una grande storia di Kurt Vonnegut, la lista di regole e tecniche per la prosa di Jack Kerouac, i sei suggerimenti per la scrittura di John Steinbeck o il decalogo su come allevare un bambino di Susan Sontag. 

Un blog che ha due caratteristiche appartenenti alla cultura del blogging anglosassone e statunitense: la prima è la cura della grafica affidata a un designer, in questo caso a Josh Boston, e la seconda è il guadagno, delle 450 ore mensili spese, grazie alle donazione dei lettori evitando così i banner pubblicitari. Due peculiarità che arricchiscono il mondo della cultura indipendente in questi paesi. 

A proposito di liste, con gli architetti senza tetto - che hanno da poco creato la rubrica ‘Decaloghi’ - ogni tanto ci abbiamo scherzato un po’ su, forse perché da disillusi italiani siamo schivi alle pratiche dei guru, alle regole definitive o alle liste di buon senso. E non so perché per quest’anno per augurarvi ‘un buon quello che volete’, ho pensato di riportare una lista chiamata il ‘metodo Kai-Uwe’, ovvero come diventare in poco tempo architetto globale come Biarke Ingels [vedi BIG].1

Stabilite voi se attuarla o meno, noi ci rileggiamo il prossimo anno: buon quello che volete.






The Kai-Uwe method

By Abitare, December-January, n. 528

Bjarke’s social ties are hyper-productive for BIG. The way he goes around the planet making connections and strengthening the ones that already exist is vital to the company. But he rides on a wave of enthusiasm that is only occasionally selective and he likes to put his faith in chance. Kai-Uwe Bergmann is there to tune up the motor of business development. 















Accumulate business cards
When Bjarke dumps the heap of business cards that he has collected on his travels in the studio, it's Kai-Uwe who sorts them out. What for Bjarke is a confused muddle is for him an inestimable resource. When Kai-Uwe joined BIG, in 2006, his trawl through Bjarke's memories and the traces of his chaotic "in-boxes" unearthed 200 good contacts: in the space of six years he has extended BIG’s list of useful addresses to 20,000.

Be friendly
Sometimes he feels like a marine, the first on the scene and the last to leave it. Often he's the one who makes the first contact with the client, and then who looks after him, making sure that he's listened to and kept an eye on, even at a personal level. He sends greetings on the appropriate, and also, and above all, e-mails that he might not be expecting. He keeps him informed about the movements of Bjarke and the BIGsters in case they come anywhere near the city in which he lives or works and keeps him up to speed on the group's latest exploits: in short, he does everything he can to make sure the clients don't jump ship.

Network
While at the most he can get in direct touch with ten people over the course of 24, Kai-Uwe has to make sure that there is an effective network of communication to spread BIG's message: "There's a role for the clients who praise you, for friends who pass the word on, but also for all the ex-BIGsters scattered around the world (around 300 at this pooint) who are familiar with the studio's culture and pass it on". He stays in contact with them all, keeping a wide-ranging group alive, while he uses social networks to the communicate with all those who are not part of the family in the strict sense.

Fly first class
For Whenever possible Kai-Uwe flies in business. He knows that this section of the plane houses the part of society that makes decisions, where potential clients can be found. He observes people, is as sociable as always, and if he can't find anyone to chat with, seeks inspiration in the magazines printed for this group of elite travellers: and considers ways for BIG projects to be included within their pages by the next issue ...

Never go to a trade fair alone
"There's a lot of confusion at a trade fair. The environment is exhausting in itself. Generally no one knows who you are, nor will they make any effort to find out. You have to arrange to be accompanied and introduced by other people: if you were to go around trying to sell yourself on your own, it would be a complete flop".

Capitalize on the lecture
A lecture gives Kai-Uwe, Bjarke or one of the other BIGsters the chance to win over 100 or 200 people at a time. "There's no better time or place than after a talk to meet potential clients".

Be selective 
Taking part in a competition is an excellent way of procuring work, but Kai-Uwe doesn't mince his words: "When they hear of a new competition architects often behave Like dogs in heat, becoming completely stupefied and ready to hump any leg they come across, without carrying out any research ... ". At BIG he tries to curb this animal-Like reaction. If the others don't do it, he'll be the one to make sure that a competition is worth considering and not just a waste of time and money.

Show off your awards
Many clients pay attention to the number of prizes won by the studio. If it were not for this fact, official marks of recognition, which often entail a waste of time and money, would not be of much interest to Kai-Uwe: "But we have to bear in mind the fact that BIG has so far built very Little: when competing with studios that have been around for years and have the construction of entire cities under their belt, even the glitter of the odd medal has a part to play".

3 dicembre 2012

0014 [POINTS DE VUE] Martino Di Silvestro | I sikh dell’agro pontino

di Salvatore D'Agostino
da leggere insieme l’intervista al sociologo Marco Omizzolo

La prima volta che Martino Di Silvestro ha fotografato i sikh dell'agro pontino era il 2004 quando, per puro caso, partecipa al corteo religioso che si svolge tutti gli anni nel mese di giugno a Sabaudia. La festa celebra il sacrificio del quinto divino sikh, considerato dai devoti un’incarnazione consapevole della grazia di Dio, Shri Guru Arjan Dev Ji. Da allora una o più volte all'anno ritorna in questi luoghi aggirandosi nei paraggi di un residence per la villeggiatura estiva mai abitato dai vacanzieri nei pressi di Bella Farnia.

L’indole mite dei sikh, l’assenza di diffidenza e la totale disposizione a lasciarsi ritrarre gli hanno offerto la possibilità di un atto fotografico lento e prolungato in controtendenza al suo consueto fotografare rapido quasi furtivo. 

I sikh, in queste fotografie, non costituiscono lo sfondo di un paesaggio ma sono il paesaggio che ogni giorno trasformano con il proprio lavoro e abitano dispersi nei mille anfratti abbandonati all'interno della pianura. I sikh sono terra. Una terra che racconta l’ennesima dura storia delle ‘terre di speranza’.














0034 [A-B USO] Marco Omizzolo | I sikh dell’agro pontino

di Salvatore D'Agostino
da leggere insieme il points de vue di Martino Di Silvestro

L’agro pontino dopo la bonifica integrale del 1926-1937 voluta dal regime fascista si è trasformato in una ricca terra di opportunità lavorative prima per le allora povere e sovraffollate regioni del nord soprattutto del Veneto ma anche del Friuli e dell'Emilia, in seguito nel dopoguerra, in concomitanza con lo sviluppo industriale dell’area, quando arrivarono i lavoratori dal sud: dall'Abruzzo, dalla Sicilia e in prevalenza dalla Campania. Negli anni novanta, dopo la crisi del settore industriale e l’investimento intensivo nell'agricoltura e nell'allevamento, si sono aggiunti i braccianti extra-europei provenienti dai paesi del Nordafrica e dell'Africa sub sahariana e dai paesi asiatici come l'India, il Pakistan e il Bangladesh, e si è insediata una grossa comunità di sikh del Punjab una regione posta a cavallo della frontiera tra India e Pakistan.

In questi decenni quindi questa ricca area geografica è stata una terra di opportunità per lavoratori provenienti da diverse province dell’Italia e dal mondo cambiando il paesaggio culturale e civico dell’agro pontino. Oggi queste differenti culture le vedi vivere e lavorare, con ruoli diversi, nei campi del pontino. Un territorio che ho voluto analizzare da una parte attraverso l’indagine diretta del sociologo Marco Omizzolo, che per due mesi ha lavorato insieme ai sikh ed è andato nel Punjab per capire meglio la loro cultura e dall'altra attraverso le fotografie di Martino Di Silvestro che da quasi dieci anni svolge una costante ricerca visiva su questo territorio.

Più che un’analisi definitiva di un paesaggio complesso come quello dell’agro pontino, ho pensato a due diverse modalità d’indagine diretta sul luogo: quella scritta e quella visiva. A seguire l’intervista a Marco Omizzolo e in questa pagina i points de vue di Martino di Silvestro.



29 novembre 2012

0057 [MONDOBLOG] Ai Weiwei il blog come un disegno

di Salvatore D'Agostino

Ai Weiwei quando inizia a scrivere il suo blog, offerto dalla società di pubblicità online per la Cina e le comunità globali cinesi SINA* nel gennaio del 2006, non sapeva niente della cultura blogger, gli è bastato poco tempo però per capire che non serviva interrogarsi sul buon uso del mezzo o sulla sua struttura, ma bastava rilanciare nei post tutta la sua energia e farsi trascinare dalla dinamica della nuova modalità di comunicazione. Grazie ai commenti e al passaparola dei link condivisi, il suo dialogo in rete è diventato un punto di riferimento per artisti, architetti, urbanisti, attivisti e soprattutto i cittadini cinesi.

