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13 luglio 2009

0005 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] Il parallelografo di Paolo Mancini

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Qui l’articolo introduttivo


Il parallelografo [linee che prima o poi si incontrano] di Paolo Mancini

1-
Renzo Piano. Perché riesce, a non porsi problemi di un’autoreferenzialità della forma architettonica nonostante la lunga professione (molti altri colleghi nel tempo diventano sempre un po’ accademici);

perché è sempre e volutamente rimasto estraneo alla carriera universitaria e al suo mondo e alla sua autoreferenzialità (e qui intendo il fatto che il mondo accademico difende e ha difeso edifici mostruosi perché un professore di composizione fa per forza architettura...);
perché riesce a costruire senza urlare edifici enormi e a non offendersi ma magari ad intristirsi per una critica negativa (tipo NYT);
in ultimo perché nella sua lunga professione ha fatto edifici splendidi ed altri meno belli, altri ancora bruttini e continua a rischiare senza adagiarsi sul velluto della professione.

2-
Più che di architetti non noti, vorrei parlare di architetture non note. Spesso quando viaggio apprezzo la correttezza di un edificato, il tentativo di non sorprendere e di stupire, la professione corretta, funzionale, semplice.

Mi parla di gente che ha saputo scegliere professionisti colti che amano il paesaggio e l'architettura ma soprattutto i luoghi e i rapporti che il costruito instaura in essi. In italia ce ne sono molti, in europa di più, con livelli eccelsi di qualità diffusa e quando guardo l'edificato diffuso spesso ne sento la mancanza. Un tetto ben costruito, una capriata, un angolo, una pietra ben tagliata. Insomma penso tu mi capisca: sono quegli edifici che non smetteresti mai di guardare ma che sai che non hanno mai ricevuto la medaglia.

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5 commenti:

  1. Paolo,
    condivido la tua idea di viaggio alla scoperta della non architettura da medaglia, (parafrasando Gilles Clément) alla scoperta di una ‘terza architettura’ da non confondere con l'idea vernacolare/tradizionale/estetica, ma da intendere come l'architettura che possiamo osservare nel ‘residuo’ (ovvero i luoghi abbandonati dalla critica ufficiale).
    Salvatore D'Agostino

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  2. paolo e salvatore, che bello sentirvi parlare di quest'altra-architettura... una visione che sento molto vicina...
    marco+pasian

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  3. Mi accodo: per fortuna, esista una architettura "di base", progettata da architetti di tutti i giorni che fanno il mestiere di far vivere la gente dentro case e spazi vari invece di pensare solo a premi e riviste. Dobbiamo ricominciare a guardare all'esrcizio quotidiano della professione, che poi fa la vera qualità diffusa dell'architettura.

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  4. il problema della qualità diffusa della architettura è il riflesso della qualità diffusa della professione. le nostre scuole di architettura sono spesso dei luoghi di accademia ove si impara più il segno del maestro che il metodo. si è sempre distinto il sapere "compositivo" e "progettuale" da quello tecnologico, senza mai voler unire il disegno del dettaglio al senso generale della costruzione.
    nei corsi di tecnologia imperversano dettagli modernissimi di serramenti, facciate continue, rivestimenti lapidei, tutti senza dimensionamenti reali, senza lo sviluppo dell'idea di partenza, senza la caratterizzazione che si genera dall'uso di una tecnologia industriale piegata alla particolarità dell'insieme disegnato.
    questo fare "ingegneresco", unito al fare "scenografico" dove l'effetto è determinato dal generale, senza attenzione al dettaglio mi manda in bestia.
    mi ricordo su un muro dei bagni della facoltà di architettura a firenze, circondata da numerose scritte inneggianti alle voluttà femminili, c'era una frase in rima che diceva: "architetto occhio al dettaglio, chè il passo è breve fra il bel canto e il raglio".
    questa che tu hai chiamato terza architettura è prima architettura, seconda, quella delle riviste, ma non solo, anche quella anonima ma tenace, quella senza firma.
    non c'è niente da fare. occorre conoscere i materiali, guardare le sapienti azioni di chi lavora quei materiali, domandarsi perchè la tradizione ci consegna un modo di risolvere certi particolari. solo così si riesce a disegnare un nuovo modo, che però durerà altrettanto nel tempo.
    non lasciamo che la costruzione si costruisca da sola.
    vedo troppi disegni esecutivi nella scala del 100 (che è quella nata per i permessi e le concessioni e non per la definizione del progetto).
    occorre fotografare la buona architettura, perchè questa spesso silenziosamente o in maniera manifesta è presente nelle nostre città.
    ultimamente ho avuto modo di parlare con un amico dei nostri tempi. e la cosa che mi ha meravigliato nel rapporto con una persona che da 25 anni fa ricerca sui materiali e sulle tecniche di costruzione all'istituto centrale per il restauro, è che ormai mancano interlocutori culturali.
    quello di cui il nostro tempo ha bisogno sono intelocutori culturali, richieste di cultura, domanda di cultura, che sappiano unire questa sensibilità all'economia. oggi nessuno conosce più il legno, la pietra, il cotto.
    neppure chi lavora questi materiali.
    oggi nessuno conosce più la strada, come luogo intendo, la piazza, un giardino, la casa.
    occorre domandare cultura, perchè come viviamo i luoghi racconta la nostra cultura.
    scusate il divagare.

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  5. ---> Paolo,
    condivido il tuo commento.
    Accademia ‘compositiva’ autoreferenziale incapace di legare l’aspetto progettuale con quello tecnologico
    «L’ascensore – con la sua possibilità di creare collegamenti meccanici anziché architettonici - e il complesso d’invenzioni che da esso derivano, annullano e svuotano il repertorio classico dell’architettura. Questioni di composizioni, scala metrica, proporzioni, dettaglio sono ormai accademiche.» Rem Koolhaas
    La scritta sui bagni è molta saggia: «architetto occhio al dettaglio, chè il passo è breve fra il bel canto e il raglio», come l’osservare l’architettura viva e non sfogliare le riviste mi sembra un ottimo suggerimento. L’innovazione inizia dallo studio attento dei materiali altrimenti è imitazione sterile di codici precostituiti.
    Sugli interlocutori culturali credo che siano sempre mancati, leggendo la storia italiana basata sulla cultura della raccomandazione, non posso essere ottimista.
    Siamo governati dai ‘furbi’ procacciatori di consenso ma non voglio lamentarmi troppo facile sparare accuse seduti sul comodo divano da blogger, occorre essere attivi.
    Vi è un libro di Cecil Balmond dal titolo Infornal, dove nella prefazione: Changing architecture si spiega come sono cadute alcune barriere in architettura. L’architetto demiurgo, artista e deus ex machina è scomparso. L’architetto contemporaneo è multidisciplinare.
    Nel libro sono spiegati i processi ideativi/tecnologici di alcune tra le più belle opere del nostro tempo, dove vede la collaborazione di Cecil Balmond: Alvaro Siza – padiglione Expo Lisbona 98’ (ricordi la copertura in cemento esile e sinuoso?); Rem Koolhaas – Bordeaux Villa (Ancora oggi la collaboratrice domestica Guadalupe Acedo si domanda come fa questa casa a reggersi in piedi); altri Ben van Berkel, Ulrich Königs, Daniel Libeskind.
    Il libro è del 2002, in Italia nel 2008 è uscito il libro di Vittorio Gregotti, Contro la fine dell’architettura, dove si auspica il ritorno alla figura dell’architetto come pratica artistica autonoma contro la multidisciplinarietà.
    Nel 1839 con il discorso del fisico François Arago all'Accademia delle Scienze di Parigi, nasce la fotografia, passarono molti anni prima che la pittura scoprì come emanciparsi dal ridondante realismo accademico, da quella nuova consapevolezza nacquero le avanguardie e la loro affascinante storia.
    Ahimè l’architettura sembra vacillare nella via di mezzo, poiché non ha metabolizzato la lezione dell’era elettronica.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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