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Visualizzazione post con etichetta Umberto Eco. Mostra tutti i post
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14 gennaio 2013

0058 [MONDOBLOG] Università e blog

di Salvatore D’Agostino

«Intervistatore: Il rapporto tra padri e figli come potrà cambiare, cambierà?
Italo Calvino: Bisogna vedere che padri saranno. Io credo che continuerà questa crisi di discontinuità tra le generazioni. I padri sono sempre più insicuri su quello che devono insegnare o insegnano delle cose che praticamente non servono.» (Italo Calvino, 1975)1


Cercando nella nuova agenzia di ranking mondiale delle università bisogna scorrere fino alla 226° posizione per trovare la prima scuola italiana2 nonché, forse per ironia, la più antica del mondo: l’Università degli Studi di Bologna. Anche se i parametri dell’agenzia sono forse un po’ anglosassoni, prospettano per l’Italia una geografia dell’insegnamento debole nei confronti delle università del mondo. Parametri che in un immediato futuro saranno stravolti o integrati dalle nuove sfide introdotte dalle università online, poiché, come nota Troy Conrad Therrien della Columbia University3, autorevoli professori delle scuole 'storiche' si stanno licenziando per andare ad insegnare nelle nuove università online: Udacity, Cousera o edX.

Evitando la classica geremiade sullo stato dell’università italiana, Mario Lupano -IUAV - nell’op-ed di dicembre su Domus4 suggerisce che «Il progetto complessivo della didattica e della ricerca dovrebbe aprirsi alla multiformità e alle diverse caratterizzazioni di docenti e studenti» e per puntare a una nuova qualità didattica serve un «reclutamento temporaneo di professionisti e docenti provenienti da realtà internazionali nel quadro strategico di un progetto culturale aperto e dialogante» e Francesco Dell’Oro - responsabile del servizio orientamento scolastico del Comune di Milano - sulla Lettura del corsera5 invita a un cambiamento radicale dell'insegnamento sostituendo le ore frontali cioè le lezioni di tipo preconfezionato con una didattica incentrata sul problem solving per una conoscenza non più passiva ma attiva dello studente. «Forse, con una maggiore onestà intellettuale, - afferma Dell’Oro - dovremmo riconoscere che l’attuale organizzazione scolastica è più funzionale a un sistema di cattedre che alla possibilità di accompagnare, sostenere e far crescere, in un percorso formativo, le ragazze e i ragazzi delle nuove generazioni.» 

10 gennaio 2011

0036 [MONDOBLOG] Un dialogo con Vinicio Bonometto: dal blog di Francesco Tentori a Wikipedia

di Salvatore D'Agostino

Il prossimo 6 agosto si celebreranno i vent’anni del World Wide Web.
Da tempo, Wilfing Architettura, si domanda: che cos’è successo in questo periodo?
Più volte ha chiesto qui e qui:
Chi è stato (in Italia) il pioniere dei blog di architettura?
Ricostruire la storia delle scritture on-line, non è semplice.
L’inclusivismo, teorizzato dallo stesso creatore del Web Tim Berners-Lee, ha bisogno di nuovi dispositivi critici per orientarsi in questa 'città dei bits' (definizione di Willian J. Mitchell).
«La rete è il sito urbano che ci fronteggia, un invito a progettare e a costruire la città dei bits (la capitale del XXI secolo), proprio come, molto tempo fa, una stretta penisola accanto al Meandro divenne il sito di fondazione di Mileto. Ma questo nuovo tipo di insediamento rivolterà come un guanto le categorie classiche e ricostruirà il discorso cui gli architetti si sono vincolati dall’era classica a oggi.»1 (Willian J. Mitchell)
Rileggere dopo quindici anni ‘La Città dei bits’ significa cambiare il senso al contenuto del libro da saggio a docufiction. L’ottimismo di Mitchell stride con la modernità con cui ci confrontiamo oggi.  Un’evoluzione che l’Italia ha subito, pochi, direi pochissimi italiani hanno influito sull'urbanistica di questa città. L’Italia, nella città dei bits, è andata al supermercato a comprare di volta in volta il prodotto più innovativo.
«I siti nel cyberspazio non vivono in eterno: pertanto, alla fine questo elenco diventerà – come le tracce di una città da tempo abbandonata – un reperto di archeologia digitale»2.
Grazie a Vinicio Bonometto vi racconterò un pezzetto di questa archeologia digitale e non solo.

Salvatore D'Agostino Vorrei iniziare da questa frase tratta dalla scheda didattica ‘Una volta era una tesina’ del suo corso di Composizione architettonica urbana pubblicata sul suo blog:

«Fu lui il primo (ndr Francesco Tentori), già settantenne, ad usare il sito internet dello IUAV con modalità sorprendentemente nuove per quegli anni, raccogliendo e recensendo articoli di riviste e giornali che confluivano, attraverso procedimenti tutt'altro che copia e incolla (per la difficoltà d'importazione dei testi) in un contenitore che solo ora potremmo chiamare blog».
Come avvenivano le pubblicazioni e quali erano i contenuti? 

Vinicio Bonometto Sono stato allievo di "Checco" Tentori, sia da studente, all'Istituto Universitario di Architettura di Venezia, che da collaboratore dal 2000 al 2003.
Il mio è un omaggio più che dovuto e in più ‘Una volta era una tesina’ rispetta l'approccio al web dell'architetto friulano, anche se nel 2003 anno di pensionamento di Tentori, né i blog né altri ammennicoli (wiki, flickr, google earth, ecc.) erano così diffusi o forse nemmeno esistevano. 
Usavamo le pagine del sito dello IUAV che io, Tentori e l'architetto Luigi Pavan caricavamo a beneficio degli studenti (che immagino poi non leggessero). Le pagine erano un "collage" d’articoli tratti da quotidiani e settimanali, quasi mai riviste specializzate. Ogni scritto di cronaca, di cultura, non necessariamente architettonica, possedeva poi un commento di Francesco, a volte anche di noi collaboratori.
Era Tentori che scansionava gli articoli dopo averli ritagliati dai giornali, aveva uno scanner OCR (che però necessitava di un gran lavoro di ribattitura dei testi) e un vecchio Apple che lui usava con destrezza.
Il procedimento d'inserimento nel sito IUAV lo facevamo io e Luigi Pavan con delle complicazioni infinite perché dopo l'importazione saltavano tutti i caratteri, i margini ecc. ecc. 
Tentori era l'unico tra i docenti IUAV che utilizzava lo spazio dato dal sito "pagine dei docenti" in maniera completa e non solo per bibliografie e programma istituzionale. 

In che anno? 

