Con l’ultima risposta di Giorgio Muratore si è conclusa l’inchiesta OLTRE IL SENSO DEL LUOGO dedicata ai blogger/architetti. Trovate il riepilogo qui dove i numeri rappresentano le citazioni, cliccando su di essi rintracciate l’autore del post. Dato la fretta e la densità dei post v’invito a lasciare dei commenti a posteriori. Qui l’articolo introduttivo. Qui tutti gli architetti citati nell’inchiesta. A presto l’epilogo, il data flow diagram e le vostre reazioni. BUONA LETTURA a ritroso.

domenica 8 novembre 2009

0004 [SQUOLA] La testa mi fa dire

Una riflessione sulla storia e sullo stato attuale dell’università di architettura italiana ma anche un ricordo di un allievo verso il suo maestro scomparso esattamente un anno fa: Antonio Quistelli

di Isidoro Pennisi
Ricercatore presso la facoltà di architettura di Reggio Calabria

La testa mi fa dire [1]

I contenuti di queste note si presterebbero a raccontare una lunga storia che non è compatibile, però, con gli spazi agili di una riflessione da offrire online. Una storia composta da vicende, esistenze, azioni, individuali e collettive. Da persone, soprattutto, che lungo un periodo di vent'anni, in varia maniera e secondo diverse specificità, hanno contribuito a trasformare i luoghi dove si tramanda la disciplina architettonica: le scuole d’architettura. Una brutta storia, purtroppo, anche se tipicamente umana. Vera come lo possono essere le storie in cui gli uomini e le donne, per porre in essere un avanzamento, possono anche fallire e determinare un arretramento. Una storia che è brutta, allora, solo perché il risultato finale della trasformazione cui si è mirato corrisponde, esattamente, al livello più basso mai raggiunto da queste scuole. Un livello nemmeno paragonabile a quello delle scuole che, fuoriuscendo da uno dei periodi più bui della nostra storia moderna, né ereditavano l’autoritarismo e le forme accademiche di trasmissione del pensiero. E’ però una storia istruttiva. Racconta di come non sia conseguente, automaticamente, ottenere dei risultati di valore dopo aver contestato e criticato una realtà previgente. Come non sia facile trasformare la realtà, aumentandone la qualità relativa, anche avendo la capacità e la fortuna di avere il tempo e le opportunità per farlo. Un’avvertenza di metodo. Organizzare dei discorsi d’ordine generazionale – che sono leciti ogni qual volta si analizzano fatti sociali anziché individuali - non vuole dire descrivere o analizzare tutte le singole parti di un insieme generazionale. Un profilo d’insieme, infatti, non è un’addizione. All’interno di una storia, allora, ognuno presta la schiena o il petto agli eventi, e non v’è bisogno – o non vi sarebbe la necessità – di verificare l’analisi generale utilizzando, come misura, la propria e personale esperienza: in bene e in male. [2]

Al principio degli anni ottanta, le scuole d’architettura avevano ormai superato ed elaborato le contraddittorie vicende che avevano caratterizzato il clima culturale e politico del Paese nel ventennio precedente. Quelle scuole e i suoi protagonisti, a quel punto, vivevano all’interno di una condizione ideale e aperta verso il futuro. Una condizione predisposta, soprattutto, a cogliere, didatticamente e culturalmente, le nuove dimensioni che nel reale davano forma effettiva al mestiere dell’architetto.

Nelle Facoltà di Architettura, chi le animava culturalmente percepiva, infatti, che la professione dell’architetto si era modificata e si stava modificando. Modificazioni di fatto, che erano intervenute in funzione dei mutamenti dei ruoli per i quali vi era – vi è, in misura diversa, ancora oggi - la possibilità di essere chiamati a operare all’interno di una precisa domanda sociale ed economica. Queste modificazioni di fatto e queste novità – anche tecnologiche – evidentemente richiedevano una eccezionale risposta che, in qualche maniera, avesse una sostanza di una vera e propria nuova fondazione.
La scuola di architettura italiana, però, non aveva mai, sino a quel momento, conosciuto fenomeni riformativi di tipo programmatico come quello della Bauhaus, ad esempio, in cui vengono dichiarati anticipatamente le tesi e gli strumenti di formazione e conoscenza. I nostri fenomeni di trasformazione della scuola, storicamente, sono sempre stati, soprattutto, una costruzione che muta, si adatta e si organizza, attraverso dei meccanismi impliciti e lineari. I processi critici di trasformazione dei contenuti che la caratterizzano in un dato momento, al fine di pervenire alla realizzazione di nuovi assetti, non si sono quasi mai manifestati attraverso una esplicita riformulazione di un progetto, o mediante un’espressa ricerca di nuove vie. Anche negli eventi del 1968, se vogliamo, non è presente alcun fatto dichiarato e organico di radicale rifondazione, se si esclude una certa retorica di principio. Una retorica che avrebbe avuto un senso, se fosse stata seguita da una razionale formalizzazione di un progetto che, al contrario, non ci fu, anche per l’incapacità, forse, dei suoi protagonisti. Più che gli ordinamenti, nel nostro caso, ciò che ha sempre contato è soprattutto il fisiologico ricambio generazionale, che trasforma non solo il profilo anagrafico dei protagonisti ma anche il punto di vista sulle questioni della scuola e dell’architettura italiana. Se dovessimo guardare, ad esempio, ai protagonisti delle generazioni che hanno preceduto quelli che hanno animato il periodo di cui stiamo parlando, dobbiamo dire che il cambiamento da loro prodotto, si è verificato proprio quando nel Secondo Dopo Guerra questi sostituirono coloro che avevano, in qualche maniera, collaborato a fornire le immagini desiderate dall’Italia nazionalista e imperialista degli anni trenta. Fu proprio la natura stessa e anagrafica dell’avvicendamento ad introdurre delle importanti novità sia nella scuola come nel mestiere. Un avvicendamento che avvenne senza processi o punti di rottura evidenti, se così si può dire. La continuità, in sostanza, in quel caso fu concepita come un valore. I protagonisti di queste nuove generazioni riconoscevano come maestri molti di quelli che andavano a sostituire, pur preparandosi a non reiterarne le scelte.

La scuola, al contrario, iniziò a cambiare seguendo le strade della discontinuità, solo negli anni sessanta e per via di ciò che avveniva all’esterno. Il cambiamento si accese nel momento in cui i problemi della città e delle procedure di trasformazione dell’ambiente urbano, cessarono di trovare un posto estemporaneo nei bagagli disciplinari individuali, diventando l’oggetto di sperimentazioni didattiche diffuse. Questo avvenne quando il problema della storia, ad esempio, diventò quello della conoscenza delle culture materiali e non solo delle emergenze più evidenti e, spesso, non rappresentative. Questo cambiamento iniziò verso la meta degli anni sessanta, ma non si era ancora concluso all’inizio degli anni ottanta. Dopo molti anni, quindi, per vari motivi che andrebbero prima o poi approfonditi, il reale portato storico di questa pretesa di cambiamento era ancora del tutto in gioco. Era in gioco, soprattutto, la possibilità di rinnovare il profilo didattico e conoscitivo delle strutture universitarie dove si apprendeva e insegnava l’Architettura. Un cambiamento che investiva la stessa definizione di manufatto architettonico e delle sue leggi costituenti. Questo processo, però, conteneva dei rischi. Tra questi, il più rilevante era quello di arrestare l’opera di riesame profondo, sia epistemologico che professionale, fermandosi in superficie; appena al di sotto di un livello d’astrazione ideale. Il rischio, se non ci si andava a confrontare e misurare con il sistema reale di cui l’oggetto architettonico è parte, era quello di approdare sulle spiagge suadenti dell’esercizio puramente verbale o estetico. Quello che era in gioco, in sostanza, era il mandato sociale del nostro mestiere, da ridefinire ed inserire nelle strutture didattiche. Senza la chiarezza di questo mandato, infatti, ogni espressione materiale diventa occasionale, ininfluente, inadeguata ad una realtà che, in questo senso, non sa come collocare un mestiere che influisce, al massimo, sulle proprie questioni interne. Senza un mandato sociale chiaro, non esiste evento o funzione che non si riduca, nel tempo, allo stato d’entità protetta, alla stessa maniera con cui alcune culture, una volta importanti, diventando marginali e residuali, vivono, da un certo punto in poi, in una riserva a esse destinate.

All’inizio degli anni ottanta, quindi, quando si trattava di portare a compimento l’opera di trasformazione delle scuole d’architettura, succede che all’interno di queste convivevano due ambiti generazionali diversi e distinti, anche se legati tra loro dal vincolo che unisce un maestro e un allievo. Uno andava esaurendo il proprio compito, mentre l’altro si preparava a sostituirlo pienamente. Il primo ambito generazionale si riconosceva ancora, pur vivendo e consumando la fase di esaurimento di un compito, nel tentativo di trasformazione che abbiamo prima tracciato. Un tentativo che intravedeva un fine in cui la definizione che avrebbe assunto l’architetto era quello dell’intellettuale organico - nel senso che Gramsci assegna a questo termine -. Una definizione che conteneva al suo interno la necessità, per l’architetto, di tracciare dei segni che fossero la conseguenza, in termini organici, delle dimensioni della realtà morfologica, sociale ed economica reale. Il fine delle trasformazioni della scuola che essi avevano provato a realizzare, in quel momento, era quindi quello di costruire un nuovo progetto didattico che avesse lo stesso spessore di questa realtà. [3] Il merito di quella generazione che andava ad esaurire fisiologicamente il proprio compito, quindi, era quello di aver dato carne e anima a questo processo di trasformazione, che in quel momento, però, non era assolutamente compiuto. Al momento della consegna del testimone, quando un secondo e più giovane ambito generazionale andava sostituendo quello precedente, avveniva, però, che all’esterno della scuola, i principali architetti di questa nuova generazione discutevano e nutrivano il dibattito, come si diceva, proprio sul rifiuto, più o meno esplicito, di questa concezione organica lasciata in eredità dai loro maestri. Un rifiuto che questa generazione, che si apprestava a guidare i processi formativi e di trasmissione del sapere architettonico, si proponeva d’introdurre, in modo programmatico, proprio nella scuola.

La struttura didattica che questi ultimi ereditavano, quindi, era stata costruita per formare uno sperimentatore abituato ad affermare il proprio ruolo di fronte all’intero processo edilizio, in cui la città, l’edificio, gli oggetti, assumevano una consistenza di forma che necessitava di una medesima coscienza metodologica, in cui la volontà creativa fosse organica al materiale da trasformare. Questa nuova generazione che prendeva le redini delle Facoltà d’Architettura, al contrario, si apprestava a modificare questo approccio. Non è un caso, allora, che verso la metà degli anni ottanta, quando oramai l’avvicendamento generazionale era stato completato, il dibattito architettonico, soprattutto italiano, trovava alcuni minimi comuni denominatori evidenti: il recupero della tradizione costruttiva, della storia, del disegno, del progetto, tutti intesi in senso volutamente tautologico. Un dibattito in cui era chiaro, che dietro il soggetto di un recupero dello specifico disciplinare - come si affermava – più che altro andava in scena proprio un senso di legittimo rifiuto di un’idea organica dell’architetto e dell’architettura.

