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28 agosto 2010

0040 [SPECULAZIONE] Dialogo AILATI con Luca Molinari [1]

di Salvatore D'Agostino

Inizialmente avevo pensato di fare un’intervista sulle Biennali e non sulla Biennale coordinata da Luca Molinari.
Pensiero che ho corteggiato per pochi giorni, poi ho cambiato idea e inviato questa mail:
Luca Molinari non sarò io a porle le domande ma saranno 14 italiani tra architetti, scrittori, fotografi, politici e, se riesco a trovarla, la casalinga di Voghera (in seguito sostituita da un più consono muratore).
Sarà un dialogo tra lei e alcuni italiani.
Dialogo che sarà diviso in quattro parti: seconda, terza, quarta

Antonie Manolova (Sofia): Un vuoto che rappresenta la crisi dell’architettura italiana

Simona Caleo (Roma): La migliore Italia

Stefano Mirti (Milano): Senza selezione, senza eleganza

Alessio Erioli (Bologna): Ecosistema informatico

Gianmaria Sforza (Milano): L’architettura a volume zero

Uto Pio (Facebook): L’ucronia per leggere il presente

Ettore Maria Mazzola (Roma): Tradizionale non concettuale

Alfredo Bucciante aka AlFb (Roma): Tornare normali

Giacomo Butté (Apolide asiatico): L’Italia di oggi

Mila Spicola (Palermo): Architettura democratica

Mahdy (Muratore emiliano): In cantiere 

Francesco Cingolani (Milano-Madrid-Parigi): Spazio reale virtuale

Rossella Ferorelli (Bari): Accademia

Louis Kruger (Bari): Qual è l’architettura italiana

Vorrei iniziare prendendo spunto da una riflessione, posta in un commento sul blog della rivista Abitare[1], da una donna architetto non italiana
:

- Antonie Manolova:
vive a Sofia in Bulgaria.. Architetto, interior designer, fondatrice e curatrice dell'edizione bulgara della rivista italiana Abitare, il suo intento è di offrire un punto di vista contemporaneo agli architetti bulgari. Per alcuni mesi ha collaborato come progettista e presentatrice a un programma sul design d’interni per il canale bTV.

Antonie Manolova, 05.05.2010 alle 11.43 :
«my italian is not good, but correct me if I got it wrong – you criticize Molinari for not stating that “l’Italia è in crisi fortissima, e non lo si dice.”
Imagine then, what the wise thing to do would be?
It seems to me, that to keep the Italian pavilion closed for the whole duration of the Biennale might convey the message.
Bulgaria will not be in Venice this time, and there will hardly be anyone noticing.
But if Italy does the same – a void will be created, and … the risk involved is to be willing to see what happens next?» [2]
 

- Luca Molinari Fermo restando che per il momento si è parlato solo intorno a un comunicato stampa con un elenco provvisorio di progetti che in questi mesi stanno anche in parte cambiando, non credo di aver mai negato la condizione di crisi strutturale in cui versa l'architettura italiana. I tanti articoli che ho scritto in questi anni lo testimoniano. Ma credo anche che il padiglione Italia abbia il dovere e la responsabilità culturale di rileggere criticamente chi siamo, la situazione complessa che stiamo vivendo, oltre che a rendere visibile le tante storie interessanti e di ricerca faticosa che tanti bravi architetti portano avanti nel nostro territorio. Non credo che l'assenza crei presenza (alla Nanni  Moretti, se vengo alla festa e mi nascondo sul balcone tutti mi notano perché non mi vedono...) ma credo invece che una presenza critica forte, consapevole e generosa sia invece necessaria da parte della critica. A forza di assenza, l'architettura italiana è letteralmente scomparsa dalla scena internazionale, forse perchè non ha nulla da dire, o forse perché è laterale rispetto al mainstream del dibattito generale.

- Simona Caleo: giornalista e fotografa freelance di base a Roma. Collabora con l'agenzia OtN e con il sito dell'Espresso. Ha collaborato con il World Food Programme e l'Unicef e pubblicato sui principali quotidiani e magazine italiani.

L'Italia - paese dominato da speculazioni, miserie edilizie e fame cronica di abitazioni dignitose per sempre più nutrite fasce meno abbienti - sembra vivere ormai in uno stato di costante scollamento tra i grandi progetti che toccano appena (a volte felicemente, altre meno) la vita della gente e una disertata quotidianità.
Quando si parla di visioni concettuali, di anomalie e di sperimentazione vorrei tanto che tutte queste forze di pensiero e di immaginazione si volgessero da quella parte, non per qualche notabile progetto saltuario, ma per un'azione forte e incisiva, almeno in forma progettuale e propositiva. Non potrebbe essere proprio la Biennale il luogo per fomentare una nuova stagione di concretezza creativa, offrendo spazio e voce a tutte le nuovissime leve che potrebbero avere qualcosa da dire e mostrare? Io vorrei essere sorpresa. E lei?

