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14 febbraio 2013

0024 [CITTA’] Fabrizio Gallanti | Recuperare il progetto dello spazio pubblico tra polis e urbs

di Fabrizio Gallanti

L’intenso processo di urbanizzazione che ha caratterizzato la modernità e che continua a essere alla base dello sviluppo mondiale attuale ha visto una sostanziale modifica degli attori coinvolti. Nel corso della storia dell’umanità, la forma concreta delle città è stata la conseguenza delle azioni delle comunità che le abitavano. A diverse organizzazioni della sovranità e delle forme di governo sono coincisi diversi tipi di urbanità. Per gli storici della città è sempre stato complesso costruire delle letture che potessero districare tra il peso dell’iniziativa spontanea individuale, l’azione di corpi strutturati quali le gerarchie religiose o le consorterie produttive, l’intenzione simbolica degli interventi dettati dai poteri di governo (l’Imperatore, il Re, il Comune, la Repubblica), le condizioni geografiche e climatiche, le preoccupazioni di efficienza e igiene pubblica, l’attenzione alle questioni di strategia militare, le tradizioni costruttive e artigianali. Lo sviluppo capitalista e l’espansione della rendita fondiaria hanno modificato lo scenario complessivo dello sviluppo urbano, accompagnato da un rafforzamento dello stato come regolatore principale del controllo sul territorio e sulle sue trasformazioni. In Europa e nelle colonie la crescita spontanea e auto-regolata delle città, è stata sostituita, già a partire del XVII secolo, da una gestione affidata a specialisti, inquadrati e diretti dalle strutture di governo (stati e municipi). Alla fine del XIX secolo l’apparizione di una nuova disciplina, l’urbanistica, sancisce definitivamente il fatto che la città diventa un progetto.

Come già in passato la città contemporanea è il riflesso delle condizioni di potere. L’indebolimento progressivo del settore pubblico e il trasferimento di responsabilità e ruoli che gli erano propri verso i privati hanno determinato una nuova costellazione di soggetti che agiscono sul corpo della città  Inoltre la circolazione internazionale dei capitali e la conversione della città in una risorsa economica, hanno scardinato le relazioni locali che avevano caratterizzato la storia urbana per secoli: nuovi sviluppi residenziali a Vancouver o Seattle sono la conseguenza di investimenti immobiliari cinesi, gigantesche infrastrutture logistiche, industriali o portuali seguono flussi finanziari generati a Londra, New York o Hong Kong, sterminate superfici agricole in Africa o America Latina sono di proprietà di fondi sovrani arabi o asiatici.

Il progetto della città moderna si colloca alla convergenza dell’economia e della politica. L’urbanistica e la pianificazione del territorio ad una scala vasta e l’architettura ad una scala più minuta sono gli strumenti della sua esecuzione. Se ci si immerge nel vasto settore culturale che accompagna l’architettura, composto di riviste specializzate, libri, mostre ed eventi, simposi, biennali e festival, premi, blog e siti internet e intrecciato con il mondo dell’accademia e delle pratiche cosiddette creative si possono riconoscere alcune tendenze ricorrenti. Appare evidente come, soprattutto nei paesi industrializzati l’architettura sia sempre meno messa al servizio del bene comune: la dotazione di infrastrutture pubbliche (scuole, ospedali, stazioni ferroviarie, parchi, tribunali, musei) soddisfa, grosso modo, la domanda collettiva già da diversi decenni. L’ambito di azione degli architetti si è quindi spostato verso gli interventi speculativi di natura immobiliare o terziaria o verso la realizzazione di edifici ‘iconici’, che fanno spesso parte delle strategie di marketing urbano, concertate tra poteri pubblici e interessi privati.

Se si pensa a esempi oramai classici come il centro Pompidou a Parigi di Richard Rogers e Renzo Piano, il museo Guggenheim a Bilbao disegnato da Frank Gehry sino al MAXXI di Roma progettato da Zaha Hadid si riconosce una linea comune che utilizza le capacità di progettisti innovativi per creare oggetti autonomi, che si stagliano contro lo sfondo della città e che ne assorbono spesso la vitalità, all'interno di logiche di consumo culturale.








Raramente oggi, sfogliando una rivista patinata o trascinandosi stancamente per una biennale d’architettura si incoccia in nuovi progetti immaginati per lo spazio pubblico, che ne reinventino i modi d’uso e la rilevanza per i cittadini contemporanei. E in generale le sempre più scarse politiche di residenza sociale o di dotazione scolastica o sanitaria agiscono prevalentemente sulle quantità con l’obbiettivo del contenimento dei costi, senza perpetuare l’idea, che aveva sostenuto l’architettura moderna nel corso del ventesimo secolo, che attraverso nuove forme, tecnologie innovative e un nuovo uso dello spazio si possa garantire il benessere e lo sviluppo sociale.

Se si allarga però lo sguardo oltre il Giappone, l’Europa e gli Stati Uniti, e pure tra le pieghe meno frequentate di questi luoghi, si possono cogliere i lineamenti di una comprensione dell’architettura ancora sostenuto da una vocazione al comune. La prima tendenza vede il progetto di architettura come il catalizzatore in grado di sostenere la trasformazione dei quartieri poveri delle grandi megalopoli, offrendo strumenti per l’emersione dall'arretratezza  Di questo impiego strategico dell’architettura se ne registrano diversi esempi, prevalentemente in America Latina. All'interno di questa condizione appaiono due approcci complementari.

Il primo consiste nella realizzazione di opere pubbliche all'interno delle favelas, che non solamente rispondono a necessità primarie di accesso all'educazione e alla salute ma che diventano dei poli di aggregazione e di incontro per le comunità, spesso generando una risposta a condizioni di degrado e violenza. Inoltre, in quanto espressione di un linguaggio architettonico di avanguardia, che di solito era riservato alle élite locali, diventano oggetti simbolici che esprimono una diversa partecipazione dei cittadini alla vita democratica. Questa politica ha caratterizzato numerose trasformazioni in Colombia, attraverso un sistema trasparente ed efficace di concorsi pubblici, che ha visto inoltre l’affermazione sulla scena internazionale di una nuova generazione di progettisti. Le scuole e biblioteche di Mazzanti Arquitectos e Plan B a Medellin, Bogotá e Cartagena, le infrastrutture per lo sport di Paisajes Emergentes sempre a Medellin sono alcuni degli esempi più celebrati, analoghi alla campagna di dotazione di complessi scolastici nelle periferie di San Paolo in Brasile o alle “palestre verticali” (cosi chiamate perché impilano all’interno di un solo edificio numerose attività sportive) collocate nei quartieri più pericolosi di Caracas in Venezuela.


Si tratta di un’ipotesi di agopuntura, che interviene su punti sensibili, inserendo architetture che come dichiara Giancarlo Mazzanti, fanno molte cose allo stesso tempo (il cortile della scuola diventa un mercato il fine settimana, le aule sono luoghi per le riunioni delle associazioni di quartiere, la cucina della mensa può essere usata per le attività pubbliche).

Il secondo approccio riconosce nella maniera con cui si è sviluppata la città informale in America Latina una pratica dal basso di costruzione dell’urbanità dalla quale desumere delle indicazioni e delle linee guida che possono essere accompagnate da azioni di risanamento e di messa in sicurezza ma che forniscono anche un possibile codice genetico per i nuovi interventi, in grado di mantenere la ricchezza delle relazioni sociali che esistono attualmente. 

