Facebook Header

Visualizzazione post con etichetta Marco Paolini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Marco Paolini. Mostra tutti i post

25 luglio 2011

0049 [MONDOBLOG] Julian Adda e Nicola Bergamin: Intanto c'è qb

di Salvatore D'Agostino

Questo dialogo nasce grazie a un commento scritto da Robert Maddalena in un’intervista a Vinicio Bonometto, in cui mi segnalava l’esistenza di un’e-zine ideata da Claudio Panerari all'interno dello IUAV nel 2000, per saperne di più mi suggeriva di contattare Julian Adda un suo collaboratore di quel periodo. 

In una mail del 12 aprile 2011 Julian Adda mi scrive:
La mia collaborazione con Claudio Panerari si è svolta dal gennaio 2000 fino all'autunno 2004, quando è venuto a mancare. [...]

Intanto c'è qb
QB era apparsa tra il febbraio 2002 e il gennaio 2004.
L'idea era di usare la rete per lanciare spunti di riflessione sull'architettura - ma non solo quella - contemporanea verso gli studenti.
I destinatari erano gli studenti del corso, i laureandi; e poi un po' alla volta avevo cominciato a diffonderla presso i colleghi padovani e non; si trattava sempre di files pdf molto leggeri, per cui facilmente inviabili.
Nel 2008 ho riportato sul blog qb allo scopo di rimetterla in circolo (varie volte ne avevo parlato con LineadiSenso - Robert Maddalena -, a sua volta laureando con Panerari e poi collaboratore alla didattica) ma era un passaggio macchinoso. La versione grafica che ne veniva fuori non mi piaceva per nulla, troppa confusa, poco leggibile, per nulla chiara ed immediata. Non avendo pensato successivamente ad un sito specifico per qb, quel blog non l'ho più aggiornato.
Ho però inserito tutti i qb nel mio sito dal quale sono liberamente scaricabili (non ho idea se e quanta gente abbia scaricato o scarichi quei files). [...]
Di qb - forse la prima e-zine ideata all’interno di un corso universitario - ne ho parlato anche con Nicola Bergamin anch’egli, come Julian Adda, collaboratore di Claudio Panerari.



Salvatore D'Agostino
«Noi aderiamo al programma: “Spostate le idee, non le persone”. (Motto popolare pendolare).»1
Spostare le idee, non le persone” potrebbe essere una frase pronunciata da Tim Lee Berners, sintesi perfetta dell’era dell’informatica.
Chi fu l’ideatore di questo motto e che senso gli avevate attribuito? 

Nicola Bergamin Il motto era di Claudio Panerari, non so se l'avesse copiato, almeno non coscientemente, altrimenti avrebbe riportato l'autore.
Il senso era, da un lato, di cercare di utilizzare qualsiasi strumento di comunicazione per favorire la didattica e promuovere la nostra attività all'interno e all'esterno della facoltà, dall'altro, Claudio diceva agli studenti che dovevano essere come i nomadi e quindi nelle loro peregrinazioni verso la facoltà portarsi dietro tutto l'occorrente per studiare, lavorare, mostrare e dimostrare - cosa che non sempre accadeva - l'adesione alla pratica di spostare le idee. Nella realtà significava sostanzialmente evitare dimenticanze e le conseguenti perdite di tempo. 

Julian Adda L’ideatore fu Claudio Panerari stesso, almeno così ricordo. Avevamo lezione una volta a settimana, ci si trovava in facoltà. Quasi ogni volta lui arrivava con una nuova idea da sviluppare, per costruire attività che coinvolgessero sia gli studenti che noi gruppo di collaboratori. Un bel giorno arrivò con questa idea del web magazine, sviluppando ulteriormente la bozza che aveva stilato nel 2000 e relazionato al DPA dello IUAV. Gettava le idee sul tavolo, a disposizione anche dei nostri interessi personali.
Il web magazine era nato dall’associazione di due considerazioni:

una, la propagazione di teoria (architettonica, filosofica, antropologica) in pillole (probabilmente ora avrebbe detto: via Twitter, in 140 battute), che prendeva spunto da un’idea di Roberto Masiero, che all’epoca credo tenesse un corso di estetica;

due, la consapevolezza che il pendolarismo diffuso tra gli studenti generasse enormi perdite di tempo, e che sarebbe stato più sensato spostare le idee – forse oggi potremmo dire le informazioni – piuttosto che le persone fisiche.

Io gli davo quest’ultimo senso: era più facile preparare, una volta alla settimana, in mezza giornata un numero di qb ed inviarlo a 50, 100 persone, e seminare idee, piuttosto che radunare le stesse 100 persone una volta al mese e parlar loro di quattro idee per qb, tenere lezione, fare revisioni.
La produzione di qb in seguito ha comunque generato anche delle comunicazioni specifiche, tenute all'interno del corso, su alcuni temi di architettura e letteratura che consideravamo particolarmente interessanti.

Il motto di Claudio Panerari mi ha ricordato questa riflessione di Gian Antonio Stella:
«L’imprenditore in teoria dovrebbe cercare la localizzazione ottimale. Macché: quando casa sua non è più la localizzazione ottimale della minuteria metallica, il veneto non ci pensa un attimo a spostarsi. Non di casa, però: cambia settore. Il suo obiettivo è restare dove sta, nel suo bel capannone dietro casa, facendo la cosa al momento più conveniente.»2
NB Claudio era un migrante, nato a Bolzano da famiglia di origine mantovane, trasferita, durante il ventennio in Alto Adige (o Sud Tirolo tanto per non urtare la sensibilità di nessuno) e del Nord Est subiva il fascino, anche se in maniera disincantata; rileggendo alcune sue comunicazioni, una mi ha fatto sorridere, dopo un'articolata elencazione dei problemi riguardo alla didattica ed in generale alla produttività del gruppo di lavoro, terminava dicendo: «Concludo con una esortazione forte: Bestie, lavorate! che nell'economia del NE da normalmente ottimi risultati».
Il tono era ironico, ma al tempo stesso manifestava la consapevolezza di come il modello di riferimento richiedesse notevoli sacrifici.
Ritornando alla movimentazione di idee e all'imprenditore veneto, per Claudio il problema non era fare la cosa più conveniente, ma comunicarla nella maniera più efficace, sia all'interno che all'esterno della Facoltà, sempre alla ricerca di una possibilità di sperimentare concretamente le elaborazioni teoriche sviluppate in facoltà, altrimenti destinate a diventare sterili speculazioni.

JA Immagino che vada distinta un’attività imprenditoriale fisica rispetto alle attività intellettuali tipiche di un’università, che si possono realizzare con uno spostamento fisico parziale, se non nullo. E credo che Stella forzi un po’ la mano: l’atteggiamento da lui citato funzionava negli anni 70', 80', quando il mondo correvo verso il Nordest; ma dagli anni 90' in poi molti imprenditori hanno spostato l’attività (salvo tornare quando si sono resi conto che comunque qui c’era e c’è la qualità).
Trovo molto significativo il titolo che quest’anno ha il Festival Città Impresa 2011Far viaggiare le idee
Leggo: «Nella sua quarta edizione il Festival si propone di mettere al centro il grande tema delle infrastrutture e delle reti (fisiche e immateriali) […] per far viaggiare le idee e le merci delle nuove industrie creative».
Confronto e scambio per far sviluppare le idee: questo interessava a Panerari, e per il confronto e lo scambio non occorreva necessariamente spostarsi fisicamente.

La frase di Nicola «Claudio era un migrante, nato a Bolzano da famiglia di origine mantovane» mi ha fatto venire in mente una piece di Marco Paolini:
«Scusi dov’è il Sile?» Domando a una bionda svampita di Zeriolo, a metà strada fra Castelfranco e Treviso. «Deve essere verso Bassano», risponde incerta, e mi indica la direzione opposta al fiume, che, invece, è dietro l’angolo. Per capire che rapporto c’è fra gli abitanti e il territorio, è buona cosa uscire dalla via maestra e chiedere informazioni a caso. Il test migliore è quello di domandare delle acque. Sono sempre le prime ad essere dimenticate. [...] Poi sbuca un operaio, questo è veneto sicuro. «Scusi dov’è il Ponte?» Ma neanche lui sa dov’è. A Zeriolo lui ci sta per sgobbare in capannone, mica per guardare il panorama, «non so de qua», è di Santa Brigida, sette chilometri più in là. Ma in Veneto, per «non essere de cuà» basta sette chilometri più in là”.3


In questi dieci anni è cambiato il panorama mentale e fisico del Veneto? 

NB Ho l'impressione che in questi dieci anni non ci sia un solo posto al mondo in cui non sia cambiato il panorama fisico e culturale. Il Veneto non fa eccezione. Tanto per continuare a citare Paolini, credo nella quarta di copertina del suo libro L'anno passato vi siano almeno 20 modi di chiedere «Di dove sei?» nei diversi dialetti veneti.

