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25 luglio 2011

0049 [MONDOBLOG] Julian Adda e Nicola Bergamin: Intanto c'è qb

di Salvatore D'Agostino

Questo dialogo nasce grazie a un commento scritto da Robert Maddalena in un’intervista a Vinicio Bonometto, in cui mi segnalava l’esistenza di un’e-zine ideata da Claudio Panerari all'interno dello IUAV nel 2000, per saperne di più mi suggeriva di contattare Julian Adda un suo collaboratore di quel periodo. 

In una mail del 12 aprile 2011 Julian Adda mi scrive:
La mia collaborazione con Claudio Panerari si è svolta dal gennaio 2000 fino all'autunno 2004, quando è venuto a mancare. [...]

Intanto c'è qb
QB era apparsa tra il febbraio 2002 e il gennaio 2004.
L'idea era di usare la rete per lanciare spunti di riflessione sull'architettura - ma non solo quella - contemporanea verso gli studenti.
I destinatari erano gli studenti del corso, i laureandi; e poi un po' alla volta avevo cominciato a diffonderla presso i colleghi padovani e non; si trattava sempre di files pdf molto leggeri, per cui facilmente inviabili.
Nel 2008 ho riportato sul blog qb allo scopo di rimetterla in circolo (varie volte ne avevo parlato con LineadiSenso - Robert Maddalena -, a sua volta laureando con Panerari e poi collaboratore alla didattica) ma era un passaggio macchinoso. La versione grafica che ne veniva fuori non mi piaceva per nulla, troppa confusa, poco leggibile, per nulla chiara ed immediata. Non avendo pensato successivamente ad un sito specifico per qb, quel blog non l'ho più aggiornato.
Ho però inserito tutti i qb nel mio sito dal quale sono liberamente scaricabili (non ho idea se e quanta gente abbia scaricato o scarichi quei files). [...]
Di qb - forse la prima e-zine ideata all’interno di un corso universitario - ne ho parlato anche con Nicola Bergamin anch’egli, come Julian Adda, collaboratore di Claudio Panerari.



Salvatore D'Agostino
«Noi aderiamo al programma: “Spostate le idee, non le persone”. (Motto popolare pendolare).»1
Spostare le idee, non le persone” potrebbe essere una frase pronunciata da Tim Lee Berners, sintesi perfetta dell’era dell’informatica.
Chi fu l’ideatore di questo motto e che senso gli avevate attribuito? 

Nicola Bergamin Il motto era di Claudio Panerari, non so se l'avesse copiato, almeno non coscientemente, altrimenti avrebbe riportato l'autore.
Il senso era, da un lato, di cercare di utilizzare qualsiasi strumento di comunicazione per favorire la didattica e promuovere la nostra attività all'interno e all'esterno della facoltà, dall'altro, Claudio diceva agli studenti che dovevano essere come i nomadi e quindi nelle loro peregrinazioni verso la facoltà portarsi dietro tutto l'occorrente per studiare, lavorare, mostrare e dimostrare - cosa che non sempre accadeva - l'adesione alla pratica di spostare le idee. Nella realtà significava sostanzialmente evitare dimenticanze e le conseguenti perdite di tempo. 

Julian Adda L’ideatore fu Claudio Panerari stesso, almeno così ricordo. Avevamo lezione una volta a settimana, ci si trovava in facoltà. Quasi ogni volta lui arrivava con una nuova idea da sviluppare, per costruire attività che coinvolgessero sia gli studenti che noi gruppo di collaboratori. Un bel giorno arrivò con questa idea del web magazine, sviluppando ulteriormente la bozza che aveva stilato nel 2000 e relazionato al DPA dello IUAV. Gettava le idee sul tavolo, a disposizione anche dei nostri interessi personali.
Il web magazine era nato dall’associazione di due considerazioni:

una, la propagazione di teoria (architettonica, filosofica, antropologica) in pillole (probabilmente ora avrebbe detto: via Twitter, in 140 battute), che prendeva spunto da un’idea di Roberto Masiero, che all’epoca credo tenesse un corso di estetica;

due, la consapevolezza che il pendolarismo diffuso tra gli studenti generasse enormi perdite di tempo, e che sarebbe stato più sensato spostare le idee – forse oggi potremmo dire le informazioni – piuttosto che le persone fisiche.

Io gli davo quest’ultimo senso: era più facile preparare, una volta alla settimana, in mezza giornata un numero di qb ed inviarlo a 50, 100 persone, e seminare idee, piuttosto che radunare le stesse 100 persone una volta al mese e parlar loro di quattro idee per qb, tenere lezione, fare revisioni.
La produzione di qb in seguito ha comunque generato anche delle comunicazioni specifiche, tenute all'interno del corso, su alcuni temi di architettura e letteratura che consideravamo particolarmente interessanti.

Il motto di Claudio Panerari mi ha ricordato questa riflessione di Gian Antonio Stella:
«L’imprenditore in teoria dovrebbe cercare la localizzazione ottimale. Macché: quando casa sua non è più la localizzazione ottimale della minuteria metallica, il veneto non ci pensa un attimo a spostarsi. Non di casa, però: cambia settore. Il suo obiettivo è restare dove sta, nel suo bel capannone dietro casa, facendo la cosa al momento più conveniente.»2
NB Claudio era un migrante, nato a Bolzano da famiglia di origine mantovane, trasferita, durante il ventennio in Alto Adige (o Sud Tirolo tanto per non urtare la sensibilità di nessuno) e del Nord Est subiva il fascino, anche se in maniera disincantata; rileggendo alcune sue comunicazioni, una mi ha fatto sorridere, dopo un'articolata elencazione dei problemi riguardo alla didattica ed in generale alla produttività del gruppo di lavoro, terminava dicendo: «Concludo con una esortazione forte: Bestie, lavorate! che nell'economia del NE da normalmente ottimi risultati».
Il tono era ironico, ma al tempo stesso manifestava la consapevolezza di come il modello di riferimento richiedesse notevoli sacrifici.
Ritornando alla movimentazione di idee e all'imprenditore veneto, per Claudio il problema non era fare la cosa più conveniente, ma comunicarla nella maniera più efficace, sia all'interno che all'esterno della Facoltà, sempre alla ricerca di una possibilità di sperimentare concretamente le elaborazioni teoriche sviluppate in facoltà, altrimenti destinate a diventare sterili speculazioni.

JA Immagino che vada distinta un’attività imprenditoriale fisica rispetto alle attività intellettuali tipiche di un’università, che si possono realizzare con uno spostamento fisico parziale, se non nullo. E credo che Stella forzi un po’ la mano: l’atteggiamento da lui citato funzionava negli anni 70', 80', quando il mondo correvo verso il Nordest; ma dagli anni 90' in poi molti imprenditori hanno spostato l’attività (salvo tornare quando si sono resi conto che comunque qui c’era e c’è la qualità).
Trovo molto significativo il titolo che quest’anno ha il Festival Città Impresa 2011Far viaggiare le idee
Leggo: «Nella sua quarta edizione il Festival si propone di mettere al centro il grande tema delle infrastrutture e delle reti (fisiche e immateriali) […] per far viaggiare le idee e le merci delle nuove industrie creative».
Confronto e scambio per far sviluppare le idee: questo interessava a Panerari, e per il confronto e lo scambio non occorreva necessariamente spostarsi fisicamente.

La frase di Nicola «Claudio era un migrante, nato a Bolzano da famiglia di origine mantovane» mi ha fatto venire in mente una piece di Marco Paolini:
«Scusi dov’è il Sile?» Domando a una bionda svampita di Zeriolo, a metà strada fra Castelfranco e Treviso. «Deve essere verso Bassano», risponde incerta, e mi indica la direzione opposta al fiume, che, invece, è dietro l’angolo. Per capire che rapporto c’è fra gli abitanti e il territorio, è buona cosa uscire dalla via maestra e chiedere informazioni a caso. Il test migliore è quello di domandare delle acque. Sono sempre le prime ad essere dimenticate. [...] Poi sbuca un operaio, questo è veneto sicuro. «Scusi dov’è il Ponte?» Ma neanche lui sa dov’è. A Zeriolo lui ci sta per sgobbare in capannone, mica per guardare il panorama, «non so de qua», è di Santa Brigida, sette chilometri più in là. Ma in Veneto, per «non essere de cuà» basta sette chilometri più in là”.3


In questi dieci anni è cambiato il panorama mentale e fisico del Veneto? 

NB Ho l'impressione che in questi dieci anni non ci sia un solo posto al mondo in cui non sia cambiato il panorama fisico e culturale. Il Veneto non fa eccezione. Tanto per continuare a citare Paolini, credo nella quarta di copertina del suo libro L'anno passato vi siano almeno 20 modi di chiedere «Di dove sei?» nei diversi dialetti veneti.

JA L'esempio di Paolini mi solleva una questione: ma siamo sicuri che tutti sappiano leggere il territorio dove vivono?
E mi spiego: una persona, abituata per motivi di lavoro, ad attraversare il nostro territorio, qualche mese fa mi ha raccontato che per andare da Padova alla sua città di residenza (a circa 40 km da Padova) hanno realizzato una nuova strada «tutta dritta, sali in tangenziale qui a Padova da via Vicenza, ed esci a X, andando sempre dritto».
Tutta dritta? Mi chiedo.
Significa che hanno costruito una nuova strada che attraversa la campagna veneta?
Un'altra, l'ennesima strada?
Tralasciando il rimpallo di domande/risposte intermedio, la conclusione alla quale sono arrivato è che questa persona ha imboccato tre diversi tratti stradali (due tangenziali, una superstrada), le quali sono connesse tra di loro da grumi di svincoli, credendo però di stare sempre sulla medesima "strada". Il primo tratto andava verso nord, il secondo verso est, il terzo ancora verso nord, quindi con evidenti modifiche della direzione; almeno, questo è quello che io ritenevo evidente, ma che evidentemente (scusatemi il gioco di parole) non lo è per altri.
La conclusione che ne traggo è un'ulteriore domanda: prima ancora della misura del cambiamento dell'immagine mentale del territorio che abitiamo, in che modo conosciamo il territorio che attraversiamo?
Evidentemente non basta attraversare (in auto) il territorio per conoscerlo: appena fuori dal proprio piccolo ambito, il mondo comunque ci rimane ignoto. E il piccolo ambito che conosciamo può essere reticolare, una serie di grumi collegati da filamenti stradali, oltre i quali non vediamo nulla.

NB No, forse la risposta ha confuso sinteticità con generalità, intendevo dire che il tempo comporta necessariamente un cambiamento, e questo non sarà ovviamente solo fisico ma anche della percezione di quella fisicità, le "cose" esistono in quanto qualcuno le rappresenta. Calandomi nello specifico veneto, ciò che continua a stupirmi è una sorta di coesistenza di universi paralleli, se da un lato è vero che continuiamo a consumare territorio, tre nuove strade, centri commerciali e residenziali, dall'altro continua comunque a esistere e coesistere un'altra natura relativamente poco antropizzata; tra la statale che collega Padova a Vicenza e il corso del Bacchiglione, che attraversa entrambe le città, ci sono in media meno di 4 km di distanza, in un caso è possibile percorrere 30 km senza praticamente uscire da un centro abitato nell'altro senza entrarne. Il tempo cambia l'ambiente e cambia la nostra percezione di questo, che però non potrà mai essere univoca, essendo infiniti noi e infiniti (quasi) gli ambienti, da ciò l'impossibilità di definire in maniera univoca, appunto, il Veneto, ce ne sono tanti almeno quanti i modi per chiedere «da dove vieni?» 

«[...] oltre i quali non vediamo nulla», Julian, il tuo finale si ricollega a una riflessione del geografo Franco Farinelli:
«Prova ne sia appunto il nome del Somìa. Il contadino che abitava ai suoi piedi non ne conosceva il nome perché quella montagna faceva parte del suo luogo, dell'ambito di cui interno egli viveva e lavorava e che costituiva tutto il suo mondo. Non essendovi per lui un'altra montagna, non avendo necessità di distinguere perciò tra un monte e l'altro, per lui il Somìa non era una montagna, ma la montagna, l'unica possibile.»4
Riprendendo un'analisi del CENSIS del 2008 dove si evidenziava che in Italia:
«Si vive in piccoli centri ma, sempre più, all'interno di "grandi contenitori metropolitani" dove l'urbanizzazione continua salda centinaia di comuni vicini. Anche in queste conurbazioni (quella milanese-lombarda, veneta, Roma e l'area napoletana), come nel resto del territorio, il radicamento territoriale resta molto forte.»5
Secondo una ricerca condotta dallo scienziato Albert-László Barabási - pubblicato sulla rivista Nature6 - monitorando un campione di centomila persone si è dimostrato che quest'ultimi ripercorrono sempre gli stessi tragitti con qualche sporadica lunga deviazione. Dov'è ubicata la globalizzazione? 

NB Non sono un antropologo, ma credo ormai che il termine globalizzazione interessi quasi esclusivamente dei processi più economici che culturali (anche se non sono poi così sicuro che tali processi non finiscano per coincidere) forse Glocal è comunque ciò che caratterizza l'Europa e l'Italia in particolare.
Come diceva una pubblicità del Gazzettino di qualche anno fa, la differenza tra il Quotidiano più letto dai Veneti e il NY Times è che nel primo puoi trovare anche la cronaca locale; per ritornare alla ricerca sui percorsi forse varrebbe la pena di chiedersi cosa fa la gente durante il tragitto, se e quale radio ascolta, se è collegata a qualche social network o similaria, se legge un libro o un giornale, se qualche volta guarda il paesaggio che quotidianamente attraversa.
In ogni caso il contatto o la connessione a un ambiente, è sempre virtuale o comunque mediata e indiretta, magari solo dal finestrino della nostra auto.

JA
Non credo sia da confondere il pendolarismo con la globalizzazione, si tratta di due fenomeni diversi, in una certa misura paralleli. Non vedo globalizzazione in quei tragitti casa – lavoro che si ripetono sempre uguali, che quarant'anni fa si esaurivano nell'ambito della città e che ora in una città frammentata come il nord est assumono certe lunghezze spazio-temporali, nella Randstad altre, in una città metropolitana altri ancora. Mi sembra che la globalizzazione non sia ubicata da nessuna parte, che sia qui ben vicina a noi, che ci accompagni giorno dopo giorno, nella ripetizione modulare dei marchi multinazionali nei parchi commerciali e della GDO nei centri commerciali che si ripetono cadenzati lunghi le vie di comunicazione, nelle somiglianze di ogni centro storico dove, mescolati alle insegne tradizionali, si trovano quelle delle grandi catene, nella standardizzazione personalizzata dell'offerta ai consumi della vita contemporanea. Viviamo in un grande arcipelago, dove le isole della globalizzazione stanno fianco fianco agli isolotti della localizzazione, uniti/separati gli uni dagli altri dalle infrastrutture di collegamento, che siano quelle lineari/materiali, di asfalto o ferro, o quelle puntiformi/astratte costituite da aeroporti e corridoi del cielo. 

Riporto il ‘primo punto uno’ obiettivo di Claudio Panerari per la proposta di una rivista Web al DPA del 5 febbraio 2000:
«1.1.
L’opportunità di dare vita ad una rivista w e b nasce da due bisogni diversi:
- la necessità di rendere pubbliche e diffondere le idee che si sviluppano nella scuola;
- il desiderio di iniziare ad esplorare le potenzialità di un mezzo, che promette di abbattere le barriere della distribuzione e di interagire con i destinatari del messaggio.»
NB Claudio sosteneva, giustamente, che la scuola è il luogo dove elaborare teorie e sviluppare ricerche, che però devono assolutamente trovare il modo di essere sperimentate pena l'inaridimento delle idee e la conseguente autoreferenzialità della scuola stessa, credo anche Louis Kahn dicesse qualche cosa di simile parlando dell'università come luogo dell'architettura e della città come luogo della professione (cito a memoria).
La diffusione non era quindi intesa solamente verso altre scuole o altri ricercatori, ma soprattutto verso quel mondo "reale" che sembrava non aver bisogno di architettura, accontendandosi sempre di edilizia.

JA
Condivido quello che scrive Nicola. 

Julian, dal 30 agosto 2005 gestisci un blog personale Spazio Bianco; sei tra i pionieri dei blogger architetti. A che cosa serve un blog per un architetto?

JA Spazio bianco è nato con l'idea di approfittare del mio lavoro come corrispondente del Giornale dell'Architettura per amplificare l'ambito di destinazione, e quindi di lettura, di quello che scrivevo, cogliendo l'occasione della realizzazione del monumento Memoria e Luce di Libeskind, inaugurato ai primi di settembre 2005 e che all'epoca ha animato parecchie discussioni in città. Nel mio caso, quindi, serviva da specchio ad un lavoro di cronaca architettonica che veniva svolta sul mezzo cartaceo, partendo dalla considerazione che di fronte ad una notizia degna di nota che appare sulla carta stampata, ve ne sono cento che scompaiono. L'idea era di navigare tra quelle 100 e pescarne delle altre.
L'idea era buona, la realizzazione, lo riconosco, pessima: difficile fare un buon blog da soli, ed in questo periodo non sono mai riuscito a costruire un gruppo di amici con lo spirito adatto al tema.
In generale, credo che un blog per un architetto scritto da un architetto, serva ad ampliare ulteriormente la possibilità di riflessione e scambio di opinioni, partendo da quelle notizie che altrimenti svaniscono, per arrivare fino ai risvolti tragicomici della professione: in fin dei conti, un blog è un diario, e ai diari si affidano anche le riflessioni amare sulla vita quotidiana. 

Nicola, a che cosa serve il Web per un architetto?

NB Se la TV potrebbe essere una finestra sul mondo aperta dal salotto di casa, il WEB è un'immensa biblioteca cui attingere informazioni e conoscenze, sia tecniche che teoriche, come per una biblioteca ciò che trovi non sempre coincide con quello che cercavi, ma considero questa un'opportunità piuttosto che un imprevisto.
Anche la veicolazione delle immagini è straordinaria e straordinariamente rapida, la possibilità quasi per tutti di far conoscere il proprio lavoro è un'opportunità praticamente inesistente fino a dieci anni fa. Il problema è quello dell'utilizzo consapevole del mezzo, considerando che non siamo in grado di verificare completamente quanto e come i "dati" inseriti in rete vengano ri-elaborati.


25 luglio 2011
Intersezioni ---> MONDOBLOG
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Note:
1 qb1, 28 febbraio 2002. Qui
2 Gian Antonio Stella, Schei. Dal boom alla rivolta: il mitico nordest. Milano, Baldini&Castoldi, 1996, p. 70.
3 Marco Paolini (cita liberamente da Paolo Rumiz, La secessione leggera. Dove nasce la rabbia del profondo Nord, Roma, Editori Riuniti, 1997, p.42) Bestiario Veneto. Parole mate, Biblioteca dell’immagine, 1999, p.73
4 Franco Farinelli, Geografia, Einaudi, 2003, p. 40
5 Agenzia ripresa dal sito Piccoli Comuni, CENSIS - METÀ ITALIANI VIVE IN COMUNI CON MENO DI 20MILA ABITANTI, 5 giugno 2008. Link
6 Studio condotto insieme a Marta C. González e César A. Hidalgo, Understanding individual human mobility patterns, Nature, n. 453, 5 giugno 2008. Link

Scheda storica:
qb è stata proposta al DPA dello IUAV da Claudio Panerari e Roberto Grossa il 5 febbraio 2000. Qui per approfondire. Edita dal 2 febbraio 2002 al 6 gennaio 2004. Sono stati pubblicati 71 numeri. Qui l'archivio online.

18 luglio 2011

0048 [MONDOBLOG] IUAV Web


Il prossimo dialogo a tre con Julian Adda e Nicola Bergamin si è sviluppato attraverso mail dopo il racconto del 'blog involontario di Francesco Tentori' fatto da Vinicio Bonometto.
Tentori, dal 2000 al 2003 (circa) utilizzò le pagine del sito dello IUAV per ampliare il dialogo con gli studenti oltre le lezioni (pagine che abbiamo forse recuperato).
Il 5 febbraio dello stesso anno Claudio Panerari e Roberto Grossa portarono al consiglio del DPA (Dipartimento Progettazione Architettonica) la bozza per il finanziamento di una rivista Web edita dallo IUAV, il progetto non fu mai approvato.
Nel febbraio 2002 Claudio Panerari, con l’aiuto di Roberto Masiero, diede vita a una rivista ‘informale’, non istituzionale, edita attraverso mail dal nome qb (quanto basta).

Riporto il primo numero:
(visualizza/scarica l'originale)


01. L’architetto è un muratore che sa di latino.
(Adolf Loos)

02. La teoria va bene. Costruire è meglio.
(Rudolph Schindler)

I colleghi storico/teorici ci stimolano a riflettere sul nostro progetto. Le critiche corrette vanno accettate e possono diventare occasione per un balzo in avanti. All’osservazione 01. è però facilmente contrapponibile la risposta 02. (che ho scoperto dopo le tesi).

L’idea di un foglio web gira da molto. Ne parleremo in qb.1. Sarei felice di avere vostre osservazioni informali, indirizzate naturalmente a tutti.

La storia Web dell'architettura italiana si arricchisce di un episodio d'incomunicabilità tra i ricercatori più intuitivi e i dirigenti delle istituzioni. Posso immaginare la faccia di chi doveva approvare il progetto e il gusto di dire no ai giovani irrequieti a favore di una comoda conferenza o rivista accademica. Di seguito riporto alcuni stralci della meticolosa bozza (con dettagliati preventivi di spesa) presentata dai due ricercatori.
Se la mancata rivista Web dello IUAV rappresenta un passaggio particolare per questa non storia del Web italiano, dagli spunti della bozza emerge una visione del Web molto timida, utilitaristica e senza una spinta - anche azzardata - verso il futuro, preoccupata più della lentezza della connessione di quel periodo che del suo potenziale. Conserva una visione legata al territorio, all'emancipazione culturale dello IUAV nei confronti degli altri atenei italiani, al nord-est e forse - per assurdo parlando di Web - chiusa verso un orgoglio Veneto/veneziano.
Nei fatti lo IUAV non avrà mai una storia legata a una rivista Web.
(visualizza/scarica l'originale)

PROPOSTA PER UNA RIVISTA WEB DEL DPA

Obiettivi
1.1. L’opportunità di dare vita ad una rivista w e b nasce da due bisogni diversi: - la necessità di rendere pubbliche e diffondere le idee che si sviluppano nella scuola;

- il desiderio di iniziare ad esplorare le potenzialità di un mezzo, che promette di abbattere le barriere della distribuzione e di interagire con i destinatari del messaggio.

1.2. La nostra scuola ha fatto molteplici tentativi per uscire dall’isolamento editoriale a cui la condanna la relativa arretratezza del nordest italiano (non dimentichiamo che anche ai tempi del massimo splendore, i suoi prodotti venivano pubblicati da editori secondari), ma i risultati sono stati spesso inferiori alle speranze.

Viceversa, quando un veneziano riesce a controllare uno strumento di diffusione nazionale ed internazionale, è quasi necessariamente costretto a prendere le distanze dalle sue origini, per non perdere contatto con la nuova dimensione in cui è inserito (v. Casabella).

[…]

1.5. Utilizzare il web come strumento per arricchire l’offerta di servizi del Dipartimento può essere un’idea da non sottovalutare. Il w e b attualmente è inadeguato rispetto alle promesse: è lento, costoso, confuso. L’accesso ai siti promettenti è spesso casuale ed i dati che se ne riportano sono a volte inutili e quasi sempre incompleti.

1.6. Tuttavia, sono vicini rapidi mutamenti tecnologici: la banda larga consentirà di avvicinarsi molto ad un libro elettronico che sia comparabile nell’uso al libro di carta. Soprattutto, si è scommesso così tanto denaro sul w e b, che i tentativi per trarne qualcosa di utile saranno incessanti e presumibilmente efficaci.

Infine, l’interesse per l’oggetto è destinato a sviluppare le sue potenzialità nascoste: nei prossimi anni il nostro modo di comunicare e progettare si modificherà almeno quanto si è trasformato nell’ultimo decennio con l’introduzione del computer nella progettazione.

1.7. Il primo obiettivo per una rivista web consiste allora nel rovesciare in positivo gli elementi negativi della rete:

- rendere l’utente un lettore fedele;

- assicurare un aggiornamento frequente e regolare del sito;

- non aspettare la ricerca dell’utente, ma avvisarlo dell’aggiornamento del sito;

- permettere all’utente la navigazione tra siti di contenuto analogo;

- fornire documentazioni brevi ed accurate.

2. Forma


2.1. La forma attuale del w e b costringe ad alcune limitazioni inusuali nell’università:

- i testi devono essere stringati, perché i video attuali appesantiscono molto la lettura ed impediscono i rimandi tra punti diversi del testo, che sono normali nella stampa su carta;

- i testi complessi debbono essere presentati come approfondimenti successivi e facoltativi (in

sequenza: abstract/testo completo/note);

- la forma della pagina ed i caratteri non possono essere impostati in modo definitivo, ma dipendono dal video e dal computer dell’utente: l’impaginazione segue quindi regole diverse rispetto a quelle dei testi a stampa;

- la quantità di informazioni inviate (soprattutto nelle immagini) non può essere eccessiva, per non allungare troppo il tempo di ricezione; si è quindi costretti a cercare un compromesso tra qualità dell’immagine e capacità delle linee di comunicazione;

- un sito w e b non è autorevole ed accessibile se non traduce in inglese almeno i testi principali.

[...]

4.5. Modo di lavoro
Per la redazione, lavorare in rete significa accettare il principio: “spostate le idee, non le persone” non solo come principio, opportunistico (per evitare chilometri di strada), ma anche per verificare la potenzialità di interattività della rete. La redazione potrebbe riunirsi una volta al mese per inviare in linea il nuovo numero, verificare i numeri in lavorazione e proporre nuovi argomenti. La responsabilità scientifica del numero dovrebbe essere assunta collettivamente dalla redazione, mentre il singolo redattore dovrebbe essere responsabile solo dei contatti con gli autori, della raccolta e del confezionamento dei materiali. Le comunicazioni interne alla redazione (e possibilmente anche quelle con gli autori) dovrebbero essere affidate in primo luogo alla e -mail e telefono.

Uno sforzo analogo dovrebbe essere richiesto agli autori. I contributi dovrebbero essere forniti come semielaborati in rete e gli autori dovrebbero essere disponibili ad accettare il dibattito in rete.

Nel prossimo MONDOBLOG racconterò l’esperienza di due anni di qb e non solo. A proposito di IUAV vi segnalo che dal 2008, direi per fortuna, alcuni contenuti dei Workshop estivi (giugno-luglio) sono riportati in blog non istituzionali eccoli: 08, 09, 10 e 11.

18 luglio 2011
Intersezioni ---> MONDOBLOG

10 gennaio 2011

0036 [MONDOBLOG] Un dialogo con Vinicio Bonometto: dal blog di Francesco Tentori a Wikipedia

di Salvatore D'Agostino

Il prossimo 6 agosto si celebreranno i vent’anni del World Wide Web.
Da tempo, Wilfing Architettura, si domanda: che cos’è successo in questo periodo?
Più volte ha chiesto qui e qui:
Chi è stato (in Italia) il pioniere dei blog di architettura?
Ricostruire la storia delle scritture on-line, non è semplice.
L’inclusivismo, teorizzato dallo stesso creatore del Web Tim Berners-Lee, ha bisogno di nuovi dispositivi critici per orientarsi in questa 'città dei bits' (definizione di Willian J. Mitchell).
«La rete è il sito urbano che ci fronteggia, un invito a progettare e a costruire la città dei bits (la capitale del XXI secolo), proprio come, molto tempo fa, una stretta penisola accanto al Meandro divenne il sito di fondazione di Mileto. Ma questo nuovo tipo di insediamento rivolterà come un guanto le categorie classiche e ricostruirà il discorso cui gli architetti si sono vincolati dall’era classica a oggi.»1 (Willian J. Mitchell)
Rileggere dopo quindici anni ‘La Città dei bits’ significa cambiare il senso al contenuto del libro da saggio a docufiction. L’ottimismo di Mitchell stride con la modernità con cui ci confrontiamo oggi.  Un’evoluzione che l’Italia ha subito, pochi, direi pochissimi italiani hanno influito sull'urbanistica di questa città. L’Italia, nella città dei bits, è andata al supermercato a comprare di volta in volta il prodotto più innovativo.
«I siti nel cyberspazio non vivono in eterno: pertanto, alla fine questo elenco diventerà – come le tracce di una città da tempo abbandonata – un reperto di archeologia digitale»2.
Grazie a Vinicio Bonometto vi racconterò un pezzetto di questa archeologia digitale e non solo.

Salvatore D'Agostino Vorrei iniziare da questa frase tratta dalla scheda didattica ‘Una volta era una tesina’ del suo corso di Composizione architettonica urbana pubblicata sul suo blog:

«Fu lui il primo (ndr Francesco Tentori), già settantenne, ad usare il sito internet dello IUAV con modalità sorprendentemente nuove per quegli anni, raccogliendo e recensendo articoli di riviste e giornali che confluivano, attraverso procedimenti tutt'altro che copia e incolla (per la difficoltà d'importazione dei testi) in un contenitore che solo ora potremmo chiamare blog».
Come avvenivano le pubblicazioni e quali erano i contenuti? 

Vinicio Bonometto Sono stato allievo di "Checco" Tentori, sia da studente, all'Istituto Universitario di Architettura di Venezia, che da collaboratore dal 2000 al 2003.
Il mio è un omaggio più che dovuto e in più ‘Una volta era una tesina’ rispetta l'approccio al web dell'architetto friulano, anche se nel 2003 anno di pensionamento di Tentori, né i blog né altri ammennicoli (wiki, flickr, google earth, ecc.) erano così diffusi o forse nemmeno esistevano. 
Usavamo le pagine del sito dello IUAV che io, Tentori e l'architetto Luigi Pavan caricavamo a beneficio degli studenti (che immagino poi non leggessero). Le pagine erano un "collage" d’articoli tratti da quotidiani e settimanali, quasi mai riviste specializzate. Ogni scritto di cronaca, di cultura, non necessariamente architettonica, possedeva poi un commento di Francesco, a volte anche di noi collaboratori.
Era Tentori che scansionava gli articoli dopo averli ritagliati dai giornali, aveva uno scanner OCR (che però necessitava di un gran lavoro di ribattitura dei testi) e un vecchio Apple che lui usava con destrezza.
Il procedimento d'inserimento nel sito IUAV lo facevamo io e Luigi Pavan con delle complicazioni infinite perché dopo l'importazione saltavano tutti i caratteri, i margini ecc. ecc. 
Tentori era l'unico tra i docenti IUAV che utilizzava lo spazio dato dal sito "pagine dei docenti" in maniera completa e non solo per bibliografie e programma istituzionale. 

In che anno? 

Abbiamo cominciato le pubblicazioni online nell'ottobre del 2000. Ho fatto tre anni accademici come assistente di Checco Tentori, il terzo era il 2002/2003, tutti e tre erano "Progettazione Architettonica 2" (quart'anno).

Perché immagina che gli studenti non leggessero le vostre note Web?

I "ritagli" erano ovviamente per gli studenti così pure i commenti, ma siccome non avevano attinenza diretta con il tema e con il progetto che gli studenti dovevano sviluppare e in più non venivano interrogati su questo, difficilmente questi ultimi si prendevano la briga di leggere le nostre note.
Mi ricordo che facevo delle interviste agli studenti e mi confermavano questo.

Attualmente ci sono link attivi del blog di Francesco Tentori?


Ho aperto da poco il sito dello IUAV dove dovrebbero stare quelle pagine, non le ho trovate, temo che sia andato tutto perso.


Ha conservato qualche fotocopia?

Non ricordo di avere qualcosa sul blog ma su Tentori ho un involontario archivio di molti suoi scritti, poiché Checco mi regalò - sapeva che mi piaceva - un suo vecchissimo Apple, il famoso "videocitofono". Quando gli dissi che era pieno di suoi testi, mi disse di non preoccuparmi, che potevo farne quello che volevo (Francesco era così), io li conservo gelosamente, assieme al computer, a Venezia, dai miei genitori in numerosi floppy disk. 

Vinicio, lei pone tre questioni rilevanti per lo storico contemporaneo:

LA VITA DI UN LINK 
La vita dei contenuti di una pagina Web è incerta.
Come nel suo caso, il gestore del server dell’università di Venezia, ha pensato bene, di cancellare tutti i contenuti editi da un professore non più attivo o non più in vita.
Spesso le informazioni Web spariscono perché i server non sono più attivi o perché lo stesso autore ripulisce la sua vita Web o perché non indicizzati dai motori di ricerca.

LA MEMORIA WEB
Per capire quest’aspetto le cito un brano tratto da una conversazione di Umberto Eco con Jean-Claude Carrière:
«Jean-Claude Carrière Ma nessuno contesterà il fatto che, per poter utilizzare questi sofisticati strumenti che, come abbiamo già detto, tendono a deperire molto rapidamente, siamo tenuti a reimparare senza sosta nuovi usi e nuovi linguaggi e a memorizzarli. La nostra memoria è potentemente sollecitata. Forse più che mai.

Umbeto Eco Certo. Se tu non sei capace, dopo l’arrivo dei primi computer nel 1983, di riciclare di continuo la tua memoria informatica passando da un floppy disk a un disco dal formato più piccolo, poi a un altro disco e ora a una chiavetta, hai perso i tuoi dati mille volte, parzialmente o integralmente. Comunque, beninteso, nessun computer può leggere i primi dischetti appartenenti ormai all’era preistorica dell’informatica. Ho cercato disperatamente di recuperare una prima versione del mi Pendolo di Foucault3 che devo aver salvato su dischetto nel 1984 o nel 1985, ma senza successo.»
STORICO DI OGGI
  • Lo scrittore John Updike prima di morire ha consegnato cinquanta floppy disk alla Houghton Library di Harvard.
  • La Harry Ransom Center dell'Università del Texas, Austin, qualche mese fa, ha annunciato di aver acquistato l'archivio digitale di David Foster Wallace, suicidatosi nel 2008.
  • Salman Rushdie in una recente mostra delle sue opere letterarie ha esposto i suoi quattro Mac, compreso quello distrutto da un bicchiere di Coca-cola.4
Inizia una nuova fase di decodificazione e conservazione delle fonti per gli storici, ovvero, quella dei supporti ‘evanescenti’ digitali.
Inoltre non va trascurato l’aspetto delle ‘password segrete’ dell’autore e quindi del possibile accesso all’archivio della corrispondenza e dei documenti memorizzati nel Cloud Computing.

Crede che sia possibile trovare, nei dischetti da lei conservati, almeno una pagina del blog involontario di Francesco Tentori?
 


No, nel piccolo computer Apple non c'è nulla, perché Tentori lo usava a casa e precedentemente al blog IUAV. Mi ricordo che gli avevano fatto acquistare, dietro consiglio, in sostituzione del "videocitofono", un PC e lui si trovava malissimo (tanto per tornare alle parole di Jean-Claude Carrière).
In più penso che non bisogna mai dare per scontato l'efficienza del Web, dei computer e dei telefonini, compresi gli sms. Il tuo primo contatto via email ad esempio, dopo che avevi letto il mio portale, mi era pervenuto completamente vuoto, senza parole, tanto che lo stavo cancellando.
Solo facendo il "replay" della tua email mi è apparso il testo di richiesta dell'intervista.
Altro esempio, sulla memoria: il mancato uso dei blog degli studenti ha portato alla cancellazione degli autori, di cui non si trova più traccia né del nome né dei loro recapiti email, per fortuna conservo la posta elettronica di quei mesi e dovrei essere in grado di rintracciarli tutti. Poco tempo fa uno studente di Torino cercava ulteriori informazioni sull'architetto Sacripanti dopo aver visto il blog dedicato, ma trovava solo il nome e non il cognome dell'autrice.
Sono riuscito a fare da tramite proprio grazie al recupero di quella casella di posta.


A proposito del mancato uso dei blog da parte dei suoi studenti. Quando ha dato vita ad 'Una volta era una tesina'? 

All'inizio del corso di 'Composizione architettonica urbana e laboratorio 5 modulo 1 canale A', Facoltà di Ingegneria, Corso di Laurea in Architettura, Udine. anno accademico 2007/08.
Io ero l'amministratore del portale/blog "una volta era la tesina", gli studenti mi comunicavano via email o in aula, ma preferivo sempre l'email, la scelta dell'autore o del tema (a volte se le scelte dello studente non erano "calzanti", indirizzavo lo stesso verso altri lidi), poi gli stessi studenti mi spedivano il link del loro blog (avevo detto che serviva da serbatoio di cose per poi finalizzare il contenuto verso matrici operative come wiki, flickr ecc.). Una volta fatto il blog, ad ogni aggiornamento mi facevo mandare una email, io controllavo e gli riscrivevo.

Gli studenti erano una trentina, se fossero stati di più sarebbe stato molto complicato, già con trenta il numero di email era molto alto. Quando poi hanno cominciato a lavorare su wiki, flickr, youtube, google earth controllavo i loro link e anche li cercavo di dargli dei suggerimenti. Spesso si dimenticavano i loro nomi o di inserire i link del loro blog o quello dei loro compagni con temi affini. E naturalmente inserivo i loro link nel portale in maniera più ordinata possibile. È stato un lavoro in "progress", ho imparato facendo ma soprattutto ho imparato molto dagli studenti che lo rendevano operativo con le loro ricerche.
La scelta dei contenuti era tematica o di un autore (il consiglio era che non fosse troppo famoso), gli studenti hanno scelto architetti italiani anzi prevalentemente friulani, come loro del resto.

Ci racconti del 'work in progress' del tuo corso? 

Le voci su "Wikipedia" sono state elaborate durante il corso, con risultati a volte comici (ad esempio la comunità Wiki censurava il testo appena scritto perchè era identico o in parte simile a quella del blog, non capendo che era la stessa persona che l'aveva scritto).
Comunque si andava a tentativi, non ricordo inserimenti andati a buon fine al primo colpo, c'era sempre qualcosa che non andava. Ad esempio, qualche architetto era ritenuto dalla comunità "Wikipedia" troppo marginale per possedere una voce, invece si sbagliavano, è bastato motivarlo con degli esempi e con l'illustrazione delle opere di questi architetti "sconosciuti" per renderlo universale.
Non tutti gli studenti hanno affrontato Wikipedia, potevano scegliere altri mezzi, così qualcuno ha preferito You Tube, Flickr, ecc. solo il Blog era obbligatorio e propedeutico, poi bastava sviluppare la ricerca tematica o d'autore solo su due risorse web.
Qualche studente era già utente di Flickr e dotato di buon occhio fotografico, così è diventato naturale farlo continuare con il proprio profilo. Io Flickr all'epoca lo conoscevo poco, non avevo ancora un mio profilo, invece è uno strumento molto ben costruito che adesso uso quotidianamente per inserire i miei "disegnetti".
I video su You Tube furono una bella sorpresa, Torviscosa e Marcello D'Olivo su tutti, quest'ultimo piacque molto e l'autore della monografia Electa, Guido Zucconi, che lo scovò in rete, contattò gli autori e mi ricordo che fecero qualcosa assieme.
In aula avevo mostrato come esempio lungo (a loro chiedevo invece un corto di due, tre minuti) il video del Padiglione Italia di Franco Purini del 2006 sull'architettura italiana.
Per Google Earth si poteva lavorare su due opzioni o anche su entrambe, una fotografica (panoramio) oppure su modelli 3D (model) creati con SketchUp, un ottimo programma di modellazione, tra l'altro gratuito.
Una studentessa volle fare un sito internet (superfici pieno e vuoto), un ottima idea solo che quando smise di pagare il web master perdemmo tutto, e qui ritorniamo ai problemi della memoria di Umberto Eco e Jean-Claude Carrière.

  
Ha trovato in rete delle esperienze simili alla sua?

A corso terminato scoprii dei siti/portali filosoficamente simili al mio anche se tematicamente distanti oltreché di ampissima diffusione, uno è memoro (raccolta di memorie in video dal mondo), l'altro è musicale, per mano del newyorkese Paolo Paci e si chiama "TAO - the anonymous orchestra" un canale You tube che contiene numerosissimi artisti di strada. 

Non ha pensato di continuare ad arricchire il portale con nuove voci? 

Purtroppo qui alla Facoltà di Architettura di Alghero, per motivi di contingenza e specificità d'insegnamento non sono ancora riuscito ad espandere "portale di voci d'architettura", in rete ho fatto qualcos'altro ma è più di carattere personale che collettivo, anche se la componente didattica risulta esser sempre la matrice. 

Questa informe biblioteca che è il Web ha bisogno di un approccio  - e soprattutto uso - consapevole.
Per questo motivo la sua esperienza didattica è molto interessante. Ad esempio la voce Wikipedia dedicata a Maurizio Sacripanti, che ha contribuito a  creare con i suoi studenti, la consiglieri a tutti per iniziare a capire le idee dell’architetto romano.
Grazie per questo colloquio e la sua attività un po’ corsara e se ci permette da attento professore universitario.
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10 gennaio 2011 (ultima modifica 27 gennaio 2011)
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Note:
1 a cura di Sergio Polano, Willian J. Mitchell, La città dei bits, Electa, Milano, 1997, p. 17
2 a cura di Sergio Polano, Willian J. Mitchell, op. cit., p. 99
3 Jean-Claude Carrière e Umberto Eco, Non sperate di liberarvi dei libri, Bompiani, Milano, 2009, pp. 67-68
4 Patricia Cohen, Fending Off Digital Decay, Bit by Bit, The New York Times, 15 marzo 2010. Link

11 dicembre 2010

0035 [MONDOBLOG] La nuova Domus e la futurologia

di Salvatore D'Agostino
Cari Domus Sensor,
avrete probabilmente notato alcuni cambiamenti in domusweb nei mesi scorsi. Alcuni minori (aggiustamenti del layout della pagina e modifiche alla sezione libri) mentre altri sono più significativi. Avrete notato, ad esempio, che non è più necessario registrarsi per leggere la maggior parte degli articoli e che la registrazione è più semplice per renderla più facile per chi vuole registrarsi.
Come amici e collaboratori di domusweb vogliamo che siate i primi a sapere che queste modifiche preludono a ben più sostanziali cambiamenti. Negli ultimi sei mesi abbiamo lavorato a un sito completamente nuovo che ridefinisce la presenza di Domus sul web.
Un nuovo inizio che introduce altre caratteristiche, di cui siamo piuttosto fieri, e che teniamo a farvi conoscere.
Questo non significa che l’iniziativa “sensor” sia conclusa, cambia nome: da ora si chiamerà Domus network. Sin dall’inizio il nostro obiettivo primario è stato quello di creare una piattaforma che valorizzi i vostri eccellenti contributi, speriamo perciò che continuerete a inviarci, pensieri, idee e proposte.
I cambiamenti del sito sono anche il primo segno visibile di cambiamenti più ampi della rivista. Dal numero di aprile assumerò la direzione anche della rivista cartacea e un gruppo di nuovi brillanti collaboratori si aggiungerà sia sul sito che sulla rivista. Nel 2011 presenteremo man mano un nuovo insieme di pubblicazioni digitali per iPhone, iPad e Android, e continueremo ad aggiungere nuove funzioni e nuove sezioni al sito. C’è un futuro eccitante sia per Domus che per i suoi lettori.
La data prevista di lancio del nuovo sito è il 9 dicembre, manderemo un’altra comunicazione subito prima. Non preoccupatevi se i vostri precedenti contributi non saranno immediatamente visibili al momento del lancio – il processo di migrazione del database richiederà diverse settimane ma niente andrà perduto.
Nel frattempo, in attesa di leggere i vostri prossimi contributi, vi ringrazio per essere parte del network di Domus.
Joseph Grima
Direttore editoriale
Domus
Ho ricevuto questa mail il 2 dicembre 2010. Ecco come si presentava Domusweb l’8 dicembre 2010:



Ed ecco domusweb del 9 dicembre 2010:


Domus triplica e chiarisce i suoi ambiti sia nei contenuti che nella grafica:

1. Cartacea: aspettiamo il numero di aprile 2011.

2. Web:

  • doppia home italiana e inglese;
  • gli articoli (vari autori) sono pubblicati in ordine cronologico inverso, cioè, l'ultimo testo inserito collocato in alto e gli altri a seguire verso il basso;
  • sono aperti ai commenti con la possibilità di condividerli su Facebook e Twitter;
  • interessante la relazione dei post con la mappa.
3. Mainstream: mantiene i blog aperti dagli utenti, cambiandogli sezione e nome da Sensor a Network.

Nel 1996 in occasione della VI Biennale di Venezia, diretta da Hans Hollein, si tenne un convegno dal titolo 'Architettura e media'.1 Un dialogo tra i direttori delle riviste più autorevoli di architettura del mondo. L'Italia era rappresentata da Pierluigi Nicolin (Lotus) e Bruno Zevi (l'Architettura). Riprendo il tema:
«Diamo per scontato che le riviste di architettura continueranno a essere i luoghi tradizionali di riflessione di questa disciplina.
Ma quale ruolo rivestono oggi di fatto nello sviluppo della disciplina?
La rivista di architettura è ancora il luogo e il mezzo adeguato di trasmissione dell' "idea" di progetto?
Come deve essere presentata e discussa l'architettura sulle riviste specializzate?
»2
Dopo quattordici anni, possiamo dare per scontato che le riviste non sono gli unici luoghi di discussione della disciplina. In questi anni ai media redazionali si sono affiancanti i media 'fai da te' del Web. Dato che, qualsiasi voce su internet diventa automaticamente media. Utilizzando un gioco di parole dell'artista Gino De Dominicis i D’IO (Di me stesso/Dio)3 della rete senza autorizzazione ‘redazionale’ partecipano allo 'sviluppo della disciplina'. Gli dei dell’architettura, con le loro riviste DIO non avevano immaginato l’avvento dei D’IO.
-
[Emoticon con la risata sardonica di Gino De Dominicis]

Qualche mese fa parlando dei siti delle riviste d’architettura scrivevo sulla mancanza di ricerca nell’uso del web: 

«Occorre un’emancipazione dal cartaceo, esplorando le capacità intrinseche del Web, provando a sperimentare nuovi e più proficui approcci.»
Domus, in questa nuova veste, sembra aver accettato la sfida, diversificando i contenuti cartacei dal Web e curando le voci non redazionali in una sezione specifica 'network'. Tra i primi post, vi suggerisco di leggere la lettera aperta dello studio genovese Baukuh, a proposito del concorso ‘all’italiana’ del padiglione italiano: ’Expo di Shanghai’ 2010.

Riporto alcune domande:
Non è forse nell'interesse di tutti gli architetti italiani incrementare il livello professionale delle giurie?
Il concorso per il padiglione non poteva essere un'occasione per promuovere professionisti con una qualche speranza di affermarsi poi anche sul mercato internazionale?
Davvero conviene allevare deliberatamente la mediocrità?
Non sarebbe forse il caso che chi ha già giudicato malamente troppe volte venga sostituito da qualcuno più competente?
Domus (almeno spero) non intende sottovalutare le vicende ‘gelatinose’ nostrane. Come ultima riflessione vi ripropongo un articolo di P. C. J., pubblicato sul primo numero di Domus nel gennaio del 1928, p. 31:
La storia di quest’ultimi anni, c’insegna che non abbiamo bisogno di futurologi o di nostalgici ma di intelligenti - perché no, abili - osservatori e operatori del presente.

A tal proposito, nel prossimo MONDOBLOG, con Vinicio Bonometto parleremo dell’uso concreto delle piattaforme Web all’interno di un corso di storia dell’architettura e dell’involontario blog di Francesco Tentori.


11 dicembre 2010  
Intersezioni ---> MONDOBLOG
COMMENTA  
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Note:
1 Non sono riuscito a trovare gli estratti del convegno.
2 Catalogo mostra, Sensori del futuro. L'architetto come sismografo. Biennale di Venezia. 6/a Mostra internazionale di architettura, Electa Mondadori, 1996, p. 490
3 Una forte e prolungata risata che riecheggia nella galleria vuota (24 aprile 1971).