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5 marzo 2011

0009 [WIKIO] URBAN BLOG la classifica di marzo | Liberi cartellopoli e molte piazze italiane, prossima tappa i fori imperiali

di Salvatore D'Agostino

Ricordate l'ultima domanda dell'intervista al responsabile di Cartellopoli?

WA Quali sono i tempi giuridici?

Cartellopoli Speriamo di riavere cartellopoli all'inizio del 2011.

Il memento di febbraio?

WA Ci sono novità?

Cartellopoli Ancora nessuna risposta. L'istanza di dissequestro è stata inviata il 12 di gennaio. E ci vuole un mesetto. Speriamo non di più!
Ecco la domanda di marzo Com'è andata a finire con l'istanza di dissequestro?
Cartellopoli È stata accettata oggi (ndr 3 marzo) spero di riattivare il blog la prossima settimana.

Prima buona notizia.

8 novembre 2010

0046 [SPECULAZIONE] L'architetto di base secondo Gianni Biondillo

di Salvatore D'Agostino

Gianni Biondillo, scrittore ed ex architetto.
È milanese. Figlio di padre campano e madre siciliana. I suoi noir non hanno un set o un ambientazione, ma raccontano - attraverso l'artificio del romanzo - storie di una parte della città di Milano. Il luogo dov'è cresciuto: Quarto Oggiaro.
Per il padiglione Italia di  Luca Molinari - Biennale di Architettura di Venezia in corso - è stato chiamato - mensile Wired - ad essere uno dei 14 visionari.
Più che una visione ha scritto un monito 'Cubatura zero adesso, subito'.*
Quest'intervista è iniziata ufficialmente il  17 giugno del 2009 dopo un suo commento in questo post.
Salvatore D'Agostino Il tuo libro 'Metropoli per principianti'1 inizia con un ammonimento a non far studiare più architettura ai propri figli, altrimenti non resta altro da fare che mandarli a lavorare all'estero.
Francesco Dal Co ha definito questo incipit 'una Boutade'
2, Stefano Boeri crede che le cattive architetture siano frutto anche degli insegnamenti errati delle università3, Renzo Piano - telefonicamente - ti ha ringraziato: «C'è bisogno che ogni tanto qualcuno mi venga a tirare le orecchie»4.
Nel libro proponi d'istituire l'architetto di base.
Che cosa intendi dire?

Gianni Biondillo Ti rispondo con un breve articolo scritto tempo fa che "riassume" la situazione: «Al professor Dal Co non è piaciuto il mio urlo di dolore che apre Metropoli per principianti, dove dico, provocatoriamente: "non fate studiare architettura ai vostri figli".
Intervistato da Stefano Bucci ha detto, un po' piccato, che gli pare "una boutade. Sarebbe come dire: 'non iscrivete i vostri figli a medicina, perché faranno solo i medici di base'."
"Magari!", mi viene da pensare caro professore. Magari fosse così, ci metterei la firma. Tra l'altro i medici di base hanno guadagni mensili non disprezzabili. Invece qui la cosa è assai più tragica. Sarebbe, per mantenere il suo esempio, come dire: "non studiate medicina, che poi vi tocca fare i lettighieri, gli uscieri d'ospedale, gli operatori del call center…"
Perché è questa la vera contraddizione. Siamo il paese col più alto numero di laureati in architettura d'Europa e, al contempo, col più basso numero di progetti realizzati firmati da architetti. La città moderna non ci compete, non l'abbiamo costruita noi. Ci si lascia ingannare dai casi estremi delle star dell'architettura, che sono poco più di specchietti per le allodole, ma lo zoccolo duro, il popolo degli architetti, le mani sul territorio non le ha messe mai. È una percezione falsata quella che ci danno i vari Fuksas, Piano, Gregotti: è un po' come credere che dato che c'è Faletti, tutti gli scrittori vendano ogni volta milioni di copie dei loro romanzi. Non è così: gli scrittori, in media, fanno la fame. Ma con la differenza che almeno pubblicano, mentre gli architetti, in media, non costruiscono affatto.
Anzi, fosse per me farei mie le parole di Dal Co per cambiarle di segno: "Studiate architettura, così diventate architetti di base." Con tutti i problemi che il nostro territorio ha, il patrimonio architettonico da salvaguardare, le questioni di riconversione anche di spazi minimi o irrisolti, l'abusivismo, la sostenibilità, non sarebbe da istituire, a livello governativo, come un dovere di sanità paesaggistica, la figura dell'architetto di base?»5 

Che cos'è la geometrizzazione dell'architetto?

È l'accettazione di una modalità non critica del progetto. L'abbassamento dell'asticella della complessità nel nome non della migliore fruibilità ma del lavoro per il lavoro (teniamo tutti una famiglia) e della banalizzazione della professione.
È disinteressarsi a qualificare il gusto generale per adeguarsi ai pregiudizi scontati della progettazione.

Su Nazione Indiana pubblichi alcuni articoli che raccogli sotto il titolo di Urbanità.
Che cos'è l'urbanità? 

Trovo affascinante che come sinonimo di cortesia si usi il termine urbanità. Insomma questa attenzione alle città, all'urbe (in fondo anche civiltà viene da "civitas") come luogo di scambio simbolico, dove le contraddizioni vengono al pettine e si risolvono. In modo politico (che viene, appunto, da "polis").

Per il quinto anno consecutivo si è svolto il convegno sull'identità dell'architettura italiana con i contributi dei maggiori insegnanti provenienti da tutte le università d'Italia.6
Secondo te qual è l'identità dell'architettura italiana degli ultimi vent'anni?

È un'identità perduta, da ridefinire, liquida come è liquida la società in cui viviamo.
Sono molto curioso del padiglione italiano della biennale di quest'anno, curato da Luca Molinari, forse lui saprà darci una fotografia della nostra identità (ndr risposta: 26 aprile 2010). 

Liquida! Nel senso baumaniano? 

Certo. 

È possibile un'urbanistica attenta alle diverse sensibilità abitative? 

Non solo è possibile ma è doverosa.

Nella tua playlist, ovvero le architetture che ami del novecento italiano, includi le Vele di Scampia progettate dall'architetto Franz Di Salvo, poiché sostieni, che non sono diverse da alcune case per villeggianti della Costa Azzurra7.

Puoi spiegare meglio questo concetto? 

È esattamente così. Basta fare un giro in Costa Azzurra per accorgersene. Lì però nessuno vuole abbattere quegli edifici, anzi, molti li trovano graziosi e così "piccolo borghesi" da parigino in vacanza.
Confondere le condizioni sociali e il degrado con, banalmente, il progetto è facile e "scandalistico" ma non risolve il problema.

Su City life scrivi: «Tutta colpa di quella mia amica che mi ha detto (ah, il tagliente spirito lombardo) mentre guardava i redering di progetto: "Sembrano due amici che reggono il terzo in mezzo, mentre vomita, ubriaco!"»8.
Non credi che sia la naturale trasposizione - in grande scala - del pensiero imprenditoriale che chiami "Brianza Style"?

Sono due cose leggermente diverse ma non antitetiche.
Il "Brianza style" è una modalità che dalla provincia sta invadendo il gusto della città. Un desiderio di una ipotetica autenticità formale che è sostanzialmente trash, i grattacieli della ex-fiera sono una mera operazione di speculazione edilizia che si copre utilizzando la foglia di fico dei nomi roboanti e internazionali.
Operazione provinciale anch'essa e in questo speculare alla microarchitettura del Brianza style.

«Roma è il paradiso del palazzinaro piccolo borghese. […] le singole, autonome, palazzine paiono una civettuola sfilata di autoreferenti bellezze, indifferenti l'una all'altra. Singoli pezzi, mai davvero legati al contesto, incapaci davvero di fare urbanistica»9.
Non credi che sia necessario iniziare a capire questa storia urbana senza licenziarla come banale, rozza o antiurbanistica?

Sono d'accordo. Occorre guardare senza pregiudizi, né negativi e neppure positivi, ogni opera del passato. Quella storia urbana esiste e chiede di essere raccontata.
Ciò non significa farne un santino colmo di nostalgia.
 

«Nell'Italia meridionale non si leggono libri. La classe dirigente, la piccola borghesia, la classe produttrice, i politici locali, non leggono libri. Dove non si leggono libri non c'è architettura».10
Che cosa c'è?
 

La devastazione, il voto di scambio, il familismo amorale, il far west, lo spreco del territorio, l'abbrutimento sociale, il disincanto, il cinismo.
La resa.

Mi descrivi il tuo miglior progetto da architetto?

Mio?
Progettato da me?
Ma no, poca roba. Sono un architetto che ha fatto cose piccole, ha risolto problemi "privati". Abitazioni, appartamenti, sottotetti. Un paio di piccole piazze e un asilo nido fuori Milano, qualche concorso, ma in generale io sono (stato, ché ormai lo sono sempre meno) un "architetto di base", appunto.
 
Perché hai abbandonato la professione dell'architetto per quella di scrittore?

Perché le giornate sono di 24 ore e tutto purtroppo non si può fare.
E perché mi sono reso conto di avere molta più libertà critica con la scrittura, oggi, che con l'architettura.

Da Cratilo di Platone: «Pare che la parola "verità" (alétheia) indichi il vagabondare di Dio (ále theía.
Che cosa può succedere vagabondando con un compagno di viaggio per la tangenziale di Milano?11

Succede che ridefinisci, dai suoi confini frangiati e incongrui, la mappa di una metropoli immensa che ormai tracima oltre le sue tangenziali, che sono a tutti gli effeti, ormai, delle strade urbane.
Ma farlo a piedi, girare in 10 tappe a piedi la cintura ad alto scorrimento cittadino, è anche un atto politico, resistente, che vuole recuperare la mobilità leggera e pubblica, l'unica, oggi, che dovremmo davvero sviluppare, nel nome della sanità e igiene (anche mentale) collettiva.
E stato un viaggio alla scoperta di un panorama davvero unico. Un pellegrinaggio attorno alla mia città.

Per Michele Monina la città che scorre lungo la tangenziale non è Milano. Per te, Milano inizia dai questi bordi.
Per Carlo Emilio Gadda gli architetti pastrufaziani (spesso imprenditori brianzoli) avevano costruito: «… Di ville! di villule!, di villoni ripieni, di villette isolate, di ville doppie, di case villerecce, di ville rustiche, di rustici ville, gli architetti pastrufaziani avevano ingioiellato, poco a poco un po’ tutti, i vaghissimi e placidi colli delle pendici prenadine, che, manco a dirlo ‘digradano dolcemente’: alle miti bacinelle dei loro laghi».12
Dove sta andando Milano? 

Non ho la palla di vetro. Ma ho la sensazione che Milano stia camminando sulla lama di un rasoio. Se cade dalla parte giusta si riproietta, come è nella sua tradizione, nell'alveo delle città europee, dinamiche e innovative, se invece precipita dall'altra parte, chiude definitivamente il suo ciclo storico per tornare ad essere un villaggio come un altro.
La mia ansia è che la vedo sbilanciata, politicamente e amministrativamente, troppo da questa parte! 

8 novembre 2010
Intersezioni ---> SPECULAZIONE

Come usare WA----------------------------------------------------------------------------Cos'è WA

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Note:

* Visione in seguito elaborata dallo studio Metrogramma con il progetto Esperia 15.

1 Gianni Biondillo, Metropoli per Principianti, Guanda, Milano, 2008.

2 Gianni Biondillo, Urnbanità 4, Blog Nazione Indiana, 15 ottobre 2008. Link

3 Stefano Bucci, 'Architetti, mancano i maestri', Corriere della Sera, 24 maggio 2008. Link

4 Circolo della Colonna, CENA del 23 febbraio 2009. Link

5 Pubblicato su Costruire n. 303, settembre 2008.

6 Link del programma.

7 Gianni Biondillo, op. cit., p. 44.

8 Gianni Biondillo, op. cit., p. 90.

9 Gianni Biondillo, op. cit., p. 63.


10 Gianni Biondillo, op. cit., p. 70.

11 Gianni Biondillo e Monina Michele, Tangenziali. Due viandanti ai bordi della città, Guanda, 2010.

12 Gianni Biondillo e Monina Michele, op. cit., 102.

18 agosto 2010

0432 (finExTRA) 18 agosto 2010----> WWW o WWC [55] Dal Wilfing ai Walled garden

di Salvatore D'Agostino


«This is not a trivial distinction. Over the past few years, one of the most important shifts in the digital world has been the move from the wide-open Web to semiclosed platforms that use the Internet for transport but not the browser for display. It’s driven primarily by the rise of the iPhone model of mobile computing, and it’s a world Google can’t crawl, one where HTML doesn’t rule. And it’s the world that consumers are increasingly choosing, not because they’re rejecting the idea of the Web but because these dedicated platforms often just work better or fit better into their lives (the screen comes to them, they don’t have to go to the screen). The fact that it’s easier for companies to make money on these platforms only cements the trend. Producers and consumers agree: The Web is not the culmination of the digital revolution».

Chris Anderson and Michael Wolff, The Web Is Dead. Long Live the Internet, Wired, 17 agosto 2010. Link

18 agosto 2010

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Come usare WA ---------------------------------------------------Cos'è WA

6 agosto 2010

0424 (finExTRA) 6 agosto 2010 ---> ARCHITETTURA ITALIANA [91] Wired verso AILATI

di Salvatore D'Agostino


«Che panorami c’aspettano fra quarant’anni? E soprattutto, come sarà la nostra splendida e martoriata Italia? Interrogativi ormai quasi esistenziali, in un mondo che vive in un presentismo più spinto che mai. Eppure è questa l’idea alla base di Italia 2050, una delle tre sezioni del Padiglione Italia alla prossima Biennale Architettura di Venezia, messa in piedi dal curatore Luca Molinari insieme a Wired. Un laboratorio che incrocia 14 tra scienziati, pensatori, film-maker e “produttori” di futuro con altrettanti architetti, designer e creativi. Dai primi, fra cui Nico Vascellari, Chiara Bonini e Leandro Agrò, vogliamo sapere le keyword dei prossimi quattro decenni. Dai secondi, di cui fanno parte fra gli altri Italo Rota, Attilio Stocchi e Anna Barbara, invece, le vogliamo declinate concretamente sottoforma di progetti, oggetti e programmi. Un cantiere per le visioni del domani. A partire dalle idee di oggi».

Simoni Cosimi, Italia 2050: Wired verso la Biennale, Wired
, 7 luglio 2010. Link

Immagine tratta da Wired n. 08/10, p.130

6 agosto 2010

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13 maggio 2010

0029 [MONDOBLOG] Reti e relazioni digitali

di Salvatore D'Agostino

«Per alcuni, qualsiasi affermazione sul "crollo dei confini tra individui" è una profezia che delinea una società utopica di armonia e felicità, ma la mia ricerca non va in questa direzione. Sono d'accordo con quando diceva Lewis Mumford nel 1939, e cioè che gli esseri umani "tendono a socializzare meglio a distanza, invece che nelle sfere immediate, limitate e locali; a volte raggiungono un rapporto ottimale quando, come nel caso del baratto tra selvaggi, nessun gruppo è visibile all'altro".» (Joshua Meyrowitz)1
Andrea Graziano non è soltanto un blogger ma un catalizzatore della cultura digitale in Italia e non solo. In questo colloquio parleremo di reti e relazioni non semplicemente digitati. DigitAG& è il suo blog.

Salvatore D'Agostino Nel tuo blog ti presenti in questo modo:
«Il mio intento, come dice il nome del blog, è di "taggare" o meglio linkare ciò che vedo intorno a me nel campo della ricerca architettonica digitale senza voler classificare o dare indicazioni di merito. Voglio solo fornire spunti a chi non conosce l'argomento e stimoli per una ricerca personale a chi è già interessato. Questo blog vuole essere un contenitore di notizie "democraticamente random".»
Che cos’è e qual è l’architettura digitale?

Andrea Graziano Il termine architettura digitale è sicuramente tutt'ora un termine vago, ma tre anni fa quando ho iniziato l'avventura del blog era un termine che per me sintetizzava bene un mio preciso interesse, ovvero come l'utilizzo del computer e dei software potesse aiutare il designer e l'architetto nella fase progettuale e soprattutto in quella di ideazione. Non parlo di redazione degli elaborati progettuali, di computer aided design, ma di fornire nuovi strumenti per elaborare e gestire in maniera integrata molte delle complessità a cui dovremo sempre più far fronte durante la fase progettuale.
Era il periodo in cui si vedevano (o meglio, io vedevo per la prima volta) su alcuni blog o siti di rinomate università straniere tipo SCI-ARC, AA school, Columbia i primi script pubblicati inerenti ricerche su nuove morfologie, approcci di tassellazione superficiale, tentativi di introdurre relazioni matematico-formali, sperimentazioni di software di derivazione ludico-cinematografica per apportare all'interno del progetto nuovi parametri e variabili quali tempo, forze, campi di attrazione, agenti e diagrammi. Ci tengo a precisare che il mio più che un blog inerente l'architettura digitale si occupa di ricerca architettonica tramite strumenti e tecniche digitali e cerca di monitorare ciò che d'interessante (a mio sindacabile giudizio) ho l'occasione di vedere e leggere sul web. Il mondo di oggi sta rapidamente cambiando e alcune delle parole chiave di questo cambiamento tipo complessità, network, connessioni sono proprie degli strumenti digitali che utilizziamo quotidianamente, ma come questi strumenti e tecniche possano entrare nel processo architettonico - e permettere un'evoluzione sia degli strumenti che della progettazione e soprattutto della comprensione che possiamo avere di modelli maggiormente complessi - è la curiosità che muove oggi il mio blog.

«Magris — Credo che non esista una contrapposizione fra i barbari e gli altri (noi?). Anche chi combatte molti aspetti «barbarici» non è pateticamente out, ma contribuisce alla trasformazione della realtà. Come nel Kim di Kipling, in cui tutti spingono la Ruota e ne sono schiacciati. Senza pathos della Fine né di un miracoloso e fatale Inizio. La civiltà absburgica, così esperta di invasioni barbariche, non le demonizzava né le enfatizzava; si limitava a dire: «È capitato che...» Baricco — «È capitato che...», bellissimo. Quando ho pensato di scrivere I barbari avevo proprio uno stato d'animo di quel tipo… Sta capitando che… Non avevo in mente di raccontare un'apocalisse e nemmeno di annunciare qualche salvezza… volevo solo dire che stava succedendo qualcosa di geniale, e mi sembrava assurdo non prenderne atto.»2
Il tuo blog sembra dire: Sta capitando che...?

Sta capitando che ..... è in atto una "mutazione" profonda e radicale. Viviamo un tempo di transizione in cui i modelli con cui eravamo soliti leggere e descrivere il mondo non valgono più. La crisi, anche economica, che stiamo attraversando ne è un sintomo evidente ed è aggravata dal fatto che continuiamo a voler spiegare gli avvenimenti ed i fenomeni con regole e paradigmi non più attuali mentre la realtà si evolve autonomamente e crea, con i suoi contingenti presupposti, nuovi fenomeni e nuovi modi di interazione e di sviluppo. Il Web ne è la dimostrazione per eccellenza. La possibilità di poter essere connessi nello stesso momento con chiunque sta dando vita innanzitutto ad un incremento esponenziale delle quantità di informazioni disponibili (magari meno accurate, ma sicuramente incredibilmente numerose) e allo stesso tempo ad una sorta di intelligenza collettiva in cui ognuno di noi assume idealmente il ruolo di neurone all'interno di questa nuova forma di intelligenza in via di evoluzione. La "mutazione" principale che sta caratterizzando anche la ricerca architettonica è individuabile nella sempre maggiore attenzione dedicata ai processi di relazione e connessione fra le parti piuttosto che al "tutto" o le "parti" stesse. Per quanto riguarda il mio blog ed i suoi intenti uso le stesse parole di Baricco: "Vorrei spiare la mutazione, non per spiegarne l'origine (questo è fuori portata), ma per riuscire anche lontanamente a disegnarla". Ecco, il mio blog vuole "disegnare" o meglio monitorare (visto che sono dinamici) i cambiamenti in atto riportando "frame" del lavoro, degli strumenti e degli avvenimenti che avvengono e reputo significativi di nuovi modi i procedere e pensare.

Una delle poche rubriche importati della rivista Wired edizione italiana è quella curata dal linguista Marco Biffi dal titolo ‘Parole alla crusca’. Nel sesto numero, agosto 2009, parla della parola ‘Infopovero’:
«è colui che non ha sufficiente competenza informatica e non domina le nuove tecnologie. […] Per questo la fusione del prefissoide info- con l’aggettivo povero risulta efficace: chi è infopovero rischia di restare emarginato, senza lavoro, di essere povero e basta».3
Un sinonimo di infopovero è ‘tardivo digitale’, per capire il suo significato parliamo del suo opposto:
«Li vedete dappertutto. La ragazzina con l’iPod seduta di fronte a voi in metropolitana che scrive freneticamente messaggi sul cellulare. Il genietto del computer che fa praticantato estivo nel vostro ufficio e a cui chiedete disperatamente aiuto quando vi si pianta l’e-mail. Il bambino di otto anni che potrebbe battervi a qualsiasi videogioco sul mercato – e oltretutto scrive al computer molto più veloce di voi. Persino la figlia neonata di vostra nipote, che non avete mai incontrato perché abitano a Londra, ma a cui siete comunque affezionati per via della caterva di foto che vi arriva ogni settimana. Tutti questi personaggi sono “nativi digitali”.»4
In un’intervista televisiva Italo Calvino afferma:
«[ndr intervistatore] Il rapporto tra padri e figli come potrà cambiare, cambierà? [ndr Italo Calvino] Bisogna vedere che padri saranno. Io credo che continuerà questa crisi di discontinuità tra le generazioni.  I padri sono sempre più insicuri su quello che devono insegnare o insegnano delle cose che praticamente non servono.»5
C’è in corso un problema di comunicazione tra architetti tardivi digitali e architetti nativi digitali?

Innazitutto penso che le categorie in generale, fra cui "tardivi digitali" o "nativi digitali", vadano bene per esemplificare tendenze ma nella realtà delle cose non spieghino mai la specificità delle situazioni o dei casi. Sicuramente le nuove generazioni hanno una predisposizione all'uso di determinati strumenti indotta dalla digitalizzazione pervasiva del contesto in cui vivono. Ma ci tengo invece a precisare il fatto che i "digital tools" vanno intesi appunto come "strumenti", maggiormente attuali, efficaci e potenti ... ma comunque strumenti. Se guardiamo le cose in quest'ottica allora le cose tornano ad essere leggibili in un ottica ciclica. Invece mi piacerebbe porre l'attenzione sul termine "nativi digitali". Siamo "nativi digitali" (ammesso che lo siamo) perché usiamo tool digitali o perché dominiamo e comprendiamo i linguaggi digitali ... questa differenza, come puoi ben comprendere, spalanca un abisso.

L'uso delle tecnologie non dà assolutamente per scontato che se ne comprendano i linguaggi, le strutture, le potenzialità e le strategie applicative. Oggigiorno si può fare un uso anche massivo di strumenti digitali e software senza necessariamente possedere competenze informatiche o comprenderne le innumerevoli potenzialità. Penso invece che sia in questo abissale divario che bisogna indagare. Penso che il tutto vada maggiormente ricondotto, piuttosto che ad un info-povertà, al ruolo che noi abbiamo rispetto a tali strumenti. Facciamo un uso "passivo" di questi strumenti, ovvero li usiamo senza pensarne le possibili implicazioni e dinamiche che possono indurre o ne facciamo un uso "attivo" in cui la comprensione dei linguaggi, delle molteplici connessioni, delle incredibili potenzialità ci fa intravederne nuovi possibili utilizzi nei vari campi del sapere e del fare?

La vera distinzione in atto che vedo nel campo della ricerca architettonica è appunto riconducibile al fatto che stanno nascendo nuove generazioni di info-architetti dove il coniugarsi di una profonda conoscenza delle nuove teorie emergenti, di competenze informatiche e rinnovate conoscenze matematiche sta originando nuovi modi di pensare l'architettura in tutte le sue fasi, dall'ideazione alla cantierizzazione. Alcuni anni fa taluni architetti motivati dalla necessità di piegare i mezzi informatici alle proprie specifiche esigenze progettuali o di ricerca hanno saputo spingersi con curiosità oltre le "colonne d'Ercole" delle interfacce dei propri software per scoprirne, tramite la conoscenza dei loro linguaggi, che era possibile dettarne nuovi e sorprendenti utilizzi. Oggi dopo alcuni anni di sperimentazione anche sul campo oramai abbiamo un bagaglio teorico, coadiuvato da apporti teorici derivanti da altri campi del sapere, che ci permette di individuare nuove strategie applicative. L'utilizzo dello scripting nel campo dell'architettura o del più innovativo visual scripting direi che è una pratica "quasi" consolidata in molti degli studi di architettura maggiormente in voga o comunque giovani e dinamici. Per quanto concerne la frattura quindi esistente fra le generazioni di architetti direi che è quindi un problema di subire o dominare gli strumenti che utilizziamo .... ma tutto ciò visto in quest'ottica mi sembra una problematica sempre esistita.
«Le giovani generazioni di architetti dovrebbero smettere di giocare con i computer a fare cose sempre più strampalate, sempre più strane, tutti sanno fare forme nuove, questa storia delle forme nuove, non se ne può più! Non è difficile trovare delle forme nuove è difficile trovare forme nuove che abbiano un senso strutturale, estetico, sociale. Il vero terreno fertile d’ispirazione del secolo che si apre è la fragilità della terra. È il fatto che il linguaggio del costruire dovrebbe essere un linguaggio di architettura che dialoga con l’ambiente, che vive, che respira in cui cuore batte il ritmo della terra.» (Renzo Piano)6
Mi puoi spiegare questa tua frase: «è quindi un problema di subire o dominare gli strumenti che utilizziamo.»

Beh, sarebbe interessante vedere Renzo Piano in una jury di una final review all'AA, alla SCI-ARC o altri corsi dove la biomorfica (non biomimesi) è uno dei criteri d'indagine maggiormente utilizzati e proficui .... sarebbe veramente interessante.

Sul fatto che "le forme nuove" debbano essere la possibile risposta a criteri e processi progettuali che prendano in seria considerazione le tematiche realizzative e strutturali in maniera integrata con altre prerogative sono assolutamente d'accordo, forse lo sono meno sul fatto che non se possa più. Proprio nella proliferazione delle soluzioni e nella molteplicità delle sperimentazioni si basa la ricerca e si ha la chiave di volta dei processi generativi ed il vantaggio dei processi parametrici.

Sinceramente io auspico una sempre maggiore produzione di forme nuove .... anzi di "processi nuovi" che si finalizzano e concretizzano in forme.
Riguardo alla frase "Architettura che dialoga con l'ambiente" mi sembra un bello spot pubblicitario ma io continuo a vedere sia nell'architettura diffusa come in molta di quella recensita e prodotta dalle archistar un architettura imposta, tuttalpiù "un'architettura che monologa con l'ambiente". Il dialogo presuppone scambio reciproco ... di informazioni, di conoscenze e di valutazioni. La cultura del sostenibile (e la tardiva "moda" tutta italiana) sicuramente stanno producendo una giusta e maggiore attenzione alla qualità dell'architettura, dell'ambiente e dei materiali ma il tutto mi sembra ancora improntato e centrato su un'architettura protagonista e l'ambiente considerato un elemento esterno da tenere in maggior considerazione, più che un elemento in cui siamo profondamente integrati che da noi dipende e da cui noi dipendiamo.
Capire che tutte le cose (e quindi anche le architetture) non vivono di vita a se stante ma appartengono ad un sistema dove sono fra loro profondamente e perennemente connesse, integrate ed in dialogo, ma soprattutto che molto più rilevanti sono le relazioni, i flussi, gli scambi che nascono, si innescano e sono prodotti dall'interazione fra le cose stesse è alla base del concetto di ecologia.

Penso che uno dei grossi cambiamenti in atto nella ricerca architettonica sia appunto il focalizzarsi maggiormente a livello progettuale sulle relazioni, sulle connessioni e sui flussi fra l'organismo architettonico e l'ambiente circostante, sia esso naturale, artificiale, virtuale o informatico.
Io credo che gli strumenti digitali in questo momento ci forniscano la possibilità di analizzare singolarmente numerosi aspetti della progettazione e soprattutto di prevederne dettagliatamente o simularne i comportamenti e le risposte sul campo, la vera sfida in atto è quella di integrare in un unico processo di analisi e definizione della soluzione progettuale un sempre maggior numero di aspetti rendendo maggiormente gestibili, controllabili, valutabili e producibili le inevitabili complessità che ne derivano dall'analisi combinata.

Sono anche molto curioso riguardo le contaminazioni in atto. Si stanno portando all'interno del processo di design molte competenze proprie di altre discipline che maggiormente si sono evolute negli ultimi anni circa la maggiore comprensione delle cose e che non possono che portare innovazione e nuovi ambiti di sperimentazione nella ricerca architettonica. Nuove generazioni di architetti e sopratutto di studenti stanno contaminando con nuovi stimoli e conoscenze le architetture pensate per vederne le possibili implicazioni e migliorie applicabili nel campo architettonico, questi sono a mio giudizio i veri terreni di sperimentazione attuali e futuri. Elettronica, informatica, matematica, biologia, biochimica, scienze dei materiali e delle produzioni stanno diventando sempre più temi integrati nei corsi di architettura e bacini di conoscenze da cui trarre risorse utili per sviluppare modelli e processi progettuali evoluti. Ma come si può ben comprendere l'uso di strumenti digitali è ormai indispensabile sia per la crescente complessità di tali modelli che per la necessità di far dialogare strumenti e dati attualmente disomogenei perché specifici e compartimentati. E cosi le conoscenze e competenze informatiche divengono fondamentali per costruire un lessico, un linguaggio ed un modo e strumento di comunicare che è e sarà sempre più alla base del processo progettuale. Come ben comprendiamo la quantità di dati implementabile nella progettazione sta aumentando vertiginosamente e quindi il saperli reperire, monitorare, manipolare, diagrammare ed importare per renderli utilizzabili in strumenti progettuali innovativi diventa strategico.
Teniamo anche presente che sempre più l'intera progettazione insiste su base digitale, fino a qualche anno fa si passava dalla carta all'elaborazione cad alla carta al cantiere. Oggigiorno il progetto inizia con dati digitali elaborati, processati e manipolati fino a processi produttivi anche loro digitali e customizzabili.

Tutto ciò può essere perseguito o con strumenti preconfezionati ad hoc su cui molte software house oggigiorno stanno spingendo ed investendo molto o, qualora le conoscenze informatiche siano nelle competenze creare invece strumenti sempre più efficaci perché mirati e specifici alle situazioni ed ai problemi da risolvere. Evidentemente questo ultimo caso consente alla figura del progettista la libertà ogni volta di indagare nuove tematiche con strumenti "adatti" e di costruire processi progettuali maggiormente rispondenti alle complessità specifiche che ogni progetto inevitabilmente richiede.
Qui sta la vera differenza, essere costretti all'uso di tools standard ed affrontare i problemi che la tool permette di affrontare o avere la libertà ogni volta di produrre, coniugare e fornire strumenti che ci aiutano nello specifico delle situazioni per offrirci una maggiore libertà di esplorare i vasti territori della progettazione digitale.

Mi puoi raccontare in cosa si sono trasformati - nella vita reale - i tuoi dialoghi in rete?

Direi che nell'ultimo anno molto del mio tempo l'ho speso, anzi dedicato, a trasformare le connessioni digitali in connessioni reali, amicizie, collaborazioni.

AAST ne è stato l'esempio emblematico. Un evento nato essenzialmente sul web, dalla network di amicizie creatasi sulla rete, dai dialoghi, dai sogni, dalla voglia di incontrarsi e trasmettere conoscenza ed interessi. Ancora oggi mi sorprendo di come l'iniziativa di singoli abbia potuto produrre un evento che nel suo piccolo, anzi piccolissimo, per molte persone è stato importante e fondamentale. Fondamentale perché ha espanso ulteriormente la rete di contatti e persone interessate agli argomenti ma soprattutto perché ha permesso a molti ragazzi di avere un primo approccio, tramite i workshop, sia con l'uso di strumenti e tecniche digitali per la progettazione ma ancor più con il vasto apporto teorico che necessariamente ne è parte integrante. Credo appunto che il valore dell'evento sia stato quello di trasformare curiosità e interesse in passione, di aver fatto varcare a molti ragazzi la soglia fra il guardare sul web il lavoro di altri ed il fare, iniziando a muovere in autonomia i primi passi, per quanto timidi ed incerti.

Co-de-iT è un altra "realizzazione" nel senso di concretizzazione reale di connessioni digitali. Nasce dalla voglia di vedere se anche in Italia è possibile ripetere alcune esperienze che abbiamo visto nascere all'estero, ovvero la formazione di gruppi o meglio team di computational design (LaN o ModeLAB per citarne alcuni) che si occupano sia di consulenza per la progettazione ma anche di educazione all'uso di strumenti digitali tramite workshop dedicati sia agli studenti che ai professionisti. Forse Co-de-iT nasce come istanziazione di un esigenza manifestatasi sul Web e sicuramente della rete ne assume alcune caratteristiche peculiari. Infatti non è un ente fisico, non ha sedi o strutture, ma è la possibilità a seconda delle opportunità o richieste di radunare competenze e collaborare in modalità diverse. Molte delle opportunità presentatesi sono il frutto stesso del fatto che i membri sono profondamente integrati nella comunità web e fanno del web il loro principale terreno di gioco confrontandosi e dialogando con la crescente network esistente.

Comunque posso asserire che attualmente la mia vita reale (quella di architetto) sia quasi totalmente frutto e figlia delle connessioni digitali e attualmente sto spingendo ancor più affinché le innumerevoli possibilità, potenzialità e opportunità createsi dalle connessioni web si concretizzino in eventi reali.

A che serve un blog per un architetto?

Penso che nel momento in cui si dia ad un blog uno scopo diverso da quello di diario e raccolta di pensieri ed interessi personali si pretenda troppo. Poi ovviamente un blog può diventare molto di più ma questo non può essere congetturato a priori. Non è garantito che un blog diventi luogo di incontro e di scambio di opinioni. È la rete che lo rende e lo renderà qualcosa di diverso. È un po' come progettare una piazza. Possiamo fare il massimo per rendere il nostro progetto adatto a divenire luogo vivo, attivo e catalizzatore di relazioni sociali ... ma saranno le persone, con le loro individualità, le loro molteplici quotidianità e capacità di relazionarsi a decretarne il successo e quindi la trasformazione da progetto a vera Agorà.

A cosa possa poi servire un blog per un architetto ... questo è un argomento a cui non saprei risponderti in maniera seria. Quando ho iniziato, il mio non era il blog di un architetto, ma il diario di un interesse personale ed extra-lavorativo di un architetto. Poi solo nel tempo ho scoperto che l'interesse e le conoscenze che maturavo potevano entrare a far parte del mio modo di praticare, anche se devo ammettere che probabilmente più che aver cambiato il modo di praticare il mestiere hanno cambiato profondamente il mio modo di comprendere e di pensare le cose e quindi di conseguenza tutto il resto. Il blog è comunque stato lo spunto per iniziare a condividere idee e partecipare in maniera sempre più consapevole al dialogo che sulla rete è quanto mai vivo e partecipato. Questo anche tramite i social network dedicati e quelli più diffusi come facebook e twitter che sicuramente rappresentano due "strumenti" di incredibile efficacia quando sono utilizzati in maniera focalizzata. Sicuramente il blog continua ad essere una risorsa ma credo che i social network con la loro naturale predisposizione a creare connessioni e dialogo (cosa che il blog non ha così integrata) siano attualmente strumenti molto interessanti per chi ha voglia di informarsi, confrontarsi e approfondire le proprie curiosità.

Per capire il tuo work in progress vorrei allegare il pdf dei tre anni di pubblicazioni blog. Che ne pensi?

Sono d'accordo ..... anche perché credo che il miglior modo per spiegare un blog è quello di lasciarlo leggere a chi è sufficientemente curioso!


13 maggio 2010

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Note:
1 Joshua Meyrowitz, Oltre il senso del luogo, Baskerville, Bologna, 1995, p. 525
2 conversazione tra Claudio Magris e Alessandro Baricco 'La civiltà dei barbari' Corriere della Sera, 07 ottobre 2008. Qui
3 Marco Biffi, Infopovero, rubrica 'Parole alla crusca', Wired Italia, agosto 2009, n. 6, p.34. (Rubrica non più attiva)
4 John Palfrey e Urs Gasser, Nati con la rete, BUR, Milano, 2009, p. 15
5 Rai teche, Millepagine on demand, Calvino e le età dell'uomo, andato in onda il: 30/09/2008. È possibile vedere il video qui
6 Tratto dal video della conferenza di presentazione del libro ‘Being Renzo Piano’ tenutasi a Milano nella sede del Corriere della sera il 5 novembre 2009, min.9:30-10:20.