Salvatore D’Agostino:
- Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
- Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Qui l’articolo introduttivo 
Gradozero di Davide Cavinato
Rispondo, non senza difficoltà (è il termine "noto" a disturbarmi...che vuol dire? Forse la questione è mal formulata):
- un architetto noto ancora in attività che apprezzo è Alvaro Siza. A parte la bellezza preclara e indiscutibile di molte sue opere, è, a mio modo di vedere, perfetto interprete di quello che dovrebbe il nostro tempo, ossia innovare ricordando da dove veniamo, "uccidere il padre" per capire, in fondo in fondo, che siamo sempre suoi figli. Criticato a volte perché sin troppo manierista o citazionista, in realtà applica alla perfezione quello che io intendo per "decostruzione" in architettura nel suo senso più puro: analisi dei precedenti o del contesto, "s-montaggio", ricontestualizzazione e "ri-montaggio", nel senso ejzensteiniano del termine. Il tutto poi filtrato da una squisita sensibilità mediterranea che ne impreziosisce le architetture;
- architetti non noti, o perlomeno non al grandissimo pubblico, sono i veronesi Pontiroli e Ferrari di Archingegno.
Personalissimi e con uno stile elegante ed estremamente raffinato, sanno trattare gli elementi immateriali dell'architettura, come la luce, come pochissimi in Italia, realizzando ambienti figurativamente essenziali ma spazialmente ricchissimi.
Così in due righe. Dopo tante promesse comunque, la degenza forzata che mi costringe a casa causa crociato anteriore in questi giorni porterà alla riapertura spero definitiva del blog.
Come usare WA ---------------------------------------------------Cos'è WA __________________________________________
Leggi:
Salvatore D’Agostino: - Qual è l’architetto noto che apprezzate e perché?
- Qual è l’architetto non noto che apprezzate e perché?
Qui l’articolo introduttivo
Amate l'architettura risponde Antonio Marco Alcaro
Ti rispondo a titolo personale in quanto ognuno di noi ha un suo architetto preferito.L'architetto noto che apprezzo maggiormente è Peter Zumthor, è un architetto fuori dal comune che pur essendo abbastanza famoso in tutto il mondo, quest'anno ha vinto il Pritzker, non si comporta da archistar, segue i suoi progetti personalmente fino al minimo dettaglio, non fa lo schizzo per poi dire ai suoi collaboratori disegnatelo, non si fa trascinare dalle mode è un serio professionista crede in quello che fa per profonda convinzione e passione, pone molta attenzione al contesto, usa materiali che hanno una relazione con il luogo, ha un gran rispetto per i fruitori delle sue architetture non progetta per se stesso ma per chi vive le sue opere e nonostante ciò le sue architetture riescono a trasmettere forti emozioni, una per tutte le Terme di Vals. Un difetto c'è l'ha, ha un pessimo carattere. L'architetto non noto che apprezzo sono Baumschlager&Eberle, (forse non sono abbastanza non noti), svizzeri sono due "giovani" architetti che operano soprattutto tra la Svizzera, l'Austria e la Germania. Sono tra i pochi che riescono a realizzare edifici, anche con caratteristiche bioclimatiche, molto belli ed eleganti. Hanno una cura del dettaglio ed uso dei materiali innovativio. Le loro opere sono architettonicamente originali e complesse nella tecnologia. Hanno progettato case di edilizia economica molto eleganti, a dimostrazione che la qualità architettonica non è sinonimo di costi elevati.