JA L'esempio di Paolini mi solleva una questione: ma siamo sicuri che tutti sappiano leggere il territorio dove vivono?
E mi spiego: una persona, abituata per motivi di lavoro, ad attraversare il nostro territorio, qualche mese fa mi ha raccontato che per andare da Padova alla sua città di residenza (a circa 40 km da Padova) hanno realizzato una nuova strada «tutta dritta, sali in tangenziale qui a Padova da via Vicenza, ed esci a X, andando sempre dritto».
Tutta dritta? Mi chiedo.
Significa che hanno costruito una nuova strada che attraversa la campagna veneta?
Un'altra, l'ennesima strada?
Tralasciando il rimpallo di domande/risposte intermedio, la conclusione alla quale sono arrivato è che questa persona ha imboccato tre diversi tratti stradali (due tangenziali, una superstrada), le quali sono connesse tra di loro da grumi di svincoli, credendo però di stare sempre sulla medesima "strada". Il primo tratto andava verso nord, il secondo verso est, il terzo ancora verso nord, quindi con evidenti modifiche della direzione; almeno, questo è quello che io ritenevo evidente, ma che evidentemente (scusatemi il gioco di parole) non lo è per altri.
La conclusione che ne traggo è un'ulteriore domanda: prima ancora della misura del cambiamento dell'immagine mentale del territorio che abitiamo, in che modo conosciamo il territorio che attraversiamo?
Evidentemente non basta attraversare (in auto) il territorio per conoscerlo: appena fuori dal proprio piccolo ambito, il mondo comunque ci rimane ignoto. E il piccolo ambito che conosciamo può essere reticolare, una serie di grumi collegati da filamenti stradali, oltre i quali non vediamo nulla.

NB No, forse la risposta ha confuso sinteticità con generalità, intendevo dire che il tempo comporta necessariamente un cambiamento, e questo non sarà ovviamente solo fisico ma anche della percezione di quella fisicità, le "cose" esistono in quanto qualcuno le rappresenta. Calandomi nello specifico veneto, ciò che continua a stupirmi è una sorta di coesistenza di universi paralleli, se da un lato è vero che continuiamo a consumare territorio, tre nuove strade, centri commerciali e residenziali, dall'altro continua comunque a esistere e coesistere un'altra natura relativamente poco antropizzata; tra la statale che collega Padova a Vicenza e il corso del Bacchiglione, che attraversa entrambe le città, ci sono in media meno di 4 km di distanza, in un caso è possibile percorrere 30 km senza praticamente uscire da un centro abitato nell'altro senza entrarne. Il tempo cambia l'ambiente e cambia la nostra percezione di questo, che però non potrà mai essere univoca, essendo infiniti noi e infiniti (quasi) gli ambienti, da ciò l'impossibilità di definire in maniera univoca, appunto, il Veneto, ce ne sono tanti almeno quanti i modi per chiedere «da dove vieni?» 

«[...] oltre i quali non vediamo nulla», Julian, il tuo finale si ricollega a una riflessione del geografo Franco Farinelli:
«Prova ne sia appunto il nome del Somìa. Il contadino che abitava ai suoi piedi non ne conosceva il nome perché quella montagna faceva parte del suo luogo, dell'ambito di cui interno egli viveva e lavorava e che costituiva tutto il suo mondo. Non essendovi per lui un'altra montagna, non avendo necessità di distinguere perciò tra un monte e l'altro, per lui il Somìa non era una montagna, ma la montagna, l'unica possibile.»4
Riprendendo un'analisi del CENSIS del 2008 dove si evidenziava che in Italia:
«Si vive in piccoli centri ma, sempre più, all'interno di "grandi contenitori metropolitani" dove l'urbanizzazione continua salda centinaia di comuni vicini. Anche in queste conurbazioni (quella milanese-lombarda, veneta, Roma e l'area napoletana), come nel resto del territorio, il radicamento territoriale resta molto forte.»5
Secondo una ricerca condotta dallo scienziato Albert-László Barabási - pubblicato sulla rivista Nature6 - monitorando un campione di centomila persone si è dimostrato che quest'ultimi ripercorrono sempre gli stessi tragitti con qualche sporadica lunga deviazione. Dov'è ubicata la globalizzazione? 

NB Non sono un antropologo, ma credo ormai che il termine globalizzazione interessi quasi esclusivamente dei processi più economici che culturali (anche se non sono poi così sicuro che tali processi non finiscano per coincidere) forse Glocal è comunque ciò che caratterizza l'Europa e l'Italia in particolare.
Come diceva una pubblicità del Gazzettino di qualche anno fa, la differenza tra il Quotidiano più letto dai Veneti e il NY Times è che nel primo puoi trovare anche la cronaca locale; per ritornare alla ricerca sui percorsi forse varrebbe la pena di chiedersi cosa fa la gente durante il tragitto, se e quale radio ascolta, se è collegata a qualche social network o similaria, se legge un libro o un giornale, se qualche volta guarda il paesaggio che quotidianamente attraversa.
In ogni caso il contatto o la connessione a un ambiente, è sempre virtuale o comunque mediata e indiretta, magari solo dal finestrino della nostra auto.

