Facebook Header

Visualizzazione post con etichetta transumanesimo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta transumanesimo. Mostra tutti i post

20 luglio 2009

0008 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] PEJA TransArchitecture research di Emmanuele Pilia

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Qui l’articolo introduttivo


PEJA TransArchitecture research di Emmanuele Pilia

La prima, l'architetto noto ancora in attività che apprezzo maggiormente, senza dubbio è Lars Spuybroek. Se mi avessi dato la possibilità di includere architetti che avessero concluso la propria attività negli ultimi 10 anni, avrei forse optato per Claude Parent, ma la scelta mi pare che mantenga le stesse motivazioni: sono infatti sempre stato affascinato da quella classe di architetti che, proprio per la scelta di mantenersi costantemente sui fronti più radicali della sperimentazione architettonica, finiscono per limitare il numero delle loro realizzazioni. Non sto dicendo che sono affascinato dai martiri, ma dalla persistenza nel lavorare su un linguaggio tanto coerente quanto autoreferenziale (la costruzione di un universo semantico coerente, in parte chiuso all'esterno, è per forza di cose autoreferenziale), al fine di ricercare una personale purezza d'intenti. Nel caso specifico, si parla di un diverso modo di affrontare il tema del rapporto tra architettura e corpo. Questo, è sempre stato al centro della riflessione dei trattatisti, sia in maniera implicita che esplicita. Il tempio greco-romano ad esempio, era strutturato sull'utilizzo di modularità derivanti dalla dimensione del corpo umano, e quindi, nonostante erano realizzati per gli dei, prevedevano la fruizione della carne mortale. Questa è una nozione che l'occidente si è portato con sé sino al neoclassicismo, dove questo rapporto si è fortemente incrinato a favore di una non ben specificata volontà di potenza, che preferiva puntare sulla magnificenza che sulla fisiologia umana. Basti pensare alla ristrutturazione parigina, o al neoclassicismo aulico dell'architettura fascista. Queste sono architettura per una nuova divinità laica, che è il potere, una nuova forma di potere, contrapposta a quella sacrale, che non ha bisogno del filtro del rito per potersi manifestare, e quindi non ha bisogno della fruizione dell'individuo. Contraddizione molto pesante, se pensiamo al fatto che la modernità è descrivibile come la ricerca della restaurazione della democrazia. È evidente quanto dico se pensiamo alla scala spropositata degli elementi che nei primi del secolo formavano i grattacieli, dove ordini giganti non erano altre che decorazioni serventi la magnificenza ricercata, mentre le modanature, per così dire, funzionali, erano innestate e nascoste tra gli interstizi delle prime. Lars Spuybroek, ma non solo, e non è il primo, ma sicuramente lo fa in maniera eccezionalmente pertinente, lavora proprio sul recupero di questa tradizione arcaica, del dominio della continuità tra azione e percezione, corpo e architettura. Mi piace sottolineare come questo sia perseguito in diverse forme, tra loro non esclusive, ma indipendenti. Schematicamente, si può dividere in due strumenti utilizzati: da una parte vi è la tecnologia propriocettiva, prendendo a prestito l'uso che McLhuan fa di questo termine, ossia quella classe di tecnologie che lavorano propriamente sulla percezione attiva. La capacità propriocettiva è una particolare sensibilità, grazie alla quale l'organismo ha la percezione di sé in rapporto al mondo esterno, e in questo caso si utilizza il mondo esterno, l'architettura, come se fosse una protesi, un prolungamento della propria carne, dei propri neuroni, della propria sensibilità. Un esempio è la Son-O-House, dove un’installazione effimera è dotata di particolari sensori che recepiscono suoni e movimenti dei corpi, per restituire determinati suoni, che vanno a formare una particolare armonia. Questo, si pensa, influisce sul comportamento dei fruitori, che reagiranno di conseguenza, e così via. Il secondo stratagemma che Lars Spuybroek impiega al fine di ricercare negli interstizi del rapporto corpo-architettura, è quello della topologia e della continuità delle superfici, questo tema già portato avanti da Claude Parent, all'interno del quale si individua la caratteristica degli individui a dover rimettere in gioco le proprie capacità d'equilibrio per poter attraversare spazi che non hanno spigoli e di cui piani, pareti, sedute e altro genere di mobilio o unità tecnologica, perde la propria individualità per fondersi in un particolare continuum, in cui è solo la capacità d'adattarsi dei corpi a gestire i movimenti che si effettueranno. Ovviamente la ricerca di Lars Spuybroek non si esaurisce in questo, ma l'argomento mi stuzzica particolarmente, anche in luce dei miei paralleli interessi riguardanti il transumanesimo, e di riflesso, il significato di una possibile transarchitettura. Quest'ultima è stata già definita da Marcos Novak, ma mi pare che il suo lemma sia parecchio sporco. Forse a causa del romanticismo che pervade certi tipi di produzioni teoriche. Mi piace molto più pensare la transarchitettura come l'architettura della transmodernità e del transumanesimo, cosa che non contrasta con le parole di Novak, ma che nonostante la sua semplicità, riesce a essere contemporaneamente più puntuale e più aperta a interpretazioni.

Sull'architetto meno noto la scelta è stata ben più ardua, anche perché è sempre difficile capire il limite oltre il quale si è noti. Diciamo che scelgo due architetti, se me lo concedi, o meglio, due studi che non sono certo su tutte le copertine di riviste di settore: ossia, gli Architecture&Vision, e gli Opla+. Nonostante i due studi abbiano due approcci progettuali ampiamente discordanti tra loro, mi interessa come essi abbiano raccolto l'eredità situazionista in modo completamente diverso senza essere incoerenti con tale eredità. Mi riferisco soprattutto all'eredità di Constant, il quale prevedeva città nomadi nel quale una tecnologia asservita all'uomo, al contrario di come succede oggi, provveda a soddisfarne i bisogni. L'umanità, liberata dalla schiavitù del lavoro manuale, potrà così scegliere se vivere una vita ludica, culturale, di ricerca scientifica, o altro. La colonizzazione di ogni spazio possibile al fine di costruire una città situazionista vasta quanto basta, rimanda chiaramente ai contemporanei piani di conquista spaziali, che certamente hanno influenzato le riflessioni di Constant, così come hanno stimolato il lavoro di Arturo Vittori e Andrea Vogler di Architecture&Vision. I loro progetti infatti sono al limite tra Space Concept Design e la progettazione di nuclei abitativi per situazioni estreme, come deserti o ghiacciai. Questo si avvicina in un certo senso alla ricerca di una colonizzazione ludica dello spazio, dato che il design è al centro della scena. Non che ci sia una astrazione da problemi tecnici, anzi: sono questi a definire grafici utilizzati per ridefinire formalmente scocche, lastre, tendaggi e alloggi di vario genere.
Oplà+ invece lavora su tutt'altro ambito in comune con i situazionisti: la loro tendenza è estranea a problematiche di tipo trozkista, per avvicinarsi alle tendenza marxiste/leniniste tipiche degli anni 70, dove è la pratica del perdersi e dell'arte all'ordine del giorno ad essere messo al centro dell'attenzione. La tendenza è di innestare pochi e semplici elementi nel contesto dove vanno a operare, che possono essere talvolta anche banali, ma che portano una leggera destabilizzazione, sufficiente a richiamare la curiosità dei passanti, ossia dei fruitori della città. Questi innesti indesiderati hanno un appeal di matrice ludica e antifunzionalista, dato che sono veri e propri oggetti, ma proprio per questo diventano puramente architettonici, nel senso che lavorano su uno spazio per quello che è, senza dominazioni di tipo utilitaristico. In piena formula situazionista, è poi il carattere etereo ed effimero della loro produzione, dato che si tratta per lo più di assemblaggi e installazioni temporanee, quando non proprio di allestimenti museali. Qui, forzando un pochino, ci troviamo su un piano parallelo a quello tracciato per Spuybroek poche righe fa: anche qui si lavora sul rapporto tra azione e percezione, anche qui è stimolato un moto alternativo a quello usuale.


Intersezioni --->OLTRE IL SENSO DEL LUOGO

Come usare WA
---------------------------------------------------Cos'è WA

__________________________________________

Leggi: