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Visualizzazione post con etichetta Lebbeus Woods. Mostra tutti i post
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29 aprile 2013

Words and bytes



I’ve been going back over some of my observations about the relationship between writing about architecture and writing online. Here in Italy, it’s evident that we’ve failed to appreciate the changes that the digital format entails for the act of writing. Writing online, in fact, implies a new range of communicative tools: links, images, audio, video, maps. Links immediately enlarge the field of discourse by means of images, audio, video and maps can supplement the experience of reading with that of seeing and hearing and tracing ever more detailed geographic perambulations. In a practical sense, then, websites do not consist of words alone.

One interesting example of digital storytelling is the work of Orsola Puecher (in Italian), whose posts for the website Nazione Indiana make use of digital grammar’s extensive palette of expressive forms. “Others write; Orsola creates,” posted a commentator named NC, echoing a comment by either Sparzani or Biondillo.

The webpage, as Puecher has it, pushes writing towards a creative leap in which it becomes a ‘blob’ of words, images, video, sounds, map and territory.

Three architecture bloggers who have taken this creative leap are Lebbeus Woods, Ai Weiwei and Léopold Lambert.



23 aprile 2013

0060 [MONDOBLOG] Parole di bit

di Salvatore D’Agostino
Riprendendo gli appunti mondoblog, sul rapporto tra scrittura web e architettura, non è stato difficile constatare come in questi anni in Italia non si è compreso il cambiamento della scrittura che offre la pagina digitale. Scrivere per una pagina web significa avere la consapevolezza di trovare sul nostro tavolo di lavoro digitale una nuova gamma di strumenti comunicativi: link, immagini, audio, video, mappe. I link permettono che le citazioni si trasformino in un dito che invita subito ad approfondire, mentre l’utilizzo d’immagini, audio, video e mappe mutano le parole in osservazione, ascolto e percorsi geografici sempre più dettagliati. In pratica, un foglio web non si nutre di sole parole.


Un esempio interessante di narrazione digitale è il lavoro di Orsola Puecher che, su Nazione Indiana, sperimenta l’ampia tavolozza espressiva della grammatica digitale, «mentre gli altri scrivono, Orsola crea», osserva il commentatore NC riprendendo un commento di Sparzani o Biondillo.




La pagina web - constata Puecher - ci spinge verso un salto creativo della scrittura che si fa blob di parole, immagini, video, suoni, mappe-territorio.


20 novembre 2012

0012 [WILFING] Un semplice web log

di Salvatore D'Agostino

L’undici agosto Lebbeus Woods scrive sul suo blog un post dove si scusa con i suoi lettori per non essere più costante a causa degli acciacchi di un’imprecisata malattia ed anche della scrittura di un nuovo libro. Il titolo del post ‘GOODBYE [sort of]’ riletto adesso dopo il 30 ottobre, il giorno della sua morte, rileva il suo velato addio [una sorta di]. Il suo ultimo saluto sintetizza l’esperienza più stimolante che un ‘web logger’ riceve nel condividere i suoi appunti:

«I must say that it has been a privilege to have communicated with so many bright and energetic readers. It has been a unique experience in my life that I will always value highly.Thank you for all you have given.* 
Devo dire che per me è stato un privilegio aver potuto comunicare con così tanti lettori brillanti ed energici. È stata un’esperienza unica, a cui ho sempre dato molta importanza. Grazie per tutto quello che mi avete dato.»1

Scorrere a ritroso i suoi post significa andare oltre il semplice atto di annotare o registrare che in inglese è tradotto con 'to log'. Il log, cioè prendere nota o registrare in una pagina Web per comunicare ad altri dei contenuti è l'idea originaria del Web. Da qui la nascita del termine Web Log, in seguito contratto in blog. Lebbeus Woods, con il suo blog dalla grafica da default wordpress, ci suggerisce che non serve aspettare il mondo dei media classici o strutturati per essere letti poiché basta un semplice Web blog.
«Non penso che essere “indipendenti” sia una cattiva scelta; – sostiene l’artista, architetto e attivista Ai Weiwei in un post scritto in un blog censurato dal governo cinese – significa che ti tratti bene e che non c’è niente che ti obblighi ad abbandonare il tuo punto di vista o il tuo buonsenso.»2




5 settembre 2011

0020 [A-B USO] Lebbeus Woods | San Sperato

di Lebbeus Woods 
WILD BUILDINGS | EDIFICI ABUSIVI*


(Foto sopra) Una veduta degli 'edifici abusivi', sulle colline che sovrastano la città meridionale di Reggio Calabria, Italia, nel 1999. Questa frazione illegale è stata battezzata San Sperato dai suoi nuovi coloni, ricordando così il nome del santo patrono del desiderio e della speranza. 