Superato il primo periodo con post tra l’autoreferenziale e il mondo dell’arte, Ai Weiwei iniziò a raccontare ciò che molta stampa di regime non riferiva. Una narrazione compulsiva e quotidiana di ciò che vedeva con i propri occhi fatta sia d’immagini, attraverso la pubblicazione di centinaia di migliaia di foto, sia di parole. Il blog, da subito monitorato dal potente sistema di firewall cinese, fu indicato come politicamente scomodo ma Ai Weiwei, anche se ammonito dalla polizia, investì il novanta per cento delle sue energie, come dichiarato in un’intervista, su quelle pagine web diventando una voce di dissenso contro il potere cinese affiancandosi ai tanti blog simili esistenti in Cina.1 Il ventotto maggio 2009 dopo la pubblicazione della lista di 5.826 nomi di bambini morti nel terremoto del Sichuan del dodici maggio 2009 a causa delle scuole, come li definisce ‘fatte di tofu’ cioè costruite con materiali scadenti, il suo blog fu oscurato e incarcerato per ottantuno giorni. Il terremoto fu una tragedia immensa che i media cinesi nascosero per non disturbare l’imminente festa dell’inaugurazione dei giochi olimpici dell’otto agosto 2009.2

Una delle dinamiche più interessanti del suo quotidiano blogging è il personale lento cambiamento della pratica del disegno che da gesto manuale su carta è passato al blog come disegno, per capire meglio questo processo ho pensato di estrapolare dal libro di Hans Ulrich Obrist ‘Ai Weiwei Speaks’ edito in Italia dal Saggiatore3 le sue esperienze da blogger, eccole:

20 novembre 2012

0012 [WILFING] Un semplice web log

di Salvatore D'Agostino

L’undici agosto Lebbeus Woods scrive sul suo blog un post dove si scusa con i suoi lettori per non essere più costante a causa degli acciacchi di un’imprecisata malattia ed anche della scrittura di un nuovo libro. Il titolo del post ‘GOODBYE [sort of]’ riletto adesso dopo il 30 ottobre, il giorno della sua morte, rileva il suo velato addio [una sorta di]. Il suo ultimo saluto sintetizza l’esperienza più stimolante che un ‘web logger’ riceve nel condividere i suoi appunti:

«I must say that it has been a privilege to have communicated with so many bright and energetic readers. It has been a unique experience in my life that I will always value highly.Thank you for all you have given.* 
Devo dire che per me è stato un privilegio aver potuto comunicare con così tanti lettori brillanti ed energici. È stata un’esperienza unica, a cui ho sempre dato molta importanza. Grazie per tutto quello che mi avete dato.»1

Scorrere a ritroso i suoi post significa andare oltre il semplice atto di annotare o registrare che in inglese è tradotto con 'to log'. Il log, cioè prendere nota o registrare in una pagina Web per comunicare ad altri dei contenuti è l'idea originaria del Web. Da qui la nascita del termine Web Log, in seguito contratto in blog. Lebbeus Woods, con il suo blog dalla grafica da default wordpress, ci suggerisce che non serve aspettare il mondo dei media classici o strutturati per essere letti poiché basta un semplice Web blog.
«Non penso che essere “indipendenti” sia una cattiva scelta; – sostiene l’artista, architetto e attivista Ai Weiwei in un post scritto in un blog censurato dal governo cinese – significa che ti tratti bene e che non c’è niente che ti obblighi ad abbandonare il tuo punto di vista o il tuo buonsenso.»2




10 luglio 2012

0011 [WILFING] Una pausa prima di un’altra modernità

di Salvatore D’Agostino

   Dopo più di quattro anni ho deciso di prendermi una breve pausa per ritornare in autunno, almeno spero, con un Wilfing Architettura rinnovato sia nella grafica che nei contenuti. Durante questa sospensione estiva vorrei condividere con voi tre letture urbane, molto milanesi, che anticipano il prossimo percorso di Wilfing Architettura ovvero il pensiero di un’altra modernità.

2 luglio 2012

0033 [A-B USO] Marco Dezzi Bardeschi | L’architettura vive solo una volta

di Marco Dezzi Bardeschi1

   Sulla «Lettura» Luigi Prestinenza Puglisi2  ha voluto ricordare che il terremoto ci pone di fronte all’alternativa di massimizzare la permanenza dei beni architettonici colpiti e accettando un dialogo creativo tra antico e nuovo o – al contrario – inseguire l’impossibile, inattuale «effetto mummia» del ripristino, con l’ingenua illusione di rimuovere l’accaduto. Trovo sorprendente che alcuni ancora sostengono questa seconda posizione, persino coloro che dovrebbero conoscere a memoria l’articolo 29 del Codice del 2004 dove si definisce il restauro come  «l’intervento diretto sul bene, finalizzato alla conversazione della sua integrità materiale». Altri che regressivi ritorni allo stato quo ante! La grande cultura del restauro di Boito (1883) e quelle che le sono succedute, da Giovannoni (1931) a Gazzola/Pane (Venezia, 1964) per contrastare, nelle intenzioni e negli esiti i tragicomici pastiches delle ricostruzioni analogiche in stile a scapito dell’originale perduto. Questa cultura si è sempre mostrata critica contro il tradimento della Storia e della Memoria dello slogan «com’era, dov’era», coniato da Corrado Ricci a favore dell’equivoca ricostruzione à l’identique del campanile di san Marco a Venezia (1911). 

25 giugno 2012

0032 [A-B USO] Giacomo Leone | Paesaggi o paepazzi?

di Giacomo Leone 

   Credo che i grandi crimini urbanistici, operati durante le Sindacature catanesi dell’ultimo ventennio, siano i più gravi commessi dal tempo dello sventramento del S.Berillo. Il P.U.A., ove approvato, supererebbe ogni precedente. Gli show sui mass media etnei, a cadenza come “poste dolorose di un rosario”, assumono così l’aspetto della beffa. 

   Il consueto servilismo, a vantaggio degli arroganti e spietati saccheggiatori del nostro territorio, non ha tregua, come i silenzi, complici e omertosi o la resa incondizionata, degli organi di tutela: Sovrintendenze, Ordini, Autorità portuale, Ministero delle Finanze, Dogana, Capitaneria di Porto, Demanio (gestito e digerito dalla Regione) e delle associazioni culturali come Italia Nostra, IN/ARCH, I.N.U.: le tre scimmiette del non vedo, non sento, non parlo.

18 giugno 2012

0031 [A-B USO] Cristina Portolano | Storie dal C.E.P. village

di Salvatore D'Agostino  
«Con dei contadini, per esempio, a volte ho dubitato che sappiano che cosa è un paesaggio, un albero. Sì. Le sembrerà strano: ho fatto a volte delle passeggiate, ho accompagnato un fittavolo che andava a vendere le patate al mercato. Egli non aveva mai visto la Sainte-Victoire. Sanno che cosa è stato seminato qui, là, lungo la strada, che tempo farà domani, se la Sainte-Victoire è incapucciata oppure no, lo sentono dall’odore, come gli animali, come un cane sa che cosa è questo pezzo di pane, soltanto secondo i loro bisogni, ma che gli alberi siano verdi, e che questo verde è un albero, che questa terra è rossa e che questi rossi franosi sono colline, io non credo, realmente, che la maggior parte di loro lo sentano, lo sappiano, al di là del loro inconscio utilitario». Paul Cézanne1 
   Osservando l’Italia a piedi, ci potrebbero venire gli stessi dubbi di Paul Cézanne, chi abita le città forse non ha coscienza del proprio intorno urbano al di là dell’urgenza utilitaristica. La fumettista Cristina Portolano si è immersa in una delle tante città balneare nate in pochi anni dal nulla, ambientando le sue storie in un paesaggio usato secondo le necessità del momento. Mi sono fatto raccontare il motivo del suo errare in questi paesaggi.
Foto Giuseppe De Mattia

11 giugno 2012

…a proposito di città cresciute in fretta, trasformate per un evento e viste attraverso Instagram...

di Salvatore D’Agostino

 ...città cresciute in fretta,

   negli ultimi decenni le città italiane si sono trasformate radicalmente ma non tutte seguendo le stesse logiche urbane. Federico Zanfi insieme Arturo Lanzani e Chiara Merlini analizzeranno questo tema in una densa giornata d’incontri per mettere:
«a confronto alcune esplorazioni sul territorio che restituiscono la varietà delle forme dell’abbandono in diversi contesti insediativi, e alcune esperienze progettuali che tentano di definire nuove prospettive di intervento».
   Giovedì 14 giugno presso il Politecnico di Milano, Edificio Nave, via Bonardi 9, piano -1, Spazio Aperto. Sarà possibile seguire il dibattito attraverso le pagine facebook e twitter di Planum the Journal of Urbanism.
Foto di Stefano Graziani

7 giugno 2012

0030 [A-B USO] Mario Monicelli: ricostruire dov’era ma con nuovi architetti e nuovi materiali

di Salvatore D'Agostino 

   Mario Monicelli, dieci giorni prima di scegliere la morte, intervistato alla radio da Roberto Silvestri1 a proposito della sua partecipazione nel film documentario di Francesco Paolucci Crepati dentro. Voci per uscire dal silenzio dedicato al dopo terremoto dell’Aquila, con la grinta di un novantacinquenne, lancia un monito, che in questi giorni di nuove città che crollano echeggia attuale. Ho estrapolato l’intervento perché, da non tecnico, le sue osservazioni conservano lo spirito di chi non cristallizza il tempo ma lo respira.



