mi chiamo Salvatore D’Agostino e sono il curatore di Wilfing Architettura le vorrei fare un'intervista, da pubblicare in occasione della chiusura della Biennale Architettura di Venezia.
Cordialmente,
Salvatore D’Agostino
Caro Salvatore,
grazie della richiesta; io però non sono né un critico né un teorico, sono un architetto. Una volta finito un lavoro, lo considero chiuso dal punto di vista intellettuale, e passo al successivo. Le cose che avevo lasciato indietro per fare la Biennale mi sono cadute in testa tutte in un sol colpo, non lasciandomi tempo per altro.
Per cui, declinerei gentilmente il suo invito a rispondere alle domande. Oppure, se preferisce, rispondo a tutte con una sola frase, che ho rubato a Paul Valéry:
Se mi si chiede che cosa ho voluto dire, rispondo che non ho voluto dire, ma ho voluto fare, e che è stata l'intenzione del fare, che ha voluto ciò che io ho detto.
Un caro saluto, mi scusi ancora,
Cino Zucchi :-)
Illustrazione di Laurent Impeduglia remake, per Cino Zucchi, di Smurf house (2008)
L’undici agosto Lebbeus Woods scrive sul suo blog un post dove si scusa con i suoi lettori per non essere più costante a causa degli acciacchi di un’imprecisata malattia ed anche della scrittura di un nuovo libro. Il titolo del post ‘GOODBYE [sort of]’ riletto adesso dopo il 30 ottobre, il giorno della sua morte, rileva il suo velato addio [una sorta di]. Il suo ultimo saluto sintetizza l’esperienza più stimolante che un ‘web logger’ riceve nel condividere i suoi appunti:
«I must say that it has been a privilege to have communicated with so many bright and energetic readers. It has been a unique experience in my life that I will always value highly.Thank you for all you have given.*
Devo dire che per me è stato un privilegio aver potuto comunicare con così tanti lettori brillanti ed energici. È stata un’esperienza unica, a cui ho sempre dato molta importanza. Grazie per tutto quello che mi avete dato.»1
Scorrere a ritroso i suoi post significa andare oltre il semplice atto di annotare o registrare che in inglese è tradotto con 'to log'. Il log, cioè prendere nota o registrare in una pagina Web per comunicare ad altri dei contenuti è l'idea originaria del Web. Da qui la nascita del termine Web Log, in seguito contratto in blog. Lebbeus Woods, con il suo blog dalla grafica da default wordpress, ci suggerisce che non serve aspettare il mondo dei media classici o strutturati per essere letti poiché basta un semplice Web blog.
«Non penso che essere “indipendenti” sia una cattiva scelta; – sostiene l’artista, architetto e attivista Ai Weiwei in un post scritto in un blog censurato dal governo cinese – significa che ti tratti bene e che non c’è niente che ti obblighi ad abbandonare il tuo punto di vista o il tuo buonsenso.»2
Louis Kruger (Bari): Qual è l’architettura italiana
- Alessio Erioli: ingegnere, ricercatore presso l'Università di Bologna, co-fondatore di Co-de-iT, gravita nell'orbitale che intreccia insegnamento ed ecologie del progetto in Architettura Biodigitale.
Nell'ecosistema informativo in cui ci troviamo a vivere esistono canali di informazione strutturati, filtrati e più o meno standardizzati (ad esempio le riviste di settore, le pubblicazioni cartacee, etc.), il cui consolidamento nel tempo ne ha al contempo determinato la solidità e minato la resilienza, e canali decisamente più snelli dal punto di vista strutturale (social networks, blogs, facebook, twitter) che determinano un flusso di stimoli ed informazioni di grande immediatezza ed eterogeneità, incredibilmente sensibili alle novità e al cambiamento (volendo, per meglio descrivere i due tipi di canali di cui parlo, ci si può riferire ai modelli di gerarchia e meshwork che Manuel De Landa mutua da Gilles Deleuze).
Quanti e quali di questi canali sono stati sondati e con quali criteri si è arrivati alla selezione presentata a questa Biennale?
In altre parole: che cosa deve (o può) mostrare una Biennale di Architettura nel 2010 in modo da dare un ulteriore contributo a questo ecosistema?