- LM Lo scenario che lei dipinge è vero; mai come negli ultimi vent'anni il consumo di territorio e una vera e propria "fame chimica" di cemento ha aggredito il nostro territorio da Nord a Sud. Concordo anche molto sul fatto che la realtà attuale stia producendo domande e desideri inediti che attendono risposte nuove anche dall'architettura. Nella sezione centrale della mostra intitolata "laboratorio Italia" abbiamo provato a individuare alcune famiglie tematiche e progetti di autori spesso sconosciuti che si confrontano con alcune di queste prospettive. Nelle sezioni "Costruire a 1000 euro al metro quadro" abbiamo individuato progetti costruiti di autori che si sono confrontati con i budget tipici da cooperativa e da geometri per costruire residenze con una qualità superiore nelle periferie urbane. Oppure la questione di come utilizzare i beni sequestrati alle mafie che apre prospettive interessanti e mai indagate in una Biennale di architettura, o la questione urgente dell'emergenza paesaggio che sta colpendo tutto il nostro Paese. Sulla questione delle sperimentazioni credo invece che gli autori debbano anche confrontarsi con temi più generali a cui l'architettura possa dare una delle possibili, parziali soluzioni, proprio per riportare la sua ragione d'essere a una dimensione civile e vicina ai reali bisogni delle persone.

- Stefano Mirti: architetto e designer. Fondatore di Cliostraat, responsabile della scuola di design 'NABA', partner di Id-lab, curatore (per un anno) della rubrica Mirtilli per la rivista Abitare sezione online, nel giugno del 2010 ha ideato ὄψις: l'enciclopedia di tutti i tempi, tutte le persone, tutti i paesi.

Luca, sto formulando questa domanda domenica 11 luglio 2010. Questa sera si gioca la finale della Coppa del Mondo, per cui, penso a quel mondo li'.

:-)

Concedimi una cattiveria infinita. Provo a stabilire un parellelo tra il commissario tecnico della nazionale e il curatore del padiglione Italia (so gia' che ti stai toccando, sorry).

;-)

Siamo andati in Sud Africa con una nazionale bolsa e il fatto di essere usciti malamente al primo turno non ha sorpreso nessuno. Similmente a Lippi, anche il tuo lavoro di "selezionatore" ha suscitato molti dubbi e perplessita'. Se la Biennale fosse organizzata tipo la Champion's League, io direi che il Padilgione Italia non passa il primo turno.

Hai riempito la tua squadra di titolari che non farebbero giocare neanche a Dubai (e gia' con Cannavaro abbiamo visto che non si va lontano). In un paese che invece e' ricco di qualita' (a mio avviso). Perche'?

Se il Padiglione Italia della Biennale d'Arte puo' reggere Vezzoli e Penone, non si puo' immaginare un Padiglione Italia della Biennale di Architettura che non vive di tutto e del contrario di tutto?

Che so, quando Sejima aveva fatto il Padiglione del Giappone qualche anno fa, c'era lei e basta.
Non lei che organizzava lo spazio dove poi trovavano spazio e posto 392 figurine ognuna con un ruolo miserrimo e tutto sommato banale.
Che cosa sarebbe successo se il padiglione fosse stato uno spazio significante in quanto tale, affidato a Francessco Librizzi
+ Salottobuono + Tankboys (o chiunque altro delle persone da te selezionate che una per una sono in genere ok, ma che tutte assieme si annullano e disintegrano)?

Non sarebbe stato molto piu' forte, potente, significativo?
Lo so che la tua natura e' un'altra, ma per quel tipo di lavoro li', c'e' gia' il web che funziona egregiamente. Nel 2010, ha ancora senso il padiglione con mille figurine?

Grazie per la risposta, buon "mondiale", ciaociao
Stefano Mirti

- LM caro Stefano
se avessi vinto un Mondiale prima e ripresentassi la stessa nazionale avresti ragione, ma così non è, invece quello che avviene in Italia, alla stessa stregua della nazionale, è che tutti vorrebbero fare i commissari tecnici solo perché leggono tutti i giorni la Gazzetta dello Sport!
Pensare che i progettisti che ho invitato siano "bolsi" fa pensare che la nostra architettura sia messa molto male; ci sono autori anche da te molto amati, ma soprattutto ci sono architetti che malgrado il Paese in cui vivono e lavorano, producono architettura di grande qualità e di forte resistenza culturale e che è necessario rendere visibili a dispetto delle riviste che pubblicano sempre gli stessi autori e di chi si parla solo molto addosso.
Poi i commenti fatti sula lista della spesa pubblicata i primi di maggio mi lasciano abbastanza indifferente perché della scelta di 45 autori nessuno sa cosa esporremo e cosa ne faremo; del gruppo dei 14 autori di Italia2050 si possono fare solo supposizioni visto che stiamo lavorando in tempo reale con loro in un laboratorio interessante e imperfetto.
Io non sono Sejima, sono uno storico dell'architettura d'oggi e penso di avere un altro ruolo politico e culturale. Non posso pensare di mettermi in scena; nè credo che basti chiamare dei giovani di talento per fare un padiglione pieno di poeticissimi coriandoli o di fiori di alluminio.
Lo spazio diventa "significante" se è capace di portare provocazioni utili e consapevoli, questo è il ruolo che sto cercando di dare al padiglione Italia; non una antologia inutile, non un campo giochi per esercitazioni accademiche, ma un progetto su cui confrontarsi attivamente e generosamente.
Che cosa serve oggi all'architettura italiana?

La scoperta del giovane di turno emergente?
La presentazione di una nuova generazione o stile o dogma?
La messa in mostra del lavoro più polemico e provocatorio da solo come se bastasse a presentare un Paese così complesso e contraddittorio?
L'ennesima lode del "famolo strano" che ci piace a tutti?
Non credo alcuna di queste risposte da sola... 
Io credo illusoriamente che oggi bisogna ripartire da nuovi racconti. Racconti corali, di parte, civili, portatori di contenuti culturali e politici, sembrerà retorico e un poco "vecchia maniera", ma i contenuti densi e che devono necessariamente sedimentare con calma, hanno bisogno di piattaforme anche tradizionali, piattaforme che nessun abile surfing può garantire in questo momento.
Poi si aprirà finalmente la mostra, finalmente tutti voi vedrete cosa abbiamo fatto e, finalmente, si parlerà di contenuti e di scelte.
A questo punto, la mostra, nel bene e nel male, avrà assolto il suo compito, e alla fine della partita si vedrà se il vincitore ci ha fatto emozionare, divertire, insegnato qualcosa di nuovo o se invece ha solo vinto su di un fuorigioco non segnalato.
ciao
L

(ndr risposta del 12 luglio 2010)

28 agosto 2010 (Ultima modifica 1 settembre 2010)

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Note:

[1] Redazionale, AILATI. RIFLESSIONI DAL FUTURO, Abitare Web, 4 maggio 2010. Link

[2] Traduzione: Il mio italiano non è dei migliori, correggetemi se ho capito male – Molinari viene criticato perché sottovaluta che: "l'Italia è in fortissima crisi, e non lo si dice".
Cerchiamo di immaginare, quale dovrebbe essere la cosa saggia da fare?
Mi sembra che chiudere il padiglione italiano per l'intera durata della biennale potrebbe trasmettere un messaggio.
La Bulgaria non sarà alla biennale quest'anno e dubito che ci sarà qualcuno che lo noterà. Ma se l'Italia facesse lo stesso - non si creerebbe un vuoto – con il rischio di essere obbligati a vedere cosa succederebbe dopo?
 

16 giugno 2009

0024 [MONDOBLOG] Archistar o Archipov? 1° parte

di Salvatore D'Agostino

Un dialogo doppio con il gruppo blogger architetti senza tetto. Provincia, ironia, sbalzi umorali, Computer Aided Design, parcelle, uffici tecnici e storie di un gruppo di amici architetti che dialogano in rete.

Legenda: 
ANG Angiolo;
AST Architetti senza tetto;
LB Lina Bo;
MF Massimiliano;
RK Rem;
SD Salvatore D'Agostino;
TD Tadao;
ZH Zaha. 

Salvatore D’Agostino Gianni Biondillo, inizia così il suo libro Metropoli per principianti:
«Non fate studiare architettura ai vostri figli. Non ne vale la pena. Se non lo fate per il successo, per il denaro, per la fama, insisto, è un consiglio spassionato: lasciate perdere. Avreste speso i soldi delle tasse universitarie, del computer, dei costosissimi testi scolastici, assolutamente per nulla. È il peggior investimento che potreste fare, quindi non fatelo.»(1) 
ANG Chi non se lo è sentito dire almeno una volta nella vita (...o forse tutti i giorni!). Se ti fossi fatto prete, lo avresti fatto per diventare Papa?

LB Io non ho capito dove sta la domanda... (cominciamo bene!!!) 

TD Beh... direi che per ragioni contrarie, ma ha ragione... non fate studiare architettura ai vostri figli, se desiderano successo, denaro e fama... ma poi... stò Gianni Biondillo, chi è?

RK Biondillo al mio confronto è un pargoletto con gli occhi pieni di rosee speranze... Io, se avessi un figlio, il primo giorno dell'asilo gli direi: "caro Vibrato (perché se avessi un figlio si chiamerebbe Vibrato) vedi di non abituarti a libri e quaderni perché ti mando a scuola solo fino alle medie. Dopo devi imparare un mestiere solido e utile come l'idraulico, il cartongessista o il manutentore di caldaie. Se poi avrai guadagnato abbastanza per te e le tue future cinque generazioni, allora ti potrai dedicare a un hobby futile e masochistico da scegliere tra fare il candidato del PD in Abruzzo o l'architetto.

ZH La tua domanda mi ha fatto scoprire che Gianni Biondillo è un architetto. Ho letto due suoi libri e non lo sapevo. E ora credo che abbia il dente avvelenato. Vorrebbe dire che: o miri a fare l'archistar o non ti conviene fare l'architetto? E che se come architetto hai successo, fai i soldi, e/o diventi famoso, allora sei un cinico (o lo sono i tuoi genitori)? Naaa. (Anch'io ho il dente avvelenato).

AST Come promesso (anzi minacciato) eccoti una contro-domanda pescata tra quelle che ci sono venute in mente. Domanda di ZH: Questo è l'incipit della voce "Architetto" di Wikipedia in italiano:
«L'architetto è la figura professionale massimamente esperta della progettazione architettonica, del restauro dei monumenti, della pianificazione, dell'estimo in relazione alla costruzione di edifici e più in generale di spazi a livello architettonico e urbanistico. È storicamente tra gli attori principali della trasformazione dell'ambiente costruito»
Che ne pensi di questa affermazione? 

SD Una WIKIPEssima DIArroica affermazione.
Per me l'architetto (senza presunzione di definizione) è colui che ha il senso del grave, inteso nei due suoi significati:
  • (materia) come per Archimede che ignudo immergendo le sue terga dentro la tinozza, si accorse che la sua massa corporea occupava uno spazio causando l'innalzamento del livello dell'acqua, l'architetto capisce che tutto ciò che edifica occupa uno spazio di cielo che poggia sulla terra;
  • (tensione) del profondo rispetto per chi costruisce e per chi usufruirà della struttura, un architetto non ammetterebbe che si possa morire in cantiere per incuria o che si presentino degli esecutivi approssimativi.
Parafrasando Bruno Munari «Fare il contadino è un mestiere terra terra»(2), fare l'architetto è un mestiere fra le nuvole.

SD A proposito di Bruno Munari, nel 1972 propose un concorso "Il compasso d'oro a ignoto", venivano premiati gli oggetti di uso comune con caratteristiche tecnico estetiche indissolubili, come la sedia stradio, la lampada del meccanico, un utensile del vetraio, l'ombrello, il lucchetto per serrande, oggetti di cui si sconosce il nome del progettista. Una delle sezioni più interessanti del vostro blog è la rubrica NO!DESIGN prendendo spunto da un bel libro di Vladimir Archipov ‘Design del popolo’(3), riproponete oggetti che possiamo definire di design involontario: l'etichetta distintiva dell'acqua fatta, la cornice dell'immaginetta della madonna, una gruccia porta gruccia, il portarotolo a filo, un portacellulare imbottigliato. Cos'è il design per voi? 

LB la traduzione letterale di design dall'inglese ha a che fare con il PROGETTO, cioè progettare o progettazione a seconda del caso che si tratti di verbo o sostantivo.
Ed è questo che dovrebbe essere un buon design (in quell'accezione contratta che comunemente diamo noi italiani all'industrial design, cioè al design di prodotti, oggetti, ecc...).
In questo senso credo che tutti gli oggetti NO!DESIGN in realtà siano perfetti oggetti di DESIGN, cioè frutto di una progettazione tutt'altro che involontaria: ... la ricerca di una risposta a un'esigenza, nuda e cruda (a volte più poetica a volte più terra terra, a volte a molte esigenze: funzionale, estetica, politica, ecc), e quindi sono progetto tout-court.
Poi c'è il design a forma di design... che di solito è "faticoso" o "gratuito", se ne trova un sacco sulle riviste e nelle fiere! 

MF Vedo gli oggetti di design più riusciti come forme senza tempo, perennemente attuali.
Da questo punto di vista credo possa essere utile per noi NON osservare altri oggetti "contemporanei".
Non credo si possa prescindere dal reale utilizzo degli oggetti.
No!design è per me anche sperimentazione di nuove necessità.

RK Innanzitutto grazie a te da oggi ogni qualvolta mi imbatterò nel principio di Archimede si ripresenterà nella mente l'immagine indissolubile di due grosse chiappone che si immergono... grazie, veramente grazie.
La nostra rubrica NO!DESIGN si ispira al bellissimo libro di Archipov, del quale vuol essere una declinazione in senso locale. Ci piacerebbe raccogliere oggetti autoprodotti che raccontino la storia ma anche la fantasia e la creatività della gente, non tanto del "popolo" in senso classista o sociale, ma di chiunque decida di risolvere un problema o un'esigenza con i propri mezzi e la propria fantasia. Gli oggetti raccolti da Archipov sono incredibili perché raccontano storie vere, sono dei brevi saggi di sociologia applicata, aforismi in forma materiale di storia recente. E in più sono poetici, emozionanti fino allo struggimento.
Ci sono pezzi di design contemporaneo in grado, non solo di svolgere egregiamente e semplicemente la funzione per la quale sono preposti, ma anche di raccontare storie affascinanti o un solo pensiero? Non credo, ed è per questo che il nome della rubrica va letta anche in senso letterale, con tanto di punto esclamativo.
Personalmente il design contemporaneo mi fa a dir poco ribrezzo, in particolare quello delle grandi firme ma anche di molti dei cosiddetti "giovani designer" che affollano fiere e convention sparse per il mondo alla ricerca di una visibilità transitoria ed effimera. A volte le mostre di design mi sembrano delle ipertrofiche mostre di lavoretti scolastici, quelle dove tutto sembra ricercare la carezza di un indifferente padre/produttore. Gli oggetti di NO!DESIGN, invece, se ne infischiano del giudizio altrui, sono diretti allo scopo, non cercano alcuna lode né aura intellettuale, non sono la soluzione ai problemi del mondo, non vogliono apparire su riviste patinate, ma soprattutto non hanno bisogno di nessun produttore in grado di trasformare un'idea "carina" in un prodotto di massa.
In questo senso mi sono divertito a leggere, su un numero di Abitare (n.d.r. n. 483), di un incontro al quale hanno partecipato vari intellettuali di levatura mondiale, tipo John Thackara, Aaron Betsky, Paola Antonelli, chiamati a discutere amabilmente e amichevolmente (come ama fare Abitare che quando organizza queste tavole rotonde sembra che tutti siano amici e compagnoni e sono appena usciti un po' sbronzi da una pizzeria) di Design e soprattutto del Torino geodesign. E a questo incontro c'era anche Archipov. Io me lo immagino mentre si rivolge alla supersnob e un po' schifata Paola Antonelli con un alito che sa pesantemente di cipolla e birra e dice sostanzialmente che la gente farebbe con giubilo a meno dell'intervento paternalistico e caritatevole dei designer. Della serie fate le vostre belle mostre in musei fichissimi, stampate le vostre riviste dal gusto fintamente popolare, preoccupatevi dell'influenza che avranno le nanotecnologie sull'estetica dell'arredobagno ma non rompete le scatole alla gente che, messa nelle condizioni giuste, sa risolvere i propri problemi pratici meglio di qualsiasi fratello brullè. Mi piace questo atteggiamento un po' rustico da Russia postsovietica perché punta l'accento sul fatto che la creatività non è appannaggio di una ristretta cerchia di eletti, vedi gli architetti e i designer, ma che appartiene a tutti: bisogna solo avere un problema pratico da affrontare per farla schizzar fuori in tutta la sua pirotecnica effervescenza.(4) 