4 giugno 2012

0013 [POINTS DE VUE] Michela Battaglia | Topografia della memoria


   Topografia della memoria è un progetto fotografico che ha come obiettivo la documentazione dei luoghi delle vittime innocenti della mafia nella provincia di Palermo. Il periodo storico preso in considerazione copre più di un secolo di fatti di cronaca: dal primo omicidio di mafia riconosciuto come tale, il delitto “eccellente” dell’ex sindaco di Palermo Emanuele Notarbartolo del 1 febbraio 1893,1 all’omicidio – oggi ancora oggetto di indagini da parte della magistratura – dell’avvocato penalista Vincenzo Fragalà bastonato a morte il 26 febbraio 2010.2

   Ho iniziato a immaginare questo progetto nel gennaio del 2010 in occasione dell’uscita del film d'animazione Giovanni e Paolo e il mistero dei pupi.3 Avevo 27 anni e l’amara consapevolezza che non solo la mafia esiste, come organizzazione e come mentalità, ma che le nuove generazioni sono complici della perdita di memoria di certi avvenimenti storici. È dal ricordo del sacrificio, spesso individuale, che credo sia necessario ripartire. L’elenco delle vittime è lungo e include politici, magistrati, poliziotti, uomini delle scorte, giornalisti, imprenditori, donne, bambini e gente comune che ha avuto la sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Avevo nove anni quando Falcone, Borsellino e le loro scorte saltarono in aria. È strano come funzioni la memoria: della strage di Capaci ho un ricordo nitidissimo, di Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani. Di via D’Amelio ricordo solo le parole del magistrato Caponnetto: «È finito tutto». Come spieghi a un bambino di nove anni che è finito tutto? Falcone e Borsellino sono solo l’apice di una lista troppo lunga e sconcertante di vittime. 

31 maggio 2012

0049 [SPECULAZIONE] Progettare senza limiti

di Fulvio Irace*  

All’archivio di Stato una rassegna sull’«architettura radicale» che negli anni Sessanta voleva rompere con la tradizione e incarnare la contestazione antiborghese. 




   Non ha tutti i torti chi ritiene che l’unico contributo italiano alle avanguardie del ‘900 sia stato il Futurismo. Per tutto il XX secolo la stessa parola – “avanguardia” – non è mai stata molto popolare da noi, soprattutto se riferita all’architettura, un’arte in cui ogni apertura al nuovo – dalla Metafisica alla Tendenza – ha più o meno conciso con un ritorno al passato. Al punto che, anche quando l’impulso a ricostruire il mondo si fece sentire l’urgenza di una febbre giovanile in un momento storico che ha radicalmente cambiato il paese, la cultura ufficiale ha reagito voltando le spalle e raggelandone ogni velleità in silenzio. 

   La scena naturalmente è quella degli anni 60, quando Londra era “swinging” e a Berkley, in California, Marcuse era il guru della rivolta studentesca. Sui muri di Parigi si invocava l’”immaginazione al potere” e a Firenze – destatasi per incanto dal dorato tramonto post brunelleschiano – due stimati “maestri” (Leonardo Savioli e Leonardo Ricci) aprivano inaspettatamente i loro corsi di progettazione ai nuovi temi proposti dagli studenti: dall’urbanistica integrata all’urbanistica del divertimento. 

   A Roma, di fronte al quartiere Coppedè, era da poco sorto il Piper: il tempio-icona della “beat generation” dove Patty Pravo e i Rokes si esibivano in una sala decorata da Warhol, Schifano e Manzoni. A londra, Cedric Price aveva lanciato il suo progetto più rivoluzionario: il Fun Palace, padre nobile del Beaubourg di Piano e Rogers, e rappresentazione di quell’impulso ludico alla creazione che Marcuse aveva posto alla base della sua critica alla società totalitaria in Eros e Civiltà. Per gli studenti fiorentini progettare il “Piper” significava dunque sperimentare lo spazio del coinvolgimento, scatenare le forze di quella guerriglia esistenziale con cui si credeva di rompere l’arido guscio dell’architettura professionale e tecnologica ed entrare in contatto con le forze più eversive della contestazione antiborghese. Andrea Branzi proponeva il Luna Park a Prato, Natalini il Palazzo dell’Arte a Firenze, Gianni Pettena incursioni artistiche sul Ponte Vecchio e sfide impossibili ad Arnolfo di Cambio. Si incontravano così nelle strade compagni inattesi come Ugo La Pietra che a Milano sperimentava i “gradi di libertà”, Riccardo Dalisi che nei bassifondi di Napoli anticipava l’architettura della partecipazione o Derossi/Strumm che a Torino affidava al “Fotoromanzo” le utopie delle lotte operaie, prima che queste di lì a poco degenerassero nelle regressioni armate degli anni di piombo. 

   Nasceva insomma l’”architettura radicale” (il termine fu coniato a posteriori da Germano Celant un po’ sulla scia dell’arte povera”) che il leader di Superstudio Natalini – definì un misto di: ironia, provocazione, paradosso, terrorismo, misticismo, umanesimo, patetico, di volta in volta adoperate secondo la nota strategica avanguardistica della “mossa del cavallo”!. Poi vennero Mendini – che giunto alla direzione di Casabella la trasformò nell’house organ del “radicalismo” internazionale - e l’argentino Emilio Ambasz che nel 1972 li trabordò tutti nelle sale del Moma di New York in una mostra memorabile intitolata «Italy: the domestic landscape». 

   Il paradosso però fu che l’agiografia concise con l’atto di morte: una celebrazione suntuosa che rilanciò l’Italia nel circuito internazionale, ma si lasciò dietro solo un grandioso cimitero cartaceo che ancor oggi affascina per la visionarietà di certe intuizioni (come il Monumento continuo, ad esempio, o la Non-stop City) che sono il testamento più vitale di un’inquietudine che la società italiana non seppe cogliere.

   «Velleità eversive» le definì Tafuri, esempi di «ironia che non sa ridere». La seriosità accademica e la censura politica (quella di sinistra naturalmente che era ben lungi dal dismettere la sua ossessione del “centralismo democratico”) ne fecero strage, lanciando l’anatema di una “dannatio memoriae” che di fatto condannava l’Italia a un autarchismo scambiato per culto del “genius loci”. Oggi, per il breve spazio di un mese, le ipotesi della «Radical City» tornano al centro di una mostra che è il fiore all’occhiello della seconda edizione di «Architettura in città»: un’occasione di riflettere su un progetto di modernizzazione incompiuto, per analizzare non solo le cause della disfatta, ma anche – e soprattutto – le ragioni di un grande successo internazionale. 

   Radical City, a cura di Emanuele Piccardo, Torino, Archivio di Stato. Dal 30 maggio al 30 giugno.  Catalogo Archphoto 2.0

31 maggio 2012
Intersezioni ---> SPECULAZIONE
__________________________________________
Note:
* Pubblicazione autorizzata dall'autore


28 maggio 2012

0007 [MEDIA CIVICO] La misura e il contorno a vasto respiro di Luciano Marabello

di Salvatore D’Agostino 

Prima di questo tweet: 
qui
non conoscevo il blog corpodellecose di Luciano Marabello. Un heresphere possente come scrive Hassan Bogdan Pautàs l’ho subito disturbato con po’ di mail.










24 maggio 2012

0010 [WILFING] Ci vediamo per le strade | See you in the streets

di Salvatore D’Agostino

«Koolhaas ha segnato un periodo, ma il dibattito non può essere egemonizzato dalle stesse persone che hanno dominato la comunicazione negli ultimi vent'anni. Non si può andare avanti nei modi ancora di recente utilizzati da Winy Maas degli MVRDV: a ogni problema corrisponde una soluzione che, naturalmente, si incarna in un progetto di architettura. Molto spesso la soluzione è non fare niente. Il progetto più bello degli ultimi anni forse è stato quello di Lacaton e Vassalle per il concorso di «abbellimento» di place Léon Aucoc a Bordeaux. Dopo avere frequentato il posto e parlato con i passanti e gli abitanti, proposero di lasciare tutto così com'era, al di là di qualche intervento di manutenzione, perché la piazza non aveva bisogno di miglioramenti». (Mirko Zardini)1


Domenico Di Siena, leggendo le recenti indignazioni, via media generalisti e web, sulle vicende legate alla Biennale di Venezia e al museo MAXXI, ha scritto un post Architettura, Italia . Lo spettacolo è finito! sul suo urbanohumano, ricordando come l'importante premio dell’European Prize for Urban Public Space - dedicato allo Spazio Pubblico - sia stato dato a un progetto spontaneo e collettivo quale l’accampata della Puerta del Sol, l’insieme di persone e tende che diede inizio, un anno fa, al movimento degli indignados, con la seguente motivazione:
«il premio ha voluto evidenziare i nuovi “ruoli” di molti giovani architetti che stanno sviluppando il proprio lavoro professionale ricercando nuovi formati, attraverso incarichi o auto-incarichi, nuove formule di collaborazione di gruppo o di collettivi, attivismo sociale e partecipazione pubblica, urbanistica di azione, nuovi mezzi di comunicazione applicati all’architettura, oltre ad una nuova sensibilità riguardante la costruzione».



21 maggio 2012

0006 [MEDIA CIVICO] Che cos’è la quisfera | l’heresphere?

di Salvatore D’Agostino 

Che cos'è la quisfera | l’heresphere? 

   Lo spiego riportando la definizione data da Hassan Bogdan Pautàs in un recente post dedicato all’uso letterario di Twitter - #Twitteratura? - dove ha ripreso e sintetizzato il neologismo quisfera | heresphere:
«Di fatto, noi oggi non abbiamo più a che fare con la blogosfera, per come la intendevamo alcuni anni fa. Noi oggi abbiamo a che fare con quella che Salvatore D’Agostino giustamente definisce Quisfera (Heresphere): è un luogo più ampio, che comprende sia il social web sia i blog, in cui il cittadino comincia a riappropriarsi di se stesso, a partire dalla sfera emotiva ed affettiva (Facebook, ma non solo), per poi farsi in alcuni casi vero e proprio medium civico (Twitter e i blog, ma non solo); il cittadino non si limita più a consumare cultura di massa dall’alto, principalmente attraverso la cattiva maestra televisiva; il cittadino ricomincia a produrne in proprio, di cultura, dal basso, all’interno di vere e proprie nicchie underground, diventando una sorta di disintermediario georeferenziato di se stesso».

15 maggio 2012

B-LOG | N.1

di Salvatore D’Agostino
febbraio 2011*

«B.log B. sta per B side, lato b e di poco valore, rarità e cose che non hanno mai visto la pubblicazione altrove. Si può leggere distrattamente come Blog». Cristian Farinella, 26 ottobre 2010
   L'atto di annotare o registrare in inglese è tradotto con 'to log'. Il log, cioè prendere nota o registrare in una pagina Web per comunicare ad altri dei contenuti è l’idea originaria del Web. Da qui la nascita del termine Web Log. Il B-LOG si lega al concetto di B-side e alla definizione degli appunti in rete Web log, prima di essere contratta in BLOG.

   B-LOG è una rivista di architettura che raccoglie, ridefinendoli, gli articoli postati in rete: il lato b di poco valore, rarità e cose che non hanno mai visto la pubblicazione altrove.

11 maggio 2012

0029 [A-B USO] Mauro Francesco Minervino | Statale 18 | Quarta parte

di Salvatore D’Agostino

prima, seconda e terza parte

«Mentre attraverso questo sud della città a nastro capisco anche perché posti così per essere raccontati non hanno più bisogno della penna eclettica dei viaggiatori stranieri o di quella molto meno alata degli inviati speciali. Le didascalie dei viaggiatori a cottimo degli inserti turistici, le rubriche estive dei giornali sono spazzatura. Nel contemporaneo Gran Tour di questa nuova miseria che si disegna sui bordi delle statali alle latitudini del sud si scrive, o si riscrive, fuor di letteratura e di apologo antropologico. Basta registrare lo sguardo riflesso dei luoghi». (Mauro Francesco Minervino)1

Mauro Francesco Minervino è un antropologo calabrese che non ha bisogno di andare lontano per le sue ricerche poiché il luogo dove vive e delle sue quotidiane osservazioni è la diciottesima statale italiana che da anni percorrere senza sosta. In fondo a sud, La Calabria brucia e Statale 18 sono i libri dove ha riportato le sue analisi, l’intervista che seguirà è divisa in più parti (, e ) poiché le risposte, ampie e dettagliate, meritano pause di riflessioni più che letture veloci senza area di sosta.


8 maggio 2012

0028 [A-B USO] Mauro Francesco Minervino | Statale 18 | Terza parte

di Salvatore D'Agostino
primaseconda e quarta parte
«Mentre attraverso questo sud della città a nastro capisco anche perché posti così per essere raccontati non hanno più bisogno della penna eclettica dei viaggiatori stranieri o di quella molto meno alata degli inviati speciali. Le didascalie dei viaggiatori a cottimo degli inserti turistici, le rubriche estive dei giornali sono spazzatura. Nel contemporaneo Gran Tour di questa nuova miseria che si disegna sui bordi delle statali alle latitudini del sud si scrive, o si riscrive, fuor di letteratura e di apologo antropologico. Basta registrare lo sguardo riflesso dei luoghi». (Mauro Francesco Minervino)1
Mauro Francesco Minervino è un antropologo calabrese che non ha bisogno di andare lontano per le sue ricerche poiché il luogo dove vive e delle sue quotidiane osservazioni è la diciottesima statale italiana che da anni percorrere senza sosta. In fondo a sud, La Calabria brucia e Statale 18 sono i libri dove ha riportato le sue analisi, l’intervista che seguirà è divisa in più parti ( e ) poiché le risposte, ampie e dettagliate, meritano pause di riflessioni più che letture veloci senza area di sosta.


3 maggio 2012

Folio

di Salvatore D’Agostino 

Alla fine del 2011 la SicilCima mi ha chiesto di curare il nuovo numero di Folio, il media cartaceo prodotto dalla stessa azienda che promuove in modo estemporaneo architettura, design, arte e cultura.
Il tema proposto era Intersections, il workshop di architettura e urban design,1 articolato intorno al rapporto tra la costa della città di Catania, il suo tessuto urbano e le sue infrastrutture, giunto alla seconda edizione e strutturato con la formula didattica che ha visto al lavoro sei gruppi di studenti e neolaureati coordinati da un architetto visiting e uno resident: Martin Ostermann (Berlin) - Zeroarchitetti (Roberto Forte e Andrea Guardo di Catania); João Antonio Ribeiro Ferreira Nunes (Lisboa) - Nicola Piazza (Palermo); Piero Bruno (Berlin) - Carlo Palazzolo (Siracusa); Gonçalo Byrne (Lisboa) - Gianfranco Gianfriddo (Siracusa); Luigi Snozzi (Locarno) - Emanuele Fidone (Siracusa); Giacomo Leone (Catania) e Giovanni Leone (Venezia). 
Ho accettato e scelto di lavorare insieme a CRILO (Cristian Farinella e Lorena Greco), cambiando l’impostazione generale del media (che è previsto modificabile secondo il tema e/o il curatore ospite), e scegliendo di caratterizzare il numero con due immagini di sintesi, una per lato.
La prima immagine spontanea, quasi immediata, che CRILO ha disegnato, è diventata la trama di Folio02: un muro.

21 aprile 2012

0027 [A-B USO] Mauro Francesco Minervino | Statale 18 | Seconda parte

di Salvatore D'Agostino
primaterza e quarta parte 
«Ci vuole il senso della bellezza per cancellare le brutture, per restituire integrità e incanto ai luoghi. Ci vuole la forza dell’immaginazione, che non basta mai. Che qui, in fondo a tutto, è la cosa più faticosa da salvare». (Mauro Francesco Minervino)1
Mauro Francesco Minervino è un antropologo calabrese che non ha bisogno di andare lontano per le sue ricerche poiché il luogo dove vive e delle sue quotidiane osservazioni è la diciottesima statale italiana che da anni percorrere senza sosta. In fondo a sud, La Calabria brucia e Statale 18 sono i libri dove ha riportato le sue analisi, l’intervista che seguirà è divisa in più parti ( e ) poiché le risposte, ampie e dettagliate, meritano pause di riflessioni più che letture veloci senza area di sosta.



12 aprile 2012

0026 [A-B USO] Mauro Francesco Minervino | Statale 18 | Prima parte

di Salvatore D'Agostino
seconda,  terza e quarta parte
«In soli 15 anni (fra il 1990 e il 2005) in Calabria sono stati edificati 269.560 ettari pari al 26,13 per cento dell’intero territorio regionale. [...] È sempre più chiaro che se non si inverte questo modello di “accumulazione primitiva” non si riuscirà a bloccare il degrado, non solo ambientale, della regione». (Mauro Francesco Minervino)1
Mauro Francesco Minervino è un antropologo calabrese che non ha bisogno di andare lontano per le sue ricerche poiché il luogo dove vive e delle sue quotidiane osservazioni è la diciottesima statale italiana che da anni percorrere senza sosta: «La mia vita spesso è un giro a vuoto. Il mio mondo un ago in un groviglio di strade».2

In fondo a sud, La Calabria brucia e Statale 183 sono i libri dove ha riportato le sue analisi, l’intervista che seguirà è divisa in più parti (,   e ) poiché le risposte, ampie e dettagliate, meritano pause di riflessioni più che letture veloci senza area di sosta.