- Luca Molinari Il sistema dei diversi canali (dai tradizionali a quelli di “nuova generazione”) contribuiscono di base a ogni forma di ricerca che cerchi di sondare il più possibile e nella maniera più allargata le ricerche in corso e le opere realizzate in una realtà frammentaria come quella italiana. Nel mio caso ho voluto implementare ulteriormente le ricerche con un contatto diretto, fisico, esperienziale con le opere che trovavo interessanti e che sembravano rispondere alle mie ricerche in corso. A differenza di altre occasioni in cui ho fatto direttamente uso del call-for-paper (Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana; Sustainab-Italy), ho preferito lavorare sulla grande massa di materiali accumulati in questi anni di ricerche e, insieme, di sollecitare più studi e progettisti possibili a raccontarmi le loro ricerche in corso.
Il mio obbiettivo non era una antologia dell’architettura italiana contemporanea, quanto, piuttosto, un carotaggio “critico” su alcuni temi, problemi, fenomeni rappresentati da alcuni progetti scelti.
- Gianmaria Sforza: Architetto e designer, dottore in Architettura del paesaggio. Dal 2008 è curatore della sezione 'Città in Movimento' del Milano Film Festival.
Se davvero c'è un' "emergenza paesaggio" non le sembra che la sezione sia drammaticamente scoperta, e la questione del tutto elusa?
Dovremmo dedurne che l'architettura del paesaggio, la sua dimensione operativa, del progetto, e gli architetti del paesaggio in Italia non esistono?
E, poiché non è così, che i progetti a volumetria zero non sono di per sé "interessanti", rilevanti?[1]
- LM Ho l’impressione che non abbia guardato con la dovuta attenzione le prime informazioni che sono state fatte circolare; la questione “emergenza paesaggio” è sollevata come uno dei 10 problemi/temi/fenomeni rilevanti con cui l’architettura italiana deve confrontarsi oggi, e come per le altre sezioni, ho portato pochi esempi che provassero a rappresentare questo tema così delicato e irrisolto per l’Italia: un progetto in corso d’opera per il recupero dei 5 comuni intorno a Giampilieri dopo la tragedia dello scorso settembre sviluppato da Marco Navarra/NOWA insieme alla protezione civile come azione sociale partecipata, in cui il risarcimento paesaggistico diventa uno degli elementi di azione progettuale; quindi il lancio di un concorso sperimentale sul recupero ambientale e urbano del Tevere, e due ricerche fotografiche sul paesaggio violato. Non mi sembra che questo dimostri una mancanza di attenzione e soprattutto non vuole chiudere la questione del paesaggio in una inutile “riserva indiana” che lo priverebbe di una ricchezza che ha dimostrato di avere, anche in Italia, con molte ricerche che non hanno ancora avuto la possibilità di diventare realtà.
Per quanto riguarda la questione dell’architettura a volume zero anche in questo caso mi sembra che alcuni elementi le siano sfuggiti in quanto la questione, insieme al tema centrale della necessità di non consumare più territorio e risorse, è con forza posta nella sezione Italia2050 con i lavori di Metrogramma e Marc.
Fuori dalle beghe polemiche della conventicola architettonica, posto che "l'amnesia" (in architettura come nel resto dell'ambito socio-culturale e artistico) più che gli ultimi 20 anni mi pare riguardi gli ultimi 50 (e ancor di più gli ultimi 150 e oltre), e posto che quello strumento che si chiama Internet consente (e costringe) ormai a ricordare "tutto", il "blocco" (o la "stasi" che dir si voglia) mi pare banalmente determinato da un coacervo di ignoranze e pigrizie collettive determinate da un sistema (di cui l'educazione è solo la punta dell'iceberg) che induce ad inseguire bassamente il soldo, gli interessi particolari, l'opportunità del momento. È più facile farsi fascinare dal lato oscuro dell'Ucronia (nella mia personale interpretazione, passato e futuro che collassano nel presente) e contemplarla passivamente, piuttosto che seguire il processo creativo classico di un tempo: studio rigoroso del passato per trarne gli spunti migliori, interpretazione dei bisogni effettivi presenti delle persone (non si vede un progetto contemporaneo di edilizia popolare decente nemmeno col binocolo, ma sarà mia ignoranza immagino), tensione verso il futuro per migliorare canoni estetici e funzionalità rispetto ai bisogni delle persone. Il tutto magari con la sincera passione dell'architetto de "La fonte meravigliosa" di Ayn Rand, per intendersi.
La mia non domanda quindi è la seguente: come mai non siamo più capaci di seguire il suddetto processo creativo che sarà anche più "difficile" da perseguire, ma è anche il più semplice e naturale da concepire?
Se uno non la smette di contemplare passato/presente/futuro che collidono e non si tuffa nel presente con la dovuta cultura e con il dovuto impegno per risolvere problemi abitativi reali (magari perseguendo la propria personale concezione del bello), come fa a creare un Vero Nuovo?
E se tutti gli addetti ai lavori non procedono così, come fanno a nascere "spontaneamente" dei movimenti estetici originali intorno a delle idee prevalenti vincenti?
Non sarebbe meglio creare scuole di giovani a cui si insegni l’Antico Metodo che consentirebbe poi di liberarsi da qualsiasi giogo ideologico (distruggere per ri-costruire) e magari di utilizzare l’opportunità economica senza farsene dominare?
Questo, modestamente, mi verrebbe da NON chiedere.
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Note:
[1]Ricordo che le facoltà di architettura sono piene di esami afferenti a questa disciplina (Architettura del paesaggio) e non è vero che non si fa ricerca, formazione né ci siano progetti e ricerche di cui non valga la pena dare testimonianza.
Curiosamente a fine settembre inizierà la 6 Bienal Europea de Paisaje de Barcelona e sarà un italiano non proprio sconosciuto, Franco Zagari, il presidente della giuria internazionale. Alla ultima edizione di due anni fa poi il Politecnico di Milano, rappresentato da ALAD laboratories, area di ricerca del Dipartimento di Architettura e Pianificazione (DIAP) del Politecnico di Milano diretta dal Prof. Maurizio Vogliazzo, ha vinto il premio come migliore scuola di paesaggio, tra le moltissime in Europa e nel mondo che hanno partecipato alla Exposición internacional de escuelas de paisaje organizzata dalla Biennale in collaborazione la Escuela Técnica Superior de Arquitectura de Barcelona (ETSAB).
Inizialmente avevo pensato di fare un’intervista sulle Biennali e non sulla Biennale coordinata da Luca Molinari.
Pensiero che ho corteggiato per pochi giorni, poi ho cambiato idea e inviato questa mail:
Luca Molinari non sarò io a porle le domande ma saranno 14 italiani tra architetti, scrittori, fotografi, politici e, se riesco a trovarla, la casalinga di Voghera (in seguito sostituita da un più consono muratore).
Sarà un dialogo tra lei e alcuni italiani.
Louis Kruger (Bari): Qual è l’architettura italiana
Vorrei iniziare prendendo spunto da una riflessione, posta in un commento sul blog della rivista Abitare[1], da una donna architetto non italiana:
- Antonie Manolova: vive a Sofia in Bulgaria.. Architetto, interior designer, fondatrice e curatrice dell'edizione bulgara della rivista italiana Abitare, il suo intento è di offrire un punto di vista contemporaneo agli architetti bulgari. Per alcuni mesi ha collaborato come progettista e presentatrice a un programma sul design d’interni per il canale bTV.
Antonie Manolova, 05.05.2010 alle 11.43 :
«my italian is not good, but correct me if I got it wrong – you criticize Molinari for not stating that “l’Italia è in crisi fortissima, e non lo si dice.”
Imagine then, what the wise thing to do would be?
It seems to me, that to keep the Italian pavilion closed for the whole duration of the Biennale might convey the message.
Bulgaria will not be in Venice this time, and there will hardly be anyone noticing.
But if Italy does the same – a void will be created, and … the risk involved is to be willing to see what happens next?» [2]
- Luca Molinari Fermo restando che per il momento si è parlato solo intorno a un comunicato stampa con un elenco provvisorio di progetti che in questi mesi stanno anche in parte cambiando, non credo di aver mai negato la condizione di crisi strutturale in cui versa l'architettura italiana. I tanti articoli che ho scritto in questi anni lo testimoniano. Ma credo anche che il padiglione Italia abbia il dovere e la responsabilità culturale di rileggere criticamente chi siamo, la situazione complessa che stiamo vivendo, oltre che a rendere visibile le tante storie interessanti e di ricerca faticosa che tanti bravi architetti portano avanti nel nostro territorio. Non credo che l'assenza crei presenza (alla Nanni Moretti, se vengo alla festa e mi nascondo sul balcone tutti mi notano perché non mi vedono...) ma credo invece che una presenza critica forte, consapevole e generosa sia invece necessaria da parte della critica. A forza di assenza, l'architettura italiana è letteralmente scomparsa dalla scena internazionale, forse perchè non ha nulla da dire, o forse perché è laterale rispetto al mainstream del dibattito generale.
- Simona Caleo: giornalista e fotografa freelance di base a Roma. Collabora con l'agenzia OtN e con il sito dell'Espresso. Ha collaborato con il World Food Programme e l'Unicef e pubblicato sui principali quotidiani e magazine italiani.
L'Italia - paese dominato da speculazioni, miserie edilizie e fame cronica di abitazioni dignitose per sempre più nutrite fasce meno abbienti - sembra vivere ormai in uno stato di costante scollamento tra i grandi progetti che toccano appena (a volte felicemente, altre meno) la vita della gente e una disertata quotidianità.
Quando si parla di visioni concettuali, di anomalie e di sperimentazione vorrei tanto che tutte queste forze di pensiero e di immaginazione si volgessero da quella parte, non per qualche notabile progetto saltuario, ma per un'azione forte e incisiva, almeno in forma progettuale e propositiva. Non potrebbe essere proprio la Biennale il luogo per fomentare una nuova stagione di concretezza creativa, offrendo spazio e voce a tutte le nuovissime leve che potrebbero avere qualcosa da dire e mostrare? Io vorrei essere sorpresa. E lei?
- LM Lo scenario che lei dipinge è vero; mai come negli ultimi vent'anni il consumo di territorio e una vera e propria "fame chimica" di cemento ha aggredito il nostro territorio da Nord a Sud. Concordo anche molto sul fatto che la realtà attuale stia producendo domande e desideri inediti che attendono risposte nuove anche dall'architettura. Nella sezione centrale della mostra intitolata "laboratorio Italia" abbiamo provato a individuare alcune famiglie tematiche e progetti di autori spesso sconosciuti che si confrontano con alcune di queste prospettive. Nelle sezioni "Costruire a 1000 euro al metro quadro" abbiamo individuato progetti costruiti di autori che si sono confrontati con i budget tipici da cooperativa e da geometri per costruire residenze con una qualità superiore nelle periferie urbane. Oppure la questione di come utilizzare i beni sequestrati alle mafie che apre prospettive interessanti e mai indagate in una Biennale di architettura, o la questione urgente dell'emergenza paesaggio che sta colpendo tutto il nostro Paese. Sulla questione delle sperimentazioni credo invece che gli autori debbano anche confrontarsi con temi più generali a cui l'architettura possa dare una delle possibili, parziali soluzioni, proprio per riportare la sua ragione d'essere a una dimensione civile e vicina ai reali bisogni delle persone.
- Stefano Mirti: architetto e designer. Fondatore di Cliostraat, responsabile della scuola di design 'NABA', partner di Id-lab, curatore (per un anno) della rubrica Mirtilli per la rivista Abitare sezione online, nel giugno del 2010 ha ideato ὄψις: l'enciclopedia di tutti i tempi, tutte le persone, tutti i paesi.
Luca, sto formulando questa domanda domenica 11 luglio 2010. Questa sera si gioca la finale della Coppa del Mondo, per cui, penso a quel mondo li'.
:-)
Concedimi una cattiveria infinita. Provo a stabilire un parellelo tra il commissario tecnico della nazionale e il curatore del padiglione Italia (so gia' che ti stai toccando, sorry).
;-)
Siamo andati in Sud Africa con una nazionale bolsa e il fatto di essere usciti malamente al primo turno non ha sorpreso nessuno. Similmente a Lippi, anche il tuo lavoro di "selezionatore" ha suscitato molti dubbi e perplessita'. Se la Biennale fosse organizzata tipo la Champion's League, io direi che il Padilgione Italia non passa il primo turno.
Hai riempito la tua squadra di titolari che non farebbero giocare neanche a Dubai (e gia' con Cannavaro abbiamo visto che non si va lontano). In un paese che invece e' ricco di qualita' (a mio avviso). Perche'?
Se il Padiglione Italia della Biennale d'Arte puo' reggere Vezzoli e Penone, non si puo' immaginare un Padiglione Italia della Biennale di Architettura che non vive di tutto e del contrario di tutto?
Che so, quando Sejima aveva fatto il Padiglione del Giappone qualche anno fa, c'era lei e basta.
Non lei che organizzava lo spazio dove poi trovavano spazio e posto 392 figurine ognuna con un ruolo miserrimo e tutto sommato banale.
Che cosa sarebbe successo se il padiglione fosse stato uno spazio significante in quanto tale, affidato a Francessco Librizzi + Salottobuono + Tankboys (o chiunque altro delle persone da te selezionate che una per una sono in genere ok, ma che tutte assieme si annullano e disintegrano)?
Non sarebbe stato molto piu' forte, potente, significativo?
Lo so che la tua natura e' un'altra, ma per quel tipo di lavoro li', c'e' gia' il web che funziona egregiamente. Nel 2010, ha ancora senso il padiglione con mille figurine?
Grazie per la risposta, buon "mondiale", ciaociao
Stefano Mirti
- LM caro Stefano
se avessi vinto un Mondiale prima e ripresentassi la stessa nazionale avresti ragione, ma così non è, invece quello che avviene in Italia, alla stessa stregua della nazionale, è che tutti vorrebbero fare i commissari tecnici solo perché leggono tutti i giorni la Gazzetta dello Sport!
Pensare che i progettisti che ho invitato siano "bolsi" fa pensare che la nostra architettura sia messa molto male; ci sono autori anche da te molto amati, ma soprattutto ci sono architetti che malgrado il Paese in cui vivono e lavorano, producono architettura di grande qualità e di forte resistenza culturale e che è necessario rendere visibili a dispetto delle riviste che pubblicano sempre gli stessi autori e di chi si parla solo molto addosso.
Poi i commenti fatti sula lista della spesa pubblicata i primi di maggio mi lasciano abbastanza indifferente perché della scelta di 45 autori nessuno sa cosa esporremo e cosa ne faremo; del gruppo dei 14 autori di Italia2050 si possono fare solo supposizioni visto che stiamo lavorando in tempo reale con loro in un laboratorio interessante e imperfetto.
Io non sono Sejima, sono uno storico dell'architettura d'oggi e penso di avere un altro ruolo politico e culturale. Non posso pensare di mettermi in scena; nè credo che basti chiamare dei giovani di talento per fare un padiglione pieno di poeticissimi coriandoli o di fiori di alluminio.
Lo spazio diventa "significante" se è capace di portare provocazioni utili e consapevoli, questo è il ruolo che sto cercando di dare al padiglione Italia; non una antologia inutile, non un campo giochi per esercitazioni accademiche, ma un progetto su cui confrontarsi attivamente e generosamente.
Che cosa serve oggi all'architettura italiana? La scoperta del giovane di turno emergente? La presentazione di una nuova generazione o stile o dogma? La messa in mostra del lavoro più polemico e provocatorio da solo come se bastasse a presentare un Paese così complesso e contraddittorio? L'ennesima lode del "famolo strano" che ci piace a tutti? Non credo alcuna di queste risposte da sola... Io credo illusoriamente che oggi bisogna ripartire da nuovi racconti. Racconti corali, di parte, civili, portatori di contenuti culturali e politici, sembrerà retorico e un poco "vecchia maniera", ma i contenuti densi e che devono necessariamente sedimentare con calma, hanno bisogno di piattaforme anche tradizionali, piattaforme che nessun abile surfing può garantire in questo momento.
Poi si aprirà finalmente la mostra, finalmente tutti voi vedrete cosa abbiamo fatto e, finalmente, si parlerà di contenuti e di scelte.
A questo punto, la mostra, nel bene e nel male, avrà assolto il suo compito, e alla fine della partita si vedrà se il vincitore ci ha fatto emozionare, divertire, insegnato qualcosa di nuovo o se invece ha solo vinto su di un fuorigioco non segnalato.
ciao
L
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Note:
[1] Redazionale, AILATI. RIFLESSIONI DAL FUTURO, Abitare Web, 4 maggio 2010. Link
[2] Traduzione: Il mio italiano non è dei migliori, correggetemi se ho capito male – Molinari viene criticato perché sottovaluta che: "l'Italia è in fortissima crisi, e non lo si dice".
Cerchiamo di immaginare, quale dovrebbe essere la cosa saggia da fare?
Mi sembra che chiudere il padiglione italiano per l'intera durata della biennale potrebbe trasmettere un messaggio.
La Bulgaria non sarà alla biennale quest'anno e dubito che ci sarà qualcuno che lo noterà. Ma se l'Italia facesse lo stesso - non si creerebbe un vuoto – con il rischio di essere obbligati a vedere cosa succederebbe dopo?
Wilfing Architettura cambia aspetto l'header e l'icona (favicon) sono state ideate da Alessandro Cavallaro.
Invece l'impostazione del modello è opera mia.
finExTRA, dopo quest'estate ubiqua, ritornerà a osservare il suo tempo fisico e mediatico.
Wilfing Architettura ripartirà - sabato 28 agosto - con un dialogo di Luca Molinari - curatore del padiglione italiano della prossima Biennale di Venezia - con 14 italiani.
"L'Italia è un paese del secondo mondo" ha scritto Nicola La Gioia.
Quest’autunno Wilfing Architettura cercherà di raccontarla.
P.S.: Abbiamo quasi finito di elaborare il libro inchiesta OLTRE IL SENSO DEL LUOGO.
A presto la pubblicazione.