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1 luglio 2009

0001 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] Maledetti imbianchini


di Salvatore D'Agostino
«Verso la fine degli anni Sessanta, quando ero studente universitario, passai tre mesi di vacanze estive in Europa. Feci un'ampia gamma di esperienze nuove ed eccitanti e quando tornai a casa, ne parlai agli amici, alla mia famiglia e ad altri conoscenti. Ma non a tutti riferii esattamente la stessa versione del mio viaggio. Ai miei genitori, per esempio, diedi ragguagli sulla sicurezza e la pulizia degli alberghi in cui avevo soggiornato e su come il viaggio mi avesse reso meno pignolo nel mangiare. Ai miei amici, invece, parlai di pericoli, di avventure e di una breve storia d'amore. Agli insegnanti descrissi gli aspetti "educativi" del mio viaggio: visite a musei, cattedrali, luoghi storici e osservazioni sulle differenze culturali e comportamentali. Ognuno dei miei vari pubblici udì un racconto diverso. Le storie del mio viaggio erano diverse tanto nel contenuto quanto nello stile. Cambiavano le costruzioni grammaticali, i modi di pronunciare le frasi e la quantità di termini gergali. In ogni situazione, cambiavano le espressioni del viso, le posizioni del corpo e i gesti delle mani. In ogni racconto variavano il misto di frivolezza e di serietà. I miei amici, per esempio, udivano un discorso pieno di "parolacce" e di sarcasmo.
[…] Avevo forse "mentito" a ognuna di
queste persone?
Non esattamente. Ma avevo raccontato verità diverse. Avevo agito come la maggior parte degli individui nelle interazioni quotidiane, evidenziando alcuni aspetti della mia personalità e della mia esperienza e nascondendone altri.
E benché io, e chiunque conoscessi, inconsciamente ca
mbiassimo comportamento da una situazione all'altra, pensavo (secondo la mentalità di quel periodo) che a "recitare ruoli", fossero i disonesti o le persone non in contatto con i loro "veri sé"». Joshua Meyrowitz [1]
La scrittura mediale ha la stessa logica, secondo le piattaforme che utilizziamo Facebook, Twitter, aNobii, Myspace, Messenger, sms, Meetic, Second life, World of Warcraft, Skype, LinkedIn cambiano stile e grammatica.
Nello stesso modo, nel fare un commento in calce ad un articolo di giornale, blog o newsgroup rispondiamo interagendo con l’autore e la sua autorevolezza.
La nostra vita elettricamente espansa produce molteplici sé.
Secon
do Joshua Meyrowitz i luoghi virtuali ci inducono a riconsiderare il nostro rapporto con il luogo fisico. Il senso del luogo virtuale e quello reale [2] non entrano in conflitto, ma insieme cambiano i comportamenti sociali.
Internet è un media ibrido, ci offre la possibilità di leggere e scrivere, per questo motivo non bisogna confondere le scritture e i tipi d’interazione. I nostri sé ‘sociali’ cambiano secondo gli strumenti utilizzati.
Un articolo scritto per un giornale, anche se è pubblicato on-line,
è diverso da un post scritto su un blog.

Possono essere simili, ma strutturalmente, come nel linguaggio, sono diversi.
Nel settembre 2008 è nato il blog ‘Luoghi comuni al contrario’, dove quasi giornalmente si può leggere una frase che gioca con i luoghi comuni.
Ecco un esempio, autore Stefano Bartezzaghi: «In
fondo Mussolini ha fatto anche molte schifezze» (29 ottobre 2008)
Nella sua prima versione vi era un sottotitolo: «Una volta qui era tutta città», accompagnava l’immagine di una campagna con delle mucche al pascolo. Un paradosso linguistico/visivo che ho immaginato come la fotografia della futura Italia post cementificata.