Abbiamo cominciato le pubblicazioni online nell'ottobre del 2000. Ho fatto tre anni accademici come assistente di Checco Tentori, il terzo era il 2002/2003, tutti e tre erano "Progettazione Architettonica 2" (quart'anno).

Perché immagina che gli studenti non leggessero le vostre note Web?

I "ritagli" erano ovviamente per gli studenti così pure i commenti, ma siccome non avevano attinenza diretta con il tema e con il progetto che gli studenti dovevano sviluppare e in più non venivano interrogati su questo, difficilmente questi ultimi si prendevano la briga di leggere le nostre note.
Mi ricordo che facevo delle interviste agli studenti e mi confermavano questo.

Attualmente ci sono link attivi del blog di Francesco Tentori?


Ho aperto da poco il sito dello IUAV dove dovrebbero stare quelle pagine, non le ho trovate, temo che sia andato tutto perso.


Ha conservato qualche fotocopia?

Non ricordo di avere qualcosa sul blog ma su Tentori ho un involontario archivio di molti suoi scritti, poiché Checco mi regalò - sapeva che mi piaceva - un suo vecchissimo Apple, il famoso "videocitofono". Quando gli dissi che era pieno di suoi testi, mi disse di non preoccuparmi, che potevo farne quello che volevo (Francesco era così), io li conservo gelosamente, assieme al computer, a Venezia, dai miei genitori in numerosi floppy disk. 

Vinicio, lei pone tre questioni rilevanti per lo storico contemporaneo:

LA VITA DI UN LINK 
La vita dei contenuti di una pagina Web è incerta.
Come nel suo caso, il gestore del server dell’università di Venezia, ha pensato bene, di cancellare tutti i contenuti editi da un professore non più attivo o non più in vita.
Spesso le informazioni Web spariscono perché i server non sono più attivi o perché lo stesso autore ripulisce la sua vita Web o perché non indicizzati dai motori di ricerca.

LA MEMORIA WEB
Per capire quest’aspetto le cito un brano tratto da una conversazione di Umberto Eco con Jean-Claude Carrière:
«Jean-Claude Carrière Ma nessuno contesterà il fatto che, per poter utilizzare questi sofisticati strumenti che, come abbiamo già detto, tendono a deperire molto rapidamente, siamo tenuti a reimparare senza sosta nuovi usi e nuovi linguaggi e a memorizzarli. La nostra memoria è potentemente sollecitata. Forse più che mai.

Umbeto Eco Certo. Se tu non sei capace, dopo l’arrivo dei primi computer nel 1983, di riciclare di continuo la tua memoria informatica passando da un floppy disk a un disco dal formato più piccolo, poi a un altro disco e ora a una chiavetta, hai perso i tuoi dati mille volte, parzialmente o integralmente. Comunque, beninteso, nessun computer può leggere i primi dischetti appartenenti ormai all’era preistorica dell’informatica. Ho cercato disperatamente di recuperare una prima versione del mi Pendolo di Foucault3 che devo aver salvato su dischetto nel 1984 o nel 1985, ma senza successo.»
STORICO DI OGGI
  • Lo scrittore John Updike prima di morire ha consegnato cinquanta floppy disk alla Houghton Library di Harvard.
  • La Harry Ransom Center dell'Università del Texas, Austin, qualche mese fa, ha annunciato di aver acquistato l'archivio digitale di David Foster Wallace, suicidatosi nel 2008.
  • Salman Rushdie in una recente mostra delle sue opere letterarie ha esposto i suoi quattro Mac, compreso quello distrutto da un bicchiere di Coca-cola.4
Inizia una nuova fase di decodificazione e conservazione delle fonti per gli storici, ovvero, quella dei supporti ‘evanescenti’ digitali.
Inoltre non va trascurato l’aspetto delle ‘password segrete’ dell’autore e quindi del possibile accesso all’archivio della corrispondenza e dei documenti memorizzati nel Cloud Computing.

Crede che sia possibile trovare, nei dischetti da lei conservati, almeno una pagina del blog involontario di Francesco Tentori?
 


No, nel piccolo computer Apple non c'è nulla, perché Tentori lo usava a casa e precedentemente al blog IUAV. Mi ricordo che gli avevano fatto acquistare, dietro consiglio, in sostituzione del "videocitofono", un PC e lui si trovava malissimo (tanto per tornare alle parole di Jean-Claude Carrière).
In più penso che non bisogna mai dare per scontato l'efficienza del Web, dei computer e dei telefonini, compresi gli sms. Il tuo primo contatto via email ad esempio, dopo che avevi letto il mio portale, mi era pervenuto completamente vuoto, senza parole, tanto che lo stavo cancellando.
Solo facendo il "replay" della tua email mi è apparso il testo di richiesta dell'intervista.
Altro esempio, sulla memoria: il mancato uso dei blog degli studenti ha portato alla cancellazione degli autori, di cui non si trova più traccia né del nome né dei loro recapiti email, per fortuna conservo la posta elettronica di quei mesi e dovrei essere in grado di rintracciarli tutti. Poco tempo fa uno studente di Torino cercava ulteriori informazioni sull'architetto Sacripanti dopo aver visto il blog dedicato, ma trovava solo il nome e non il cognome dell'autrice.
Sono riuscito a fare da tramite proprio grazie al recupero di quella casella di posta.


A proposito del mancato uso dei blog da parte dei suoi studenti. Quando ha dato vita ad 'Una volta era una tesina'? 

All'inizio del corso di 'Composizione architettonica urbana e laboratorio 5 modulo 1 canale A', Facoltà di Ingegneria, Corso di Laurea in Architettura, Udine. anno accademico 2007/08.
Io ero l'amministratore del portale/blog "una volta era la tesina", gli studenti mi comunicavano via email o in aula, ma preferivo sempre l'email, la scelta dell'autore o del tema (a volte se le scelte dello studente non erano "calzanti", indirizzavo lo stesso verso altri lidi), poi gli stessi studenti mi spedivano il link del loro blog (avevo detto che serviva da serbatoio di cose per poi finalizzare il contenuto verso matrici operative come wiki, flickr ecc.). Una volta fatto il blog, ad ogni aggiornamento mi facevo mandare una email, io controllavo e gli riscrivevo.

Gli studenti erano una trentina, se fossero stati di più sarebbe stato molto complicato, già con trenta il numero di email era molto alto. Quando poi hanno cominciato a lavorare su wiki, flickr, youtube, google earth controllavo i loro link e anche li cercavo di dargli dei suggerimenti. Spesso si dimenticavano i loro nomi o di inserire i link del loro blog o quello dei loro compagni con temi affini. E naturalmente inserivo i loro link nel portale in maniera più ordinata possibile. È stato un lavoro in "progress", ho imparato facendo ma soprattutto ho imparato molto dagli studenti che lo rendevano operativo con le loro ricerche.
La scelta dei contenuti era tematica o di un autore (il consiglio era che non fosse troppo famoso), gli studenti hanno scelto architetti italiani anzi prevalentemente friulani, come loro del resto.

Ci racconti del 'work in progress' del tuo corso? 

Le voci su "Wikipedia" sono state elaborate durante il corso, con risultati a volte comici (ad esempio la comunità Wiki censurava il testo appena scritto perchè era identico o in parte simile a quella del blog, non capendo che era la stessa persona che l'aveva scritto).
Comunque si andava a tentativi, non ricordo inserimenti andati a buon fine al primo colpo, c'era sempre qualcosa che non andava. Ad esempio, qualche architetto era ritenuto dalla comunità "Wikipedia" troppo marginale per possedere una voce, invece si sbagliavano, è bastato motivarlo con degli esempi e con l'illustrazione delle opere di questi architetti "sconosciuti" per renderlo universale.
Non tutti gli studenti hanno affrontato Wikipedia, potevano scegliere altri mezzi, così qualcuno ha preferito You Tube, Flickr, ecc. solo il Blog era obbligatorio e propedeutico, poi bastava sviluppare la ricerca tematica o d'autore solo su due risorse web.
Qualche studente era già utente di Flickr e dotato di buon occhio fotografico, così è diventato naturale farlo continuare con il proprio profilo. Io Flickr all'epoca lo conoscevo poco, non avevo ancora un mio profilo, invece è uno strumento molto ben costruito che adesso uso quotidianamente per inserire i miei "disegnetti".
I video su You Tube furono una bella sorpresa, Torviscosa e Marcello D'Olivo su tutti, quest'ultimo piacque molto e l'autore della monografia Electa, Guido Zucconi, che lo scovò in rete, contattò gli autori e mi ricordo che fecero qualcosa assieme.
In aula avevo mostrato come esempio lungo (a loro chiedevo invece un corto di due, tre minuti) il video del Padiglione Italia di Franco Purini del 2006 sull'architettura italiana.
Per Google Earth si poteva lavorare su due opzioni o anche su entrambe, una fotografica (panoramio) oppure su modelli 3D (model) creati con SketchUp, un ottimo programma di modellazione, tra l'altro gratuito.
Una studentessa volle fare un sito internet (superfici pieno e vuoto), un ottima idea solo che quando smise di pagare il web master perdemmo tutto, e qui ritorniamo ai problemi della memoria di Umberto Eco e Jean-Claude Carrière.

  
Ha trovato in rete delle esperienze simili alla sua?

A corso terminato scoprii dei siti/portali filosoficamente simili al mio anche se tematicamente distanti oltreché di ampissima diffusione, uno è memoro (raccolta di memorie in video dal mondo), l'altro è musicale, per mano del newyorkese Paolo Paci e si chiama "TAO - the anonymous orchestra" un canale You tube che contiene numerosissimi artisti di strada. 

Non ha pensato di continuare ad arricchire il portale con nuove voci? 

Purtroppo qui alla Facoltà di Architettura di Alghero, per motivi di contingenza e specificità d'insegnamento non sono ancora riuscito ad espandere "portale di voci d'architettura", in rete ho fatto qualcos'altro ma è più di carattere personale che collettivo, anche se la componente didattica risulta esser sempre la matrice. 

Questa informe biblioteca che è il Web ha bisogno di un approccio  - e soprattutto uso - consapevole.
Per questo motivo la sua esperienza didattica è molto interessante. Ad esempio la voce Wikipedia dedicata a Maurizio Sacripanti, che ha contribuito a  creare con i suoi studenti, la consiglieri a tutti per iniziare a capire le idee dell’architetto romano.
Grazie per questo colloquio e la sua attività un po’ corsara e se ci permette da attento professore universitario.
-
10 gennaio 2011 (ultima modifica 27 gennaio 2011)
Intersezioni ---> MONDOBLOG
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Note:
1 a cura di Sergio Polano, Willian J. Mitchell, La città dei bits, Electa, Milano, 1997, p. 17
2 a cura di Sergio Polano, Willian J. Mitchell, op. cit., p. 99
3 Jean-Claude Carrière e Umberto Eco, Non sperate di liberarvi dei libri, Bompiani, Milano, 2009, pp. 67-68
4 Patricia Cohen, Fending Off Digital Decay, Bit by Bit, The New York Times, 15 marzo 2010. Link

4 novembre 2010

0005 [WIKIO] URBAN BLOG la classifica di novembre e la rete reale civica

di Salvatore D'Agostino

Anteprima classifica URBAN BLOG mese di novembre:

1.   [=]        Rosalio
2.   [New]   Il blog di Marco Boschini
3.   [ +2]  Stop al consumo di territorio 
4.   [New]   Roma fa schifo 
5.   [New]   Mobilita Palermo
6.   [ -4]   Degrado Esquilino 
7.   [New]   Riprendiamoci Roma 
8.   [ -5]   Comunità provvisoria
9.   [ -1]   Comuni virtuosi
10. [ -6]   Coordinamento Palermo Ciclabile
11. [New  Bike sharing Roma
12. [New]   Michele Dotti
13. [New]   Snark space making
14. [New]   Lunedi sostenibili
15. [ -9]   Badilibadola
16. [ -2]   Amo Palermo
17. [New  Malaroma
18. [New]   Degrado ApriliaNo
19. [New]   SpeziaPolis
20. [New]   Domenico Finiguerra



Per Umberto Eco i nemici dell’Italia siamo noi stessi: i pisani contro i lucchesi, i lucchesi contro i fiorentini, i veneziani contro i milanesi. 
Una caratteristica che si nota anche nelle nostre interazioni sociali attraverso il Web.
In un recente studio sull’analisi delle relazioni dei link, è emerso:
«Particolarmente interessante è il caso italiano, che appare molto isolato, rinchiuso in se stesso, sostanzialmente disinteressato rispetto all’agenda dell’Unione e pesantemente incline alle opinioni personali piuttosto che alle analisi politiche».
Abbiamo trasposto nel Web la nostra abitudine a coltivare i nemici all’interno delle nostre mura.
Personalmente più mi relaziono con ‘gli italiani connessi’, più sento il bisogno di migliorare - concretamente - il mio piccolo mondo.
Questo monitoraggio sugli Urban Blog non serve per capire la profondità civile dei nostri umori in rete.
«Ora invece ci si appropria con un oltranzismo sconsiderato dell’idea di valorizzazione e di meritocrazia, facendone un uso aberrante per cui basta essere un attentatore suicida per diventare martire, oppure capire il funzionamento del logaritmo dei motori di ricerca per diventare degni di passare alla posterità. Nel primo caso il nudo fatto prende il posto della lunga esperienza in cui si matura il punto di arrivo del martirio: nell’attentato suicida il miracolo il trauma combaciano perfettamente l‘uno con l’altro, ma esso non ha più niente che fare cibo l’inchiostro dei sapienti a cui una lunga tradizione paragonava la shahāda. Nel secondo caso si stabiliscono classifiche e canoni demenziali, abilmente manipolati, con cui, attraverso l’introduzione di tutta una serie di vecchie parole riabilitate, ma adoperate in modo tendenzioso e iniquo, come reputation, authority, pertinency, relevance, rank, impact, scrutiny e simili, possono essere schedati e valutati tutti gli abitanti del globo in tutti gli aspetti della loro vita quotidiana, economica, ricreativa, turistica, intellettuale, spirituale e perfino intima. (p.125) 
[…] 
La nuova “classe pericolosa” non sarà quella che restaurerà la possibilità dell’azione, impresa impossibile, ma quella che, attraverso la comunicazione, sarà padrona del wuwei, del non –agire. (p. 136)». (Mario Perniola)1
Il monito del filosofo Mario Perniola ci serve, per non perdere tempo sui meccanismi di una possibile classifica, ma per iniziare a domandarci: come possiamo costruire dei sensori attivi sul territorio, per migliorare la nostra qualità di vita sociale o se volete la rete reale civica? 

Come avevo scritto, presto su questo tema Wilfing Architettura aprirà un approfondimento (qui un inizio). 

4 novembre 2010
Intersezioni --->WIKIO

Come usare WA----------------------------------------------------------------------------Cos'è WA
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Note:


1 Mario Perniola, Miracoli e traumi della comunicazione, Einaudi, Torino, 2009

25 ottobre 2010

0004 [WILFING] Che cos'è un blog?

di Salvatore D'Agostino

Che cos’è un blog per Wilfing Architettura?
Una pagina scritta implementata - video, audio, foto, slideshow, link - priva di struttura editoriale.

Per questo motivo dopo l’estate Wilfing Architettura ha cambiato aspetto ed è diventato sempre più un foglio bianco dove ospitare ‘memoria’.
Una memoria raccontata attraverso ‘l’opera aperta’ della piattaforma blog.
Opera aperta da intendersi nella sua idea basica teorizzata da Umberto Eco nel 1962:
«Il mondo multipolare di una composizione seriale (Boucourechliev) – dove il fruitore, non condizionato da un centro assoluto, costituisce il suo sistema di relazioni facendolo emergere da un continuo sonoro in cui non esistono punti privilegiati ma tutte le prospettive sono ugualmente valide e ricche di possibilità – appare molto vicino all’universo spazio-temporale immaginato da Einstein, in cui “tutto ciò che ciascuno di noi costituisce il passato, il presente, il futuro è dato in blocco, e tutto l’insieme degli eventi successivi (dal nostro punto di vista) che costituisce l’esistenza di una particella materiale è rappresentato da una linea, la linea d’universo della particella… 
Ciascun osservatore col passare del suo tempo scopre, per così dire, nuove porzioni dello spazio-tempo, che gli appaiono come aspetti successivi del mondo materiale, sebbene in realtà l’insieme degli eventi che costituiscono lo spazio-tempo, esistesse già prima di essere conosciuti (Einstein)».#1 
Wilfing Architettura è un’opera aperta che racconta l’Italia vista nel suo ‘blocco’ passato-presente-futuro.
Dopo l’inchiesta OLTRE IL SENSO DEL LUOGO ho sentito il bisogno di andare oltre i confini della stasi dei blog e cominciare ad attraversare l’Italia (e non solo) oltre il Web.
Ho allargato la mia pagina per iniziare a ospitare i POINTS DE VUE di alcuni fotografi-disegnatori-artisti, i cantieri dei CAPI COSTRUTTORI e chi utilizza gli URBAN BLOG per cambiare il proprio intorno civico.

La rubrica POINTS DE VUE (in francese punti di vista) sarà un velato omaggio a Nicéphore Niépce, l’autore della prima foto, che chiamava in questo modo i suoi primi scatti fotografici.
Ospiterà, punti di vista, attraverso la narrazione delle immagini.

CAPO COSTRUTTORE  (dal greco architetto: architékton, archi- ‘Capo’ e tékton ‘costruttore’) prenderà in esame alcuni brani di città descritti attraverso l’ideatore del progetto o interpretati criticamente. 
L'intersezione URBAN BLOG indagherà - da cronista Web – su chi, come e perché usa il Web per migliorare concretamente il proprio intorno quotidiano.

Invece nella nuova pagina Flickr di Wilfing Architettura trovate le foto che ho scattato nella rete attraverso il tasto screenshot (la macchina fotografica del Web).

Ad esempio, per le foto dell'inchiesta OLTRE IL SENSO DEL LUOGO  avevo scelto la massima libertà compositiva - senza limiti di formato - mi serviva mettere a fuoco alcune porzioni dei blog. Il filo conduttore era stato più la spontaneità snapshot che il senso/taglio estetico.

Nel set SNAPSHOT trovate altre fotografie Web.

Infine il set 800x200 raccoglierà un lavoro più meditato. Saranno delle vere e proprie fotografie in formato panoramico. Dove troverete la velleità (con i suoi pregi e difetti) del fotografo (in questo caso fotografo Web).

Wilfing Architettura è da tempo su TWITTER.

Nei preferiti ci sono due etichette:
  1. archiTWIeTTEuRa: gioca con i nomi e le parole del mondo dell’architettura in 140 battute;
  2. SI PARLA DI WILFING ARCHITETTURA: ospita i link di chi cita i post di questo blog.
Infine ho aperto la pagina di facebook dedicata a Wilfing Architettura.  

Perdonate la lunga e fastidiosa auto-citazione, ho semplicemente evitato tanti piccoli post, anticipandovi i nuovi temi del blog.

25 ottobre 2010 
Intersezioni --->WILFING

Come usare WA ----------------------------                       -----------------------Cos'è WA

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Note: 
 
#1 Umberto Eco, Opera aperta, Bompiani, Milano, 1962, p. 57

10 agosto 2010

0428 (finExTRA) 10 agosto 2010----> WWW o WWC [54] Sul rapporto con il futuro

di Salvatore D'Agostino


GIUSEPPE GENNA
«Io credo, che diventare padri, significhi proprio, non solamente diventare responsabili di una prole, ma essere pronti allo scontro con una generazione che viene dopo. A tentare di essere maestri, ma non nel senso pedagogico per cui ‘ex cattedra’ noi diamo chissà quale sapere o scendiamo da chissà quale poltrona perché non ci siamo ancora seduti su nessuna poltrona. Significa invece avere un rapporto con il futuro. David Foster Wallace, a mio parere si uccide perché non sente più il rapporto con il futuro e credo che restituirci questa prospettiva di futuro e di rapporto fattivo, attivo e anche politico con il futuro sia in questo momento la massima responsabilità di un intellettuale, di un artista e di uno scrittore».

Servizio di Andrea Scartabelli: Giuseppe Genna, Restituiteci il futuro, CQ.com, 5 agosto 2010. Link
Partendo da una citazione di Wu Ming 1: Sulla necessità che noi ora si ci faccia padri. Link


ITALO CALVINO

«Intervistatore: Il rapporto tra padri e figli come potrà cambiare, cambierà?
Italo Calvino: Bisogna vedere che padri saranno.
Io credo che continuerà questa crisi di discontinuità tra le generazioni.
I padri sono sempre più insicuri su quello che devono insegnare o insegnano delle cose che praticamente non servono».

Vedi finExTRA
qui

JEAN-CLAUDE CARRIÈRE
«Nei mondi che definiamo primitivi, che non cambiano, i vecchi detengono il potere perché sono loro a trasmettere ai loro figli la conoscenza. Quando il mondo è in rivoluzione permanente, sono i figli che insegnano ai genitori l'elettronica. E i loro figli, cosa impareranno da loro?»

Jean-Claude Carrière e Umberto Eco, Non sperate di liberarvi dei libri, Bompiani, Milano, 2009, p. 58

10 agosto 2010

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Come usare WA ---------------------------------------------------Cos'è WA

8 agosto 2010

0426 (finExTRA) 8 agosto 2010----> WWW o WWC [53] Non sperate di liberarvi dei libri

di Salvatore D'Agostino


«In realtà la domanda se siamo arrivati al tramonto del libro è iniziata con l'avvento del personal computer (e fanno ormai trent'anni), tanto che alla fine Jean-Claude Carrière e io ci siamo stancati di rispondervi e abbiamo pubblicato una lunga conversazione intitolata provocatoriamente "Non sperate di liberarvi dei libri".

Sostenere un lungo avvenire per il libro non significa negare che certi testi di consultazione siano più comodi da trasportare su una tavoletta, che un presbite possa leggere meglio un giornale su un supporto elettronico dove può amplificare il corpo tipografico a piacere, che i nostri ragazzi possano evitare di inrachitirsi portando chili di carta nello zainetto. E neppure si vuole sostenere a ogni costo che per leggere "Guerra e pace" sotto l'ombrellone sia più comoda la forma-libro; io ne sono convinto, ma i gusti sono gusti, e auguro solo a chi ha gusti diversi di non incappare in una giornata di blackout. Ma la vera ragione per cui i libri avranno lunga vita è che abbiamo la prova che sopravvivono in ottima salute libri stampati più di cinquecento anni fa, e pergamene di duemila anni, mentre non abbiamo alcuna prova della durata di un supporto elettronico. Nel giro di trent'anni il disco floppy è stato sostituito dal dischetto rigido, questo dal dvd, il dvd dalla chiavetta, nessun computer è più in grado di leggere un floppy degli anni Ottanta e quindi non sappiamo se quanto c'era sopra sarebbe durato non dico mille anni ma almeno dieci. Quindi, meglio conservare la nostra memoria su carta.

Inoltre c'è una bella differenza tra toccare e sfogliare un libro fresco e odoroso di stampa e tenere in mano una chiavetta. Oppure tra ricuperare in cantina un testo di tanti anni fa che reca le nostre sottolineature e le nostre note a margine, facendoci rivivere antiche emozioni, e rileggere la stessa opera, in Times New Roman corpo 12, sullo schermo del computer. E anche ammesso che chi prova piaceri del genere sia una minoranza, su sei miliardi di abitanti del pianeta (ma saranno otto entro quindici anni), ci saranno abbastanza appassionati da sostenere un fiorente mercato del libro. E se poi usciranno dalle librerie e vivranno solo su Kindle o IPad i libri usa e getta, i best sellers da leggere in treno, gli orari ferroviari o le raccolte di barzellette su Totti o sui carabinieri, tanto meglio, tutta carta risparmiata.

[...]

Infine ricordiamo che mai, nel corso dei secoli, un nuovo mezzo ha sostituito totalmente il precedente. Neppure il maglio ha sostituito il martello. La fotografia non ha condannato a morte la pittura (se mai ha scoraggiato il ritratto il paesaggio e incoraggiato l'arte astratta), il cinema non ha ucciso la fotografia, la televisione non ha eliminato il cinema, il treno convive benissimo con auto ed aereo.

Dunque avremo una diarchia tra lettura su schermo e lettura su carta, e in ogni caso aumenterà in modo astronomico il numero delle persone che impareranno a leggere - visto che persino gli sms sono potenti strumenti di alfabetizzazione dei ripetenti. E, se aumenterà l'analfabetismo di ritorno nella vecchia Europa decadente e malthusiana, avremo miliardi di nuovi lettori in Asia e in Africa. E, per chi leggerà a cavalcioni del ramo di un albero nella foresta subtropicale, andrà sempre meglio un libro di carta che uno elettronico».

Umberto Eco, Non fate il funerale ai libri, L'Espresso, 5 agosto 2010. Link

8 agosto 2010

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Come usare WA ---------------------------------------------------Cos'è WA

18 luglio 2010

0407 (finExTRA) 18 luglio 2010-----> MI PIACE [15] Bergamo ladrona

di Salvatore D'Agostino



Il 12 luglio Umberto Eco nel recensire il libro di AlFb 'Scusa l'anticipo, ma ho trovato tutti verdi' s'inventa un suo luogo comune al contrario premonitore delle ultime estatiche 'notizie da giornale': BERGAMO LADRONA

«Il curatore è incerto (AlFb) perché dice subito di aver usato vari suggerimenti dei suoi corrispondenti su un blog, il prefatore è (e come, se no?) Stefano Bartezzaghi, l'editore Einaudi e il titolo "Scusa l'anticipo, ma ho trovato tutti verdi". Per il lettore duro di comprendonio, si tratta del rovesciamento di un luogo comune,"scusa il ritardo, ma era un semaforo rosso dopo l'altro". Ecco il gioco: si raccolgono 500, dico cinquecento luoghi comuni, cose che ciascuno di noi dice tutti giorni magari senza rendersene conto, e se ne crea il rovesciamento. Il più ovvio è che Venezia sia l'Amsterdam del sud, il più geniale è "gli albini hanno la musica nel sangue".

Cito solo alcuni rovesciamenti, pescandoli quasi a caso.
A volte la fantasia supera la realtà, Premetto che sono razzista, L'altro papa era un grande teologo, questo ha un rapporto più profondo con la gente, Le droghe pesanti sono l'anticamera delle canne, Gli voglio un male dell'anima, Meglio cento giorni da leone che uno da pecora, Imparando si sbaglia, Il papà è sempre il papà, Fa' come se fossi a casa mia, Direi di darci del lei, Chi gode si accontenta, Sono rimbambito, sì, ma non sono vecchio, Ignora te stesso...

[...]

Finito il divertimento, e nata la voglia di continuare la serie (per esempio: "come si fa a governare, se tutti remano nella mia stessa direzione?", "Bergamo ladrona", "Io sono il lavato a secco del Signore", "Ormai nel mondo d'oggi nessuno sa più che cosa stai facendo", "A Rimini stanno tutti sulla spiaggia e non mettono mai piede in discoteca", o "Mangano per me era un delinquente", "Aveva trasferito tutti i suoi capitali a Battipaglia"), ci si accorge che di questi luoghi comuni noi, che ci crediamo così originali e creativi, ne pronunciamo a catena ogni giorno. Anzitutto perché riflettono spesso un'ovvia verità, e non c'è nulla di male a dire la verità, anche se nota a tutti, poi perché hanno funzione "fatica"».

Umberto Eco, Una volta qui era tutta città, Espresso, 12 luglio 2010. Link

Blog Luoghi comuni al contrario

Nel mio piccolo avevo citato, il blog adesso libro, nell'introduzione delll'inchiesta 'OLTRE IL SENSO DEL LUOGO', che diventerà libro quest'autunno

18 luglio 2010


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19 novembre 2009

0035 [SPECULAZIONE] Sulla fine del design di Umberto Eco

Less is more
Pubblico un breve saggio di Umberto Eco apparso su Lotus, n. 138, giugno 2009, pp. 115-117.
Ricordate il principio essenziale del movimento moderno ‘la forma segue la funzione’? Eco, tra l’architettura apocalittica e quella integrata, da cinico realista, introduce il concetto della forma segue il ‘mi piace’.
I like it, more or less



di Umberto Eco


Sulla fine del design
Per il Festschrift per gli ottant'anni di Vittorio Gregotti.

Se qualcuno ancora insistesse nel chiedere che cosa sia il Postmoderno in architettura, ispirandoci ai padri della teologia negativa potremmo sempre rispondere: 
«Hai presente Gregotti? Ecco, tutto il contrario».
Attraverso i suoi scritti e i suoi progetti, nel corso dei decenni, Gregotti ha delineato con assoluta chiarezza la sua visione di una architettura moderna - anche a costo di apparire inattuale. Non appena ci si allontana da quelle linee di rigore e razionalità che Gregotti ha sempre propugnato, si entra in un modo o nell'altro nel postmoderno, qualsiasi cosa esso sia.
Che cosa esso sia, per Gregotti è abbastanza chiaro, e qualcuno recentemente su internet parlava di alcune sue preoccupazioni "apocalittiche". Non so se il termine sia esagerato ma certo è che nel suo L'architettura nell'epoca dell'incessante (p. 26) Gregotti cita:
«Avvicinandoci al secondo millennio, dobbiamo iniziare a considerare la modernità come l'epoca in cui il mostruoso viene compiuto da criminali umani: imprenditori, tecnici, artisti e consumatori. Questo mostruoso non è inviato dagli antichi dei, né è rappresentato dalle mostruosità classiche: la modernità è l'epoca del mostruoso fabbricato dall'uomo». 
 E commenta:
«Se si giudica questa affermazione di Peter Sloterdijk non lontana dalla verità, si deve ammettere che le riviste di architettura e le mostre internazionali, premi e show televisivi, si sviluppano quasi sempre come campioni significativi della rappresentazione di quel mostruoso».
Nel 1999, in Identità e crisi dell'architettura europea, parlava dell'atopia spaziale (espressione invero ridondante) per cui le nuove tipologie insediative sono indifferenti alle condizioni di localizzazione e tendono ad assimilare la costruzione architettonica al manufatto di consumo. Nel 2002, in Architettura, tecnica, finalitàL'architettura nell'epoca dell'incessante (2006) dove si indicano i seguenti caratteri di una architettura che ha abdicato all'utopia modernista: (1) essa soccombe a una «estetizzazione del quotidiano» comune anche alle arti visive, a una «sovrabbondanza estetica», (2) più che inventare nuovi linguaggi riusa e scompiglia i linguaggi inventati dalla modernità; (3) tende non a realizzare le funzioni primarie dell'abitare ma a un «intrattenimento visivo». Quanto basta per liquidare se non tutto almeno gran parte del postmoderno all'insegna di «congiunzioni perverse».

Per capire quello che Gregotti vuole e quello che paventa mi è stata utile una recente visita a Shanghai, una passeggiata lungo il fiume e per la Nanjin Road e, il mattino dopo, una visita alla città satellite che la Gregotti Associati sta costruendo non lontano da Shanghai, a Pujang (sic). Punjang (sic) è una città giardino per centomila abitanti, attraversata da canali di dimensioni "veneziane", dalle tipologie riconoscibili, centri commerciali, grandi complessi d'appartamenti, villette di livello sociale visibilmente diverso (non dimentichiamo che si doveva rispondere a una committenza selvaggiamente capitalista), molto verde, giochi cromatici sobrii.
Per descrivere invece downtown Shanghai basterà dire che in confronto New York è un villaggio sporco durante un black out, e Las Vegas un Luna Park paesano di modeste dimensioni.
La nuova Shanghai è un tripudio di edifici altissimi che si presentano di notte come pagine di un albo a fumetti e si rinviano riflessi e rifrazioni; è l'annuncio di come sarà la vera città di domani progettata non per abitarvi (si suppone che quei grattacieli siano tutti uffici e non importa nulla dove stia la gente) ma per comunicare se stessa, in un'orgia di estetizzazione globale.
Dico subito che sono meno apocalittico di Gregotti. Se Pujang (sic) fosse messa in centro lungo il fiume, Shanghai diventerebbe un villaggio babilonese senza giardini pensili, e se la città lungo il fiume fosse trasportata a Pujang (sic), o sarebbe un clone senza fiume, o sarebbe la nuova downtown. Voglio dire che mi va bene che il satellite sia moderno e il centro postmoderno - almeno se non sono costretto a viverci.

Naturalmente ci sono obiezioni, ma non di carattere estetico bensì ecologico: quelle pareti di cristallo richiedono una immensa energia per riscaldare o refrigerare gli interni, i costi di costruzione sono realizzati sulla pelle di circa un miliardo di proletari, l'obsolescenza (non solo estetica ma anche dei materiali) sarà rapidissima, e non è inverosimile che entro qualche decennio, magari dopo uno tsunami provocato anche da quell'eccesso d'inquinamento, quel panorama che mi ha affascinato sia buono solo per girarvi un disaster movie. Ma, a parte le riflessioni ecologiche, che differenza c'è tra il piacevole spreco costituito dal centro di Shanghai e il piacevole spreco costituito dalla cattedrale di Chartres?
Per giustificare questa mia domanda apparentemente oltraggiosa (e per calmare gli animi dico subito che sono un ragazzo all'antica e sto sentimentalmente ed esteticamente con Chartres) debbo tornare ad alcune mie vecchie riflessioni sulla semiotica dell'architettura, quando ne La struttura assente (1968) distinguevo, per gli oggetti architettonici e di design, le funzioni prime dalle funzioni seconde. L'esempio che davo era quello della sedia: la sua funzione prima è di fornire supporto a un corpo umano articolato in modo da formare due angoli retti (busto/cosce e cosce/polpaccio) e in tal senso la sua forma comunica la sua funzione. Ma una sedia può voler rappresentare una certa dignità (come i troni o le poltroncine dei ricevimenti ufficiali al Quirinale - su cui si sta scomodissimi ma con postura formalmente corretta) e in questo senso esprime (anche attraverso il suo ornato) la sua funzione seconda, che è appunto etichettale e cerimoniale. In genere un buon equilibrio compositivo sta nella giusta bilancia tra le due funzioni, ma ricordiamo che una cattedrale gotica, se dovesse servire soltanto a riunire fedeli per i riti sacri, manifesterebbe un eccedenza della funzione seconda sulla prima. È esageratamente verticale, inutilmente esile e traforata (se non fosse per la necessità appunto simbolica di dar spazio alla luce che penetra attraverso le vetrate), quando non esibisce sculture che servano a educare i fedeli è troppo ornata (perché le grondaie debbono essere in forma di mostro?) E tuttavia questo eccesso di funzioni seconde è giustificato dall'ideologia che la ispira e che essa incarna in pietra: la cattedrale non è un manufatto abitativo, ma la celebrazione di una comunità che si, riconosce nel Sacro.

Parimenti il postmoderno di Shanghai celebra (lo dice anche Gregotti) l'orgoglio di una comunità che si riconosce nel Mercato.
Ciascuna epoca ha i propri dei, ma non è la teoria dell'architettura che deve dire quali siano quelli giusti, altrimenti si dovrebbe proclamare la scandalosa e idolatrica inutilità delle piramidi.
Pertanto il postmoderno celebra il Mercato attraverso il piacevole, lo straordinario, la novità a tutti i costi e contemporaneamente l'accettabilità di ogni provocazione. La nuova cattedrale - è lo shopping mall. Sono tutte cose che Gregotti dice qua e là. Forse, rispetto a Gregotti, sono un apocalittico cinico, visto che mi trovo bene anche a Shanghai (almeno per una sera e senza aver responsabilità di guru del pensiero architettonico), e ritengo che il fatto che molti di questi manufatti celebrativi dureranno pochissimo dovrebbe essere di conforto ai nuovi atei che non credono al Mercato, mentre la indistruttibilità di Chartres costituiva motivo di sofferenza per gli anticlericali del XIX secolo. Ma c'è un punto dell'argomentazione di Gregotti che, secondo me, richiede un supplemento di apocalisse.

Gregotti afferma a più riprese, e principalmente ne L'architettura nell'epoca dell'incessante, che tutta l'arte, architettura compresa, sembra rientrare oggi nel perimetro del design («nel senso peggiore di questo termine»), come «processo di intermediazione formale nello scambio di immagini delle merci contro merci», dove «il valore di scambio del prodotto si basa sulla seduzione del segno». È evidente che Gregotti usa sia design che estetico in senso deteriore, ma quand'ero piccolo mi si spiegava che il design è una cosa buona, perché in esso la forma segue la funzione, mentre quella pratica che sottometteva l'utente alla seduzione del segno (cambiando dell'oggetto solo la pelle) era lo styling.
Non so se il postmoderno per Gregotti abbia ridotto ogni design a styling o se in qualche senso abbia corrotto l'essenza stessa del design (ricordate: «La forma non segue più la funzione ma il mercato»). Ma se un fenomeno oggi ci colpisce (forse indipendentemente dal postmoderno e forse persino in opposizione al postmoderno) è la fine del design - ovvero del compito che il buon design aveva di manifestare attraverso la forma dell'oggetto la sua funzione.

Non sto parlando degli eccessi più o meno postmoderni come lo spremiagrumi di Starck, dove la funzione prima non solo non viene comunicata (moltissimi faticano a riconoscere l'oggetto) ma viene ridotta (lo spremiagrumi non riesce a trattenere i semi del frutto e li lascia scivolare nel bicchiere). In fondo si tratta di un conversation piece, e si paga per esibirlo in salotto, non per farsi una limonata in cucina. E neppure parlo del museo di Bilbao, dove certamente nulla, in quella simpatica megascultura a cielo aperto, ci dice che dentro ci sia un museo (o addirittura che ci sia un dentro) - ma in fin dei conti il visitatore viene spinto a circumnavigare e a esplorare il manufatto, sino a che ne scopre anche la funzione prima.
Sto parlando d'altro. Vorrei sottolineare che parlare di comunicazione della funzione prima non è la stessa cosa che ricuperare il principio classico per cui Form follows function. Dire che la forma segue la funzione significa dire sia che ne è motivata sia che la facilita, non necessariamente che la comunica. La forma aerodinamica di un razzo spaziale non comunica che l'oggetto possa volare, caso mai lo comunicava meglio l'aereo di Otto Lilienthal. In un ascensore la forma segue certo la funzione, ma l'ascensore non comunica il fatto che entrando in quella scatola si possa salire, mentre la scala ci prescrive i movimenti da fare per ascendervi.
La maggior parte degli oggetti classici che ci paiono esemplarmente comunicativi oltre che funzionali sono tali perché sono dei calchi della mano o di qualche altra parte del corpo. Seguono la logica del calco oggetti come l'impugnatura del cacciavite, il tirapugni, la maniglia, la scarpa, le forbici, l'imbuto e il cornetto acustico, gli occhiali, il piatto, il calice, lo spremilimoni originario, il volante, la sedia o poltrona. Dove c'è calco non c'è mediazione. C'è congruenza e siamo in tal caso al concetto ergonomico di affordance.
Quando la forma, se pure segue la funzione, non la comunica, occorre un'interfaccia. Il calco è sempre stata la forma più biologicamente e fisiologicamente elementare dell'interfaccia, ma non ogni interfaccia è un calco. L'interfaccia diventa importante proprio quando non c'è calco. Certamente anche in una vecchia radio l'indice graduato con manopola non ci comunicava quanto avremmo dovuto dovremmo sapere sul modo in cui una radio funziona, ma in qualche modo ci comunicava ancora la possibilità della esplorazione di uno spazio (la monodimensionalità dell'indice graduato era proporzionale alla multidimensionalità dello spazio hertziano). Ora questa comunicazione viene del tutto perduta in modelli totalmente digitali dove ci si sintonizza mediante tasti. L'interfaccia non ci dice nulla, a meno che non abbiamo letto il manuale.

Perché si è incrinato questo rapporto tra forma e funzione? Per capire meglio questo problema vorrei rapidamente tratteggiare il rapporto tra protesi, strumento e macchina. Una protesi è una estensione della capacità del nostro corpo (e tali sono martello, cucchiaio, bastone e cannocchiale), e in generale suggerisce, per qualche forma di calco o affordance, la funzione dell'organo che sostituisce o potenzia.
Lo strumento (che è manuale) invece fa quello che il corpo non potrebbe mai fare, come accade col coltello, la forbice, o la macchina fotografica. Rispetto alle protesi, produce oggetti nuovi. Tuttavia anche molti strumenti si basano sul principio del calco, persino la camera cinematografica, che ci dice dove appoggiare l'occhio per consentirci di inquadrare quel sostituto di immagine retinale da consegnare all'eternità.
Invece una macchina fa cose nuove, come lo strumento, ma indipendentemente dalla forma e dalla collaborazione dell'organo corporale che sostituisce o perfeziona. Una volta accesa, la macchina fa tutto da sola, e attraverso una serie di mediazioni meccaniche la maggior parte delle quali ci sfugge. Quindi non richiede che la maneggiamo d'istinto secondo il principio del calco, e instaura la stagione dell'interfaccia. Si pensi alla differenza tra il flauto di canna e il pianoforte. Il flauto è protesi, e ci dice per affordance dove dobbiamo porre le labbra per emettere suoni migliori di quelli che produrremmo con la sola bocca; il pianoforte è invece macchina, produce suoni che noi non sapremmo produrre, e ha un'interfaccia elaboratissima che è la tastiera (del tutto non-intuitiva: che le note salgano in altezza da sinistra a destra potrà parere ovvio a noi ma non a un arabo o a un israeliano).

Ora che cosa accade oggi? Gli strumenti e persino le protesi diventano sempre più macchina. Ma la macchina tradizionale, da quelle di Erone a quelle di Jules Verne, aveva aspetti quasi antropomorfi, denti, leve, bracci, bilancieri. L'interfaccia era spesso rappresentazione analogica di alcune di queste funzioni – si pensi al girare delle lancette dell'orologio che ricorda il girare delle sue rotelle interne. La macchina elettronica invece non ha più funzioni antropomorfe. Non solo, ma fa economia di una antica differenza di funzioni facendo funzionare tutto con lo stesso criterio. Le funzioni sono - o paiono - immateriali, e pertanto non sono rappresentabili dall'interfaccia. Per questo un solo tipo di interfaccia standard sta già unificando il televisore, la radio, il computer, il cruscotto dell'automobile, il forno a microonde, la sonda Geografica, il bisturi laser. E già sin d'ora sulla mia automobile posso comandare sintonizzazione radiofonica, ed, assestamento su velocità di crociera, notizie sulla benzina residua o sul suo consumo, temperatura e condizionamento, e ben presto gli stessi movimenti di accelerazione e freno, manovrando la stessa console, interfaccia unificata.
Per questo il design del futuro non avrà più da risolvere il problema della forma che segue la funzione, ne quello della forma che comunica la funzione. L'unica vera funzione la svolgerà il circuito elettronico stampato, la cui forma è bellissima ma astratta - e in ogni caso è impercettibile dal fruitore. Questo oggetto quanto agli effetti, ma non se ne determina il funzionamento, ne manualmente ne intellettualmente (persino il tecnico ha solo istruzioni di montaggio).
Per il resto la pelle dell'oggetto è lasciata alla genialità o all'estetismo del progettista e alle fluttuazioni della moda. Al limite una radio potrebbe assomigliare a un automobile o a un violino, e se assomiglia ancora (ma sempre meno) a una radio è perché è più comodo individuarla immediatamente come tale in soggiorno, ma per quel che riguarda la sua prestazione potrebbe essere simile a un porcellino (e ne esistono) o a una bottiglia di whisky.
La bottiglia del whisky è ancora una vecchia protesi che sostituisce le mani a conca, ma domani il whisky potrebbe essere versato mediante telecomando da ugelli posti alla base del televisore (come accade con le macchine per tè o caffè nelle aziende o nelle stazioni).

Quindi ci si avvia alla completa deresponsabilizzazione del design e alla semplificazione dell'ergonomia (un unico dispositivo dovrà azionare sia Chopin che lo sciacquone). La macchina universale del futuro assomiglierà allo schermo di Windows, e non avrà ragioni per non assomigliarvi. Quando non vi assomiglierà sarà per pure ragioni di prestigio (il versamento manuale dei liquidi rimane d'obbligo nei grandi hotel e nelle sale vip degli aeroporti, così come la Rolls Royce deve assomigliare a un'automobile di cinquant'anni fa). Per il resto la macchina universale dovrà occupare poco spazio, essere gradevole alla vista, facilmente pulibile, il più possibile leggera e trasportabile. Anche il robot del futuro non avrà forma androide ma sarà una sfera, o un cubo, la cui superficie esterna servirà insieme da specchio, telecamera, audiodiffusore, schermo tv e computer.
Rispetto a questa ipersemplificazione, là dove ormai in linea di principio ogni manufatto, dal cucchiaio alla città, potrebbe assumere la stessa e unica forma (grosso modo il parallelepipedo nero di Odissea nello spazio), si comprendono gli esercizi più spericolatamente deliranti del postmoderno, intesi a differenziare la pelle di queste macchine universali mediante una intercambiabilità ludica. L'automobile si è arrotondata per sembrare una radio giapponese, la quale si era a sua volta arrotondata per assomigliare a un Pokemon, la facciata del grattacielo diventa cartellone pubblicitario, lo spot pubblicitario imita l'arte un tempo d'avanguardia e l'arte oggi d'avanguardia imita lo spot pubblicitario di un tempo.

Le forme postmoderne sono possibili non perché si oppongono al design moderno né perché si sono assoggettate a una idea deteriore di design, ma perché il design "buono", in cui la forma segue e comunica la funzione, è morto.
Spero di essere stato più apocalittico di Gregotti. A anche se, come ho detto, sono un apocalittico cinico, e la radio alla Mazinga, che sta suonando Beethoven mentre scrivo, mi piace moltissimo.

19 novembre 2009
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