JA
Non credo sia da confondere il pendolarismo con la globalizzazione, si tratta di due fenomeni diversi, in una certa misura paralleli. Non vedo globalizzazione in quei tragitti casa – lavoro che si ripetono sempre uguali, che quarant'anni fa si esaurivano nell'ambito della città e che ora in una città frammentata come il nord est assumono certe lunghezze spazio-temporali, nella Randstad altre, in una città metropolitana altri ancora. Mi sembra che la globalizzazione non sia ubicata da nessuna parte, che sia qui ben vicina a noi, che ci accompagni giorno dopo giorno, nella ripetizione modulare dei marchi multinazionali nei parchi commerciali e della GDO nei centri commerciali che si ripetono cadenzati lunghi le vie di comunicazione, nelle somiglianze di ogni centro storico dove, mescolati alle insegne tradizionali, si trovano quelle delle grandi catene, nella standardizzazione personalizzata dell'offerta ai consumi della vita contemporanea. Viviamo in un grande arcipelago, dove le isole della globalizzazione stanno fianco fianco agli isolotti della localizzazione, uniti/separati gli uni dagli altri dalle infrastrutture di collegamento, che siano quelle lineari/materiali, di asfalto o ferro, o quelle puntiformi/astratte costituite da aeroporti e corridoi del cielo. 

Riporto il ‘primo punto uno’ obiettivo di Claudio Panerari per la proposta di una rivista Web al DPA del 5 febbraio 2000:
«1.1.
L’opportunità di dare vita ad una rivista w e b nasce da due bisogni diversi:
- la necessità di rendere pubbliche e diffondere le idee che si sviluppano nella scuola;
- il desiderio di iniziare ad esplorare le potenzialità di un mezzo, che promette di abbattere le barriere della distribuzione e di interagire con i destinatari del messaggio.»
NB Claudio sosteneva, giustamente, che la scuola è il luogo dove elaborare teorie e sviluppare ricerche, che però devono assolutamente trovare il modo di essere sperimentate pena l'inaridimento delle idee e la conseguente autoreferenzialità della scuola stessa, credo anche Louis Kahn dicesse qualche cosa di simile parlando dell'università come luogo dell'architettura e della città come luogo della professione (cito a memoria).
La diffusione non era quindi intesa solamente verso altre scuole o altri ricercatori, ma soprattutto verso quel mondo "reale" che sembrava non aver bisogno di architettura, accontendandosi sempre di edilizia.

JA
Condivido quello che scrive Nicola. 

Julian, dal 30 agosto 2005 gestisci un blog personale Spazio Bianco; sei tra i pionieri dei blogger architetti. A che cosa serve un blog per un architetto?

JA Spazio bianco è nato con l'idea di approfittare del mio lavoro come corrispondente del Giornale dell'Architettura per amplificare l'ambito di destinazione, e quindi di lettura, di quello che scrivevo, cogliendo l'occasione della realizzazione del monumento Memoria e Luce di Libeskind, inaugurato ai primi di settembre 2005 e che all'epoca ha animato parecchie discussioni in città. Nel mio caso, quindi, serviva da specchio ad un lavoro di cronaca architettonica che veniva svolta sul mezzo cartaceo, partendo dalla considerazione che di fronte ad una notizia degna di nota che appare sulla carta stampata, ve ne sono cento che scompaiono. L'idea era di navigare tra quelle 100 e pescarne delle altre.
L'idea era buona, la realizzazione, lo riconosco, pessima: difficile fare un buon blog da soli, ed in questo periodo non sono mai riuscito a costruire un gruppo di amici con lo spirito adatto al tema.
In generale, credo che un blog per un architetto scritto da un architetto, serva ad ampliare ulteriormente la possibilità di riflessione e scambio di opinioni, partendo da quelle notizie che altrimenti svaniscono, per arrivare fino ai risvolti tragicomici della professione: in fin dei conti, un blog è un diario, e ai diari si affidano anche le riflessioni amare sulla vita quotidiana. 

Nicola, a che cosa serve il Web per un architetto?

NB Se la TV potrebbe essere una finestra sul mondo aperta dal salotto di casa, il WEB è un'immensa biblioteca cui attingere informazioni e conoscenze, sia tecniche che teoriche, come per una biblioteca ciò che trovi non sempre coincide con quello che cercavi, ma considero questa un'opportunità piuttosto che un imprevisto.
Anche la veicolazione delle immagini è straordinaria e straordinariamente rapida, la possibilità quasi per tutti di far conoscere il proprio lavoro è un'opportunità praticamente inesistente fino a dieci anni fa. Il problema è quello dell'utilizzo consapevole del mezzo, considerando che non siamo in grado di verificare completamente quanto e come i "dati" inseriti in rete vengano ri-elaborati.