TD Partiamo dal fondo.
Non saprei definire il design, perché non sono addentro a questa materia, ma direi che il design della rubrica "NO!DESIGN" non è "involontario", anzi, è forse una espressione incolta (e per questo geniale), ma volontaria per rispondere a una determinata esigenza.
Mentre sulla definizione di architetto direi che:
1) non mi preoccupo del fatto che gli (sporadici) edifici che costruisco "occupino" una porzione di cielo, ma mi preoccupo del fatto che costruendo sto modificando lo spazio intero e quella porzione di cielo che, forse, senza quell'edificio sarebbe stata meno... meno... non so meno cosa, ma diciamo semplicemente "meno"...
2) una persona che muore e degli esecutivi imprecisi, sono due concetti che non riesco ad accomunare.
2a) ho visto l'indifferenza degli operai ai temi della sicurezza, la loro evidente e incomprensibile noncuranza della propria incolumità... ma credo che non sia dappertutto così, credo che in alcune realtà siano anche le ditte a contravvenire i fondamentali della sicurezza... ma il tema, di per sé, è troppo complesso. Io mi fermo a questa constatazione.
2b) gli esecutivi normalmente li porto al 50, con (rari) dettagli al 10 o al 5... poi mi accorgo che siccome l'impresa esecutrice non capisce una sezione, usa direttamente i 100 depositati in comune, perché più chiari...
ZH davvero abbiamo preso spunto da Vladimir Archipov? ma esiste davvero uno che si chiama Vladimir ARCHI-POV, e non è un situazionista?
Quanto alla domanda vera e propria: per me, il design è nell'occhio di chi guarda, e diventa indispensabile affezione/afflizione quando si possiede un oggetto di design. con tutte le contraddizioni del caso
  • mi piace la grafica dell'ISBN (e ne posseggo alcuni esemplari);
  • mi piace (e posseggo) il portacenere CUBO di Munari. Mai usato, non vorrei sporcarlo, ci metto dentro i bigliettini da visita; checché ne dicesse Munari, ora non ha più scopo, è puro design, e cioè piacevole da guardare e toccare (e possedere), e basta;
  • mi è stato fatto notare da un ospite recente che su una mensola della nostra cucina c'è il famoso spremiagrumi di Philippe Starck: "ma è funzionale?" "boh, non l'ho mai usato!"; è stato un acquisto consapevole (credo e spero) della futilità dell'oggetto e del ruolo ambiguo che il design svolge in questo caso;
  • mi piace, e posseggo, e mi ha profondamente deluso, un macinapepe di design nordico: in questo caso, l'acquisto era volto all'uso, e diversamente da quello che in genere si dice sul design nordico, è bellissimo e appare funzionale da vedere e toccare, ma è assolutamente inutilizzabile per macinare il pepe. Si potrebbe continuare all'infinito.
Direi che l'importante (come per l'arte, sempre secondo me) è la consapevolezza nella fruizione. Inutile in questo caso dare la colpa agli altri.
Aggiungo come riflessione secondaria, originata proprio dall'ospite sopra menzionata: spesso veniamo giudicati dagli oggetti che ci appartengono, e quando ce ne accorgiamo, siamo in imbarazzo. Vorremmo aver scelto con più oculatezza. (o vale solo per me?)
E come riflessione terziaria: saremmo felici in una casa fatta solo di oggetti NO!DESIGN (o di "design del popolo")?

AST Perché gli architetti finiscono sempre per "fare le notti"? e quanto questo influenza la produzione del progetto? Per mia esperienza, studi anche importanti finiscono sempre per utilizzare questo tempo alla chiusura di un lavoro, ad una consegna... di solito sono i disegnatori, che ci rimettono... 

SD Una domanda maledettamente difficile ed è uno dei pretesti che mi hanno spinto ad aprire il blog Wilfing Architettura.
Ti elenco alcune delle ragioni che condizionano il lavoro dell’architetto:
  • ignoranza tecnologica: mancano dei corsi di aggiornamento o meglio scuole post laurea per professionisti come indicate dal linguista Tullio De Mauro;
  • studi tecnici strutturati artigianalmente e non organicamente seguendo la logica del processo edilizio;
  • assenza di cultura architettonica, il 95% delle nostre costruzioni sono opere di edilizia. Chiamata dai giornalisti di Report il Male oscuro;
  • gli ordini degli architetti difficilmente promuovono attività culturali. La figura professionale dell’architetto non è tutelata;
  • diffusa cultura misoneista, si pretende la rivoluzione per ogni opera d’architettura trascurando ‘giornalisticamente’ la colata di cemento anonimo che devasta quotidianamente il paesaggio italiano;
  • illegalità diffusa.
In poche parole l’architetto è un mestiere da sfigati dato che si lavora 24 ore per essere considerati onanisti perditempo.

SD Dal 23 aprile 2008 il blog indaga sulle misteriose apparizione di seppie giganti a Pescara. Raccogliete informazioni, descrivete il luogo dell'avvistamento, lo taggate in una mappa in continuo aggiornamento e li descrivete come critici televisivi dell'arte. Esempio: sono ben due seppie che s'intrufolano tra le lettere della scritta. La capoccia è blu/viola, gli occhi celeste e i tentacoli magenta. Per alcuni critici i graffiti sono forma d'arte, per altri messaggi da non sottovalutare, per i politici del decoro atti di vandalismo e c'è anche chi propone i graffiti per abbellire gli edifici nati dopo il 1950.
Che cosa sono i graffiti per voi?  

LB Che noia l'annosa questione del graffito come opera d'arte o atto vandalismo... ma voglio essere banale fino in fondo: mi ricordo che quando ero bambina avevo una scatola di matite colorate di marca "giotto" la cui confezione cartonata ritraeva Giotto intento a disegnare un cerchio perfetto ( o era forse una pecora?) su una pietra sotto gli occhi attenti del suo maestro Cimabue e di un paio di pecore interessate all'opera (un testo raccontava appunto la storiella di quell'evento artistico)... ad avercelo ora quel pezzo di muro della campagna toscana. I graffiti sono delle splendide opere d'arte contemporanee (non tutti ovviamente). Punto. 

RK Quando guardo i graffiti provo in genere una sorta di invidia: perché loro possono intervenire sull'estetica della città e io, che sono architetto, no?
É questa “invidia della bomboletta” che mi spinge a osservare in particolare quei graffiti in cui mi sembra di intravedere un progetto artistico che superi il mero atto vandalico. Penso proprio che prima o poi anch'io mi travestirò da writer e nella notte pescarese darò libero sfogo alla mia frustrata voglia di lasciare il segno su una città per il resto indifferente verso qualsiasi azione architettonica, artistica o minimamente estetica che possa avvenire sul suo suolo. 

ZH A parte che non ho ben capito l'esempio... ti riferisci al banner del sito? comunque, per me, una risposta univoca non è possibile. I graffiti possono essere qualsiasi cosa tra quelle citate nella domanda, anche se (quasi) mai contemporaneamente. L'unica cosa su cui ho dei dubbi è la questione dell'abbellimento per edifici posteriori al 1950... in tal caso, in quanto eventi organizzati, sarebbero da definirsi più correttamente "murales" o "affreschi" (qui volevo fare dell'ironia sorvolando esplicitamente la generalizzazione implicita sul valore dell'architettura del dopoguerra... si capisce?) 

AST Una delle sezioni della PresS/Tletter di epoca pre-web2.0 (per intenderci quella lunghissima e impossibile da leggere) che ci piaceva di più era quella delle interviste perché aveva un tono più spigliato e meno palloso (per intenderci alle "Iene") di quello paludato da rivista di architettura.
Ti proponiamo qui la classica sfilza di domande a cui, mi raccomando, devi rispondere in non più di 10 secondi l'una per evitare di essere intelligente o anche minimamente serio. Noi questo gioco l'abbiamo fatto e qui puoi leggere le risposte che avevamo dato. 
Pronto? Via! 

SD Grazie io vi faccio una domanda voi tredici!!! 

AST & presS/Tletter Una auto-presentazione in quattro righe. 

SD
NO
!
Archi
Tetto 

AST & presS/Tletter Cosa ne pensi della ricerca architettonica in Italia oggi? 

SD Esiste ed è latente, bisogna cercarla nei sottoscala, ahimè posti poco frequentati dai critici. I grandi problemi in Italia sono dati dai gerontocratici del decoro e dalla gestione politica dell'eccellenza una contraddizione di termini. 

AST & presS/Tletter Il nome di un architetto italiano vivente al quale faresti progettare casa tua.

SD Usurato Vittorio Giorgini di prima mano Salottobuono.  

AST & presS/Tletter Il nome di una star internazionale alla quale non la faresti progettare.  

SD Vittorio Gregotti perché è ancora convinto che lo ZEN di Palermo è mal abitato. 

16 giugno 2009 (ultima modifica 11 settembre 2012)
Intersezioni ---> MONDOBLOG

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Note: 
(1) Gianni Biondillo, Metropoli per principianti, Guanda, 2008
(2) Bruno Munari, Spazio abitabile, Nuovi Equilibri, 1999.
(3) Vladimir Archipov, Design del popolo. 220 inventori della Russia post-sovietica, ISBN, 2007
(4) di questo convegno Wilfing Architettura ne aveva parlato con Marco Paisan: 0017 [MONDOBLOG] Intervista a Marco Pasian del gruppo Opla+

5 dicembre 2008

...a proposito di diagrammi, incrocio e fotografia...


...diagrammi,
Salottobuono,
ho sistemato l'intervista secondo il tuo/vostro suggerimento.
Interessante il libro Data Flow
a presto,
Salvatore D'Agostino
Mail spedita il 20 ottobre 2008 10.19

Grazie sì, il libro è molto bello e pieno di lavori interessanti. E' anche molto ben fatto, l'hanno curato e disegnato gli svizzeri Onlab (www.onlab.ch – gli stessi che hanno realizzato la grafica del padiglione tedesco alla Biennale di quest'anno e che hanno fatto il lifting all'attuale Domus...).
Salottobuono

Che cos'è un Data Flow Diagram?

Una semplificazione grafica dei flussi d'informazione, teorizzata nel 1978 da Tom De Marco e descritta nel suo libro Structured Analysis and Systems Specification, Paperback, 1979.


...incrocio,
ho chiesto ai miei amici Ugo Sgambetterra e Carina Peinado Sarubbi, di tradurmi una vignetta di Daniel Paz un fumettista argentino.
Grazie Ugo e Carina.

Clicca sull'immagine per ingrandire.


MALBA: http://www.malba.org.ar/web/


...fotografia,
Martino Di Silvestro un architetto/
fotografo che lavora in Svizzera mi ha spedito una mail:
Oggetto: Mormorio-Alemanno Delogu...
Perchè non pubblichi questo?

http://www.fotoinfo.net/news/detail.php?ID=447
http://liste.racine.ra.it/pipermail/s-fotografie/2008-July/001213.html
http://liste.racine.ra.it/pipermail/s-fotografie/2008-July/001214.html
nel tuo blog?

Ciao
Martino
Mail spedita il 17 ottobre 2008 16.08


Di Diego Mormorio ricordo con piacere un suo libro sulla fotografia "Un'altra lontananza", Sellerio, 1997.
Interessante il capitolo Vedute & Paesaggio (Città, giardini, periferie, lontananze) dove si può leggere un'acuta definizione di paesaggio:


Questo vicenda romana chiarisce il male profondo della nostra Italia, mi chiedo, può la politica gestire le eccellenze?
In una lettera aperta di Diego Mormorio pubblicata su libero il 13 luglio 2008 "7 anni di fotografia. Festival internazionale di Roma". Un bilancio deludente." Leggiamo:

«Ma il sindaco Veltroni – che (per la cronaca) è stato studente all’Istituto Cine-Tv – intendeva evidentemente realizzare intorno alla fotografia non tanto un progetto orientato all’approfondimento o alla crescita dello spirito critico, quanto uno dei tanti appuntamenti romani di consumo, utili alla crescita del consenso elettorale. Pensò, dunque, che non fossero necessari né uno né molti esperti, ma che bastasse la buona volontà di un fotografo, ignoto a molti, ma suo amico. Così Marco Delogu, per dirla ricordando i tanti cardinali che ha fotografato, venne creato “direttore artistico"».

Riporto un articolo apparso sul sito Associazione Italiana Giornalisti Dell'Immagine", 09 ottobre 2009:

«Dal 2009 stop al Festival Internazionale della FotoGrafia di Roma. Lo ha dichiarato all’Ansa l’assessore alla cultura Umberto Croppi, lanciando contemporaneamente la costituenda Festa Futurista e le altre iniziative culturali del comune.
Ufficialmente la causa è finanziaria: l’assessore ha detto di aver trovato una “situazione disastrosa”, anche se la passione revisionista della giunta Alemanno, dai festival del cinema "autarchici" alla celebrazione dei caduti papalini proprio durante la commemorazione della Breccia di Porta Pia il 20 settembre scorso, e l’evidente intenzione di cancellare qualsiasi ricordo delle precedenti amministrazioni di centrosinistra, fanno pensare a forti motivazioni di natura politico-ideologica. Il direttore della rassegna Marco Delogu ha dichiarato in un’intervista a Repubblica che l’edizione del 2009 si terrà ugualmente, anche senza l’appoggio comunale, per rispettare gli impegni presi a livello internazionale.
Sembra giusto ricordare che il Festival e la gestione di Delogu hanno ricevuto in passato diverse critiche, per la mancanza di un Comitato Scientifico, la discutibilità di alcune scelte, l’assenza di un serio percorso critico e storiografico, riassunte in un recente intervento di Diego Mormorio su S-Fotografie e in una seguente precisazione

Diego Mormorio nella sua successiva precisazione riporta un aneddoto:

«Ho sentito circolare una battuta: Se in Italia si fulmina una lampadina, prima fanno un convegno politico sulla lampadina, poi la sostituiscono.»

Tralasciando la vicenda Mormorio/Delogu, Alemanno/Veltroni, revival futuristico/fotografia internazionale, provinciali/provinciali, perché in Italia la retorica della politica di sinistra--->comunisti/destra--->fascisti crede che gli italiani siano gente da addomesticare con eventi culturali propagandistici e provinciali?
Perché la politica deve gestire la cultura?
L'Italia è bloccata da un manipolo cospicuo di politici che gestiscono i propri interessi a discapito della gente intelligente ormai relegata fuori orario o nel retrobottega.
La politica sembra considerare stupidi i propri elettori, spendendo soldi statali per operazioni di basso marketing elettorale.
Personalmente credo che bisogna non aver più buonsenso e disobbedire, perché la politica di destra/sinistra non rispetta le regole primarie del buon vivere, agire con intelligenza.

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20 ottobre 2008

0022 [SPECULAZIONE] Intervista a Salottobuono

di Salvatore D'Agostino

Un dialogo sull'architettura esplosa e i suoi flussi.

   Salvatore D'Agostino Il salotto buono mi ricorda l'atmosfera degli anni cinquanta e gli scritti sul saper vivere nelle riviste: Grazia, Gente, Annabella, Omnibus a cura delle signore Irene Brin, Donna Letizia, Gasperini Brunella pseudonimi di Maria Vittoria Rossi, Colette Rosselli, Bianca Robecchi. Uno spazio ormai desueto e dimenticato nella progettazione attuale. Perché 'Salottobuono'?

   Salottobuono Interessante, non conoscevamo queste signore. Salottobuono nasce in un salotto di casa, e a questo deve originariamente il suo nome. Volevamo uno spazio per far circolare idee, per incontrare amici e raccontarci progetti, lavori in corso, piccoli e grandi (in)successi. Avevamo un soggiorno abbastanza capiente, un videoproiettore, qualche bottiglia di vino. Si trattava solo di trovare un po' di tempo. Detta così sembra una cosa molto remota e nostalgica. Invece era l'estate scorsa. Qualcuno maliziosamente iniziò a vedervi analogie con Marta Marzotto, e a noi piacque. A noi fa pensare più a "La Casa Calda", "Pianeta Fresco" o "Superstudio".


   Nel n.475 di Abitare, settembre 2007, esordite con la rubrica 'Istruzioni per l'uso' dove scomponete alcune opere di architettura, presentate nella rivista attraverso piante, sezioni, schemi distributivi, diagrammi, assonometrie, prospettive e particolari costruttivi. Una semplificazione che denuda le opere tra le più complesse. Qual è lo scopo?

   "Istruzioni per l'uso" prende in esame opere frutto di diversi campi della progettazione: architettura, design, arte. I materiali eterogenei che ci vengono forniti dagli autori sono sottoposti ad un'attenta analisi, scomposizione e dissezione. Di volta in volta scegliamo come raccontarli e rappresentarli, secondo il punto di vista più stimolante per comprenderne il funzionamento, le peculiarità, gli intenti. Gli oggetti e gli strumenti necessari a produrli vengono modellati e manipolati usando diversi software, poi ridisegnati, attingendo a tecniche di rappresentazione tradizionali (assonometrie, prospettive, esplosi, etc.) o innovative. Attraverso dettagli, testi, disegni, grafici viene introdotta "l'ecologia" dei progetti, ovvero le condizioni specifiche legate alla committenza, al luogo o al segmento di mercato a cui si rivolgono, alle tecniche di produzione e distribuzione. Un terzo livello di lettura è caratterizzato dalle "derive", libere associazioni di idee, considerazioni, annotazioni a margine che si accumulano nel corso della produzione dei diagrammi. Queste sono complementari ai dati oggettivi che vengono forniti, rivelando curiosità e forme di pensiero laterale, intuitivo, non consequenziale.
   Con il n.481 di Abitare, aprile 2008, la rivista esce anche in Cina. Qual è stata la reazione dell'editoria orientale?

   Non abbiamo ancora ricevuto i primi feedback riguardanti la nuova edizione cinese di Abitare. Per quanto riguarda il nostro lavoro, sarebbe indubbiamente interessante ascoltare le opinioni e le critiche di lettori cresciuti in una cultura anche visivamente diversa dalla nostra, ma che - in particolare attraverso l'uso quotidiano di internet - oramai condivide alcuni codici comunicativi. Nuovi sistemi cognitivi e di ricezione delle informazioni hanno portato a forme e strumenti di comunicazione più elastici, erratici, presenti anche nel nostro lavoro.

   Quali sono i vostri strumenti di lavoro?

   Lo strumento più importante è la nostra curiosità verso molteplici discipline, lo studio della storia antica e recente e l'attenzione costante verso fenomeni e realizzazioni a noi contemporanee o immaginate per futuri più o meno remoti. Questo è quello che ci permette fervidi e proficui scontri, discussioni, proposte e visioni. Libri, quotidiani, riviste, computer, software, internet diventano poi dal punto di vista pratico strumenti imprescindibili per il nostro lavoro quotidiano.


   Come è nata la collaborazione con Stefano Boeri?

   Tutti noi abbiamo frequentato i corsi di Stefano allo IUAV. Per alcuni, poi, il rapporto è continuato al di fuori dell'ambiente accademico, nel suo studio professionale a Milano, o collaborando con Multiplicity.


   Chi sono i nuovi protagonisti dell'architettura in Italia?

   I nostri amici Baukuh, 2a+p, Dogma e noi.

   Una vostra considerazione sullo stato attuale dell'università italiana?

   Bisogna chiederlo a Luigi Prestinenza Puglisi.

E-mail d'intermediazione domanda/risposta:
Luigi Prestinenza Puglisi,in un'intervista di prossima pubblicazione al gruppo Salottobuono indirettamente ti è stata rivolta una domanda. Se vuoi rispondere te ne sarei grato. 
A presto Salvatore D'Agostino 
Inviato da Salvatore D'Agostino: 13 ottobre 2008 19.41
 
Disastroso
Inviato da Luigi Prestinenza Puglisi: 14 ottobre 2008 9.38
28 ottobre 2008
Intersezioni ---> SPECULAZIONE
Come usare WAfsdafrdasfsdafdsafdasfdsafdsafdsafdsafdsafdsafdsfghsfCos'è WA
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Note:
La prima immagine è stata tratta dal numero 475 della rivista Abitare pagina 241
La seconda immagine è di Wilfing Architettura 

La terza immagine è stata tratta dal sito http://www.salottobuono.net/