Avendo in mente quest’idea bislacca ho scritto il mio luogo comune al contrario: «Maledetti imbianchini». Meditazione avvenuta dopo aver letto gli articoli dei critici (spesso semplici giornalisti) di architettura bloccati sui luoghi comuni e mai sui temi concreti, soventi infarciti di alcune parole ‘tasca’ che descrivono i temi senza svilupparli.

L’Italia che io osservo rispecchia l‘esaltanti relazioni annuali dell’ANCE degli ultimi anni. Anno dopo anno è stato un trionfo di cemento, per il nostro paese l’economia delle costruzioni costituisce una base solida, difficilmente mediata con l'architettura.
Mentre l’Italia degli architetti, riflette sui temi indicati dalla critica sopracitata: archistar, centro storico, periferia, piano casa, non luoghi, arredo urbano, città a misura d’uomo, decostruttivismo, ecomostro, parchi urbani, postmoderno, grattacieli, sicurezza, dov’era com’era, superluoghi, chiese moderne, è meglio un imbianchino di Le Corbusier…
Credo che vi sia uno iato profondo tra il senso del reale cemento e il senso dell’irreale l‘architettura.


A tal proposito ho mandato una mail ai circa 170 blog dedicati all’architettura (l’0.13% dei 130.000 architetti in Italia, cifre che dovrebbero fare riflettere).
Ponendogli due domande:

  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Domande che ricalcano la banalità delle semplici contrapposizione critiche degl’ultimi anni. Archistar o archipop?
Archipop è un neologismo volutamente ambiguo, il suffisso POP può essere inteso:

  • enfasi dei linguaggi architettonici del passato o copie provinciali delle culture metropolitane, una pop/pop architettura;
  • contrazione di popolare (pop-olare) architettura collage del mondo visivo popolare;
  • contrazione di popolo (pop-olo) architetto che opera con dignità nei contesti locali, reinterpretando il linguaggio architettonico senza scadere nel becero provincialismo.
Wilfing Architettura quest’estate vi propone quasi un post al giorno, ovvero le risposte dei blogger/Architetti italiani.
Un racconto blog, con il suo linguaggio e la sua profondità leggibile anche attraverso i commenti.


«Nella misura in cui i media elettronici tendono a riunire molte sfere di interazione precedentemente distinte, non è escluso che si possa ritornare a un mondo ancora più antico del Medioevo. Molte caratteristiche dell'"era informatica" assomigliano alle forme sociali e politiche più primitive: la società dei cacciatori e dei raccoglitori" dei frutti spontanei della terra. Essendo popoli nomadi, cacciatori e raccoglitori non hanno un rapporto di fedeltà con il territorio. Anche essi, hanno uno scarso "senso del luogo"; le loro attività e i loro comportamenti specifici non sono strettamente legati a scenari fisici particolari. Il fatto che tanto le società di cacciatori e "raccoglitori quanto le società elettroniche siano prive di confini, consente molte sorprendenti analogie. Tra tutti i tipi di società che hanno preceduto la nostra, quelle dei cacciatori e dei raccoglitori sono state le più egualitarie per quel che riguarda i ruoli di maschi e femmine bambini e adulti, capi e popolo.»[3]
Riflessioni ancora attuali trattate in un libro che è stato scritto nella prima era digitale Web 0.1 (anno 1995).

Ringrazio tutte le persone che hanno collaborato con le proprie risposte a questo racconto/dialogo blog.
Wilfing Architettura tornerà a Ottobre ma non scomparirà sarà nei commenti ovvero ‘oltre il senso del proprio luogo’.