Gli architetti agiscono di concerto con antropologi, sociologi, operatori locali, agenzie non governative per sviluppare processi di cambiamento, dove la forma architettonica diventa quindi secondaria. I progetti di edilizia residenziale di Elemental in Cile, in grado di mantenere nei siti originari le comunità minacciate di espulsione, gli interventi di riqualificazione degli spazi pubblici e dei servizi delle favelas condotti dagli assessorati alla casa di San Paolo e Rio de Janeiro in Brasile, le infrastrutture di mercato progettate da Mauricio Rocha a Città del Messico, ispirate dal commercio informale, testimoniano di un’attitudine nella quale gli architetti forniscono il proprio sapere e conoscenza tecnica all'interno di meccanismi complessi di gestione del territorio.

Una seconda tendenza appare essere quasi anacronistica. Nonostante la crisi, le amministrazioni pubbliche in Spagna continuano a realizzare ogni anno un numero immenso di spazi pubblici: piazze, passeggiate che costeggiano il mare o fiumi, parchi, interventi talvolta minuscoli per dotare uno spiazzo ritagliato in periferia di alberi, panchine e giochi per bambini manifestano una forma di permanenza dell’ipotesi che la città sia costituita dall'interazione sociale degli abitanti al di fuori delle sfere del consumo. I migliori architetti spagnoli e internazionali continuano a ricevere committenze pubbliche per questi luoghi, vere e proprie sacche di resistenza contro la speculazione immobiliare scatenata che è stata alla base della situazione economica attuale. A Siviglia, Metropol Parasol, un paesaggio di tettoie di legno lamellare, che paiono sbucare da un film di fantascienza degli ani ’50, progettate dall'architetto berlinese Jurgen H. Mayer copre un grande spazio aperto, che era abbandonato da anni, che in poco tempo è diventato un nodo cruciale della vita dei cittadini.



Paradossalmente rispetto ai preconcetti correnti, negli Stati Uniti si registrano diversi sommovimenti, che suggeriscono una deviazione dai modi con i quali la città si è sviluppata e che rappresentano alcuni tra gli esempi più stimolanti. Innanzitutto una serie di progetti di natura anche molto diversa suggerisce l’ipotesi che la città e non più il suburbio sia il luogo dove investire risorse, dove ricondurre gli abitanti e dove immaginare nuove forme di convivenza. Rispetto a una spinta orientata alla segregazione e alla separazione per linee di classe sociale, razza e censo, questi progetti sono porosi nel senso che riconquistano una dimensione di inclusione delle differenze: la ferrovia dismessa convertita in parco sopraelevato della High Line a New York, progettata da James Corner Field Operations e Diller Scofidio + Renfro, il parco di Playa Vista a Los Angeles di Michael Maltzan o l’Olympic Sculpture Park di Weiss Manfredi a Seattle sono esempi di una progettazione dello spazio pubblico collettivo, di nuovo in grado di sostenere la imprevedibilità e ricchezza della vita urbana.

Questo desiderio di socialità libera si ritrova anche all'interno di quello che forse è uno dei progetti più “politici” dell’architettura recente: la biblioteca di Seattle di Rem Koolhaas. L’assoluta facilità di accesso a questo edificio iconico, non regolata da controlli e filtri, lo ha convertita in un centro fondamentale nella vita urbana, dove, per esempio, i senza casa della città trovano rifugio e accesso a una cultura troppo spesso negata.



Questa breve carrellata di esempi, provenienti da diversi luoghi e circostanze, con modelli di gestione spesso estremamente distanti tra loro, dimostra il desiderio da parte degli architetti e dei progettisti di recuperare una voce e una rilevanza all'interno della crescita delle città. Si tratta, anche, dell’intenzione di recuperare per l’architettura una dimensione politica, se non ci si dimentica il senso ancestrale del rapporto tra polis e urbs.

14 febbraio 2013
Intersezioni ---> CITTA'
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Note:
quest'articolo è la versione integrale di un testo pubblicato su Alfabeta, n° 22, settembre 2012:  'La nuova architettura degli spazi pubblici'. Link


1 commento:

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