25 luglio 2011
Intersezioni ---> MONDOBLOG
__________________________________________

Note:
1 qb1, 28 febbraio 2002. Qui
2 Gian Antonio Stella, Schei. Dal boom alla rivolta: il mitico nordest. Milano, Baldini&Castoldi, 1996, p. 70.
3 Marco Paolini (cita liberamente da Paolo Rumiz, La secessione leggera. Dove nasce la rabbia del profondo Nord, Roma, Editori Riuniti, 1997, p.42) Bestiario Veneto. Parole mate, Biblioteca dell’immagine, 1999, p.73
4 Franco Farinelli, Geografia, Einaudi, 2003, p. 40
5 Agenzia ripresa dal sito Piccoli Comuni, CENSIS - METÀ ITALIANI VIVE IN COMUNI CON MENO DI 20MILA ABITANTI, 5 giugno 2008. Link
6 Studio condotto insieme a Marta C. González e César A. Hidalgo, Understanding individual human mobility patterns, Nature, n. 453, 5 giugno 2008. Link

Scheda storica:
qb è stata proposta al DPA dello IUAV da Claudio Panerari e Roberto Grossa il 5 febbraio 2000. Qui per approfondire. Edita dal 2 febbraio 2002 al 6 gennaio 2004. Sono stati pubblicati 71 numeri. Qui l'archivio online.

15 novembre 2010

0001 [POINTS DE VUE] Collettivo TerraProject | Profondità di campo

di Salvatore D'Agostino 
«”Sporco” è una parola che si può usare in tanti posti del Sud, ma più che sporco è ingombro di cose buttate che nessuno rimuove più. Si potrebbe dire che è archeologico, ma l’effetto spesso è solo sporco e non aiuta.» (Marco Paolini)1 
Dal 1994 la Campania ha avuto un commissario straordinario per lo smaltimento dei rifiuti, attività cessata il 17 dicembre 2009, dopo la fine dello ‘stato d’emergenza’2.
 
Nel 2008 Michele Borzoni, Simone Donati e Pietro Paolini - del collettivo TerraProject  - fecero un viaggio da Pianura ad Acerra, passando per Giugliano, Aversa, Caivano e altre località. Ricordano l’odore acido dei rifiuti bruciati che gli si attaccava alla pelle. Chiamarono i loro ‘punti di vista’: La terra dei fumi. 
Ripresento - con qualche inedito - il lavoro di ‘profondità di campo’3 del collettivo fiorentino.

Un paesaggio che a due anni dal loro reportage, appare come immutabile archeologia.
Deprivato di ‘profondità di campo’ della semplificazione mediatica e politica.









15 novembre 2010
Intersezioni ---> POINTS DE VUE

__________________________________________
Note:
1 Marco Paolini, I cani del gas, Einaudi, Torino, 2000, p. 5.
2 Per una mappa ragionata del problema rifiuti in Campania visita il sito Munnezza
3 Tecnicamente, per ottenere delle fotografie nitide in tutti i suoi punti, bisogna chiudere il diaframma. Questa operazione è chiamata ‘profondità di campo’.

11 gennaio 2010

0036 [SPECULAZIONE] Paesi, paesaggi, paesologia e Franco Arminio

di Salvatore D'Agostino

Franco Arminio è un ipocondriaco per curarsi scrive. Vive a Bisaccia, un comune campano di 4.400 anime. Quasi giornalmente va a fare visita ai piccoli comuni della sua zona, cammina, osserva, chiacchiera e spesso consuma il suo pranzo (un panino imbottito) seduto su una panchina, quando la trova. Dopo anni di attività pedestre ha inventato una nuova scienza la paesologia.1


Salvatore D'Agostino In Italia ci sono:
  • 835 comuni con meno di 500 abitanti
  • 1138 comuni fra i 500 e 999 abitanti;
  • 1669 comuni fra i 1000 e 1999 abitanti;
  • 1010 comuni fra i 2000 e 2099 abitanti;
  • 702 comuni fra i 3000 e 3999 abitanti;
  • 488 comuni fra i 4000 e 4999 abitanti.

Per un totale di 5842 su 8100. Cioè circa il 72% dei comuni hanno meno di 5000 abitanti pari a una popolazione di circa 15.000.0000 milioni su 60.000.000, quindi il 25% della popolazione italiana vive nei piccoli paesi.
Scrivi: «Un paese è un luogo dove non si può barare».2 Sono tutti luoghi da bandiera bianca?3

Franco Arminio Non credo che siano tutti paesi da bandiera bianca. I paesi da bandiera bianca in realtà sono molto pochi. Sicuramente non sono paesi da bandiera bianca quelli vicini alla città o quelli in pianura. il fatto che quindici milioni di italiani vivano nei piccoli paesi non significa che vivano in luoghi simili. Ogni paese è un po' un caso a sé e quelli di cinquecento abitanti sono assai diversi da quelli di quattromila. Rimane il fatto impressionante che si parla poco di paesi e dei loro problemi. La paesologia nasce proprio dalla constatazione che ci sono i paesi e non se ne parla. Al massimo ci sono quelli che scrivono del proprio paese.
«"E' da li che a me è venuta la voglia, o è tornata, di guardare non solo sempre avanti, ma anche oltre il bordo della strada. Per "PAESAGGIRE" come dice Zanzotto.No! Il paesaggio non è il panorama che si può comprare in cartolina, perché ci siamo dentro noi nel paesaggio!!PAESAGGIRE! IMMAGINARE!!Non solo nel virtuale, ma anche nel reale. Leggere i segni di quello che accadrà domani in quello che hai intorno adesso; il paesaggio non è una quinta da teatro che si possa tirare via così insieme al resto... senza che insieme strappino anche noi dalla scena. E' per questo che ci sentiamo rigidi, spaesati, impauriti...»4
Marco Paolini inizia così il suo viaggio, prima veneto e dopo italiano, facendo suo lo sguardo del poeta Andrea Zanzotto,5 il 'paesaggio' non è una visione estetica ma un deposito di tracce. La paesologia?