Come usare WA ---------------------------------------------------Cos'è WA __________________________________________
Leggi:
Salvatore D’Agostino: - Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
- Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Qui l’articolo introduttivo
Il parallelografo [linee che prima o poi si incontrano] di Paolo Mancini1-
Renzo Piano. Perché riesce, a non porsi problemi di un’autoreferenzialità della forma architettonica nonostante la lunga professione (molti altri colleghi nel tempo diventano sempre un po’ accademici); perché è sempre e volutamente rimasto estraneo alla carriera universitaria e al suo mondo e alla sua autoreferenzialità (e qui intendo il fatto che il mondo accademico difende e ha difeso edifici mostruosi perché un professore di composizione fa per forza architettura...); perché riesce a costruire senza urlare edifici enormi e a non offendersi ma magari ad intristirsi per una critica negativa (tipo NYT); in ultimo perché nella sua lunga professione ha fatto edifici splendidi ed altri meno belli, altri ancora bruttini e continua a rischiare senza adagiarsi sul velluto della professione. 2-
Più che di architetti non noti, vorrei parlare di architetture non note. Spesso quando viaggio apprezzo la correttezza di un edificato, il tentativo di non sorprendere e di stupire, la professione corretta, funzionale, semplice. Mi parla di gente che ha saputo scegliere professionisti colti che amano il paesaggio e l'architettura ma soprattutto i luoghi e i rapporti che il costruito instaura in essi. In italia ce ne sono molti, in europa di più, con livelli eccelsi di qualità diffusa e quando guardo l'edificato diffuso spesso ne sento la mancanza. Un tetto ben costruito, una capriata, un angolo, una pietra ben tagliata. Insomma penso tu mi capisca: sono quegli edifici che non smetteresti mai di guardare ma che sai che non hanno mai ricevuto la medaglia.
Come usare WA ---------------------------------------------------Cos'è WA __________________________________________
Leggi:
Salvatore D’Agostino:
- Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
- Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Qui l’articolo introduttivo

E-Cloud di Alessio Erioli
Cerco di dare una risposta alle tue domande: la prima e più istintiva che mi viene in mente è, ad entrambe, la natura. Non intesa come essenza o divinità o pervasa di qualunque afflato teologico, ma come sistema adattativo complesso in cui la morfologia è l'esito emergente di processi di interazione dinamica e continua di forze che creano relazioni tra ambiente (inteso in senso lato, quindi sia dal punto di vista fisico che culturale, economico, etc.), performance, spazio, struttura, sistema materiale, etc.
Ma sarebbe una risposta che non soddisfa pienamente le tue domande (ed anche eccessivamente sintetizzata), perciò provo ad essere più specifico.
Da qualche tempo ho adottato il network non-lineare come struttura organizzativa di pensiero (si può dire che è un modo di pensare le cose), soprattutto in virtù di questa scelta non mi riesce di dare un'unica preferenza, quanto piuttosto una tendenza espressa da una schiera (crescente) di agenti (singoli e studi); il processo progettuale contemporaneo conta così tanti attori che individuare il fautore in una unica persona mi riesce quasi impossibile.
Mi interessano molto i lavori di architetti e studi che affrontano natura e sistemi complessi attraverso il digitale, dalle speculazioni teoriche alle tecniche di digital fabrication, studi la cui stessa struttura è un network i cui nodi toccano teoria, didattica, ricerca, professione.
Un elenco (sommario e incompleto, di sicuro qualcuno mi sfugge), in rigoroso ordine sparso:
Anche stabilire il grado di notorietà dei nomi (salvo alcune palesi "archistar") che ho elencato mi riesce difficile (cosa, quest'ultima, che lascio a te se non ti spiace, è parecchio che leggo poco o per nulla le riviste mainstream, non per snobismo - le ritengo veicoli culturali importanti - ma per mancanza di tempo, che al momento dedico molto a saggi teorici e applicazioni didattiche, di ricerca e progettuali).
Come usare WA ---------------------------------------------------Cos'è WA __________________________________________
Leggi:
Salvatore D’Agostino:- Qual è l’architetto noto che apprezza e perché?
- Qual è l’architetto non noto che apprezza e perché?
Scusi l’invadenza.
Qui l’articolo introduttivo

POISON.GALORE di Sergio Polano:Caro D'Agostino,non è affatto invadente ma il problema è che da qualche anno mi interesso assai poco di architettura e quindi non sono in grado di darle le risposte che si attenderebbe.Cordiali saluti e auguri per il suo blogging!SD:Grazie,lo stesso.Il mio blogging è quasi necessario ed è dettato dall'indifferenza della critica italiana nei confronti di questo strumento (solo da qualche mese, grazie all’apertura dei blog di Abitare e Domus, qualcosa sta cambiando).Va ricordato che l’indifferenza è giustificata, perché molti blogger scadono in beghe personali, scrivendo dei propri gusti personali e dimenticandosi dell’approccio critico.Ahimè, siamo italiani anche in questo e come succede per i giornalisti amiamo l’opinionismo e non la profondità critica.So già che mi mancherà la sua risposta, come il suo acume critico, anche per queste domande che volutamente ho reso banali. In quest’inchiesta mi occorre capire.Un caro saluto,Salvatore D’AgostinoPG/SP:Son d'accordo con lei: il blogging è necessario ed è penoso constatare l'indifferenza e il ritardo delle riviste (e degli editori) nei confronti del fenomeno blog.Le allego un mio testo del 1992, sperando le giunga gradito, con i miei migliori auguri: insista! Sergio Polano Pamphlet per Pamìo
Allo scandaglio costante delle riviste italiane di settore, da quelle un po’ nojose stilées blasonate fino alle sgargianti chiaccherine moderniste, agli occhi cioè di quegli organi deputati alla ricognizione se non anche alla visione critica dell’architettura contemporanea nel nostro paese sembrano sfuggire ampie aree della produzione edilizia (o è solo un rifuggirne?).
Una specie di opacità percettiva ma fors’anche un malinteso pouvoir di discriminazione elettiva, unito a questioni di clan e alla scarsità di tempo o voglia, paiono impedire a molti redattori, commentatori, opinionisti di azzardarsi al di fuori di recinti sicuri e di prevedibili scelte, per rischiare di conoscere e far conoscere (e di sbagliare, pure, come s’attaglia a ogni ricerca) non solo temi scabrosi ma anche soltanto nuove opere e progettisti diversi da quelli di repertorio, che sappiamo bravi anzi bravissimi.Problematico allora capire da tali fonti se la generazione vorace e forse un po’ cinica di grandi professionisti-accademici che domina la scena da decenni, indeformabile come i nostri politici, ha saputo allevare almeno qualcuno delle generazioni successive a fare architettura (buona, magari, cioè civile), se esistono dei “giovani” che non siano cinquantenni, se chi si affaccia alla professione deve attendersi solo delusioni, frustrazioni, corruzione e papocchi o non vi siano ancora ragioni per impegnarsi in un lavoro complesso e affascinante come pochi, se gli ordini professionali non possono svolgere un ruolo diverso da quello corporativo-passivo.Difficile così cercare di mettere a fuoco trasformazioni, mutazioni e ibridazioni del mestiere e della formazione, come il processo di progressiva (auto)delegittimazione che ha finito concausalmente per affidare la costruzione dell’Italia o ai geometri o agli ingegneri, come il paradosso del numero straripante di studenti-architetti e di laureati-architetti rispetto al resto d’Europa, come la straordinaria capacità di adattamento di questa bizzarra e a suo modo creativa fauna, come la mostruosa incapacità dell’università di dare accesso a giovani studiosi, di adattarsi a forme diverse del lavoro, di cercare di rispondere a esigenze elementari degli studenti.Arduo perciò cercare di capire, tra l’altro, che cosa accade nelle 100 città d’Italia, di intendere come mutano e crescono i 1000 borghi del Belpaese, di prefigurarsi criticamente quale destino (e magari tentare di modificarlo) attende gli insediamenti e il paesaggio, e con loro gli uomini e una cultura urbana secolare.Ad esempio, c’è da scoprire (quasi) tutta l’Italia delle regioni e delle province di marginale collocazione geografica, delle città e cittadine di media o modesta taglia – dimenticate o meglio ignorate dalle riviste pel timore forse di uno strapaese – ove le attività edilizie si sono espresse e talora ancora fervono con vena (non solo quella affaristico-quattrinaia delle ville con patio, delle residenze a schiera, dei quartierini di secondo-terze case, ma neanche solo del mattone bene-rifugio per un parsimonioso prudente popolo di proprietari come siamo e neppure quella criminal-speculativa di tanti ghetti periferici) ben diversa dai grandi capoluoghi, dalle metropoli, dalle capitali politiche, morali, industriali: i luoghi secondari, insomma, ove tradizioni e esperienze locali si sono dipanate nel tempo con significative derive genetiche, lente eco, interpretazioni riflesse ma non meno significative.SD:Credo che il nostro dialogo informale e il suo articolo di diciassette anni fa siano la risposta perfetta per il mio quesito.Se mi autorizza, vorrei pubblicarli, sfrondando solo alcune parti del colloquio via mail.Grazie per la chiosa finale ‘insista!’ poiché in Italia ci si stanca sempre presto.Aspetto una sua risposta,SDP:S.: Eventualmente mi occorrono i dati bibliografici per la citazione del suo testo.PG/SP:Se mi autorizza, vorrei pubblicarli, sfrondando solo alcune parti del colloquio via mail. faccia pure, sfrondando opportunamente, la autorizzo - quando ha fatto, mi segnali il post, grazie in anticipo Grazie per la chiosa finale ‘insista!’ poiché in Italia ci si stanca sempre presto. stando a Lessing: "Genie ist Fleiss", "Genio è assiduità"
P:S.: Eventualmente mi occorrono i dati bibliografici per la citazione del suo testo.
da Pamphlet per Pamìo, in Roberto Pamìo architetto, Vianello, Treviso 1992, snp (qui il link del libro)SD:Sarà avvisato opportunamente.Grazie,Salvatore D’AgostinoColloquio avvenuto tramite mail tra il 12 e il 13 giugno 2009
Come usare WA ---------------------------------------------------Cos'è WA __________________________________________
Leggi:
Salvatore D’Agostino:
- Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
- Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Qui l’articolo introduttivo 
Conferenze e talks of Architettura by Antonino Saggio di Antonino Saggio: Prima domanda. Ecco la risposta: Chi si occupa di studio è del tutto disinteressato a questa domanda. Domanda intendiamoci bene giustissima per un architetto operante. Anzi per un architetto operante le due domande sono cruciali e necessarie e uno se le dovrebbe chiedere la mattina (ogni mattina) e ogni sera. Per essere preciso la domanda dovrebbe anche includere "chi odio (architettonicamente parlando)?" Come le dicevo per me che opero come docente studioso la domanda è irrilevante anzi errata. Come dire ad un chirurgo se vuol bene o meno ad un paziente. Io anche apro la mente di un architetto per renderla intellegibile.
A me interessa che sia importante e stoicamente cruciale, che a me piaccia, non importa quasi nulla. Seconda domanda. Ecco la risposta: Nel caso specifico ho lavorato abbastanza, e quasi integralmente in forma pubblica, perché un lettore minimamente interessato al mio pensiero se lo vada a cercare da sé. Sia nel riesame dei grandissimi (Kahn o Terragni ad es.) oppure nei casi di architetti ignoti in Italia come Louis Sauer o Pierre Zoelly. Questo è per lei:In ogni caso a ben pensare, non sono certissimo che porre questo genere di domande, serva a molto eccetto che a quello della auto promozione. Ricordo che in una rivista dedicata al surf architettonico ve ne era una sequela. Ma lasciamo stare. Lei per fortuna è giovane e avrà modo di approfondire. Cordialmente,Antonino Saggio
Come usare WA ---------------------------------------------------Cos'è WA __________________________________________
Leggi:
incipit
«Verso la fine degli anni Sessanta, quando ero studente universitario, passai tre mesi di vacanze estive in Europa. Feci un'ampia gamma di esperienze nuove ed eccitanti e quando tornai a casa, ne parlai agli amici, alla mia famiglia e ad altri conoscenti. Ma non a tutti riferii esattamente la stessa versione del mio viaggio. Ai miei genitori, per esempio, diedi ragguagli sulla sicurezza e la pulizia degli alberghi in cui avevo soggiornato e su come il viaggio mi avesse reso meno pignolo nel mangiare. Ai miei amici, invece, parlai di pericoli, di avventure e di una breve storia d'amore. Agli insegnanti descrissi gli aspetti "educativi" del mio viaggio: visite a musei, cattedrali, luoghi storici e osservazioni sulle differenze culturali e comportamentali. Ognuno dei miei vari pubblici udì un racconto diverso. Le storie del mio viaggio erano diverse tanto nel contenuto quanto nello stile. Cambiavano le costruzioni grammaticali, i modi di pronunciare le frasi e la quantità di termini gergali. In ogni situazione, cambiavano le espressioni del viso, le posizioni del corpo e i gesti delle mani. In ogni racconto variavano il misto di frivolezza e di serietà. I miei amici, per esempio, udivano un discorso pieno di "parolacce" e di sarcasmo.