E’ in quel momento cruciale, e nella saldatura tra idee e responsabilità di governo delle Facoltà d’Architettura, che nasce il disegno di riforma più incisivo e radicale degli ordinamenti delle scuole d’architettura del dopoguerra, che avrà il suo sfogo legislativo agli inizi degli anni novanta. Anni in cui si ritrovano, nei punti nevralgici di direzione organizzativa, politica e culturale, delle Facoltà d’Architettura, un insieme di docenti e architetti che individuarono, legittimamente, i punti salienti di una lettura critica sullo stato della disciplina e della professione. Dei punti che andavano dagli effetti negativi prodotti dall’introduzione, nello specifico tradizionale della disciplina, d’ambiti scientifici e conoscitivi diversi ed inediti, alla conseguente contaminazione del corpus storico disciplinare dell’architettura. Sotto accusa, soprattutto, furono le introduzioni legate al problema della città e dell’urbanistica, alle questioni riferibili alle dimensioni sociali ed economiche, sino a una diversa maniera d’intendere la storia. Introduzioni fallimentari: questa fu la sentenza di allora. Quelle nuove dimensioni disciplinari non solo erano inutili, ma toglievano tempo ed energie alla centralità dell’addestramento progettuale che, invece, doveva tornare ad essere nodale. Questo tipo d’analisi, elaborata dai giovani protagonisti dell’epoca, anche se legittima, tendeva però, più che altro, ad elaborare una maniera utile a chiudere definitivamente il rapporto diretto e indiretto con i loro maestri. Questa elaborazione li portò a richiamare in servizio, quindi, un bagaglio evidentemente inattuale. Oggi è del tutto evidente, infatti, che richiamarsi in maniera troppo semplicistica all’autonomia disciplinare, alla specificità dell’architettura, senza dire nulla di chiaro su che cosa siano l’una e l’altra cosa, o su quali condizioni ponevano in quel momento, e indicando, semplicemente, il sentiero di una tradizione perduta in un attimo di follia collettiva, ritrovata dopo la fine del “proibizionismo moderno” , fu un’operazione umorale più che intellettuale, anche se, ad onor del vero, del tutto onesta e disinteressata. Attraverso le lenti di questo recupero nostalgico di una realtà che non era più, fu messa però sul tappeto una questione del progetto che, posta nel modo in cui fu posta, più generica non avrebbe potuto essere. Il progetto d’architettura, infatti, nella realtà storica di sempre, è l’essenziale momento di sintesi di conoscenze specifiche e d’abilità pratiche, che hanno la necessità, però, di trovare un loro punto d’equilibrio all’interno di una planimetria precisa di conoscenze. Senza interrogarsi continuamente sulla natura di questa planimetria, e senza riconoscerne i nuovi elementi e le diverse dimensioni, evocare la centralità del progetto è solo uno dei modi più comuni per proferire una delle più semplici parole d’ordine.

La radicale riforma degli ordinamenti didattici delle Facoltà di Architettura introdotta all’inizio degli anni novanta, quindi, provava a tradurre in pratica i risultati di questo processo critico utilizzando una riscrittura di questi ordinamenti nel frattempo divenuti necessari, dal punto di vista legislativo, in funzione dell’emanazione di una Direttiva Europea, che aveva per oggetto proprio le scuole e gli studi di architettura. [4] Non è un caso, allora, che furono soprattutto tre le novità di questa riforma: l’introduzione di alcune inedite condizioni di lavoro didattico – il Laboratorio di Progettazione e i Corsi Integrati – ed un nuovo dimensionamento dei pesi e degli equilibri tra le diverse componenti disciplinari, insieme ad un netto aumento del carico didattico complessivo. Cos’è un Laboratorio? E’ una struttura didattica composita, dove far convergere diverse discipline - di cui una caratterizzante e altre di supporto - da sintetizzare nell’esercizio della progettazione. Apparentemente una conquista: un traguardo del tutto condivisibile. Quali, però, i problemi? Il primo è stato il confondere la scala e il significato del risultato che si voleva raggiungere, con la sua reale fattibilità. Una fattibilità che gravava interamente sull’adeguatezza degli interpreti di questo nuovo progetto didattico. Una cosa, infatti, è l’apprendimento del mestiere all’interno dei processi di partecipazione di un allievo con un maestro - o con una persona di maggiore esperienza – nel mentre si opera insieme sul progetto. Dei momenti in cui l’allievo ruba, assimila, apprende, gli aspetti pratici, le procedure analitiche e le risposte sintetiche di un progetto, nello stesso momento in cui, insieme, si produce uno sforzo progettuale. Altra cosa è trasferire le azioni d’apprendimento, il tempo da utilizzare per fare pratica progettuale individuale, spesso faticosa e ripetuta, da un comodo habitat privato in uno scomodo spazio di un’aula universitaria, senza modificare le relazioni e i rapporti tra allievo e docente. È chiaro che i due casi non sono la stessa cosa. Nel primo caso, infatti, siamo di fronte ad una delle più antiche e ideali forme di trasmissione del pensiero e del fare architettonico - ancora valido, io credo - mentre nel secondo caso, l’unica differenza è il luogo dove si svolge il lavoro di apprendimento, che comunque rimane identico a quello che ci si prefiggeva di modificare. O si riesce a trasferire nella scuola, quindi, non solo lo spirito che impregna questa antica modalità di trasferimento delle conoscenze dell’architettura, ma anche la situazione reale e ottimale all’interno della quale si svolge il lavoro - e questo è tutto da vedere - oppure, ciò che rimane è un puro velleitarismo. L’istituto dei Laboratori, quindi, soprattutto nella loro applicazione, ha contribuito ad una maggiore disarticolazione disciplinare, ottenuta attraverso una maggiore atomizzazione dei singoli contributi. Attraverso un utilizzo non sostanziale ma strumentale dei Laboratori, si è prodotto un processo di proliferazione di sub discipline che, lentamente, hanno costituito, anche in chiave accademica, una sorta di federalismo della didattica, se così possiamo definirlo, in cui dei successivi e ripetuti livelli di frammentazione hanno trasformato un corpus unico, ma articolato e relazionato, in tante parti senza alcun significato culturale ed epistemologico. La seconda questione, fu la scelta e il peso dei contributi disciplinari articolati all’interno di quella organizzazione didattica, e insieme la quantità di tempo da utilizzare per svolgere l’offerta didattica. La riformulazione dei pesi assegnati alle diverse parti che compongono il curriculum disciplinare, ha lasciato all’esterno, o ha reso marginali, alcune dimensioni importanti del sapere di un architetto che vive e opera in questo tempo. Questa marginalità - in alcuni casi l’espulsione - d’aspetti culturali del sapere, è stata prodotta attraverso una scrematura degli insegnamenti, ricondotti a subordinazioni rispetto a principi non verificati. La dimensione urbana, soprattutto, ma anche lo stretto legame esistente tra processi d’ideazione, la progettazione architettonica e la trama effettiva dei fenomeni complessi che ordinano il reale – le questioni legislative, economiche, sociali, storiche e culturali, dell’arte come della tecnica - non hanno più un posto chiaro e deputato nei piani di studio.

Questo tentativo, onesto e oggettivamente finalizzato a dare un assetto moderno ma radicato nella tradizione alle nostre Scuole di Architettura, si è quindi infranto, credo, proprio contro l’incapacità degli interpreti nel dargli un anima e una prassi realistica. Un tentativo, e arriviamo ad oggi, che, anche in questo caso, era ancora in piena sperimentazione quando, all’inizio del primo decennio di questo secolo, ha dovuto confrontarsi con la riforma complessiva degli ordinamenti universitari italiani. Un confronto che si poteva anche evitare, però, visto che la riforma stessa, realisticamente, permetteva ad alcune Facoltà, tra le quali quelle di Architettura, di mantenere inalterati, negli aspetti principali, gli assetti didattici previgenti, per via del fatto che questi, in alcuni casi, erano stati già riformati in funzione di Direttive Europee specifiche che non collimavano con le caratteristiche fondamentali e generali di questa riforma. [5] Ogni Facoltà diede vita, al contrario, ad uno smantellamento dell’assetto formativo unitario in essere, che fu sostituito da una miriade di Corsi di Studio, differenti tra di loro e nati in funzione delle scelte autonome delle diverse sedi universitarie. Queste differenze erano di tipo organizzativo – i Laboratori, ad esempio, vennero interpretati nuovamente secondo logiche molto diverse tra di loro – di tipo qualitativo – i piani di studio contenevano discipline molto diverse tra sede e sede – e soprattutto quantitativo – il carico didattico era diventato un fattore del tutto soggettivo e variava non solo da sede in sede ma anche da anno in anno, e il numero delle discipline inserite nei piani di studio erano completamente diverse in base alla Facoltà –.

Questo percorso ultrariformatore, condotto senza alcun coordinamento nazionale e in piena autonomia, ha portato le diverse sedi a scegliere ognuna un percorso diverso, prefigurando, così, tante vie per uno stesso obbiettivo; tante prassi per uno stesso mestiere, per un identico sapere da trasferire e per una stessa struttura di conoscenze da formare. Un processo riformatore che è avvenuto, anche in questo caso, all’interno di un nuovo avvicendamento generazionale, tutt’ora in corso, e nel pieno di una mutazione abbastanza intensa di quasi tutti i principali fattori epistemologici, imposta dal timing della così detta rivoluzione informatica e tecnologica. Nuovi strumenti di disegno e prefigurazione del progetto, nuovi sistemi costruttivi, nuovi materiali, impongono ripensamenti e soluzioni di continuità che, tutt’ora, non solo non hanno trovato un quadro strategico culturale di tipo storico, ma, in maniera determinante, hanno impattato sulle nostre Facoltà trovando al suo interno un quadro dirigente, organizzativo e culturale, probabilmente non commisurato a questo compito, che rimane tutt’ora smisurato ma non aggirabile.

Da dove aggredire, in conclusione, il quadro problematico e storico che si è provato a tracciare, per inserire dei livelli di ragionevolezza e buon senso nelle nostre strutture di trasferimento e formazione del sapere architettonico? Crediamo, ancora oggi, che la natura della metodologia che deve caratterizzare le nostre scuole non può adattarsi, soprattutto nel profilo generale dei processi di costruzione di conoscenza, alle logiche delle scienze esatte. Questo è un limite, da una parte, ma è pure il dato di fondo della nostra identità e della nostra legittimità. I nostri studi non possono partire da modelli matematici e dalla loro sostanza astratta. Per chi usa questa strada, la realtà e la sua capacità di risposte finite, si identificano all’interno della stabilità e l'ordine dei principi. Noi siamo obbligati ad evolvere e a formarci all’interno di un percorso del tutto diverso. Noi costruiamo le nostre astrazioni, ordinando la realtà in un sistema diverso di informazioni. È un cammino verso la coscienza, come ricorda Antonio Quistelli, [6] in cui non si procede da leggi date per risolversi, attraverso di esse, in un controllo del mondo fisico. Cosa possiamo ragionevolmente dire, allora, agli studenti che in questo momento e in questa situazione provano a vivere questa avventura formativa? Vorremo farlo dire ad Antonio Quistelli, che fu Preside di una Facoltà di Architettura e Rettore di un Ateneo, esattamente ad un anno dalla sua scomparsa. Una maniera per ricordarlo, in parte, ma anche per evocare delle riflessioni che riteniamo ancora oggi del tutto valide e buone per riabilitare, nel tempo, le nostre scuole di Architettura.

“A chi volesse fare l'architetto bisognerebbe chiedere e dire: ebbene, sapete disegnare? Può essere importante: il disegno sarà una lingua che dovrete conoscere. Pensate di saper attingere all'immaginario e insieme praticare la concretezza? E' importante. Siete in grado di dare a voi stessi l'autonomia della vostra soggettività e servirvene per interpretare la collettività? Le vostre mani sanno fare le cose? Riuscite a vedere gli uomini dietro i segni del mondo materiale e credere che valga la pena di porre voi stessi e le vostre capacità al loro servizio? Forse, se è così, potete pensare di avventurarvi in un mondo che potrà conquistarvi, ma non sempre compensarvi." [7]

8 novembre 2009

Intersezioni --->SQUOLA

Come usare WA ---------------------------------------------------Cos'è WA

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[1] Come ricorda Marcello Sorgi in una sua intervista ad Andrea Camilleri (da l titolo “La testa ci fa dire”, Edizioni Sellerio) questa espressione è tipicamente siciliana e ha lo stesso significato di “presagire”, oppure, di “avere paura che una cosa sia un certo modo”. La cosa che colpisce, è che in Sicilia, anche quando si esprime un parere derivante più da un istinto o da un sentire che da un ragionamento, la testa e il pensare rimangono, comunque, il veicolo principale con cui questo parere lo si elabora e lo si esprime.

[2] Generalizzare è una cosa umanamente disdicevole. Chi però vuole fare una analisi che riguarda dei fenomeni sociali e del tutto generali, non ha altra scelta che quella di generalizzare. Si può pretendere, infatti, da una analisi, che si prendano in considerazioni le persone una ad una? Oppure è il fenomeno che tutte insieme producono ad essere rilevante? Le storie personali sono sempre diverse. Pur tuttavia, se analisi deve essere non può che riguardare l’intero corpo e la fisiologia completa di un organismo. Nella storia, diversamente che nel campo giuridico, dove sono state e sono una forzatura, esistono realmente le responsabilità associative. Bisogna allora imparare a prendersele tutte queste responsabilità, anche quando, in buona fede, non ci si riconosce nei risultati e nella maniera con cui è stata condotta collegialmente una vicenda.

[3] Valga per tutti, come esempio, solo per ricordare le due figure che più di tutte hanno messo al centro del loro lavoro di docenti una riflessione organica sulle scuole di Architettura, l’opera portata avanti, in questo senso, sia da Saverio Muratori che da Adalberto Libera, su cui sarebbe meglio tornare a riflettere.

[4] Su questa Direttiva si è molto speculato, dando ad essa una valenza sproporzionata rispetto ai suoi reali contenuti. A leggerla con attenzione, si nota che le questioni fondamentali si riducono a due: un elenco di dieci punti programmatici di tipo culturale e professionale sui quali basarsi nell’organizzare gli ordinamenti delle Facoltà di Architettura in Europa e un tetto minimo di anni – quattro – riguardo alla durata di un percorso di studi riconosciuto da tutti i Paesi membri dell’Unione Europea.

[5] Nonostante tutto, le Facoltà di Architettura modellarono la loro offerta didattica fondamentale – quella destinata a formare Architetti – secondo la destrutturazione in due livelli del percorso di studi, dimenticando che la Direttiva Europea in questione non ammetteva titoli di architetto conseguiti attraverso un percorso di studi composto da almeno quattro anni. Questa operazione, svolta secondo logiche del tutto arbitrarie e con profonde differenze tra le diverse sedi universitarie, ha portato in poco tempo a disegnare un quadro didattico del tutto difforme rispetto ad altre realtà europee, da una parte, e a rendere assolutamente non credibile l’idea che ci fosse una idea di formazione dell’architetto in qualche maniera comune e condivisa all’interno della cultura accademica e professionale italiana.

[6] “A ragione siamo posti al limite di quell'ambito che viene ancora detto umanistico, se con questo si intende qualcosa che pone la sua centralità nella coscienza; che pone la sua centralità nella costruzione di una responsabilità morale una volta che si è preteso il privilegio di assumere la propria soggettività (la propria coscienza collettivo-soggettiva) come riferimento, come "metro”, come giudice della qualità delle relazioni che impariamo a riconoscere, dalle interazioni che osserviamo.”

[7] Il brano è tratto da un intervento svolto da Antonio Quistelli nel 1989, durante le attività di orientamento organizzate dall’Università degli Studi di Lecce.

martedì 3 novembre 2009

0001 [CON GIUSTIZIA] Città a crescita zero

di Salvatore D'Agostino

Colloquio con Domenico Finiguerra sindaco di Cassinetta di Lugagnano in Provincia di Milano autore del primo 'Piano Strutturale Comunale' a crescita zero in Italia.

Salvatore D'Agostino: Nel 2005 si sono stimati in Italia 10,9 milioni di edifici a uso abitativo e 1,9 milioni di edifici aventi altre funzioni (tot 12,8 milioni) dati ISTAT [1].
  • 12,8 milioni di edifici realizzati cronologicamente: il 19,2 % realizzato prima del 1919 ovvero 2.457.000 edifici per 38.000.000 di abitanti (1921)
  • il 12,3% tra il 1920 e il 1945, ovvero in 25 anni sono stati cotruiti 1.574.000 edifici per un aumento demografico pari a 10.000.000 abitanti (1951)il 50% tra il 1946 e il 1981 ovvero in 35 anni 6.400.000 edifici nuovi per un aumento demografico pari a 8.500.000 abitanti (1981)
  • l'11,5% realizzato tra il 1982 e il 1991 ovvero in 9 anni 1.472.000 edifici per un aumento demografico pari a 250.000 abitanti (1991)
  • il 7% realizzato dal 1992 al 2005 quindi in 13 anni 896.000 edifici per un aumento demografico pari a 1.750.000 abitanti (2005)
Di cui 1.300.000 abitazioni non utilizzate con oltre 80.000 edifici rurali (CENSIS 2003) [2]
L'agenzia del territorio sta aggiornando le mappe catastali e, con l'ausilio delle fotoidentificazioni e la banca dati nel gennaio del 2008, ha reso noto un primo parziale risultato sui 4.238 comuni censiti (su 8100 in totale) sono stati scoperti 1.247.584 di abitazioni non accatastati. [3]
Nel 2002 sei diventato sindaco del comune di Cassinetta di Lugagnano con una semplice ma chiara idea: «Qui si fa un programma urbanistico a crescita zero, si recupera quello che c'è, si cresce si ma solo all'interno del paese». [4]
Quali sono state le tue prime iniziative?


Domenico Finiguerra: Sono state quelle di incominciare a pensare ad un diverso modo per tenere in piedi il bilancio di Cassinetta di Lugagnano senza ricorrere alla monetizzazione del territorio. Fin dall'inizio si è avviato un duro lavoro di emancipazione del bilancio stesso dagli oneri di urbanizzazione. Tagliando tutto il superfluo, razionalizzando le spese e ispirando tutte le azioni del Comune a maggiore sobrietà.
Parallelamente si è avviata una grande campagna di reperimento contributi a fondo perduto per trasformare Cassinetta di Lugagnano nella Perla del Naviglio Grande, investendo sul turismo e sulla bellezza paesaggistica, architettonica e ambientale del nostro comune.


SD: Che cosa intendi per monetizzazione del territorio?

DF: I comuni versano in condizioni economiche precarie. Entrate in diminuzione e uscite in aumento producono bilanci in costante e forte squilibrio. In assenza di una reale autonomia finanziaria, per un sindaco e la sua giunta, è sempre più difficile far quadrare i conti, realizzare le opere pubbliche, garantire ai cittadini servizi indispensabili e costruire e consolidare il consenso degli elettori.
Se poi l’attività amministrativa è ispirata da manie di grandezza diventa ancora più difficile trovare le risorse necessarie (molti sindaci si sentono obbligati a dover lasciare la loro impronta, vogliono e promettono oltre misura: palazzetti, piscine, centri civici, bowling, rotonde, eventi e appuntamenti autoreferenziali).
Quindi, come riuscire a chiudere il bilancio in pareggio, realizzare opere pubbliche (necessarie o meno) e organizzare eventi culturali e servizi alla persona (necessari o meno)? Come finanziarie il bilancio comunale in perenne squilibrio e come costruire o consolidare il proprio consenso?
La risposta a questa domanda, purtroppo, è molto semplice.
Grazie al combinato disposto di due fattori, (1) la legge, che consente di applicare alla parte corrente dei bilanci gli oneri di urbanizzazione e (2) la disponibilità di territorio in una area geografica dove l’edilizia rappresenta un valido investimento, si pratica la monetizzazione del territorio.
Un circolo vizioso che, se non interrotto, porterà, anzi sta già portando al collasso intere zone e regioni urbane.
Un meccanismo deleterio, che permette di finanziare i servizi ai cittadini con gli oneri di urbanizzazione, con l’edilizia. Un meccanismo che di fatto droga i bilanci comunali, finanziando spese correnti con entrate una tantum che però, prima o poi, finiscono.

SD: Due giovani scrittori Cristiano de Majo e Fabio Viola, tra il 2006 e il 2007 percorrono l’Italia dei luoghi mediatici, religiosi e storici: il mulino Bianco, la villetta di Cogne, la Federazione del Damanhur, la chiesa di Padre Pio, la Risiera di San Sabba, Predappio, Venezia, Roma e Matera.
Dopo una conversazione su Venezia con lo scrittore Tiziano Scarpa scrivono: «Mentre Scarpa si allontana, Cristiano chiede a Fabio, dovendo a questo punto considerare la vera anima di Venezia la sua immagine trasmessa ai turisti, come considerare invece Scarpa. Un aspetto di quest’immagine? Una guida turistica per turisti che osservano i turisti? Ma Fabio non risponde, si preme le dita sulle tempie e dice soltanto: “L’Italia fa schifo”. La verità è che ha voglia di trasformarsi definitivamente in turista». [5]
Perché i sindaci italiani progettano l’anima turistica del proprio paese e non costruiscono le città per gli abitanti?

DF: Perché la quasi totalità della classe politica, preferisce l'opzione che produce effetti immediati sul consenso, in grado di far vincere le elezioni successive. Così, in campo urbanistico, ma non solo, si cerca sempre di ottenere il massimo risultato subito. Mettendo in secondo piano o addirittura senza considerare i beni comuni. Siano essi la terra, l'acqua oppure il patrimonio paesaggistico e architettonico.
L’Italia è il paese più bello del mondo. Quante volte ci siamo riempiti la bocca con questa frase. Abbiamo un enorme patrimonio artistico. Città meravigliose, piazze mozzafiato, borghi suggestivi. Siamo pieni zeppi di palazzi reali e di castelli. Di rovine. Di tombe e necropoli. Di teatri e anfiteatri. Di ville imperiali. Di cattedrali e basiliche romane, gotiche, barocche. In ogni angolo d’Italia è possibile trovare testimonianze dal passato. Appunti di viaggio della storia dell’uomo su e giù per lo stivale. Dall’antica Etruria al Rinascimento. Roma Imperiale e Magna Grecia. Abbiamo spiagge bianche, rosa, nere. Montagne e laghi. Parchi e riserve naturali di rara bellezza.
Siamo seduti su una miniera d’oro. Ma spesso e volentieri, la utilizziamo come latrina di lusso. E per rispondere direttamente alla domanda, i sindaci spesso, somigliano a quelle signore un po' robuste all'ingresso delle toilette in autostrada...


SD: Come se l’Italia andasse in asincrono, ama a parole la sua storia ‘di cose antiche’ ma non le rispetta. Un’asincronia ancora più esplicita nelle nuove costruzioni, spesso parafrasi maldestre di linguaggi architettonici del passato.
Cosa ci può mostrare Cassinetta di Lugagnano tra dieci anni?

DF: Cassineta ha cercato di recuperare il patrimonio esistente. Attraverso un enorme sforzo amministrativo abbiamo cercato di recuperare piazzette, angoli, passeggiate che il cemento o l'abbandono avevano "deteriorato".
Farei parlare le immagini:

Via Cavour,



Via Capo di sopra,



Via Roma



e Villa Birago-Clari-Monzini (questo è proprio commerciale).



SD:
L’ultimo video è interessante anche se rispecchia la brutta abitudine italiana di rispettare l’involucro esterno e stravolgere gli interni ma, si sa, amiamo farci prendere in giro dal falso antico, una brutta storia di normativa e codici accademici.
Passeggiando per Cassinetta di Lugagnano, oltre il piccolo nucleo in prossimità del Naviglio, non troviamo piazzette, angoli pubblici, parchi e passeggiate ma solo case recintate, un continuum di muri a protezione delle numerose abitazioni private.

Queste vie non hanno la conformazione della città occidentale, le case non dialogano con il tessuto connettivo strada, incrocio, piazza e parco. Inoltre le abitazioni/villette non hanno particolari qualità edilizie.

Più che un paese sembra un rifugio per metropolitani in fuga con la nostalgia dell’aria pura della campagna.

Perché?


DF: Cassinetta di Lugagnano è un comune piccolo. La Piazza del Teatro, la Passeggiata dell'Amore con la Stanza dei Profumi, l'Imbarcadero, il Parco Comunale De Andrè, la Pro Loco, il nuovo sagrato della Chiesa, la nuova Piazza del Comune, la nuova Piazza 25 Aprile e la Piazza Falcone e Borsellino.
Sono tutti spazi pubblici realizzati negli ultimi 7 anni e pensati proprio per essere fruiti dalla cittadinanza e dai visitatori di Cassinetta di Lugagnano. Anche le corti di antica formazione e le cascine sono aperte e invitano all'ingresso. Le Ville del '700 che si affacciano sul Naviglio, ad eccezione del Palazzo Comunale, sono residenze private, e quindi di norma chiuse al pubblico. Però, grazie alla politica culturale e al coinvolgimento dei privati stessi ad opera dell'assessorato alla cultura, in un paio di occasioni all'anno, le ville sono visitabili e diventano la quinta scenica di rappresentazioni teatrali o concerti.
Quanto alle recinzioni e ai muri (per la verità pochi) delle villette, questi sono il risultato del modello di società che si è consolidato. Tutti tendono a chiudersi in se stessi. Ed è qui che sta la sfida più importante. Modificare, anche per mezzo della programmazione urbanistica, gli stili, le abitudini e gli stati d'animo che si rispecchiano anche nel modo di costruire i propri luoghi dell'abitare e del vivere. E fare in modo che il rifugio diventi piazza pubblica e culla di comunità.

SD: Quali sono le normative urbanistiche o edilizie che compromettono la qualità urbana o l’operato del sindaco e il suo programma elettorale?

DF: La possibilità di applicare gli oneri di urbanizzazione alla parte corrente del bilancio comunale è sicuramente una delle cause del degrado e della cementificazione.
Ma credo che comunque, in ultima analisi, sia la volontà politica a segnare le buone o le cattive sorti di un territorio.

SD: Il 26 settembre 2009 sei stato chiamato a fare un intervento all'Accademia dei Colloqui di Dobbiaco.
Riprendo un passo: «Cantieri che spuntano anche in posti impensabili, senza risparmiare parchi, zone protette e sottoposte a vincoli, di natura ambientale, paesaggistica o architettonica.
Anzi, solitamente, più le aree sono pregiate, più sono appetibili per il mercato: si pensi che in alcuni tratti della costa ligure si è incominciato a costruire nel mare!
Il dissesto idrogeologico è sempre più manifesto. Piangiamo tutti gli anni decine di sue vittime.
Ma poi, passata la bufera, ritorniamo ad idolatrare le gru o le suggestive grandi opere». [6]
È un suggerimento per i sindaci a prendersi cura di se stessi?


DF: Una chiamata alla responsabilità. I sindaci e gli amministartori devono prendere maggiore consapevolezza circa il loro ruolo di responsabili del futuro. Non si tratta di sola urbanistica. È politica a tutto tondo. Perché progettare e gestire il territorio significa definire l'ambiente in cui vivranno i nostri figli. Vogliamo un futuro fatto di svincoli e centri commerciali? È li che vogliamo vivere? Oppure vogliamo imboccare una nuova strada, che porti al ripristino di un corretto equilibrio tra uomo, natura, arte e paesaggio?

SD:
Che cosa significano: sobrietà, fantasia e fiscalità?

DF: Sobrietà è uno stile di vita, che può, anzi deve anche diventare uno stile politico. Che eviti lo spreco e che sia rispettoso del diritto di tutti ad avere una parte giusta di risorse a disposizione. La sobrietà del politico, poi, deve essere anche di esempio, e tracciare una via da seguire.
La fantasia è una delle caratteristiche che più mancano in politica. Ed è spesso sostituita dalla pigrizia. Non ci si sforza più di immaginare percorsi alternativi, uno sforzo che potrebbe e dovrebbe essere obbligatorio quando ci si trova a operare in situazioni di scarsità delle risorse.
La fiscalità è un terreno evitato ad arte dai politici. Perché ritenuto scivoloso, perché pericoloso per il mantenimento o il consolidamento del consenso. Ma chi svolge funzioni pubbliche deve, se vuole davvero rimettersi in sintonia con il significato originario della parola politica, misurarsi seriamente con il tema delle tasse. Oggi le tasse sono al centro del dibattito solo in quanto le parti in campo si misurano sulla ricetta migliore per abbassarle. La vera politica, invece, dovrebbe discutere di tasse misurando le diverse ricette su come restituire ai cittadini servizi e qualità della vita proporzionali al livello di tassazione imposto.

3 novembre 2009
(ultima modifica: 5 novembre 2009)

Intersezioni --->CON GIUSTIZIA

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[1] Tabella elaborata attraverso i dati ISTAT e il 'DOSSIER SUL CONSUMO DEL SUOLO IN ITALIA' redatto dal Prof. Bernardino Romano (docente di analisi e valutazione ambientale e pianificazione territoriale presso la Facoltà di Ingegneria Ambiente e Territorio e Scienze Ambientali all’Aquila) e il WWF nel 2009. Qui

[2] CENSIS, Rapporto annuale 2003, La valorizzazione del patrimonio di edilizia storica, 5 Dicembre 2003. Qui

[3] Stefano Latini, Giù il velo dai tetti di oltre 1 milione di case italiane, 12 febbraio 2008. Articolo originario prelevato dal sito dell'agenzia dell'entrate ora leggibile. Qui.

[4] Rai tre, Report, Il male comune, puntata del 31 maggio 2009. Qui

[5]
Cristiano de Majo e Fabio Viola, Italia 2 - Viaggio nel paese che abbiamo inventato, Minimum fax, 2008, p. 267 .

[6] Domenico Finiguerra, Terra un bene comune da prevervare. Scaricabile qui

venerdì 30 ottobre 2009

CON GIUSTIZIA

di Salvatore D'Agostino

Dal greco σύν (con) δίϰη (giustizia) è la radice di sindaco.

Atene fu voluta da Pericle ma ideata da Fidea per intercessione diretta del primo.

Vitruvio scrisse il suo De Architectura solo dopo che l’Imperatore Cesare distrusse tutti i suoi nemici, per non disturbarlo mentre era impegnato. (vedi qui)

Michelangelo Buonarroti costruì sia per la laica famiglia Medici sia per il Papa Giulio II.

Napoleone III desiderava che Parigi diventasse la più prestigiosa città europea e chiamò Georges Eugène Haussmann per realizzare la sua idea.

Di Berlino abbiamo solo un plastico poiché il progetto di Albert Speer, voluto da Hitler, non fece in tempo a materializzarsi.

Georges Pompidou, divenuto Presidente della Repubblica, decise di costruire un nuovo Museo di Arte Moderna e indisse un concorso che fu vinto dagli architetti Renzo Piano, Gianfranco Franchini e Richard Rogers.

Adriano Olivetti, industriale nonché sindaco di Ivrea, pensava a un’urbanistica che sapesse coniugare profitto e progetto sociale e per la costruzione della nuova Ivrea chiamò gli architetti: Luigi Figini, Gino Pollini, Annibale Fiocchi, Ottavio Cascio, Marcello Nizzoli, Gian Mario Oliveri, Ignazio Gardella, Eduardo Vittoria, Marco Zanuso, Igino Cappai e Pietro Mainardis, Roberto Gabetti e Aimaro Isola, Mario Ridolfi, Wolfang Frankl, Emilio Tarpino, Alberto Galardi e Giorgio Raineri.

Silvio Berlusconi imprenditore di fulmineo successo ha costruito una città senza antenne televisive 'Milano 2' (essendo antiestetiche fu ideata la prima TV via cavo Telemilanocavo) autori del progetto gli architetti Giancarlo Ragazzi, Enrico Hoffer e Giuseppe Marvelli. (Qui una piccola curiosità).

Silvio Berlusconi ex imprenditore e primo ministro italiano ha in mente di costruire delle New Town, aspetto di conoscere gli architetti.

Con giustizia è una rubrica che dialogherà con sindaci, assessori e capi funzionari ovvero gli artefici delle nostre città e i committenti degli architetti.

0001 [CON GIUSTIZIA] Città a crescita zero
Un colloquio con Domenico Finiguerra Sindaco di Cassinetta di Lugagnano


30 ottobre 2009 (ultima modifica: 3 novembre 2009)


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lunedì 26 ottobre 2009

...a proposito di Belpaese, Adriano Olivetti e Sveltopedia...


...Belpaese,

L’Italia del nostro scontento: verde bianco rosso è un documentario strutturato in tre capitoli. Verde è un viaggio nel paesaggio italiano con la regia di Elisa Fuksas. Bianco ascolta i giovani andando in giro per Italia ed è curato da Francesca Muci. Rosso indaga il comune sentire politico attraverso l’occhio di Lucrezia Le Moli.

Salvatore D’Agostino: Elisa Fuksas nel tuo capitolo attraversi l’Italia ascoltando la gente e spesso poni una domanda mutuata da Fedor Dostoevskij ‘La bellezza può salvare il mondo ’. Riporto la risposta di Oliviero Toscani: «Stiamo diventando i più grandi produttori del brutto, così come siamo stati i più grandi produttori del bello, diciamo che in Italia c’è l’80% dell’arte del mondo adesso ci sarà il 100% della bruttezza del mondo».
L’Italia può ancora essere descritta attraverso immagini non televisive?

Elisa Fuksas: l'Italia deve essere descritta con immagini non televisive.
Dobbiamo avere una visione, capace di aggiungere un "layer" alla realtà, invertendone la polarità. Trasformando, attraverso la nostra capacità di immaginazione, il meno in più. Partendo sempre da quello che esiste. Bello e brutto non sono categorie estetiche, quanto piuttosto spie della presenza di un'intelligenza capace di pensare un mondo migliore. Credo sia l'unica via per evitare di distruggere il paesaggio, costruito e non, ed eventualmente immaginare il nostro ambiente (ambiente operativo, come in informatica) come una fonte di energia rinnovabile. Come fosse vento, sole, metallo o carta. Pronto per essere trasformato in una risposta alle nostre urgenze.

Qui una scheda tecnica tratta dal sito Clup-up .it curata da Giovanni Spagnoletti

... Adriano Olivetti,
Lettera22 è un documentario del regista Emanuele Piccardo dedicato ad Adriano Olivetti. Un industriale che amava interloquire con artisti e architetti senza dimenticare il suo ruolo sociale.

Salvatore D’Agostino: A che serve oggi studiare Adriano Olivetti?

Emanuele Piccardo: In una società mercificata -come afferma il sociologo Ferrarotti- riflettere sull'operato di Olivetti è importante, per recuperare il senso dell'etica e i valori umani che sono stati al centro della sua azione industriale e politica. In un periodo storico in cui il pensiero olivettiano viene riletto da figure come Bondi e Borghezio per allinearlo alle politiche berlusconiane e leghiste (Olivetti fu il primo a parlare di federalismo ben prima della Lega!!!) è necessario agire. Olivetti fu un grande industriale che mise al centro di ogni sua decisione non solo il profitto ma anche il benessere degli operai attraverso la costruzione di un sistema sociale fatto di asili, scuole, abitazioni, centri ricreativi, colonie marine e montane. In questo senso il ruolo dell'architettura, degli architetti e dei designer fu determinante, il meglio della cultura architettonica era coinvolta nella company town di Ivrea. Un esempio illuminante della funzione principale dell'architettura: migliorare le condizioni di vita dell'uomo. In Italia nessun altro industriale ha avuto la forza teorica e pratica per proporre un modello di città così strutturato. Di qui nasce la necessità di raccontare Adriano Olivetti, personalità complessa e poliedrica attiva in diversi ambiti: dall'urbanistica all'economia, dal paesaggio alla politica. Come raccontare questa complessità? Seguendo due registri narrativi, quello delle architetture, opere tangibili ancora oggi e le testimonianze di intellettuali, operai, funzionari, familiari che delineano il profilo di Olivetti. L'obiettivo non era la ricerca di una esaustività ma bensì fornire degli spunti allo spettatore per iniettargli una curiosità nello scoprire il mondo olivettiano.
Qui il trailer

...Sveltopedia...
Il 2 ottobre è nata Sveltopedia, ovvero un'enciclopedia Wiki – editata da tutti- con i limiti di Twitter –max 140 caratteri per definizione– dallo spirito satirico - «Tanto, se non fa ridere o è una cavolata, non la pubblichiamo»-.

Salvatore D’Agostino: Come e dove è nata l’idea di Sveltopedia?

Lorenzo Viscanti: l'idea è nata tra me e Giuseppe Genna, in cc.
L'obiettivo è lavorare sui meccanismi di comunicazione 'da social network', quindi messaggi brevi nella lunghezza per andare a scatenare una produzione collettiva di qualità. Un po' come hanno fatto Gino & Michele, ma sfruttando una produzione allargata grazie al social network. Naturalmente l'ironia e il collegamento all'attualità sono fondamentali per tenere alto l'interesse.

Qui il sito ufficiale

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