Link inchiesta

Intersezioni --->OLTRE IL SENSO DEL LUOGO

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[1]Joshua Meyrowitz, Oltre il senso del luogo. Come i media elettronici influenzano il comportamento sociale, Baskerville, Bologna, 1995, p. 3-4

[2] La definizione di ‘Oltre il senso del luogo’ di Joshua Meyrowitz «Il cambiamento sociale è sempre troppo complesso perché lo si possa attribuire a un'unica causa ed è troppo diversificato perché lo si possa ridurre a un singolo processo, ma la mia teoria propone che un tema comune a molti fenomeni recenti, e apparentemente diversi, è che in America è cambiato il "senso del luogo". La frase è un gioco di parole complesso, ma molto serio: complesso perché il termine "senso" e il termine "luogo" hanno ciascuno due significati: "senso" si riferisce tanto alla percezione quanto alla logica; "luogo" significa tanto la posizione sociale quanto la collocazione fisica. Il gioco di parole è serio perché ognuno di questi quattro significati rappresenta un concetto importante della mia teoria. Infatti, dalla loro interrelazione nascono i due argomenti fondamentali che ho esposto in questo libro: (1) i ruoli sociali (cioè il "luogo" sociale) si possono intendere solo nel senso di situazioni sociali che, fino a poco tempo fa, erano legati a un luogo fisico, (2) la logica dei comportamenti situazionali è molto legata ai modelli del flusso informativo, cioè con i sensi dell'uomo e le loro estensioni tecnologiche. L'evoluzione dei media, secondo me, ha cambiato la logica dell'ordine sociale, ristrutturando il rapporto tra luogo fisico e luogo sociale e modificando i modi in cui trasmettiamo e riceviamo le informazioni sociali.» op. cit., p. 508


[3] op. cit., p. 521

26 marzo 2009

0030 [SPECULAZIONE] L'architettura di Franco La Cecla

di Salvatore D'Agostino

Un dialogo con Franco La Cecla camminatore e architetto smarrito. Autore del libro Contro l’architettura, Bollati Boringhieri, Torino, 2008.

Salvatore D’Agostino Appena ho finito di leggere il tuo libro1, ho avvertito un fastidio nei confronti del titolo. Questo mi sembrava una furbata editoriale per fare più clamore e quindi vendere di più con il conseguente redditizio marketing. Infastidito, sono ritornato sulla pagina interna del titolo e, a matita, ho appuntato:
«Perché 'Contro l'architettura'? Non era meglio: consigli per gli architetti per non credere più nell'architettura mediatica?».
Il titolo sminuisce l'importanza delle tue esperienze. Perché questo titolo modaiolo?

Franco La Cecla In realtà più ci penso e più sono contento del titolo. L'architettura è diventata la giustificazione ideologica di una certa trasformazione del mondo in brand, di quello che a Palermo è successo con il "cool" di quel triste figuro che è Cammarata (Diego, sindaco di Palermo ndr), ma che a Barcellona è successo con il MACBA, a Bilbao con Gehry e a Pechino con koolhaas....
Qui si tratta davvero di prendere in blocco la pratica dell'architettura e sottoporla ad una critica feroce, radicale. Non è un caso che il libro ha fatto tanto casino. Gli architetti, attaccati con dettagli, riescono solo a rispondere alle mie critiche che ho ragione, ma che loro sono diversi dalle archistar. Invece la colpa non è del sistema mediatico, ma della trasformazione della città in spettacolo alla Debord, di cui gli architetti sono i primi complici. Questa mania faceva dire ad uno dei migliori, come Miralles, che a lui non interessava la realizzazione, ma solo il progetto. Io ho avuto la fortuna di non dovere chiedere permesso o scusa a nessuno e di dire quello che in tanti sanno e cioè che il re è nudo, e, non è un caso, che sono i giovani architetti e gli studenti di architettura il mio pubblico, stufi di sentire l'architettura giustificata a destra e a manca. L'architettura è una delle poche discipline a non avere critica.

Eppure sono convinto che, questo impatto mediatico/verbale, si blocchi al suo effetto slogan 'contro l’architettura' e non venga approfondito nei suoi contenuti. Ritengo che alcune tue tesi siano importanti, elenco a mio parere le più rilevanti:

  • l’architettura contemporanea deve prendere sul serio la catastrofe e non pattinarci sopra o ai margini;2
  • proporre la sola soluzione architettonica in aree urbane complesse è imbarazzante;3
  • è discriminante parlare dei quartieri periferici come se non facessero parte della città;4
  • la forza della città sta nella sua capacità all'aggregazione  come la gente riesce a tessere relazioni e impadronirsi degli spazi o parafrasando Rebecca Solnit, la città democratica è: «un poter passeggiare tra sconosciuti»;5
  • ogni progetto ‘importante’ dovrebbe avere non solo la valutazione di impatto ambientale ma anche la valutazione di impatto sociale;6
  • l’uso della polizia per eliminare tutto ciò che è imprevedibile e multifunzionale non serve per la gestione dell’urbanità.7
Non temi che il tuo messaggio resti in superficie?

Dai Salvatore, sono un po’ stanco di parlare del mio libro. L'ho scritto e credo di aver detto lì tutto quello che era necessario dire. Oggi cercare di aggiungere qualcosa è un po’ inutile, perché i libri hanno una loro coerenza, le interviste no.

Sono d’accordo le interviste sono riduzioni di pensieri complessi, spesso resi banali dalla stupidità della divulgazione.
«Sarà ricordato come l'11 settembre della super-architettura, il 9 febbraio 2009? Come il fuoco delle vanità dell'architettura iconica del nuovo millennio? Impazzano su Youtube i video dell'incendio che ha devastato parte di uno dei simboli della Pechino olimpica, il Cctv di Rem Koolhaas. Crollano le borse, crollano i consumi e neanche le archistar stanno tanto bene».
Questo è l'incipit di un articolo di Fulvio Irace pubblicato sul Sole 24 Ore dal titolo L'archistar è in crisi, 15 febbraio 2009.8
L'archistar è veramente in crisi?

Direi che il problema è: Fulvio Irace non è in crisi. L'articolo era un esempio classico di opportunismo. Lui che ha sempre leccato il sistema delle archistar, adesso che il maestro koolhaas glielo permette, dice che c'è del marcio in Danimarca. koolhaas è un uomo intelligente e sa che passi fare per smarcarsi, ora, in tempo di crisi. Tra poco dirà che ha appiccato lui il fuoco. D'altro canto per ora è un coro di architetti che dicono: ah, avete ragione, bisogna cambiare strada...

Nell'ultimo libro di Vittorio Gregotti dal titolo antitetico al tuo "Contro la fine dell'architettura" scrive:
«L'incertezza culturale delle commissioni (dei concorsi di architettura ndr) finisce poi per affidarsi alle mode senza mettere in conto la relazione tra la loro transitorietà e la permanenza delle opere e soprattutto il loro valore urbano e contestuale. Naturalmente questo giudizio può derivare non tanto dalla fortuna di essere fuori moda, quanto dallo sperimentare che la moda in quanto immagine è diventata l'unico criterio di giudizio ridotto e diffuso sino alle provincie, dove la riproduzione dei successi delle idee di novità è diventata imitazione degradata nella vana speranza che la bizzarria, divenuta ormai consumo, possa ancora valere come elemento di successo mediatico.»9
Le tesi dei due libri hanno in comune il discredito verso un'architettura fashion, ma divergono profondamente nell'azione propositiva. Vittorio Gregotti rivendica l'autonomia artistica del fare architettura contro l'interdisciplinarità omologante, tu invece non credi nell'azione autoreferenziale dell'architetto e proponi una rieducazione della disciplina che sappia:
«[...] inventarsi una capacità vera di intervento sul reale, sul bene della comunità e della città.»10
Gregotti si è suicidato mediaticamente nell'intervista data alle Iene e diffusa su Youtube.11 Com'è possibile che non parli mai di quello che fa? Com'è possibile che non accetti la benché minima critica e che per giunta da magnate dica che lui non è un proletario e per questo allo ZEN non ci vivrebbe mai. Io ho letto il suo libro e devo dire che non capisco da dove prenda le sue tesi. Sembra che non abbia letto nulla dalla caduta del muro di Berlino in poi, la sua analisi è ancora quella di un iscritto al PCI che giustifica tutto in base a struttura e sovrastruttura e la sua idea di artista mi fa rabbrividire. L'arte oggi è molto più in crisi, contraddittoria, problematica di quello che lui anche vagamente pensa. Devo dire che mi verrebbe da aggiungere che le idee servono agli architetti a giustificare scelte già fatte, come una ideologia posticcia che si attacca a posteriori.Per finire, ti aggiungo quello che Stefano Boeri mi ha detto all'ultimo dibattito insieme due settimane fa a Urbania (29 gennaio 2009 ndr) a Bologna. Mi ha accusato di essere come Berlusconi, di attaccare gli architetti come Berlusconi attacca i giudici. Dalle ultime file del pubblico qualcuno ha urlato con una vocina: «Esagerato!».

Non attacchi gli architetti e questo si deduce dalla lettera informale che scrivi a Renzo Piano,12 chiamato a costruire una nuova sede universitaria nel quartiere Harlem a New York. L’architetto genovese ha cercato, anche grazie al tuo aiuto, di progettare, evitando la mera gentrificazione e tentando una possibile integrazione tra culture abitative/architettoniche diverse. Un'idea che non è stata accettata, anzi è stata quasi sostituita da un altro progetto dall’enstabilishment della Columbia University. Hai creduto in quel progetto e ti rammarichi dell’arroganza con cui è stato, gentilmente ma parzialmente escluso, dall’iter progettuale. Concludi la tua lettera con un suggerimento di abbandonare definitivamente il progetto per coerenza. Nel libro apprezzi il lavoro di Carlos Ferrater a Barcellona, John Peterson con la sua idea di Public Architect e sei accusato dall’urbanista Josep Acebillo di pensare «à la de Carlo» (Giancarlo De Carlo ndr).13 Infine al direttore del TG1 Gianni Riotta alla sua domanda: «Qual è l’architetto contemporaneo che approva?» Rispondi Balkrishna Doshi e Oscar Niemeyer pensando al suo recente intervento per riqualificare la più grossa favela di Rio De Janeiro Rocinha.14 Possiamo fare a meno dell’architettura?

Possiamo fare a meno dell'architettura come sistema spettacolo, cioè il tipo di architettura che oggi è diventata una sorta di neomonumentalismo senza alcun senso del contesto. Ad esempio, qui a Berlino è impressionante il senso di accozzaglia di oggettini enormi a cui corrisponde il periodo di interventi degli ultimi dieci anni, ma quella che doveva essere la main street della città, Frederick Strasse è una cupa, insignificante serie di palazzi acciaio e vetro senza alcun senso dell'insieme.
Schizzo di Renzo Piano per il progetto Campus della Columbia University da Casabella, n. 738, novembre 2005, p. 28.

A proposito del tuo ultimo libro, Marco De Michelis, su abitare scrive:
«Che l’architettura di oggi sia noiosa è questione vera e di cui dovremmo imparare a discutere seriamente. Non lo fa, appunto seriamente, il nuovo pamphlet di Franco La Cecla, che accumula per 128 pagine luoghi comuni e insostenibili vaghezze e imprecisioni, come quelle su Mies van der Rohe per esempio: è infatti falso che avesse provveduto alla pulizia “etnica” del Bauhaus per compiacere i nuovi governanti nazisti, e non è ugualmente vero che Hitler gli avesse preferito Albert Speer come progettista della Nuova Berlino. Una simile idea, al Führer, neppure era passata per la mente! Appunto.»15
A De Michelis non c’è bisogno di rispondere, basta dirgli di cominciare a leggere i libri, tipo: Elaine S. Hochman, Architects of Fortune: Mies Van Der Rohe and the Third Reich, New York, Weidenfeld & Nicolson, 1989.
«Poi restiamo un po’ sull'altra sponda, sulla Calabria o sulle Calabrie che, dice, hanno inventato l’espressione “lo stretto indispensabile” per dire che con la Sicilia e i suoi abitanti non vogliono avere nulla a che vedere.» 16
La stessa espressione che in questi giorni viene utilizzata dal governo e dalla stampa, per indicare la priorità assoluta e quindi l’indispensabilità della costruzione del ponte sullo stretto. Un ponte che è stato concepito per analogia tecnologia: la campata unica più lunga del mondo. Un progetto che si fa beffa del luogo, concettualmente simile al Burj Dubai il grattacielo più alto del mondo, niente di più...

Sul Ponte sullo Stretto c'è ben poco da dire. Io vi ho dedicato uno studio che poi D di Repubblica17 ha pubblicato integralmente. È un'opera stupida, dubbia, che non serve perché oggi i veri flussi si spostano in nave sui container e in più il progetto migliore ammette una oscillazione centrale di cento giorni (con escursioni fino a venti metri) all'anno, tale da dovere in quei giorni chiudere il ponte al traffico.

Recentemente il governo ha comunicato la sua idea anticrisi per l’edilizia: “Piano dell’edilizia”.18 Possiamo definirla ‘libera superfetazione’, meno cemento-meno economia/più cemento-più economia. Gregotti, Aulenti e Fuksas urlano allo scempio e invitano a un «sussulto civile delle coscienze».19 Stefano Boeri analizza il provvedimento indicando tre assenze: incentivi per gli affitti di case sfitte, incentivi per chi costruisce edifici ecosostenibili e non sufficienti incentivi per gli investimenti delle famiglie.20
Tu pensi che sia una legge che rispecchia l’idea del ‘regime populista’ e purtroppo l’idea che i cittadini hanno di sé stessi.21


Anche qui la questione è che abbiamo al governo dei mediocri piccoli commercianti di spazzole e che il decreto promesso rovina quel che c'è, ma sopratutto non prende in considerazione per niente il settore edilizio nel suo insieme come occasione straordinaria di rivalutazione di tutto il patrimonio urbano che l'Italia possiede. Se pensiamo che il ministro al Turismo è la promessa Brambilla, abbiamo un'idea della cosa.

Riprendo due tue note:

«Ad una triennale di Milano del 1994 l’idea che le future case popolari dovessero essere pensate prevalentemente per gli immigrati sembrava una bestemmia ai professionisti presenti, nel 1998 l’idea che il piano regolatore per il comune di Prato, affidato a Bernando Secchi, dovesse prevedere un quartiere per la nuova grande immigrazione cinese nella zona ha suscitato l’ilarità del progettista.»22 (Negli anni 90 a Prato si stimavano circa 7000 cinesi oggi ne vivono 30.000 ndr)
e
«Permettermi di dire a questo punto che da una recessione dell’architettura abbiamo tutti da guadagnare, compresi, purtroppo, gli architetti. È ormai abbastanza chiaro che imbrigliati come sono nel tentativo di partecipare al Casino Capitalism hanno perso da un bel po’ il senso dello spazio pubblico, l’intuizione e la visione necessaria per pensare il futuro con le sue varie opzioni senza dovere per forza attuarlo subito, la capacità utopica di concepire la convivenza umana come una dialettica tra identità e luoghi.» 23
Adesso che siamo in piena recessione, in Inghilterra si parla di ‘bagno di sangue degli architetti’ quali sono le tue speranze e, soprattutto, non credi che possa prevalere l’architettura del controllo, della sicurezza e della polizia?

Ma sì, tutto il settore dell'architettura sarà in preda ad una recessione peggiore di quella che c'è adesso. L'effetto è che resisteranno i grandi studi e per i giovani sarà ancora più difficile rinnovare la professione.

Chi è il sopralluoghista?

Il sopralluoghista è un misto tra un antropologo e un architetto, qualcuno che fa dell'osservazione e dell'osservazione partecipata uno strumento fondamentale del suo lavoro di progettazione. Qualcuno che impara a vedere, a camminare, a sentire, ad ascoltare e che lo fa usando le tecniche più sofisticate che oggi abbiamo a disposizione, ma anche il suo lento e costante training e sopratutto qualcuno che ha visto, ascoltato e camminato molte città e quindi si serve della sua esperienza comparativa.


26 marzo 2009
Intersezioni ---> SPECULAZIONE
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Note:
1 Franco La Cecla, Contro l’architettura, Bollati Boringhieri, Torino, 2008
2 Franco La Cecla, op. cit., p. 42
3 Franco La Cecla, op. cit., p. 53
4 Franco La Cecla, op. cit., p. 56
5 Franco La Cecla, op. cit., p. 83
6 Franco La Cecla, op. cit., p. 103
7 Franco La Cecla, op. cit., p. 113
8 Fulvio Irace, L'archistar è in crisi, Sole 24 Ore, 15 febbraio 2009
9 Vittorio Gregotti, Contro la fine dell'architettura, Einaudi, Torino, 2008, p. 84
10 Franco La Cecla, op. cit., p. 117
11 Video, 'L'architettura dello ZEN, Enrico Lucci intervista Vittorio Gregotti', tratto dal programma le Iene, Italia Uno del 27 aprile 2006. [Link]
12 Franco La Cecla, op. cit., pp. 102-103
13 Franco La Cecla, op. cit., p. 82
14 Programma Rai Uno, 'Benjamin' condotto da Gianni Riotta, del 15 giugno 2008 (ed. delle 13.30)
15 Marco De Michelis, Solo un libro sbagliato, Abitare n. 483, giugno 2008. [Link]
16 Franco La Cecla e Piero Zanini, Lo stretto indispensabile, Bruno Mondadori, Milano, 2004, p. 211
17 Franco La Cecla, Ponte dei miracoli, D di Repubblica, settembre 2004 [Link]
18 Al. S., Il piano per l'edilizia avrà effetti straordinari e non ci saranno abusi, Corriere della Sera, 7 marzo 2009 [Link]
19 Gae Aulenti, Massimiliano Fuksas, Vittorio Gregotti, Una legge contro il territorio, Pagina del giornale della Repubblica dov'è possibile firmare l'appello. [Link]
20 Stefano Boeri, 'Edilizia, serve realismo e non appelli', La stampa, 11 marzo 2009 [Link]
21 Franco La Cecla, Casa. Se passa la nuova legge nel paese del "fai da te", La Repubblica, 17 marzo 2009 [Link]
22 Franco La Cecla, Perdersi, Laterza, Bari, 2000, p. 135
23 Franco La Cecla, Contro l’architettura, Bollati Boringhieri, Torino, 2008, p. 11

15 febbraio 2009

0028 [SPECULAZIONE] L'archistar è in crisi

di Fulvio Irace


Pubblico un articolo di Fulvio Irace, L'archistar è in crisi, Domenicale del Sole 24 Ore, 15 febbraio 2009, p. 35.

   Sarà ricordato come l'11 settembre della super-architettura, il 9 febbraio 2009? Come il fuoco delle vanità dell'architettura iconica del nuovo millennio? Impazzano su Youtube i video dell'incendio che ha devastato parte di uno dei simboli della Pechino olimpica, il Cctv di Rem Koolhaas. Crollano le borse, crollano i consumi e neanche le archistar stanno tanto bene. Parafrasando Woody Allen, Rem Koolhaas - il profeta nero dell'iperarchitettura del supercapitalismo - ha annunciato la Götterdämmerung degli architetti nell’era della recessione globale e con una dose di autoironia al limite della faccia tosta ha annunciato al pubblico del Renaissance Theater di Berlino (sold out per l’occasione della sua Berliner Lektion ai primi di febbraio) il crollo dell’«YES regime», il regime dominato dallo yen, dall’euro, e dal dollaro e, come il presidente Obama, l'avvento di una nuova era.

   Brillante copywriter di termini che hanno sostituito Vitruvio nel gergo degli architetti - junk space, manhattanism, generic city -, il guru olandese: non ha rinunciato al piacere del colpo di scena, mettendo alla berlina i suoi colleghi più famosi. Libeskind, Gehry, Zaha Hadid, Paul Andreau, Calatrava. Dall'arma del ridicolo non si è salvato nessuno, con la sola eccezione dello stesso Koolhaas, che, con l'abile; mossa del cavallo, ha dato scacco matto cambiando la casacca e lanciando una nuova parola d'ordine generic architecture.

   Che cos'è l'architettura generica? Inutile rincorrere astrusi significati filosofici, basta rivolgersi alla esperienza di consumatori. Come i farmaci generici hanno sconfitto i medicinali griffati proponendo la funzionale semplicità della molecola di base, l’architettura generica è quella che riscopre la funzione e in fondo il buonsenso oltraggiato dalle stravaganze della moda e dalle pressioni del mercato. Una rivoluzione che sa di antico. Fa senso sentire il teorico dello shopping=urbanistica, teorizzare la necessità della funzione come negli anni duri del tanto vituperato modernismo del XX secolo e turba non poco il clamoroso voltafaccia del cantore della globalizzazione che ha voluto intitolare la sua lecture addirittura l’«Architettura delle differenze». Ripudiando lo slogan «fuck the context» cui negli anni 90 dedicò pagine e pagine di pensose meditazioni. Koolhaas ha sostenuto la necessità di ascoltare il passato affidando il commento visivo alle sue parole al progetto in corso per la sistemazione del complesso dell’Hermitage a San Pietroburgo. Certo il “generico” dell’olandese è ancora troppo esotico per il gusto del pubblico generico e alcune soluzioni pensate per il Museo sembrano solo la versione aggiornata di un’avanguardia che ricopre le sue radici formali. Meglio dei veli metallici di Perrault per il teatro Puskin, però e sicuramente più discreto nella scelta di operare solo all'interno, lasciando inalterati i contenitori storici e lo spazio urbano. Niente effetto Bilbao insomma e per una volta la città si prende la sua rivincita contro la logo-architecture.

   Forse ha ragione il critico del «Times» - Nikolai Ouroussoff (sic) – quando scrive che la recessione non ucciderà la professione. La renderà anzi più necessaria e veritiera, lasciandola in culotte e spogliandola delle inutili pailettes. La spingerà forse a ridefinire i suoi obiettivi rendendola consapevole del suo ruolo sociale, quindi dei suoi limiti e dei limiti delle risorse. La lezione di Koolhaas nella patria del Moderno può essere dunque un buon segnale: a patto però che si accompagni a un'autocritica evitando il rischio di un ennesimo escamotage intellettuale. Qualcosa simile al famoso paradosso di Maria Antonietta all'incontrario: «non hanno brioches, allora dategli il pane!»

15 febbraio 2009

Video incendio Cctv di Rem Koolhaas a Pechino:


Video progetto Cctv di Rem Koolhaas:

Intersezioni --->SPECULAZIONE
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Note:
E-mail di contatto:

Gentile Fulvio Irace,
ho letto il suo recente articolo sul 'Sole 24 Ore', L'archistar è in crisi.
Vorrei pubblicarlo sul mio blog dedicato all'architettura.
Le chiedo, a tal proposito, la sua autorizzazione.
Cordialmente,
Salvatore D'Agostino.
Inviato: Domenica 15 febbraio 2009 14.54 

si certo usalo pure.
saluti e auguri per il tuo blog.
Fulvio Irace
Inviato: Domenica 15 febbraio 2009 17.16