[…] Avevo forse "mentito" a ognuna di queste persone?
Non esattamente. Ma avevo raccontato verità diverse. Avevo agito come la maggior parte degli individui nelle interazioni quotidiane, evidenziando alcuni aspetti della mia personalità e della mia esperienza e nascondendone altri. E benché io, e chiunque conoscessi, inconsciamente cambiassimo comportamento da una situazione all'altra, pensavo (secondo la mentalità di quel periodo) che a "recitare ruoli", fossero i disonesti o le persone non in contatto con i loro "veri sé".» Joshua Meyrowitz [1]
La scrittura mediale ha la stessa logica, secondo le piattaforme che utilizziamo Facebook, Twitter, aNobii, Myspace, Messenger, sms, Meetic, Second life, World of Warcraft, Skype, LinkedIn cambiano stile e grammatica.
Nello stesso modo, nel fare un commento in calce ad un articolo di giornale, blog o newsgroup rispondiamo interagendo con l’autore e la sua autorevolezza.
La nostra vita elettricamente espansa produce molteplici sé.
Secondo Joshua Meyrowitz i luoghi virtuali ci inducono a riconsiderare il nostro rapporto con il luogo fisico. Il senso del luogo virtuale e quello reale [2] non entrano in conflitto, ma insieme cambiano i comportamenti sociali.
Internet è un media ibrido, ci offre la possibilità di leggere e scrivere, per questo motivo non bisogna confondere le scritture e i tipi d’interazione. I nostri sé ‘sociali’ cambiano secondo gli strumenti utilizzati.
Un articolo scritto per un giornale, anche se è pubblicato on-line, è diverso da un post scritto su un blog.Possono essere simili, ma strutturalmente, come nel linguaggio, sono diversi.
Nella sua prima versione vi era un sottotitolo: «Una volta qui era tutta città», accompagnava l’immagine di una campagna con delle mucche al pascolo. Un paradosso linguistico/visivo che ho immaginato come la fotografia della futura Italia post cementificata.
Avendo in mente quest’idea bislacca ho scritto il mio luogo comune al contrario: «Maledetti imbianchini». Meditazione avvenuta dopo aver letto gli articoli dei critici (spesso semplici giornalisti) di architettura bloccati sui luoghi comuni e mai sui temi concreti, soventi infarciti di alcune parole ‘tasca’ che descrivono i temi senza svilupparli.
L’Italia che io osservo rispecchia l‘esaltanti relazioni annuali dell’ANCE degli ultimi anni. Anno dopo anno è stato un trionfo di cemento, per il nostro paese l’economia delle costruzioni costituisce una base solida, difficilmente mediata con l'architettura.
Mentre l’Italia degli architetti, riflette sui temi indicati dalla critica sopracitata: archistar, centro storico, periferia, piano casa, non luoghi, arredo urbano, città a misura d’uomo, decostruttivismo, ecomostro, parchi urbani, postmoderno, grattacieli, sicurezza, dov’era com’era, superluoghi, chiese moderne, è meglio un imbianchino di Le Corbusier…
Credo che vi sia uno iato profondo tra il senso del reale cemento e il senso dell’irreale l‘architettura.
A tal proposito ho mandato una mail ai circa 170 blog dedicati all’architettura (l’0.13% dei 130.000 architetti in Italia, cifre che dovrebbero fare riflettere).
Ponendogli due domande:
- Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
- Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Domande che ricalcano la banalità delle semplici contrapposizione critiche degl’ultimi anni. Archistar o archipop?
Archipop è un neologismo volutamente ambiguo, il suffisso POP può essere inteso:
- enfasi dei linguaggi architettonici del passato o copie provinciali delle culture metropolitane, una pop/pop architettura;
- contrazione di popolare (pop-olare) architettura collage del mondo visivo popolare;
- contrazione di popolo (pop-olo) architetto che opera con dignità nei contesti locali, reinterpretando il linguaggio architettonico senza scadere nel becero provincialismo.
Wilfing Architettura quest’estate vi propone quasi un post al giorno, ovvero le risposte dei blogger/Architetti italiani.
Un racconto blog, con il suo linguaggio e la sua profondità leggibile anche attraverso i commenti. «Nella misura in cui i media elettronici tendono a riunire molte sfere di interazione precedentemente distinte, non è escluso che si possa ritornare a un mondo ancora più antico del Medioevo. Molte caratteristiche dell'"era informatica" assomigliano alle forme sociali e politiche più primitive: la società dei cacciatori e dei raccoglitori" dei frutti spontanei della terra. Essendo popoli nomadi, cacciatori e raccoglitori non hanno un rapporto di fedeltà con il territorio. Anche essi, hanno uno scarso "senso del luogo"; le loro attività e i loro comportamenti specifici non sono strettamente legati a scenari fisici particolari. Il fatto che tanto le società di cacciatori e "raccoglitori quanto le società elettroniche siano prive di confini, consente molte sorprendenti analogie. Tra tutti i tipi di società che hanno preceduto la nostra, quelle dei cacciatori e dei raccoglitori sono state le più egualitarie per quel che riguarda i ruoli di maschi e femmine bambini e adulti, capi e popolo.» [3]
Riflessioni ancora attuali trattate in un libro che è stato scritto nella prima era digitale Web 0.1 (anno 1995).
Ringrazio tutte le persone che hanno collaborato con le proprie risposte a questo racconto/dialogo blog.
Wilfing Architettura tornerà a Ottobre ma non scomparirà sarà nei commenti ovvero ‘oltre il senso del proprio luogo’.
Come usare WA ---------------------------------------------------Cos'è WA __________________________________________
[1] Joshua Meyrowitz, Oltre il senso del luogo. Come i media elettronici influenzano il comportamento sociale, Baskerville, Bologna, 1995, p. 3-4
[2] La definizione di ‘Oltre il senso del luogo’ di Joshua Meyrowitz «Il cambiamento sociale è sempre troppo complesso perché lo si possa attribuire a un'unica causa ed è troppo diversificato perché lo si possa ridurre a un singolo processo, ma la mia teoria propone che un tema comune a molti fenomeni recenti, e apparentemente diversi, è che in America è cambiato il "senso del luogo". La frase è un gioco di parole complesso, ma molto serio: complesso perché il termine "senso" e il termine "luogo" hanno ciascuno due significati: "senso" si riferisce tanto alla percezione quanto alla logica; "luogo" significa tanto la posizione sociale quanto la collocazione fisica. Il gioco di parole è serio perché ognuno di questi quattro significati rappresenta un concetto importante della mia teoria. Infatti, dalla loro interrelazione nascono i due argomenti fondamentali che ho esposto in questo libro: (1) i ruoli sociali (cioè il "luogo" sociale) si possono intendere solo nel senso di situazioni sociali che, fino a poco tempo fa, erano legati a un luogo fisico, (2) la logica dei comportamenti situazionali è molto legata ai modelli del flusso informativo, cioè con i sensi dell'uomo e le loro estensioni tecnologiche. L'evoluzione dei media, secondo me, ha cambiato la logica dell'ordine sociale, ristrutturando il rapporto tra luogo fisico e luogo sociale e modificando i modi in cui trasmettiamo e riceviamo le informazioni sociali.» op. cit., p. 508
[3] op. cit., p. 521