Con Zanzotto ho avuto una lunga frequentazione epistolare e anche telefonica quando scrivevo solamente in versi. Ho sempre amato il suo lavoro. Lui, come me, ha una precisa geografia della scrittura, nel senso che scrive quasi sempre all'interno dello stesso paesaggio. La paesologia non è una visione estetica, ma una forma di attenzione per i luoghi più sperduti e affranti. Ovviamente si può descrivere qualunque paese, ma credo che a me riesca meglio parlare dei luoghi più desolati, che poi spesso sono i luoghi più vicini al mio paese. La paesologia è un viaggiare nei dintorni, è la soluzione di chi non riesce più a stare nel proprio paese ma non riesce neppure a lasciarlo. Quando parlo di paesi parlo soprattutto di paesaggi, direi che sono la cosa che sento di più. Mi ricordo quando vado in un luogo più la curva di una collina che il profilo di un viso.

Alla 10° Mostra Internazionale di Architettura, Biennale di Venezia dal tema "Città. Architettura e società" del 2006, il curatore del padiglione tedesco Philipp Oswalt presentò, la ricerca sulle 'Shrinking cities' ovvero le città che si contraggono: 
«La decrescita porta - esattamente come a sua volta la crescita - a trasformazioni di carattere fondamentale, cui corrispondono modifiche dei principi, dei modelli di azione e delle pratiche che di conseguenza generano nuove tendenze all'interno della società. Il fenomeno della contrazione urbana è dovuto a diversi processi di trasformazione. Nei vecchi paesi industrializzati, nei quali principalmente si è riscontrato il fenomeno del ritiro urbano negli ultimi decenni, le cause principali sono dovute alla suburbanizzazione, alla deindustrializzazione, al calo demografico e ai cambiamenti politici seguiti alla caduta del comunismo.»6
In Germania vi è una programmazione nei confronti di queste realtà, l'IBA di Berlino a tal proposito ha stilato 10 principi.7
In Italia, molte città si sono contratte ma contrariamente alla sensibilità politica/accademica tedesca sono stati agevolati interventi non organici che favoriscono la cementificazione coatta.
Qual è il rapporto tra il costruito e gli abitanti nei paesi che vai a visitare?

Nei paesi ci sono più case che abitanti, penso soprattutto ai paesi svuotati dall'emigrazione, quelli che stanno nelle zone più interne e montuose. Spesso sono stati proprio questi emigranti ad alimentare la cementificazione. Molti tornano nei paesi proprio per fare prendere aria alle loro case, chiuse tutto l'anno. Un'altra cosa che mi colpisce è che i paesi abbiano il buco a centro. Quelli che non sono andati via hanno realizzato una sorta di emigrazione in periferia. Io li chiamo i disertori sociali. A causa loro i paesi sono abitati più nei loro margini che al centro. E questa conformazione del costruito contribuisce a creare una sorta di effetto vuoto che si ha andando in giro per i paesi. Sarebbe opportuno riportare nuovi residenti creando delle facilitazioni chi decide di comprare casa nei piccoli centri. D'altra parte sarebbe anche il caso di bloccare la costruzione di nuove case, ma favorire solo la ristrutturazione di quelle ubicate nei centri storici.

È possibile ristrutturare le abitazioni del nucleo più denso dei paesi, non credi che per gli emigranti o gli abitanti siano case povere, inospitali, vecchie?

Ieri sono stato ad Accadia,8 in provincia di Foggia. C'è un pezzo di paese interamente ristrutturato, ma completamente vuoto. Ora vorrebbero affidarlo a un'agenzia turistica, ma è una scelta che non ha senso. La sfida vera è portare nuovi residenti nei paesi. Il patrimonio edilizio è notevole, come quantità e qualità. È una situazione che ho constatato di persona in moltissimi paesi. Magari ci sono zone in cui le case sono povere e inospitali, ma sarebbe meglio risistemarle piuttosto che costruire ancora case nuove.

Non credi che questi luoghi amabili per il turista di passaggio siano incompatibili con le esigenze abitative dell’uomo contemporaneo?

In parte si. D'altra parte "l'uomo contemporaneo" deve capire che non può usare gli spazi a suo piacimento. E penso che alla logica di casa bella in un luogo brutto debba subentrare una logica in cui la bellezza del luogo sia più importante della bellezza della casa. L'uomo contemporaneo deve lasciare il delirio della dimora autistica e deve tornare ad abitare di più gli spazi collettivi. Se ognuno vuole abitare in una reggia è chiaro che fra poco non ci sarà più terra e il mondo diventerà un gigantesco deposito di materiale edile. Purtroppo da questo punto di vista l'italia è all'avanguardia.
«Il centro storico è in rovina, il resto è periferia, una periferia dispersa casa per casa. Solita storia di una comunità in fuga dal passato.» Franco Arminio9
Per Vincenzo Cerami: «l'Italia di oggi è un'unica città senza soluzione di continuità.»10 La fuga di cui parli è osservabile sorvolando il nostro territorio. Che cos'è la periferia nelle piccole comunità?

Io frequento i luoghi italiani dove questa città diffusa si interrompe. Penso alla Lucania, al Molise, alla Sardegna. L'italia costruita dalle betoniere è veramente sconsolante.
Le periferie nei piccoli centri sono i luoghi dei disertori, i luoghi di chi ha voltato le spalle al suo paese, ma non ha avuto il coraggio di andarsene lontano.

Che cos'è la paesanologia?

La paesanologia è la disciplina praticata dagli storici locali, dai presidenti delle pro loco. Sono figure a tutti note, non credo sia necessario aggiungere altro.
«Una volta nei piccoli luoghi si guardava il mondo come una faccenda che avveniva altrove. Il paese era un altro mondo.»11 e «Adesso è quasi l'una. Accenda (sic) la videocamera su una vespa dove un tipo del paese vende due orologi a cinque euro. Mi dice che ha pure gli accendini porno e che se voglio incontrarlo posso andare su youtube o su facebook. Adesso l'incontro reale è sempre più solo l'occasione per darsi appuntamento nel mondo virtuale, un appuntamento che spesso si evade perché dimentichiamo il nome o perdiamo i numeri che ci hanno dato.»12
Qual è la visione del mondo nei paesi oggi?

Difficile dire qual è la visione del mondo nei paesi oggi. Direi che salvo eccezioni c'è un sentimento piccolo, che è quello di entrare in questo mondo, senza rendersene conto che la grandezza di un paese oggi sta proprio nel suo essere fuori dal mondo. Un mondo spento e velleitario dovrebbe incoraggiare più spinte che centrifughe e non le ossessive spinte centripete a cui ancora assistiamo.
«Franco Arminio uno dei poeti più importanti di questo paese, il migliore che abbia mai raccontato il terremoto e ciò che ha generato scrive in una sua poesia: "Venticinque anni dopo il terremoto dei morti sarà rimasto poco. Dei vivi ancora meno". Siamo ancora in tempo perché in Abruzzo questo non accada. Non permettere che la speculazione vinca come sempre successo in passato è davvero l'unico omaggio vero, concreto, ai caduti di questo terremoto, uccisi non dalla terra che trema ma dal cemento».
Roberto Saviano conclude così il suo articolo dedicato al terremoto abruzzese del 6 aprile 2009, teme «la maledizione del terremoto non è soltanto quel minuto in cui la terra ha tremato, ma ciò che accadrà dopo».13

Ormai è normale definire con la parola terremoto anche tutto quello che accade dopo, con la fase di ricostruzione. La via che mi sento di suggerire è quella di ricostruire i paesi più che le case. Un paese è qualcosa di più che un insieme di case, questo bisogna sempre ricordarselo.

Lo scrittore Angelo Ferracuti nel 2005 ti venne a fare visita, ecco come descrisse Bisaccia:
«Venerdì 18 novembre 2005.
9.00
Ho preparato il bagaglio. Anche questo breve viaggio è finito e penso che ho visto un altro piccolo pezzo di mondo. Il cielo è aggrottato, per le strade annusi aria di neve. Prima di andarmene faccio un giro per il paese. Le casette in pietra del corso, ‘equilibrio e la grazia dei caseggiati fanno a cazzotti con il cemento del paese nuovo. Stanno come la civiltà alla barbarie. Vicino alle scuole elementari c’è la chiesa, ma sembra un osservatorio della Nasa. circolare, e davanti ha una specie di strano obelisco con in cima quello che sembra un radar. Forse è un misuratore del cattivo gusto, del brutto, e qui ce n’è davvero tanto. È quasi tutto opera di un geniale architetto napoletano.»14
L’architetto napoletano è Aldo Loris Rossi, Anch'esso bisaccese, chiamato a ricostruire il paese dopo il terremoto dell’Irpinia del 23 novembre 1980.
«Io quando muoio non voglio essere portato in questa chiesa (ndr la stessa descritta da Angelo Ferracuti) e non voglio che sia questo prete a dire la messa». Franco Arminio15
Oggi le due Bisaccie si osservano, forse si fronteggiano. Dopo 29 anni come e dove vivono i bisaccesi?

Ci sono tre paesi. Il nuovo, il vecchio e il cimitero. Oggi, almeno a Bisaccia, il paese dei morti mi pare di gran lunga il più vivo. Ho sempre pensato al mio paese come a un luogo particolare, un luogo con una combustione intellettuale molto forte. Adesso e piuttosto precipitosamente questa anomalia del mio paese va scemando. Stiamo diventando uno dei tanti luoghi spenti dell’appennino meridionale. I bisaccesi vivono male e dicono di stare malissimo, come tutti i meridionali. È un paese di cattivo umore e di cattiva volontà, luogo ideale per i miei esercizi di anatomopaesologia. Non ci sono slanci speranzosi. La vitalità è così bassa che perfino i rancorosi sembra abbiano perso le unghie e i denti.

Questa non è una domanda ma una richiesta: un consiglio agli architetti, urbanisti e ingegneri delle piccole comunità.

Un architetto che lavora nel suo paese dovrebbe sempre ricordarsi che se fa una porcheria dovrà vedersela davanti agli occhi ogni giorno. In un piccolo paese ci vuole una grande architettura, questa è l'idea che dovrebbe guidare il lavoro dei tecnici.

11 gennaio 2010
Intersezioni ---> SPECULAZIONE

__________________________________________

Note:
1 «La paesologia è una forma di attenzione. È uno sguardo lento, dilatato, verso queste creature che per secoli sono rimaste identiche a se stesse e ora sono in fuga dalla loro forma.» Franco Arminio, Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia, Laterza, 2008, p. 180
«In realtà il mondo in cui viviamo è perfettamente simile a quella cosa un po' opprimente che è un posto di cinquecento abitanti, La società globale è la società della ruralità di massa. Niente piazza, niente vita comunitaria, ognuno è un pastore che pascola le sue pecore morte. Veramente non c'è scampo. Poi uno può decidere di non pensarci, può capitare che ci si diverta passeggiando in riva al mare o facendo l'amore in una stanza d'albergo, può essere che si stia bene su una panchina del proprio paese, tutto può essere, ma siamo nel campo delle deroghe, delle eccezioni. La regola, la legge che si profila sembra seguire la curva delirante della mia disciplina: paesologia, tanatologia, teratologia. Detto altrimenti: il mondo è un paese, il paese è morto, dunque il mondo è un inferno abitato da mostri.» op. cit., p. XIII
«La paesologia non si occupa di chi parte ma di chi resta. È la disciplina che segue chi non avanza a vele spiegate, ma chi inciampa, chi sente la vita che si guasta giorno per giorno, paese per paese.» op. cit., p.186
2 Franco Arminio, op. cit., pp. XII-XII
3 «Va di moda assegnare le bandiere ai luoghi. C'è chi assegna la bandiera blu alle migliori località di mare e chi quella arancione ai paesi più belli. La scuola di paesologia potrebbe assegnare la bandiera bianca ai paesi più sperduti e affranti, i paesi della resa, quelli sulla soglia dell'estinzione. Ce ne sono tanti e sono i meno visitati. Non hanno il museo della civiltà contadina, non hanno il negozio che vende i prodotti tipici, non hanno la brochure che illustra le bellezze del posto, non hanno il medico tutti i giorni e la farmacia è aperta solo per qualche ora. Sono i paesi in cui si sente l'assenza di chi se n'è andato e quella di chi non è mai venuto. Non hanno neppure stranezze particolari: gli abitanti non sono tutti parenti tra di loro, non fanno processioni coi serpenti, non fanno la festa degli ammogliati, non hanno dato i natali a una famosa cantante o a un politico o a un calciatore. Non hanno neppure particolari arretratezze, hanno l'acqua calda in tutte le case, hanno le macchine e il televisore, tutti hanno di che mangiare e un tetto dove dormire.» op. cit., p. IX
4 Marco Paolini, I Cani del gas', Einaudi, Torino, 2002
5Andrea Zanzotto, La Beltà, Mondadori, Milano, 1968
6 Città in contrazione presso la 10° Mostra Internazionale di Architettura, Biennale di Venezia, 2006
7 IBA ristrutturazione urbana 2010. Nuove prospettive per le città in cambiamento
8 10 luglio 2009 [ndr data dell'email]
9 Franco Arminio, op. cit., p. 147
10 Intervista a Vincenzo Cerami su 'Fahrenheit' radiotre, 5/12/2007
11 Franco Arminio, op. cit., p. 179
12 Franco Arminio, mattinata a candela, blog Scuola di paesologia, 27 marzo 2009
13 Roberto Saviano, La ricostruzione a rischio clan ecco il partito del terremoto, La repubblica, 14 aprile 2009 (qui)
14 Angelo Ferracuti, Le risorse umane, Feltrinelli, Milano, 2006, p. 204
15 Franco Arminio, op. cit., p. 49

Approfondimenti: