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5 agosto 2014

0015 [WILFING] Come leggere l'architettura transnazionale e vivere felici

di Salvatore D’Agostino

Pubblico l'introduzione eliminata dal post 0015 Colloquio Italia ---> Inghilterra con Davide Del Giudice, come promesso a @aRCHIfETISH autore del blog Archifetish.
È arrivato il momento di cambiare il punto di osservazione (ndr per l’aporia/rubrica fuga di cervelli) e scrutare le dinamiche del nostro paese osservando la vita dei cittadini che abitano il pianeta terra, oggi, nel 21° secolo. Una dilatazione di prospettiva che da subito si rileva complicata perché è impossibile semplificare le infinite culture abitative esistenti nel nostro pianeta. Per orientare questo dialogo ci aiutiamo delle analisi del sociologo Leslie Sklair e le usiamo come linea guida:
«In architettura, come in altri ambiti - scrive Sklair -, la classe capitalistica transnazionale è transnazionale perché: gli interessi economici dei suoi membri sono sempre più collegati a livello globale, piuttosto che di origine esclusivamente locale e nazionale: la TCC (ndr Transnational Capitalist Class) cerca di esercitare il controllo economico nei luoghi di lavoro, il controllo delle politiche interne e internazionali, e il controllo ideologico - culturale nella vita quotidiana attraverso forme specifiche di retorica e pratica del consumo e della concorrenza; i membri della TCC tendono a condividere l'alto livello di istruzione e il consumo i beni e servizi di lusso. Infine, i membri della TCC vogliono dare un'immagine di se stessi come dei cittadini del mondo, oltre che dei propri luoghi di nascita».1

Da quest’angolazione ipotizziamo un uomo nato sul suolo inglese o italiano o cinese o emirato arabo e consideriamo che faccia parte della classe capitalistica transnazionale TCC (come ipotizzato da Leslie Sklair) per domandarci: che abitante è?

28 giugno 2011

0045 [MONDOBLOG] Attraverso mail: Luigi Prestinenza Puglisi

di Salvatore D'Agostino

La presS/Tletter è nata nel 2003 da un'idea di Luigi Prestinenza Puglisi; da allora viene recapitata, più o meno puntualmente, in molte caselle di posta elettronica di architetti e affini.
La presS/Tletter tecnicamente è una ‘E-zine’ ovvero una ‘rivista’ distribuita attraverso mail.
A proposito della scrittura in rete, nel suo corso di scrittura critica Luigi Prestinenza Puglisi sostiene: «Se per la carta stampata il limite dell’attenzione è 3600 battute, la lunghezza di un editoriale, per internet è circa 2000, lo spazio di un commento». Il colloquio* che seguirà è di 34.600 battute.




24 luglio 2010

0413 (finExTRA) 24 luglio 2010 ---> ARCHITETTURA ITALIANA [86] La giuria

di Salvatore D'Agostino


A studio:

- Chi è il suo architetto?

- Architetto! Ma quale architetto. L’architetto è mia moglie.

«Venezia - E' stata nominata la Giuria internazionale della 12. Mostra Internazionale di Architettura (Venezia, Giardini e Arsenale, 29 agosto - 21 novembre 2010), diretta da Kazuyo Sejima e organizzata dalla Biennale di Venezia presieduta da Paolo Baratta. La Giuria internazionale e' cosi' composta: Beatriz Colomina (Spagna), storico e critico di architettura; Francesco Dal Co (Italia), storico dell'architettura e direttore della rivista "Casabella"; Joseph Grima (Italia), curatore, saggista, critico e direttore editoriale della rivista "Domus"; Arata Isozaki (Giappone), architetto titolare di Arata Isozaki & Associates; Moritz Kung (Svizzera), curatore indipendente, responsabile del programma espositivo del deSingel International Arts Campus di Anversa; Jean Nouvel (Francia), architetto, vincitore del Pritzker Architecture Prize 2008 e Trinh T. Minh-ha (Vietnam), cineasta, scrittrice, compositrice, professor of Women's Studies and Rhetoric (Film) alla University of California, Berkeley. Il Presidente della Giuria sara' nominato dagli stessi componenti durante la loro prima riunione. La Giuria assegnera' i seguenti premi ufficiali: Leone d'oro per la migliore Partecipazione nazionale; Leone d'oro per il miglior progetto della Mostra Internazionale "People meet in Architecture"; Leone d'argento per un promettente giovane architetto della Mostra Internazionale "People meet in Architecture"».

Redazionale, BIENNALE ARCHITETTURA: NOMINATA GIURIA INTERNAZIONALE, AGI, 23 luglio 2010. Link

24 luglio 2010

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Come usare WA ---------------------------------------------------Cos'è WA

15 dicembre 2009

0007 [FUGA DI CERVELLI] Colloquio Italia ---> Apolide con Edmondo Occhipinti

di Salvatore D'Agostino
Fuga di cervelli è una TAG non una definizione. La TAG è contenitore di diversi 'punti di vista'.

Dal mediterraneo all'atlantico. Genesi e morfogenesi di un architetto che costruisce il nostro futuro.




Salvatore D'Agostino Ho chiesto a Edmondo Occhipinti di fornirmi un breve scritto che raccontasse la sua storia per integrare le mie informazioni. Mi ha inviato un racconto che ho deciso di pubblicare integralmente, prima del colloquio, poiché la sua formazione è narrata con la leggerezza della giovane età. Leggerezza che nella nostra gerontocratica Italia sembra essersi persa (mail del 25 marzo 2009):

Edmondo Occhipinti

Ciao Salvatore,
Scusa il ritardo. Sono rientrato adesso a Parigi e riprendo contatto con Outlook.
Io ti proporrei una visita al mio spazio, nonostante non sia aggiornato ormai da quasi un anno, l’inglese sia penoso e non ci sia nulla di molto eloquente; l’indirizzo e’ edmondocchipinti.blogspot.com

Brevemente e con poca forma ti racconto di me.
Sono nato e vissuto a Scicli in una piccola borgata di mare (Donnalucata, 3.000 abitanti) in provincia di Ragusa in Sicilia. Ho ventinove anni da un paio di giorni. Gli ultimi dieci li ho passati lontano da casa mia, lontano “quel tanto che basta per guadagnarsi la nostalgia”. Dopo cinque anni al liceo classico di Scicli, venti iscritti l’anno, e tanta voglia di passare allo scientifico (non per evitare il greco ma per avere un po’ di matematica), mi iscrissi alla facoltà di ingegneria elettronica di Catania. Avrei dovuto seguire i solchi paterni con una specializzazione in pediatria. Mi trovai invece a dormire sui limiti, derivate, integrali, cicli di Carnot, entropie e bilanciamenti chimici. Un fallimento. Provai l’esame di fisica 3 volte: bocciato sempre sulla stessa domanda: il funzionamento del termometro a gas. Fallito. Per la prima volta.
Provai odontoiatria. Bocciato. Arrivai in ritardo all'esame di medicina. Niente camice bianco.

Un’amica mi suggerì architettura. E provai attirato più dalla piacevole compagnia che dalla facoltà di cui finalmente scoprivo l’esistenza. Ammesso al 34esimo posto della facoltà di architettura di Siracusa. Lo scoprì una mattina di settembre al bar di Donnalucata sfogliando il Giornale di Sicilia. Sarei stato un architetto: grandi idee e un portafogli pieno di speranze. Non avrei mai lasciato casa mia. Ero convinto che fosse possibile. E lo rendevo possibile.

Ricordo la prima lezione di disegno l’aggressione del professore Pagnano: lei da grande diventerà un imbianchino, non un architetto; fino ad allora per me la matita era lo strumento per appuntare invisibilmente la metrica dell’odissea e fottere la professoressa di greco. Alla fine dell’anno fu lo stesso Pagnano a regalarmi una sua verità: 
«Occhipinti non si accontenti di essere il primo a Siracusa, vada ad essere l’ultimo dove l’architettura la studiano sul serio». 
Decisi di partire. Diverse erano le candidate. Decisi Porto. Un posto molto simile a casa mia. Un posto al confine fra l’argento e il bronzo dei mondi. Una delle migliori scuole al mondo. L’unica pubblica. Decisi di studiare: non l’architettura, decisi di studiare la gente che ci crede sul serio. La gente che l’architettura la ama, la vede, la tocca, la piange, la disegna, la discute, la odia.

Decisi di andare alla FAUP. Esame. Ammesso. Dentro, per sempre. Per sei lunghi anni. Al secondo anno sognavo già in portoghese. Mi stancai di Porto al quinto anno. cercai uno stage lontano. Ed arrivai a Parigi. La valigia non era ancora cambiata. Sei mesi li passai nella città delle luci. E furono sei mesi straordinari. Mi cambiarono dentro e fuori. In bene per molti versi, in malissimo per altri. Ritornai a Porto pieno di nuove emozioni, nuove idee, nuovi propositi, nuove propulsioni. Tra innumerevoli contrasti e dubbi riuscì finalmente a trovare un docente disposto a seguire la mia tesi considerata “eretica e inaccettabile” dai molti veterani della scuola di Siza: “processos morphogeneticos em arquitectura” il nome con cui entravo ed uscivo dagli studi dei professori. Ma lui, Fernando Lisboa, nonostante fosse un veterano come loro, fu colpito dall’idea e mi seguì (un grande uomo, Lisboa; uno dei primi portoghesi ad interessarsi al Disegno Assistito al Computer, profondo conoscitore di Pierce e docente di semiotica); giornalmente, rigo dopo rigo, parola per parola, in portoghese prima; in italiano poi. Sei mesi di abnorme, insana, penosa, straordinaria masturbazione emotiva. Isolato da tutto e da tutti. Io solo con i miei terribili attacchi di panico che non mi consentivano più nemmeno di andare a fare la spesa. Uscivo tre volte al giorno dalla mia stanza per andare a prendere un caffè. Abitavo in uno straordinario attico sull'oceano atlantico. Solo. Solissimo. La sera facevo fuoco in terrazza e arrostivo sardine (alla portoghese). Presentai la tesi nel settembre del 2006. Un grande successo alla scuola di Siza. Lisboa mi propose di insegnare durante le sue ore. E cominciai ad insegnare tecnologie digitali alla scuola di Siza. In febbraio (era già il 2007) l’Ecole Nationale Supérieure d’Architecture de Paris m’invitò a guidare un workshop per un paio di settimane. Partii. Non sapevo che quel giorno sarebbe stato il mio ultimo giorno in Portogallo. Non tornai più. La mia stanza è ancora lì. Congelata in un mattino soleggiato di inizio febbraio (ogni tanto trovo il biglietto di ritorno a Porto nella tasca della valigia e piango sorridendo). Dovrò tornare un giorno a riprendere parte del mio passato. E dovrò tornare per regalare un fiore rosso a Fernando Lisboa, un grande uomo che decise di lasciare la vita qualche mese dopo la mia partenza.

Io, al contrario, continuai la mia vita a Parigi. In marzo lanciai il blog edmondocchipinti.blogspot.com; facevo l’assistente all'Ecole speciale de Paris e facevo consulenze per alcuni studi parigini. In luglio vinsi il concorso per insegnare all'Ecole Nationale Superieure d’Architecture de Versailles. Continuai qualche consulenza (l’ultimo post del blog è l’ultima e la più interessante). In novembre (era ancora il 2007) mi sono aggiunto al team di Gehry Technologies a Parigi. Durante l’ultimo anno mi sono spostato a New York e a Dubai, per sette mesi. Sono da poco rientrato a Parigi. Realizzo quotidianamente i miei sogni. Guadagno benissimo, faccio un lavoro straordinario, lavoro con gente incredibilmente talentuosa. Ho vissuto in città bellissime in paesi bellissimi. Parlo correntemente 5 lingue. Ma non sono più tornato. Falso. Direi piuttosto che non sono mai partito. Dieci anni dopo piango ancora quando la gomma si spalma sulla pista 25R di Catania Fontanarossa. Piango sempre quando sono finalmente a casa. Piango sempre quando mi rendo conto che non sono mai partito, ma che il mio cordone ombelicale è lungo migliaia di chilometri. E tornato a casa sono sempre “u picciriddu”, “u figghiu”. Non riesco a stare più di 90 giorni fuori casa.

C’e una cosa che non mi chiedo mai; non mi chiedo mai se fu una buona idea quella di diventare un architetto. L’architettura non l’ho mai sentita e non l’ho mai conosciuta. Il primo anno in Portogallo passeggiavo con questa frasetta di Manlio Sgalambro in testa. In fondo avevo 20 anni:
«Là dove domina l’elemento insulare è impossibile salvarsi [...] Il sentimento insulare è un oscuro impulso verso l’estinzione. L’angoscia dello stare in un’isola come modo di vivere rivela l’impossibilità di sfuggirvi come sentimento primordiale. La volontà di sparire è l’essenza esoterica della Sicilia. Poiché ogni isolano non avrebbe voluto nascere, egli vive come chi non vorrebbe vivere: la storia gli passa accanto con i suoi odiosi rumori ma dietro il tumulto dell’apparenza si cela una quiete profonda. Vanità delle vanità è ogni storia. [...]»
Edmondo Occhipinti di anni... Originario di... migrante a... qual è il tuo mestiere? 

Consumo lentamente e con gusto il mio ultimo anno della ventina. Sono partito da dove abito: sono partito da Scicli. La migrazione, umana e animale, ha questa caratteristica: il ritorno al punto primo -per me appunto - l’abitazione. La mia è un’esperienza migratoria crono-geograficamente intensa, eterogenea e non uniforme; una migrazione non del tutto compiuta, in fondo. Ho conosciuto i miei scali, a volte imprevisti, a volte brevissimi; a volte geografici, a volte condizionali; sono in scalo a Parigi (ndr 1 aprile 2009); uno scalo emotivamente importante. Mi muove la passione, e verso la passione muovo io: una migrazione pienamente romantica. Laureato in architettura, mi occupo di morfogenetica, insegno saltuariamente e durante le trentacinque ore settimanale sono project manager al Technologies di Frank Gehry.

Qual è stato lo sviluppo della tua tesi sull'architettura morfogenetica (studio di una forma e della struttura architettonica attraverso gli algoritmi dei sistemi CAD), dopo la laurea? 

La tesi di laurea è stato un momento cruciale per il seguito. Il momento che ha richiesto il massimo dello sforzo possibile, per quei tempi, quelle risorse e quella condizione; dopo la laurea mi offrirono l’insegnamento di Computer Aided Design alla scuola di Porto e un invito presso una scuola d’architettura parigina. La tesi fu pubblicata in diverse riviste internazionali in Portogallo e in Francia. Spesi un anno tra insegnamento e ricerca. Affinai le mie competenze tecniche e approfondii alcuni punti sfiorati dalla tesi: storia delle geometrie non euclidee, algoritmi genetici, cibernetica; mi dedicai allo studio delle scienze più in dettaglio. Divulgai sul blog la mia tesi, in italiano, ed altre esperienze. Un anno dopo fui chiamato come consulente morfogenetico per un grande concorso di torri alla Defense di Parigi, potendo applicare parte della mia ricerca sul campo: un bel momento. Qualche mese dopo fui contattato dagli studi di Ghery, dove lavoro da un anno e mezzo. Il quotidiano, da Ghery, mi ha da un lato allontanato dal blog e dalle ricerche precedenti, dall'altro mi ha dato l’opportunità di avanzare molto, tecnicamente, e di approfondire l’aspetto parametrico della forma, che non ero riuscito a sviluppare durante e dopo la tesi.

Un costante riferimento nei tuoi appunti blog sono le teorie matematiche trasposte e reinterpretate attraverso i software.
In un articolo ‘Morphogenetic, Ethic and Pathetic’, descrivi la progettazione ‘Bottom up’ in cui spieghi il processo diagrammatico dinamico dell’architettura: la struttura d’informazioni iniziali forma la base generativa che può portare a risultati inaspettati.
La tecnologia digitale non è mero strumento ma diventa logica ineludibile della progettazione.
L’architettura è generata dal processo diagrammatico. 

Mi capita spesso di voler sgonfiare il mito digitale, perché in fondo posso permettermelo; il mio punto varia poco, nel tempo e nello spazio (voglio dire da quando non potevo permettermelo, e alla luce delle mie migrazioni): le tecnologie digitali non sono una logica ineludibile alla progettazione. Traducono una complessità inaccessibile ai più in un linguaggio (motorio, grafico, logico....), direi, popolare. La logica ineludibile alla progettazione è infatti quella complessità. 

Francesco di Giorgio Martini, qualche anno fa, fece dei suoi ordini un catalogo algoritmico-parametrico incredibilmente vario e potente (difficile da riprodurre oggi in digitale), e non fu per nulla originale; l'avevano preceduto in tanti (Alberti, Dürer, Vitruvio, ...); di approccio parametrico alla progettazione diventò più facile parlarne quando fu più semplice riprodurne le logiche, i principi, le regole. Lo sviluppo geometrico e matematico, dal 18 secolo in poi, aiutò non la logica parametrico-associativa, quanto piuttosto la spinta al bisogno di poter descrivere l’informazione, il dato, il flusso: a definire antecedenti e posteriori secondo criteri di logica associazione tra gli individui di un sistema. In questo senso direi che la tecnologia ha, da un lato, fortemente esteso un senso, una struttura di pensiero (ci piace definirla algoritmica, parametrica) che esistette, ad un momento non breve della storia, e che non dovette essere poco comune; dall'altro, volgarizzandone l’uso, ha aiutato i meno acuti (come me) ad accedere a strumenti di calcolo estremamente potenti e semplici. Il diagramma in architettura traduce i risultati di questo senso, di questa associazione, di questo procedere topologicamente: traduce la possibilità di strutturare un’informazione, definirne le regole, evitando ogni considerazione morfologica, euclidea. La sperimentazione di un processo di questo tipo, di definizione relazionale delle informazioni ha esercitato un fascino indescrivibile nella pratica dei miei ultimi tempi in università (ancor più che mi trovavo a coltivare in una zona del tutto arida, la scuola di Porto). La possibilità di svuotare l’architettura del suo senso più fastidioso di creazione artistica, visionaria, intellegibile, divenne per me ragion sufficiente per dedicarmi con le dovute esagerazioni all'approfondimento della scienza, della matematica, della logica, ed approdare alla programmazione, onnipotenza semantica [mi spiegai allora perché molti dei programmatori degli anni ottanta alla fine dei novanta si occupassero esclusivamente di semiologia, filosofia del linguaggio, pragmatismo]. Ma già il titolo di quell'articolo (che come al solito decidevo alla fine per poterlo pubblicare) precedeva parte delle disillusioni successive (troppo morfogenetico, troppo etico, troppo patetico). Mi spostai nell'arco di un post al cibernetico [ndr cyber.|N|.ethics], meno patetico e molto più anestetico!

Su cosa stai lavorando in questo momento?

Il nostro colloquio cominciava al ritorno da New York-Dubai. Passando per il quartiere generale parigino, sono arrivato a Ginevra (ndr 8 dicembre 2009), in bilico tra Doha e Londra. I Grandi e le buste paga preferiscono i titoli; io assecondo entrambi per puro opportunismo e sempre con un po’ di sarcasmo sono BIM project manager per uno dei musei più straordinari che i prossimi anni vedranno realizzare. In luglio, l’ateliers Jean Nouvel, ci ha chiamato a gestire la risoluzione topologica, costruttiva, organizzativa e comunicativa del nuovo museo nazionale del Qatar a Doha, un programma da oltre trecento milioni di euro. 

Io sono stato chiamato alla gestione di una cellula di ‘Problem solving’ dedicata alla costruzione virtuale del museo in ambiente quadridimensionale (in breve: vent'anni fa l’R&D di Gehry partners sviluppò un software di gestione e controllo parametrico, basato sul Core di CATIA, software ampliamente applicato nell'aerospace (tra cui NASA, Boeing Airbus) e nell’Autmotive (tra cui Ford; Toyota, Audi). Il software ebbe l’obiettivo di rendere esplicite, discrete, commensurabili e costruttibili le visioni di fine secolo di Frank. I risultati dei passati vent'anni di ricerca vengono, attualmente, vendute alle matite più coraggiose. In generale io sono uno di que(gl)i (s)fortunati consulenti che hanno sempre pochissimo tempo per valutare il bene e il male di ogni decisione e risolvere, con compromessi estremamente fascinosi, problemi sempre evidenti). Oggi gestiamo il progetto da Ginevra (per chiari interessi economici dell’architetto) dove abbiamo affiancato al team di designers un corposo team unicamente dedicato alla risoluzione 3D-4D di circa cinquecento problemi geometrici costruttivi, organizzativi. 

Io coordino l’intero team, schizzo le soluzioni, coordino la comunicazione tra i diversi team (problem solving, designers, engineers, boq, etc.) comunico intenti, soluzioni ed opportunità al cliente e preparo la gestione computerizzata delle fase di costruzione del museo, dal cantiere virtuale alla previsione e risoluzione di scenari problematici durante la costruzione. Non esistono, oggi, molti progetti simili (per budget o per complessità geometrico-programmatica). Fare quotidianamente parte di questa elitaria avanguardia architettonico-costruttiva ha un valore estremamente elevato nella definizione del mio livello di soddisfazione e mi aiuta ad una valutazione il meno soggettiva possibile della qualità della mia vita: ho l’impressione che difficilmente riuscirei a perdonarmi il fallo di non aver riconosciuto ognuno dei miei piccoli traguardi, per questo nel fondo delle mie notti insonni, mi dico fortunato. 

In fondo ho un enorme passione per quello che faccio e difficilmente lo avrei immaginato. Vivo in costante ipertrofia adrenalinica nell'affrontare e nello sfidare, oggi, un complesso di scenari che diverranno comuni e banali, magari, in un futuro lontano per lo meno vent'anni. Dieci anni fa, al primo anno di architettura, il professore di disegno, guardando i miei disegni poco convinti, mi chiese se la mia massima aspirazione fosse stata imbiancare la case dei miei, alzando il capo, gli risposi con un mafioso ‘nzu’.
«La solita, splendida, sconcertante babele delle più accese feste popolari! Non resta dunque che abbandonarsi ancora una volta nel grembo della grande Madre Sicilia, naufragare con un briciolo d’ironia nella irreligiosa isola delle guerre dei santi e delle folli processioni; isola che interpreta la vita ed il cristianesimo a modo tutto suo. Non resta che arrendersi alla terra delle assurde contraddizioni e della sublime poesia ove ogni cosa è possibile, perfino che una statua del Cristo (ndr domenica di Pasqua di Scicli) sia rapita dai comunisti o sia considerata tanto viva e maschia da essere festosamente condotta a benedire casini e puttane.»1
Le tue righe, mi commuovono. Mi interrogo sul senso della tua non domanda, che, pur in maniera improvvisa è inusuale, mi riporta a casa. Lo leggo come un modo solenne e affettuoso per richiamarmi alla tua e alla mia piacevole condanna. Alla terra cui sentiamo di dovere, molte volte, più di quello che realmente le dobbiamo. Sanguiniamo lentamente, come il Cristo di cui riporti, e beviamo vino, convinti “ca’ u vinu da ssagnu’. Probabilmente perdiamo da entrambe le parti; sangue e credibilità. Ho visto dieci pasque da quando sono partito.


Dieci Cristi risorti inchinarsi, sul sudicio dei ‘cristiani’ (che per noi significa uomini) a rendere ‘biniricenza e rispiettu’. Dieci anni di emozioni compresse in poche ore di processione musicante, con epilogo sempre promettente; un pittimu (ndr la conclusione fragorosa e colorata dei fuochi d'artificio) che ti costringe per mezz’ora a sognare con la testa in alto, a voler fuggire per sempre dal vallone, e a voler per sempre ritornarci, come sempre, immagino che la Pasqua abbia assunto un senso comune per molti fra quelli che ci sono per esserci ritornati. Io sono rimasto in Sicilia fino a vent'anni, quando tutti partivano per regalare le loro storie al continente, tutti alla stazione di Giancaldo con la campanella che suona e il prete che non fa in tempo per l’ultimo saluto. Un giorno accompagnai mio fratello in aeroporto e piansi per tutta la strada di ritorno. Ogni mamma che perde un figlio commuove.

A volte, noi siciliani, facciamo un grande errore: quello di pensare che la nostra terra sia più unica delle altre; a volte, però, il resto delle volte, mi pare, abbiamo pienamente ragione.

15 dicembre 2009
Intersezioni ---> Fuga di cervelli
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Note:
1 Giancarlo Santi, La strada dei Santi, Bolelli Editore, 2001, p.100

14 novembre 2009

0034 [SPECULAZIONE] L'architettura globale secondo Marc Augé

Pubblico un articolo di Marc Augé apparso il 17 ottobre 2009 su Le Monde con il titolo ‘L'architecture globale’. Tradotto in Italia dal settimanale ‘Internazionale’, n. 821, 13/19 novembre 2009, pp. 84-85.
Una riflessione sull’architettura ‘iconica’ e la sua deriva estetica/commerciale. Un articolo privo della retorica del non-luogo.



di Marc Augé

L'architettura globale

Oggi i nomi dei grandi architetti sono conosciuti quasi quanto quelli dei grandi calciatori. L'architettura ha raggiunto uno status molto particolare. C'è il rischio che la torre progettata da Jean Nouvel a Manhattan sia ridotta di qualche metro? La stampa insorge.
Un'azienda vinicola vuole aumentare il prestigio dei suoi bordeaux? Chiede all'architetto della cattedrale di Evry di progettare la sua nuova cantina. S'inaugura un museo a Bilbao o a Chicago? Folle di persone accorrono, attirate più dall'edificio che dal suo contenuto.


Gli architetti più noti sono celebrati nel mondo intero: molte città di media importanza cercano di convincerne almeno uno a costruire qualcosa dalle loro parti, perché così conquisterebbero una dignità turistica internazionale. Quali sono le cause e le conseguenze di questo entusiasmo?

Bisogna innanzitutto sottolineare che le opere dei grandi architetti hanno sempre espresso e rafforzato i rapporti di potere nella società. Oggi l'architettura spettacolare dei quartieri finanziari statunitensi e dei loro equivalenti europei - torri che svettano nel cielo diurno avvolte nel bagliore delle loro facciate, o che rischiarano il cielo notturno con le lucenti trasparenze dei loro uffici perennemente illuminati - rappresenta nel modo più esplicito il potere delle aziende.

Le grandi imprese che aprono una sede in una di queste torri lo fanno prima di tutto per una questione d'immagine, parola magica e affascinante che per molti riassume tutto quel che siamo in grado di conoscere del mondo in cui viviamo. Certo, lo fanno anche per offrire buone condizioni di lavoro ai loro impiegati. Ma anche queste sono una questione d'immagine. Gli open space non sono luoghi di libertà dove lo sguardo può spingersi fino all'orizzonte attraverso vetrate immense: sono luoghi dove ognuno è prigioniero dello sguardo degli altri, in un ambiente rigorosamente gerarchizzato come quello aziendale. Non a caso gli alti dirigenti hanno uffici separati.

I musei, invece, concepiti come opere d'arte, tendono a mettere in secondo piano gli oggetti, le collezioni e le mostre che ospitano. I turisti sono davvero interessati a quello che vedranno al Guggenheim di Bilbao? Oggi un museo nuovo non è solo la struttura creata per esibire degli oggetti artistici o storici, è il piatto forte della mostra.

Dietro la polemica tra etnologi e amanti dell'arte scatenata dal musée du quai Branly di Parigi, inaugurato nel 2006, c'era un altro dibattito, implicito, sul ruolo dell'architettura. Il modo in cui un architetto museale decide come esporre gli oggetti rischia di essere soprattutto un modo di interpretarli. Immergere dei manufatti africani nella penombra, per esempio, vuol dire suggerire qualcosa di vago e ineffabile più che esaltarne il valore estetico.

C'è chi parla di "cultura del progetto" per descrivere gli architetti che si contendono i progetti finanziati dallo stato, dagli enti locali o dai privati. Esaminando le proposte dei diversi partecipanti ci si accorge subito che, oltre a fornire i dati tecnici dell'appalto, tendono a enfatizzare il significato dell'edificio progettato.

È inevitabile. Immaginate cosa succederebbe se si chiedesse ai romanzieri o ai saggisti di commentare i loro libri per ottenere il permesso di scriverli: sarebbe il trionfo dell'eloquenza! È proprio questa la condizione degli architetti. Inutile stupirsi, quindi, se nei loro progetti s'insidia pericolosamente la metafora. Le polemiche sull'importanza di adattarsi al contesto non hanno senso in un'epoca in cui ogni contesto locale vuole anche essere globale e in cui la firma dell'architetto diventa il simbolo di questo cambiamento di scala. Che sia locale o globale, il contesto è solo il pretesto per creare metafore che hanno come unico referente l'architettura stessa. Per dirla con Rem Koolhaas: "Fuck the context!".

Il mondo sta diventando un'immensa città e il potere demiurgico dell'architetto è un segno dei tempi. Esegue un appalto, certo, ma questa è al tempo stesso la sua forza e la sua debolezza. La retorica dei suoi discorsi serve a conquistare mercati: per questo, spesso imita l'ideologia degli imprenditori. Per lo stesso motivo incarna il cammino della storia, forse ne è addirittura l'espressione più spettacolare e, a volte, sfarzosa.

Capire dove ci sta portando il cammino della storia, naturalmente, è un'altra faccenda. La questione degli alloggi offre un esempio di questa incertezza. In Europa, in particolare in Francia, è apparsa la categoria dei "senza fissa dimora", più numerosa di quella dei disoccupati. Tra i senzatetto ci sono infatti persone che lavorano ma non guadagnano abbastanza per pagarsi un tetto. Chi invece ha un alloggio e un lavoro deve adattarsi a una forma di crescita urbana che spesso lo condanna a ore di spostamenti quotidiani, in una città ormai priva di senso urbanistico.

A confronto con il nostro tempo.
Quando un luogo è colpito da una catastrofe, le unità anticrisi entrano in azione per fornire alle vittime un alloggio provvisorio. In Europa la maggior parte degli immigrati irregolari, e molti di quelli in regola, vive in condizioni abitative terribili. In Francia ci sono stati molti tragici incidenti in edifici residenziali che non rispondevano alle norme minime di sicurezza.
Appena scoppia un conflitto nel mondo, la televisione ci sbatte sotto gli occhi case in rovina, esodi di massa, campi di rifugiati. Ed è evidente che in tutte le grandi città del pianeta la frattura tra i più ricchi e i più poveri si esprime in termini geografici e architettonici. Le baraccopoli che credevamo di aver eliminato negli anni sessanta hanno ricominciato a svilupparsi. La metafora della giungla fa ormai parte dell'attualità, ma la cosa sembra non colpire nessuno.

Al tempo stesso la smania di costruire si manifesta un po' ovunque, in particolare nei paesi emergenti: in Cina spuntano senza sosta edifici giganteschi, ma l'architettura fatica a seguire il ritmo sfrenato dell'urbanizzazione e della demografia. Mi tornano in mente le magnifiche e spaventose immagini del bel film di Gianni Amelio La stella che non c'è.


Un altro problema è come conciliare gli eccessi dell'architettura e il risparmio energetico, che è diventato una priorità ufficiale anche nei progetti edilizi. I cosiddetti edifici "intelligenti" divorano enormi quantità di energia.

È strano: l'architettura è il mestiere che più di tutti deve fare i conti con i problemi del mondo, ma al tempo stesso ne è sopraffatta. Li insegue senza mai riuscire a controllarli. I "grandi architetti" sono più affascinati dalla possibilità di lasciare la loro impronta sui luoghi più importanti del pianeta (e chi potrebbe rimproverargli quest'ambizione?) che dall'idea di affrontare i problemi tecnici e sociali causati dall'urbanizzazione mondiale.

L'esempio di Le Corbusier dovrebbe spingere alla prudenza: il maestro, con il suo ideale dell'alloggio autosufficiente, il suo rifiuto della città storica e la passione per la tabula rasa, ha fatto molti danni. Oggi i suoi testi, insieme ad altri sogni, sono diventati quei "grandi racconti" utopici di cui Jean-Francois Lyotard celebrava la scomparsa. Ma è forse un motivo per ascoltare solo le sirene del liberismo, il cui "grande racconto" sembra altrettanto malmesso?

Sarebbe bello se gli architetti rifiutassero di presentare progetti che, in fondo, sono di seconda mano. Se avessero le loro opinioni e le esprimessero. Se si decidessero a prendere la parola. Se i più famosi non si limitassero a fare l'esegesi delle loro opere e a esprimersi con grande retorica, ma formulassero delle proposte sugli alloggi in città, su come affrontare l'emergenza pensando anche sul lungo periodo. In altre parole, se fossero loquaci quanto gli intellettuali che su questi argomenti hanno accumulato più chiacchiere che esperienza. Più ammiriamo gli architetti e più speriamo che riescano a liberarsi dalla cultura del progetto, da una forma di pensiero "a breve termine" imposta dal consumismo. E che tornino a essere dei visionari del mondo.


14 novembre 2009
Intersezioni --->SPECULAZIONE