Lungo le coste che sovrastano il Mediterraneo, un tipo di costruzione ha proliferato negli ultimi trent'anni: vengono di solito definiti come "edifici abusivi". Che cosa ci sia di abusivo a proposito di questi edifici non è il progetto architettonico, assolutamente convenzionale, quanto piuttosto la mancanza di qualsiasi status giuridico e legale nei confronti dei comuni in cui sono abusivamente costruiti.

Edificati di solito in quartieri non pianificati, amorfi, essi sono come 'squatter', abusivi, al pari delle baraccopoli del resto del mondo, con alcune evidenti eccezioni che li rendono del tutto atipici.
La prima e più evidente differenza con le favelas è la tecnica di costruzione: nel nostro caso, il materiale è prevalentemente il cemento armato tamponato con murature in mattoni, una tipologia molto solida e duratura. La seconda differenza è che i proprietari di questi edifici non sono poveri, ma abbastanza ricchi da potersi permettere di commissionare tale tipologia. La maggioranza di questi committenti è formata da contadini o ex contadini, o comunque gente di campagna, relativamente arricchiti dall'alta redditività dei loro prodotti e raccolti, spesso irrobustita da generosi contributi pubblici. 

Le analogie con le baraccopoli, però, ci sono e sono ascrivibili ai motivi di fondo dell'inurbazione: quando nuove famiglie migrano verso la città, lo fanno per gli stessi esatti motivi degli abitanti delle baraccopoli di tutto il resto del mondo, cioè essenzialmente per migliorare le loro prospettive economiche. In questo caso, però, i nuovi cittadini non sono alla ricerca di una fabbrica, di una paga bassa o di lavori di servizio, poiché hanno nelle loro tasche abbastanza soldi per aprire imprese artigiane veramente redditizie, tramandabili ai familiari anche per svariate generazioni. 

Un altro punto di confronto è che si costruiscono abusivamente edifici civili, piccoli quartieri satellite, su terreni con destinazione teoricamente agricola. Una volta iniziati i lavori, gli ispettori urbanistici e i funzionari comunali o di altri enti li fanno interrompere, infliggendo loro sanzioni pecuniarie. Una volta pagate queste ammende, il cantiere riparte. 

Altra somiglianza con le baraccopoli è il fatto che queste comunità abusive non possiedono i servizi essenziali e le forniture dalla città, quali l'elettricità, l'acqua e i servizi igienico-sanitari. Per ottenerli, i proprietari-residenti devono trovare sistemi fai da te per produrli o, più comunemente, prelevarli in modo illegale dalle reti in transito nelle vicinanze. Seguono ancora una volta multe e sanzioni che sono pagate, ma il prelievo abusivo poi ricomincia. 

La famiglia è la parola chiave di queste comunità 'abusive'. Gli edifici sono costruiti un piano alla volta. Il capostipite della famiglia costruisce il primo piano della casa, soprelevando i pilastri di cemento, gettati fin dall'inizio con tondini maggiorati, tutto pronto insomma per edificare il solaio successivo. Questo sarà aggiunto dal figlio o figlia della famiglia, al momento in cui lui-lei si sposa e fonda la prossima generazione. La struttura della casa è quindi progettata e realizzata (nella maggior parte dei casi con metodi ad hoc) per essere sopraelevata ad uso delle generazioni future. 

Questo è il tipo caratteristico di città, o almeno d’insediamento, che cresce dall'interno, secondo regole informali e spontanee, ma con una buona e durevole tecnica. Per concludere, potremmo dire che questo tipo di architettura e urbanistica sono un esempio di crescita adattata ad uno stile di vita programmata per essere governata dall'incertezza.

(Foto sopra) Una casa famiglia unifamiliare in San Sperato, ospitante tre generazioni di una stessa famiglia. È interessante notare le lievi differenze stilistiche dell'espressione architettonica che ogni generazione ha apportato durante le varie sopraelevazioni.

5 settembre 2011 
Intersezioni --->A-B USO
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Note:
* Ringrazio Lebbeus Woods per la pubblicazione in italiano del suo post WILD BUILDINGS* e Davide Dal Muto per la traduzione.