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2 luglio 2012

0033 [A-B USO] Marco Dezzi Bardeschi | L’architettura vive solo una volta

di Marco Dezzi Bardeschi1

   Sulla «Lettura» Luigi Prestinenza Puglisi2  ha voluto ricordare che il terremoto ci pone di fronte all’alternativa di massimizzare la permanenza dei beni architettonici colpiti e accettando un dialogo creativo tra antico e nuovo o – al contrario – inseguire l’impossibile, inattuale «effetto mummia» del ripristino, con l’ingenua illusione di rimuovere l’accaduto. Trovo sorprendente che alcuni ancora sostengono questa seconda posizione, persino coloro che dovrebbero conoscere a memoria l’articolo 29 del Codice del 2004 dove si definisce il restauro come  «l’intervento diretto sul bene, finalizzato alla conversazione della sua integrità materiale». Altri che regressivi ritorni allo stato quo ante! La grande cultura del restauro di Boito (1883) e quelle che le sono succedute, da Giovannoni (1931) a Gazzola/Pane (Venezia, 1964) per contrastare, nelle intenzioni e negli esiti i tragicomici pastiches delle ricostruzioni analogiche in stile a scapito dell’originale perduto. Questa cultura si è sempre mostrata critica contro il tradimento della Storia e della Memoria dello slogan «com’era, dov’era», coniato da Corrado Ricci a favore dell’equivoca ricostruzione à l’identique del campanile di san Marco a Venezia (1911). 

31 gennaio 2012

0054 [MONDOBLOG] Il denotatore digitale: Marco Brizzi

di Salvatore D'Agostino
«Nel 1999 (sic ndr 1995) nasce «arch'it», diretta da Marco Brizzi, tuttora la più solida e conosciuta tra le riviste di architettura online con base in Italia. Non è secondario che «arch'it» nasca a Firenze e leghi il proprio nome fin da subito a un festival annuale di architettura e media («Image»). Sembra una pietra filosofale, il detonatore digitale è piazzato proprio nel cuore di una delle facoltà di architettura meno disponibili all'innovazione e in un colpo solo riesce a mettere nel mirino di uno sguardo «aperto e disincantato» anche i rapporti tra architettura e media […] La bomba esploderà avrà successo, anche se a qualche anno di distanza si può dire che certamente ha creato dei nuovi poteri ma forse non è riuscita che marginalmente a mettere in crisi il sistema di potere che sembrava essere in grado di indebolire più a fondo. È certamente riuscita, però, a produrre due fenomeni.

Il primo è stato quello ovvio dell'emulazione, per cui negli anni successivi abbiamo dovuto assistere a un proliferare incontrollato di direttori self-appointed di riviste digitali, pronti a definirsi critici di architettura e spargere senza paura giudizi tranchant su questo e quel maestro e apprezzamenti quasi erotici su progetti di amici e conoscenti.

Il secondo, potenzialmente più rilevante, è stato quello di «far crescere» una generazione di critici e aspiranti critici (o teorici) dell'architettura, che trovano finalmente sulle pagine di «arch'it» quello spazio e quella libertà di selezione dei contenuti che le riviste e i giornali non sembrano voler concedere.» (Pippo Ciorra)1

Nel novembre del 2010 fa scrivevo*: 
«Dopo le ripetute incursioni nel mondo dei blog*, è arrivato il momento di mettere ordine tra le pagine scritte nel Web in questi anni.
Cominciamo a rispondere alla domanda posta qualche tempo fa su questo blog: chi è stato il pioniere dei blog di architettura?*

La risposta è: Marco Brizzi con  la creazione di arch’it nel marzo 1995  (aveva appena compiuto 28 anni).2

Arch’it è una semplice pagina bianca con pochi e chiari rimandi alle rubriche. In questi quindici anni ha ospitato gli scritti dei migliori critici/architetti  - e non solo – italiani. Mantenendo un registro critico e disinteressandosi all’aspetto ‘virale’ di internet o ‘all'estetica Web' del momento. Usando la rete come pagina d’approfondimento e non come campo di una rivoluzione in corso.
Per Arch’it il web log ha la stessa radice della pagina cartacea: la scrittura.
Di seguito il colloquio avvenuto nel pomeriggio del 14 luglio scorso con Marco Brizzi.

 Salvatore D'Agostino Questa è un'homepage del 1998, l'anno del tuo inizio come direttore editoriale di arch'it.
Quali erano le idee guida di quegli anni? 

Marco Brizzi Dove l’hai trovata, su archive punto org? 

Sì.

Bella!
Idee guida vere e proprie, per arch'it, ho preferito non definirne. C'erano, naturalmente, all'origine, delle scelte editoriali delle sensibilità, delle ipotesi. E molte domande. Nel seguire il lavoro avviato dai miei amici mi interessava sfruttare la Rete per misurarne la capacità adattativa, per porre dei temi e delle questioni che altre forme dell'editoria di architettura, in quel momento, non avevano interesse a porre. Nell'Internet stavano nascendo diverse attitudini e mi sembrava opportuno contribuire a stimolarle.

Quando si iniziano dei percorsi si stilano, non dico dei manifesti, ma dei punti programmatici. 

In questo caso le azioni sono state guidate in larga misura dalla spontaneità. Non un progetto editoriale vero e proprio, quindi, né qualcosa di simile. Per me arch'it si poneva in linea di continuità con lo spirito del gruppo che aveva fatto nascere quello spazio web nel 1995. Mi interessava mettere alla prova l'efficacia di alcuni temi. In questo senso, c'è stata una progressiva e variabile messa a punto delle idee; ed è questa, semmai, che ha descritto nel tempo un orientamento e, se vuoi, un percorso. Non ho sentito la necessità di produrre un manifesto. So che qualcuno è rimasto sorpreso nel non ritrovare sulle pagine di arch'it esplicite dichiarazioni che accompagnassero la mia conduzione. 

Il tuo lavoro su arch'it è simile al lavoro di un editore poiché, benché rari siano i tuoi scritti, interessanti sono i contributi che in questi anni sei riuscito a far pubblicare. Su arch'it hai dato spazio ai maggiori critici sia emergenti e non, sei un catalizzatore e divulgatore - in senso positivo - del dibattito sull'architettura?

Questa considerazione è interessante.
È vero, non mi sento di avere determinato un percorso rigoroso, semmai ho cercato di fare spazio e di accomunare delle figure che, concordo con te, ho avuto la fortuna di coinvolgere e che hanno contribuito alla costruzione di arch’it, molto di più di quanto non abbia fatto io.
Credo che questo abbia a che fare con la 'naturalità' del percorso compiuto. Percorso tanto naturale che a volte si è atrofizzato, a volte si è sviluppato con maggiore impeto, a seconda delle occasioni e anche delle disponibilità di tempo e d'animo delle persone che hanno collaborato al progetto.
Ho avuto la fortuna di non dovere sottostare a delle regole di mercato editoriale, cosa che ha comunque penalizzato, probabilmente, alcuni aspetti della rivista.
 

Arch’it è totalmente gratuita?

Si tratta di un lavoro di gruppo. E sono davvero numerose le persone che hanno collaborato alla rivista in maniera molto spontanea e generosa.

Rileggendo il tuo dialogo con Luigi Prestinenza Puglisi nel libro La generazione della rete ho avuto la sensazione che il giovane, cioè tu, cercava ti placare il web ottimismo del vecchio – anagraficamente - LPP. 
Riprendo la riflessione finale:
«L'accademia si afferma anche alimentandosi con l'avanguardia, talvolta fagocitandola. Nessuno di noi vorrebbe che questa generazione, un po' come quella descritta da Roman Jakobson alla fine degli anni Venti, dissipasse i propri poeti. Poeti e non poeti, i progettisti qui presenti (ndr A12, amgod#n, Alessandro Carbone, Centola & Associati, Cliostraat, Greco Onori Oppici, HOV; ma0/emmeazero, Mantiastudio, Gianluca Milesi, nicole_fvr/2A+P, Spin+, Stalker e UFO) sono alla ricerca di ambiti di produttività, di campi d'indagine e di azione. Hanno avvicinamenti molto diversi ai problemi che abbiamo sommariamente discusso, hanno idee distinte e progettano secondo criteri disomogenei tra loro. Ad accomunarli qui è l'appartenenza a una generazione che, consapevolmente o meno, contribuisce alla definizione di un ambito di sviluppo dell'architettura connaturato alla cultura della rete.»3 
A proposito di generazione e disomogeneità, due domande. La prima è un po' brutale, che fine ha fatto quella generazione della rete? 

La domanda è importante. Effettivamente la sensazione che qualcosa stesse accadendo -e che, se non si fosse percepita l'importanza del momento, qualcosa si sarebbe irrimediabilmente perduta- la sottoscrivo. E credo che, osservando oggi i processi che si sono succeduti, qualcosa si sia definitivamente perso; si è perso il momento dell'entusiasmo, della scoperta, della volontà d'impossessarsi di strumenti nuovi, di argomenti nuovi da trasferire nel mondo dell'architettura. Questo è durato un certo periodo, forse dura ancora oggi in qualche misura, ma non siamo più negli anni delle grandi speranze, che farei corrispondere al quinquennio 1995-2000. 

Che cosa è successo dopo?

Che alcune delle figure che hanno familiarizzato con la Rete, frequentandola per farla diventare un'effettiva risorsa, hanno avuto la capacità di continuare il loro discorso e di farlo crescere. Il Web è materia duttile, non può essere oggettivata o considerata uno strumento in se stesso definito e concluso. Si tratta a tutti gli effetti di un ambiente che si arricchisce di idee, di interpretazioni, di significati, che si strutturano attraverso l'uso. Tornando alla tua domanda, alcuni gruppi hanno poi cambiato il loro percorso per poi trovare nuovi canali nei quali scorrere. Altri hanno smesso di ricercare. Qualcuno è scomparso. Ma tutto questo è nella natura delle cose. Non ho pensato mai, in fondo, -e credo che fosse già argomento del dialogo con Prestinenza- che la rete fosse un ambiente esclusivo e confortante. 

La seconda la introduco con un aneddoto di Umberto Eco raccontato a Bologna il 15 maggio del 2011 (Costruire il nemico):
«Anni fa a New York sono capitato con un tassista dal nome di difficile decifrazione, e mi ha chiarito che era pakistano. Mi ha chiesto da dove venivo, gli ho detto dall'Italia, mi ha chiesto quanti siamo ed è stato colpito che fossimo così pochi e che la nostra lingua non fosse l'inglese.

Infine mi ha chiesto quali sono i nostri nemici. Al mio "prego?" ha chiarito pazientemente che voleva sapere con quali popoli fossimo da secoli in guerra per rivendicazioni territoriali, odi etnici, continue violazioni di confine, e così via. Gli ho detto che non siamo in guerra con nessuno. Pazientemente mi ha spiegato che voleva sapere quali sono i nostri avversari storici, quelli che loro ammazzano noi e noi ammazziamo loro. Gli ho ripetuto che non ne abbiamo, che l'ultima guerra l'abbiamo fatta cinquanta e passa anni fa, e tra l'altro iniziandola con un nemico e finendola con un altro.
Non era soddisfatto. Come è possibile che ci sia un popolo che non ha nemici?
Sono sceso lasciandogli due dollari di mancia per compensarlo del nostro indolente pacifismo, poi mi è venuto in mente che cosa avrei dovuto rispondergli, e cioè che non è vero che gli italiani non hanno nemici. Non hanno nemici esterni, e in ogni caso non sono mai in grado di mettersi d'accordo per stabilire quali siano, perché sono continuamente in guerra tra di loro, Pisa contro Livorno, Guelfi contro Ghibellini, nordisti contro sudisti, fascisti contro partigiani, mafia contro stato, governo contro magistratura – e peccato che all'epoca non ci fosse ancora stata la caduta del secondo governo Prodi altrimenti avrei potuto spiegargli meglio cosa significa perdere una guerra per colpa del fuoco amico.»4 
Non credi che gli architetti italiani, nel loro farsi la guerra, siano stati sempre - aggiungo fortunatamente - disomogenei? O meglio non credi che la bellezza dell’architettura italiana dipenda dalla sua frammentaria identità? 

Trovo l'esempio molto appropriato e mi convince la tua ipotesi. La nostra identità ha anche a che fare con l'atteggiamento individualistico che si ritrova anche negli ambienti dell'architettura. Può darsi, allora, che la caleidoscopica frammentarietà che descrive l'architettura in Italia si ricomponga poi sotto forma di una figura cangiante. Inafferrabile e incerta al punto da indurre ancora qualcuno a pensare che questo Paese sia favorevole alla  progettualità. A me, in fondo, piace pensare che sia così. Eppure questo individualismo non si traduce in una vera e propria conflittualità. La necessità del nemico sulla quale si è soffermato recentemente Eco potrebbe anche offrire occasioni di confronto e di crescita culturale. 
La crisi che affligge le nostre facoltà di architettura, per fare un esempio, è una crisi culturale. Al di là dell'implosione strutturale che le sta coinvolgendo -è di questi giorni la dibattuta questione di Palermo5- i luoghi dove si insegna l'architettura in Italia sono spesso carenti di programma e incapaci di una reale competitività. L'assenza, o la mancata identificazione, di un "nemico" contro il quale le giovani generazioni dovrebbero in qualche modo disporsi non alimenta dei nuovi percorsi culturali. 

Nella recente Festarch di giugno 2011* e a Firenze all'interno dell'evento pensare spazi contemporanei* a luglio 2011 insieme a Derrick de Kerckhove, Stefano Boeri, Luigi Prestinenza Puglisi, Joseph Grima, Marco Biraghi, Pietro Valle ed Elisa Poli avete riflettuto sull'apporto delle nuove tecnologie di comunicazione nell'architettura.
Che cosa è emerso? 

Si tratta di iniziative assai diverse per forma e dimensione. Ma forse le accomuna una certa attenzione al discorso che l'architettura può sviluppare nella città contemporanea. Il festival diretto da Stefano Boeri e che si è recentemente spostato a Perugia ha intimamente a che fare con il tema mediatico, anche se non lo affronta in maniera esclusiva così come invece fa BEYOND MEDIA,* la manifestazione da me diretta a Firenze e dedicata, dal 1997, all'esplorazione del rapporto tra architettura e media. Al contempo, il programma PENSARE SPAZI CONTEMPORANEI,* che ti ringrazio di avere preso in considerazione, è un progetto più errabondo: da una parte si preoccupa del ruolo della critica nell'architettura e dall'altra cerca di mettere in discussione e di frantumare il senso, o quello che resta di un senso sovente svuotato, di alcune parole che ricorrono in pubblicazioni di architettura.

Purtroppo in rete non ho trovato nessun approfondimento, neppure una sintesi su Abitare, promotrice di uno dei due incontri. M'interessa capire quello che è emerso.

Ho partecipato a uno degli incontri di Festarch, intitolato Architecture and New Media, con Joseph Grima, Stefano Boeri e Derrick de Kerckhove. Ho sentito di dover in qualche modo interpretare il messaggio che Joseph Grima aveva proposto nella sua triplice occasione dei "Critical Futures Debates" che aveva organizzato con Domus a Londra, Milano e New York. In quelle occasioni -tu sei consapevole di cosa si sta parlando perché hai partecipato all'incontro milanese- ricorreva l'interrogativo sulla capacità della Rete, in particolare dei blogger, di reinterpretare o ridefinire il ruolo della critica di architettura. Questo era il tema che mi sembrava più importante da discutere, tant'è che lo ho poi riproposto insieme a Elisa Poli in occasione del ciclo di incontri PENSARE SPAZI CONTEMPORANEI, chiedendo agli ospiti di discutere "dove si annida la critica". Mi sono domandato questo, forse ingenuamente, alla ricerca dei dispositivi critici più convincenti realizzati in Rete. La sensazione è che, specialmente se si guarda agli autori italiani, la qualità sia alterna e solo occasionalmente convincente. Non so se sei d'accordo con me su questo punto, ma ho l'impressione che spesso, dalle nostre parti, l'editoria di architettura in generale e il Web in particolare siano usati come mezzi di espressione di un protagonismo personale.

A tal proposito ho svolto una ricerca, perché penso che prima di elaborare una critica, bisogna guardarsi intorno, conoscere ciò che sta avvenendo e in questo caso percorrere la Rete.
Attraverso lo strumento inchiesta, ho aperto un'indagine inclusiva di voci della blogosfera inerente l’architettura italiana.*  Ciò che ne emerso è complesso e variegato, richiederebbe una risposta elaborata. Ti sintetizzo due temi sottesi ma contrastanti tra di loro.
Il primo tema è quello che Mario Perniola chiama degli incazzati in pigiama6. La rete italiana, specialmente negli ultimi cinque anni, si è rispecchiata nel peggio dei media generalisti tradizionali che spesso avallano e rilanciano i blogger incazzati in pigiama, ad esempio il blog di ‘Beppe Grillo’ e similari; blogger ormai diventati dei professionisti della rete, che difficilmente attivano delle sinergie positive, con contenuti soventi bloccati su parole chiave, nel caso dell'architettura sono: archistar, centro storico, periferia, non luogo, effetto x, y e z, ecomostro, bioX o ecoX, contro A o contro B, eccetera.
I numeri, sia di copie vendute che di accessi, sembrano premiare questo tipo d'informazione incapace di analizzare, approfondire, rilevare ciò che ci succede intorno.
I blog, reiterando i titoli urlanti dei giornali, si dimenticano di osservare il sottobosco creativo e meno frignante che esiste e resta invisibile.
Il secondo tema è costituito dai blog (anche temporanei) che vengono letti forse da pochi lettori ma, come ricordava il direttore del Censis,7 gestite spesso da persone che si ostinano a non omologarsi al peggio e, dal mio punto di vista, stanno producendo ricchezza.
Temo che i critici, in questo momento storico, non riescano ad osservare questi territori di energia latenti, pensano che la Rete sia costituita solo dagli incazzati in pigiama e dimenticandosi di osservare i percorsi blogger più lenti e rilevanti.

Esistono nel Web velocità diverse e diverse capacità di propagazione. Non un catalogo se non il Web stesso, che costantemente ricostruisce i propri molteplici indici intorno alle preferenze e agli interessi dei suoi utenti. La critica può manifestarsi in zone più o meno 'calde' e costruire intorno a sé imprevisti ambiti di interesse e di applicazione. Credo che per poter cogliere quello che accade in quelli che tu chiami 'territori di energia latenti' occorra maturare maggiori duttilità e capacità di osservazione. 

A proposito della convergenza del cartaceo con il Web, di recente, ho letto il libro di Marco Biraghi MMX Architettura zona critica e sono rimasto deluso dalla semplice trasposizione dei contenuti apparsi nel suo sito Gizmo.8 Un’operazione analogica.
Io penso che i due media, il libro e il Web, abbiano linguaggi distinti. Il Web ci offre una diversa profondità, la rete non è solo una pagina, è audio, video, link, immagine con tutte le sue infinite quotidiane varianti. È qualcosa d’informale ma nello stesso tempo profondo, dove si ci può incontrare. Queste peculiarità non possono essere trascurate, non possiamo più pensare di replicare degli articoli cartacei in rete. 

Il libro di Marco Biraghi sembra modellato su il BLDBLOG di Geoff Manaugh* che è anch'esso una trasposizione di testi prodotti per la Rete e poi messi su carta. Iniziative editoriali come questa testimoniano la presenza e la rilevanza di contenuti che, nati nel Web, possono soddisfare diversi mercati editoriali e raggiungere diverse comunità di lettori. Nel compiersi, queste contaminazioni o questi travasi, che sovente si realizzano nell'editoria degli ultimi anni, descrivono la variabilità dei linguaggi che appartengono a diversi ambiti di produzione. Questo perché, appunto, i contenuti sono condizionati dai luoghi in cui si offrono. Possono addirittura descriverli: se io scrivo qualcosa su Web risento, in qualche modo, della spazialità che essa mi offre. Mentre scrivo ho la percezione diretta del fatto che, quello che scrivo, lo sto scrivendo per una comunità amplissima, indeterminata e anche indefinita nel tempo.

Qualche anno fa Pietro Valle, uno degli autori che con maggiore impegno si sono rivolti ad arch'it, mi ha proposto di sviluppare un programma secondo il quale estrarre, sulla base di scelte curatoriali di volta in volta differenti, articoli contenuti nel grande deposito delle pubblicazioni della rivista, per dare luogo a dei volumi cartacei. Tale programma, consapevole dei variabili linguaggi usati, prevedeva la riscrittura dei pezzi stessi e il loro adeguamento alle esigenze e alle consuetudini della carta. Trovo ancora interessante l'esperimento fatto con "arch'it papers" -così si chiamava il progetto di cui è uscito un solo volume- e ritengo sia sempre opportuno tenere in considerazione la pertinenza di ciascun mezzo di comunicazione. In ogni caso credo di poter dire che arch'it ha spesso agevolato le pratiche di trascrizione e di migrazione di contenuti, andando talvolta contro quello che il senso comune suggerirebbe solitamente all'editoria. 

Infatti, non criticavo l’idea di trasporre i contenuti prodotti nella Rete in un libro, bensì l'idea di copia incollarli in direzione analogica. Mi convince l'approccio di Pietro Valle che riscrive in formato cartaceo ciò che è stato scritto in rete, operazione opposta a quella di Marco Biraghi, il suo libro sembra un patchwork di scritti proposti in rete, con l'aggravante dell'aggiunta degli elementi che ammiccano al linguaggio della rete: la manina dei link, le tag e il mi piace che non appartengono al linguaggio grafico di un libro. Trasporre la grammatica web in un libro, secondo me è un'operazione debole. Si sono mescolati due linguaggi diversi in un unico contenitore. Ad esempio il libro La generazione della rete del 2003 era caduto in questa trappola grafica ma erano anni di sperimentazione, quasi pioneristica. 

Questo è un punto molto importante sarebbe interessante svolgere un confronto diretto su questi argomenti magari in Rete?
Tu hai cercato di porre questi tuoi argomenti a Marco Biraghi? 

No. 

Penso che varrebbe la pena discuterne.

Dopo questa conversazione, possiamo ampliare il nostro dialogo. Sarei interessato a un dibattito attivo sui temi dell'architettura. Non bisogna pretenderlo, ma, se continuiamo ad invitare o magari ospitare nei nostri siti due o tre persone che la pensano alla stessa maniera, rischiamo l’autoreferenzialità di cui parlavi prima, rimanendo dei mondi isolati, atteggiamento ereditato dalle riviste cartacee dell'ultimo ventennio, incapaci di attivare un dialogo sui temi del contemporaneo e che hanno perso la tradizione dialogica che li vedeva confrontarsi spesso con precisi e importanti editoriali, penso a Pagano con Piacentini o Maldonado con Mendini.
La rete, in tal senso, ci offre altri canali, anche se a volte gli assalti degli incazzati in pigiama deviano il dialogo in un groviglio di parole chiuse, spesso ideologizzate che scadono nell'invettiva. Ma è indubbio che la Rete offre degli spazi nuovi, latenti e forse virtuosi.

Coltivare queste insoddisfazioni non può far che bene. Credo dovrebbero essere spinte al di là della ricerca delle configurazioni ideali o idealizzate riguardo agli usi dello spazio web. Gli strumenti e le forme di scrittura hanno una forte incidenza nella produzione dell'architettura. Il lavoro critico sull'editoria e sulle possibilità di pubblicazione dell'architettura è decisivo per la crescita della cultura del progetto. Questo atteggiamento trascende lo strumentario, benché aperto e formidabile, offerto da Internet. Occorre coltivarlo e incorporarlo nel pensiero progettuale. 

Condivido e penso che possiamo chiudere con quest'auspicio.
  
31 gennaio 2012
Intersezioni ---> MONDOBLOG
__________________________________________
Note: 
1 Pippo Ciorra, Senza architettura, Laterza, Roma-Bari, pp. 73-74 
2 per capire meglio la storia di arch'it vi suggerisco di leggere: Salvatore D'Agostino, 0053 [MONDOBLOG] Dadarch'it, Wilfing Architettura, 19 gennaio 2012* 
3 2A+P, Marco Brizzi, Luigi Prestinenza Puglisi, GR - La generazione della rete. Sperimentazioni nell'architettura italiana, Cooper & Castelvecchi, Roma, 2003, pp. 224-225.  
Interessante questa  breve storia dell'editore Cooper & Castelvecchi: «Il marchio editoriale Castelvecchi è stato fondato nel 1993 sull’onda di Internet, dei Cibernauti e della nuova cultura giovanile che ruggisce sul Web e nei centri sociali. Ha lanciato a suo tempo, nel 1995, due dei più noti «cannibali», che hanno pubblicato con Castelvecchi il loro esordio: Aldo Nove con «Woobinda» e Isabella Santacroce con «Fluo». Per non parlare del fenomeno Luther Blissett, che esordisce da Castelvecchi nel 1995 con «Mind Invaders», e impazza per tutti gli anni Novanta prima di trasformarsi nel collettivo Wu Ming. O del fantomatico Reverendo William Cooper, che con oltre ventimila copie vendute sdogana il «Sesso estremo» per un’intera generazione. Libro d’esordio castelvecchiano anche per il critico e scrittore romano allora 28enne Emanuele Trevi (in seguito da Einaudi, Mondadori, Laterza): è già un classico il suo Istruzioni per l’uso del Lupo, una lettera aperta a Marco Lodoli sulle aberrazioni della critica. Mentre la stagione dei centri sociali volge ormai al tramonto, sul finire degli anni Novanta Castelvecchi si dedica alla nuova generazione di pittori e artisti digitali italiani. Con il lavoro dei critici Gianluca Marziani (allora 27enne, autore del saggio «N.Q.C. Nuovo Quadro Contemporaneo») e Luca Beatrice e Cristiana Perrella (allora 30ntenni, autori di «Nuova arte italiana») e decine di altri critici e curatori, Castelvecchi pubblica i lavori di esordio della nuova generazione visiva e visionaria: suoi il primo libro di Matteo Basilé, di Alessandro Gianvenuti, di Giuseppe Tubi e decine di altri cataloghi di personali e collettive. E non mancano incursioni nel campo della nuova «Rave Culture», con libri dedicati alla trance elettronica, ai nuovi dj chimici e all’acid jazz grazie al lavoro di curatori come il dj romano Andrea Lai e il jazzista Francesco Gazzara».* 
4 Umberto Eco, Costruire il nemico, Testo integrale dell’intervento tenuto il 15 maggio 2011 a Bologna nell’ambito del ciclo di conferenze “Elogio della politica” curato da Ivano Dionigi presso l'Università di Bologna.*   
5 Per un approfondimento vi suggerisco di leggere un breve post di Antonino Saggio: Chiusura della Facoltà di Architettura di Palermo, Conferenze e talks of Architettura by Antonino Saggio, 15 luglio 2011. * 
6 Editoriale di Mario Perniola, Scrivere, scrivere… perché?, Agalma, n. 17, marzo 2009* 
7 Il direttore del Censis Giuseppe Roma in un recente convegno sui maggiori disturbi depressivi sociali degli italiani evidenzia come ne siano affette le persone più fragili ma a sua volta le più sensibili, poco ciniche quelli non accettano di omologarsi al peggio: «Proprio quest’ultima forma di reazione alla società del disordine e della confusione, che non è una forma di adattamento, ma l’espressione di una sofferenza individuale, può paradossalmente essere espressione di sana potenzialità. Disturbi psichici come segno di reattività, di non conformismo, di ribellione. La speranza è che correnti vitali nella società possano captare la reattività di sofferenza dei singoli e riconvogliarle verso una ripresa della consapevolezza sociale». Rita Piccolini, Soli, impauriti, 'barricati' in casa, Televideo, 15 giugno 2011.*   
8 Ciò che manca premessa al libro a cura di Marco Biraghi, Gabriella Lo Ricco, Silvia Micheli, MMX Architettura zona critica, progetto grafico Pupilla Grafik, Zandonai, Rovereto, 2010.* 

L'intervista fatta il quattordici luglio del 2011 è stata rivista e aggiornata il trenta gennaio del 2012. La foto animata è composta da frammenti di screenshot scattati, durante il dialogo avvenuto su Skype, da Salvatore D'Agostino.

22 agosto 2011

0009 [WILFING] Lo status dell’architettura italiana bis

di Salvatore D'Agostino
[Tra parentesi quadre: da oggi userò il metodo Shirky coniato da Nicholas Carr in un suo recente post, che consiste nell’affidare agli asterischi tutti i rimandi ai link del post evitando le frasi sottolineate che rinviano ad altre pagine web, i qui, i per saperne di più vedi o i semplici link.* (per capire meglio il metodo entra nella pagina indicata dall’asterisco)].
Pubblico un nuovo status* di Facebook di Francesco Garofalo, poiché per chi analizza lo status dell’architettura, il social network di Zuckerberg si sta infittendo di note, chiose, approfondimenti a tratti interessanti. Per capire meglio ciò che sta avvenendo segnalo alcuni, tra i tantissimi, recenti status.

Una «Piccola nota personale» di Stefano Boeri*  replicata anche sul suo blog*,  aperto - ma praticamente chiuso - ai commenti, ha animato una discussione sulla recente collocazione del ‘Quarto stato’ di Pellizza da Volpedo progettato da Italo Rota e Fabio Fornasari nel neo Museo del novecento, nota che è stata ripresa anche dal Corriere della Sera edizione Milano.*
Un articolo di Francesco Merlo* ha ospitato sulla pagina di Luigi Prestinenza Puglisi alcune riflessioni sui fasti e le sventure di Gibellina,* infine sulla pagina di Luca Molinari ho trovato il link* del suo neo blog (ndr Il fondo di Luca Molinari1) su Spazio FMG per l'Architettura.* 

Di seguito la nota* del 14 agosto 2011 di Francesco Garofalo.2

28 giugno 2011

0045 [MONDOBLOG] Attraverso mail: Luigi Prestinenza Puglisi

di Salvatore D'Agostino

La presS/Tletter è nata nel 2003 da un'idea di Luigi Prestinenza Puglisi; da allora viene recapitata, più o meno puntualmente, in molte caselle di posta elettronica di architetti e affini.
La presS/Tletter tecnicamente è una ‘E-zine’ ovvero una ‘rivista’ distribuita attraverso mail.
A proposito della scrittura in rete, nel suo corso di scrittura critica Luigi Prestinenza Puglisi sostiene: «Se per la carta stampata il limite dell’attenzione è 3600 battute, la lunghezza di un editoriale, per internet è circa 2000, lo spazio di un commento». Il colloquio* che seguirà è di 34.600 battute.




19 febbraio 2011

0040 [MONDOBLOG] Memoria b-e-t-a

di Salvatore D'Agostino

 «Avremo l'Internet che ci meritiamo» (Bruce Sterling)* 

Nel tentativo di ripercorrere la storia delle voci Web, ho chiesto a Gianluigi D’Angelo di raccontare la sua esperienza, in modo da individuare gli argomenti del prossimo dialogo.

Per Gianluigi D’Angelo è stato complicato sintetizzare dieci anni esatti di storia (b-e-t-a nasce il 19 febbraio del 2001). Ne è uscito fuori un racconto che ho deciso di pubblicare nella sua informalità.

Nelle trame del ricordo s’intrecciano un po’ tutte le esperienze significative avvenute in rete. Un ritratto, più che una storia, delle interazioni di questi anni.

Questo è l’anticipo. A presto il colloquio in cui parleremo del lato non edulcorato della rete.



di Gianluigi D'Angelo  

Sono 10 anni che siamo on line. Dalla prima esperienza del numero monografico b-e-t-a sul tema del vuoto alla successiva evoluzione in Channelbeta. Nel 2003 fummo tra i primi ad introdurre la possibilità di commentare gli articoli, e realizzammo anche un forum completo dove registrarsi e partecipare alle discussioni. Queste prime esperienze venivano fatte nello stesso periodo da architetture.it di Furio Barzon (non più online), che più di una volta organizzò incontri chat live. 

Era il tempo in cui prima di noi esisteva solo un unico riferimento: architettura.it di Marco Brizzi, che in assoluto è in Italia la prima esperienza di rilievo del mondo dell'architettura sul web e che proprio qualche settimana fa ha compiuto 15 anni di vita. In quel periodo nacque anche archphoto.it di Emanuele Piccardo, che ancora oggi è un punto di riferimento, e c'era e c'è ancora oggi antithesi.info di Sandro Lazier e Paolo Ferrara, che a mio avviso può essere ritenuto il primo blog di architettura italiano, connotato sempre da una forte vis polemica che ha prodotto diverse discussioni molto interessanti. 

Il web era molto diverso da ora, ma soprattutto era molto più piccolo. Anche a livello internazionale il panorama non era certo quello di oggi. Esistevano archined, archinect, baunetz, soloarquitectura ecc...
Noi in quel tempo c'eravamo. 

Tra il 2002 ed il 2004 ci fu un momento di grande fermento del mondo dell'architettura sul web. b-e-t-a.net, acronimo di Bollettino Ermeneutico Trimestrale d'Architettura. Era pensata come una pubblicazione digitale a cadenza trimestrale monografica. il numero zero, premiato a Romarchitettura, aveva come tema il vuoto. Ero appena tornato dal Portogallo dopo un'intensa esperienza di un seminario estivo il cui tema era sui vuoti urbani. C'era il saggio eclettico e simpatico Manuel Vicente, il pazzo Manuel Graça Dias, il diafano Carrillo Da Graça, l'emergente sanguigno Manuel Mateus ed infine Gonçalo Byrne che mi capitò come tutor.

Inutile dire che quell'esperienza fu determinante per la scelta del tema del numero zero. Comprendere il concetto di "vazio" permette di ribaltare la prospettiva. Infatti tra i vari progetti selezionati per b-e-t-a alcuni furono proprio portoghesi. L'aspetto interessante di b-e-t-a è la trasversalità culturale con cui affronta il tema. Accanto ai progetti e alle riflessioni (dove c'è uno dei primi testi on line di Luigi Prestinenza Puglisi) ci sono sezioni come "interferenze" con articoli di artisti, musicisti, fisici e matematici, come l'allora semi sconosciuto Piergiorgio Odifreddi: per ricevere il suo testo, lo rincorremmo via mail tra Europa ed India. Poi c'era uno spazio interamente dedicato agli studenti ed infine la sezione "itinera" con due percorsi sempre sul tema del vuoto: il viaggio degli Stalker dentro Roma, tra i vuoti urbani e sociali e quello fotografico di Giuliana Succo, da poco trasferitasi a Tokio, che ci propose un percorso ritmico in tutti quegli spazi residuali e compressi della capitale giapponese.

Questo è il nucleo dal quale parte Channelbeta, Canale d'Informazione sull'Architettura Contemporanea.

Come dicevo, b-e-t-a ci regalò tante motivazioni. Arrivò il primo nostro riconoscimento ufficiale: una menzione al premio Bruno Zevi Romarchitettura del tutto inaspettata. Quella domenica ero a Roma a fare una passeggiata e quasi per caso decisi di andare a Castel Sant'Angelo alla premiazione. La sorpresa fu enorme in quanto inaspettata. Non ebbi quasi il tempo di entrare nella Sala Paolina che fui chiamato sul palco da Oliviero Beha. Era la prima volta in Italia (almeno a mia memoria) che un prodotto digitale riceveva un riconoscimento ufficiale. Nel frattempo era già iniziato da qualche mese il processo di trasformazione e mutazione verso Channelbeta. Fu una naturale evoluzione per meglio adattarsi a sfruttare le qualità del supporto digitale. Infatti, dopo il debutto con un discreto successo, gli accessi giorno dopo giorno diminuivano, allora decidemmo di introdurre le news per inserire nuovi aggiornamenti, ma anche perché avevo voglia di continuare quotidianamente quell'avventura. Ben presto mi resi conto che il quel modo si contaminava il lavoro monografico ed altro non era che una forzatura. È proprio per questo che nacque Channelbeta, con l'idea iniziale di continuare trimestralmente a portare avanti anche b-e-t-a con aggiornamenti monografici: la materia, il paradosso erano già in cantiere... ma come potete immaginare, e come si sa, b-e-t-a fini lì.

Channelbeta fin dal primo momento riscontrò un notevole successo. Cercammo di rendere fruibili i nostri contenuti il più possibile in lingua inglese e non solo, come avevamo fatto con b-e-t-a, che era disponibile in tre lingue. Allora eravamo gli unici in Italia a farlo, anche se solo su determinati contenuti. Questo ci portò ad avere una percentuale di lettori esteri sempre crescente che arrivò, in breve tempo, a diventare il nostro pubblico principale. La rete era molto più piccola, nonostante i nostri numeri, che paragonati a quelli di ora fanno quasi tenerezza, eravamo sulla classifica mondiale di Alexa intorno alla 140'000 posizione. Il lavoro editoriale veniva fatto artigianalmente in HTML con Dreamweaver, per impaginare un articolo ci volevano ore, un lavoro estenuante che ci impegnava quasi tutto il tempo libero a disposizione e non solo. Col passare degli anni avevamo raggiunto una certa visibilità.

Certo il web era ancora un territorio frequentato da una piccola comunità, ma piano piano il mondo "ufficiale" della cultura architettonica incominciava a guardarlo con un certo interesse. In breve tempo si pensò che questo processo di lì a poco producesse una rivoluzione. Fu così, ma i tempi non furono esattamente brevi. Il momento era di grande fermento, Furio Barzon con Architecture.it organizzava la Biennale-Out aprendo uno spazio di dibattito e confronto ed utilizzando per la prima volta la chat on line. Il nostro lavoro era da detective dell'architettura. Eravamo curiosi di quello che accadeva all'estero ed allo stesso modo desideravamo comunicare fuori ciò che accadeva in Italia. Volevamo capire come e cosa studiavano i nostri colleghi studenti d'oltreoceano, per questo contattammo Winka Dubbeldam che allora insegnava alla Columbia University per chiederci se potevamo pubblicare le tesi di laurea dei suoi studenti. Anche il mondo accademico si incominciò ad accorgere della rete, sui programmi dei corsi universitari i docenti incominciavano ad inserire nelle biografie dei corsi i siti web di architettura. Poi iniziarono gli incontri, dibattiti, tavole rotonde al Politecnico di Milano, a Ferrara, allo Iuav ecc...

Tra il 2003 ed il 2004 ogni 2-3 mesi si organizzavano incontri a cui puntualmente eravamo invitati a partecipare, un continuo confronto che cresceva mese dopo mese. Noi con Channelbeta cercammo di portare il dibattito fuori le istituzioni, con "O-live, parla come mangi", ci si incontrava nei club e nei locali delle principali città italiane: studenti, architetti e docenti, seduti per terra su cuscini, con un buon bicchiere di vino in una mano e con il microfono nell'altra, si avvicendavano in discussioni che arrivavano fino a notte fonda.

Era il periodo in cui il reportage del ponte sullo stretto di Domenico Cogliandro usciva a puntate, seguendo un filo che andava oltre la singola testata digitale, passando di capitolo in capitolo da Archphoto a Channelbeta ad Arch'it ecc...
un esperimento innovativo e geniale di Domenico che fu accolto con molto entusiasmo da tutti noi. In quel periodo capitava anche che quotidiani nazionali riportassero nelle loro pagine dei nostri articoli, come ad es. Maledetti Architetti che per la prima volta, analizzando ed elaborando statistiche ufficiali, metteva in evidenza la questione della densità di architetti in Italia, facendo emergere senza margine di opinioni questa anomalia tutta italiana.

Purtroppo a questa fase di grande fermento ne successe un'altra, di raffreddamento. Il contesto culturale, probabilmente, ancora non era pronto. Gli incontri diventarono sempre meno frequenti. Alcuni dei protagonisti di questo periodo si eclissarono. Si stava chiudendo un periodo d'oro. Anche noi con Channelbeta subimmo questo raffreddamento, il continuo lavoro ci aveva usurato e le motivazioni e la passione non erano più sufficienti. Tra il 2005 ed il 2007 il web crebbe notevolmente. Iniziarono a nascere i cosiddetti portali di architettura, contenitori asettici dove la quantità spesso sostituiva la qualità e dove lo spazio di riflessione e di critica si riduceva sempre di più. La nostra tecnologia 1.0 in puro html non ci consentiva di competere in questa direzione, né noi lo desideravamo. Mantenemmo la nostra identità, così come la mantennero Archphoto ed Architettura.it che ancora oggi, insieme a pochissime altre straniere, possono essere considerate le uniche riviste di architettura esclusivamente digitali.

Arriviamo al 2008, dopo un periodo piuttosto lungo di standby, in un certo senso rifondammo Channelbeta. Venne completamente rinnovato il comitato editoriale e la redazione e si decise di passare il prima possibile ad una piattaforma dinamica. Decidemmo di integrare i social network e di sfruttare al massimo le piattaforme Flickr e Youtube. Il primo articolo che uscì dopo questo rinnovamento fu "Il mazzo di carte dello Star System": l'editoriale manifesto con il quale rilanciammo Channelbeta. Ci tenevamo a sottolineare la nostra linea editoriale, di talent scouting, di ricerca delle architetture cosiddette minori e non solo. Decidemmo, da questo momento in poi di pubblicare solo progetti realizzati e possibilmente inediti, corredandoli otre che delle foto, soprattutto dei disegni delle piante, prospetti e sezioni. Questo nuovo slancio ci portò un altro prestigioso riconoscimento, il Primo Premio nella sezione Cultura dell'Econtent Award 2008 in ex equo con un progetto curato dal CNR. Un premio riconosciuto con la Targa d'Argento della Presidenza della Repubblica e che ci candidò al WSA per rappresentare l'Italia nella competizione mondiale.

In questi ultimi due anni il nostro lavoro è stato prevalentemente quello di dimostrare che esistono architetture sconosciute che hanno molto da dire e che, prima dell'architetto, esiste l'architettura. Devo dire con un certo orgoglio che grazie a noi per la prima volta i Plasma Studio sono stati pubblicati in Italia, così come Giancarlo Mazzanti, Plan B, Piñol, Li Xiaodong, ECDM, Mass Studies, Ishigami ecc ecc...

Abbiamo continuato a dare il nostro contributo su temi caldi come il Piano Casa, Le New Town ed in particolare nell'ultimo periodo ci siamo dedicati ad una dura battaglia per la realizzazione dell'Auditorium di Shigeru Ban a L'Aquila. L'Aquila in un certo senso fa parte del nostro DNA, essendo tutto il comitato editoriale abruzzese di nascita o di adozione, oltre al fatto che due di noi sono stati colpiti direttamente da questa immane tragedia. Nonostante lo sentissimo fortemente dentro, non abbiamo mai voluto trattare questo tema fuori dal nostro taglio editoriale, lo abbiamo fatto solo quando questi avvenimenti hanno intersecato il nostro ambito. La questione che abbiamo sollevato con l'Auditorium di Shigeru Ban ha fatto il giro del mondo, siamo riusciti a portare l'attenzione dei grandi media che hanno fatto da cassa di risonanza e, grazie al nostro piccolo contributo, oggi finalmente è arrivata alla luce quest'opera così importante per la città.

Attualmente il nostro archivio conta oltre 3'000 tra articoli news e progetti, siamo presenti su Facebook con un account utente ormai saturo dei 5'000 amici oltre i 2700 che ci seguono dalla pagina di fan. Il nostro canale Flickr conta circa 5'000 foto mentre su Youtube abbiamo creato uno dei principali canali di architettura con circa 650 iscritti ed oltre 300'000 video visualizzati.

Infine abbiamo creato architecturefeed che, pur non essendo un blog, è un utilissimo strumento per tenere sotto controllo le principali fonti di informazione dell'architettura. la Redazione di Channelbeta ha selezionato, durante mesi di lavoro, migliaia di siti web di architettura, li abbiamo selezionati e divisi per categorie: news, projects, design, competitions& jobs e naturalmente blogs. Sulla home mettiamo in evidenza i contenuti più interessanti per ogni categoria. Un'altra funzione molto utile è quella di poter salvare in un proprio bookmark i post preferiti. Inoltre è possibile segnalare il proprio blog o i blog preferiti che verranno vagliati ed inseriti nelle categorie. Unico requisito tecnico è che il sito web da inserire abbia tecnologia rss feed. Attualmente architecturefeed monitora circa 300 siti web che possono essere quindi consultati in maniera comoda. È inoltre possibile ricercare informazioni attraverso il motore di ricerca interno, applicando filtri come ad es. categoria, lingua ecc...
È uno strumento completamente gratuito, necessita solamente di una semplice e veloce registrazione. Abbiamo creato questo aggregatore inizialmente per una necessità interna, dato che la consultazione quotidiana di decine di siti web portava via molto tempo, successivamente, rendendoci conto della grande utilità, lo abbiamo sviluppato e reso fruibile da tutti. In meno di un anno architecturefeed conta già un archivio di circa 50'000 post ordinati e catalogati. 

19 febbraio 2011
Intersezioni ---> MONDOBLOG
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Note: 
*Giuseppe Granieri, Facebook sei tu, Blog notes, 5 giugno 2010. Qui 

b-e-t-a:
Gianluigi D'Angelo     
Andrea Pinna             
Davide Vocale            
Anthony Bellezza             
Emanuela Bonvecchi
traduzioni: Michela Lucchini

Channelbeta:
dal 2002 al 2007:
Gianluigi D'Angelo     
Andrea Pinna             
Davide Vocale            
Anthony Bellezza             
Emanuela Bonvecchi 

dal 2008 ad oggi:
Gianluigi D’Angelo
Roberta Patrizia Di Benigno
Roberta Di Loreto
Davide Di Virgilio
Matteo Falcone
Francesco Giorgino (fino al dicembre 2010)
Manuela Ianni
Cabiria Iannucci
Annalisa Gentile (dal 2009)

20 novembre 2010

0033 [MONDOBLOG] La storia * web| A | log *

di Salvatore D'Agostino
«Non mi piace proprio sentir parlare di Internet come di un’entità monolitica, tu non detesti i luoghi comuni che la stampa dedica alla Rete su base quotidiana? Insomma su, il web è il regno delle differenze, il posto più plurale e assurdo e sfaccettato che si possa immaginare. Che poi è il mondo a essere incredibilmente diversificato, solo che mai questa diversità era uscita così fuori e con così tanta forza. Potevamo solo intuirla. Ora possiamo viverla ogni giorno, certo bisogna cercare un po’.» Valentina Tanni1
Dopo le ripetute incursioni nel mondo dei blog, è arrivato il momento di mettere ordine tra le pagine scritte nel Web in questi anni.
Cominciamo a rispondere alla domanda posta qualche tempo fa su questo blog: chi è stato il pioniere dei blog di architettura?

La risposta è: Marco Brizzi con  la creazione di Arch’it nel marzo 1995 (aveva appena compiuto 28 anni).2

Arch’it è una semplice pagina bianca con pochi e chiari rimandi alle rubriche. In questi quindici anni ha ospitato gli scritti dei migliori critici/architetti  - e non solo – italiani. Mantenendo un registro critico e disinteressandosi all’aspetto ‘virale’ di internet o ‘all'estetica Web' del momento. Usando la rete come pagina d’approfondimento e non come campo di una rivoluzione in corso.
Per Arch’it il web log ha la stessa radice della pagina cartacea: la scrittura.

Per seguire il  work in progress di Wilfing Architettura sulla storia blog (rimasta in sospeso al 20023) ho creato la pagina web | A | log. Dove sarà possibile trovare - gradualmente - l'elenco cronologico ragionato dei Web Log più significativi.
Invece il post web | AL | log raccoglierà la lista - senza nessuna selezione - delle pagine Web dedicate all’architettura. 

Delle scritture Web – trasversalmente – e altro ne parlerò nel prossimo dialogo MONDOBLOG con Luca Diffuse, ma per approfondire meglio la storia dei blog ho chiesto alla rivista Abitare di poter pubblicare il primo articolo, del neo Corso di blog, affidato a Geoff Manaugh autore del blog bldgblog.
Autorizzazione concessa, eccolo: Geoff Manaugh, Blogging 101 - La storia Abitare n. 506, ottobre 2010, pp. 40-43

di Geoff Manaugh

Leggi le altre puntate del Corso di blog: L'attrezzaturaI contenutiPer chi si scrive? e Il futuro
Nel corso dei prossimi cinque numeri di Abitare, questa serie di brevi articoli avrà come tema la pratica del blog nel mondo dell’architettura e del design. Il tono generale però sarà più pratico che critico e la serie sarà una sorta di guida concreta al mondo dei blog di architettura. Fra le numerose domande che verranno poste, ci chiederemo cosa è un blog, come ne possiamo iniziare uno, per quali motivi si comincia a scrivere un blog e infine cosa dovrebbe aspettarsi esattamente chi decida di aprire un blog.
Farò subito chiarezza: ho fondato tutta la mia presente carriera sui blog. Per questo non dovrebbe sorprendere il fatto che la maggior parte delle mie risposte a queste domande sarà alquanto positiva, sia riguardo agli effetti che alle future possibilità del blog.
Nel corso degli ultimi anni riguardo al mondo dei blog sono state fatte numerose dichiarazioni, spesso decisamente avventate. Alcuni sostengono che scrivere blog sia il futuro della critica di design. Oppure, che i blog renderanno obsoleto l’intero sistema universitario. “Questo eliminerà quello”, ha scritto una volta Victor Hugo. Dopotutto, perché andare all’università quando possiamo semplicemente leggere una manciata di blog d’architettura in continua evoluzione? I blog possono diventare la nuova università, un’accademia mobile di autori temporanei e di conoscenze specialistiche.

Queste sicuramente sono prospettive entusiasmanti. Ma sono anche costruite sull’assunto che i blog siano diversi da ogni altra forma di scrittura o pubblicazione creata in passato. La loro semplice esistenza non salverà la scrittura sul design, e non costituisce in nessun modo una certezza nel futuro della critica d’architettura. Inoltre, i blog certamente non causeranno la fine prematura di questi due generi narrativi. In realtà, un blog è autorevole quanto lo è la persona che lo scrive. Se gli autori di articoli di cattiva qualità sul design si spostassero semplicemente, in massa, al mondo dei blog, allora i blog ripeterebbero a oltranza gli stessi riferimenti, assunzioni, toni, pubblico, propri del giornalismo di design su carta. I blog sono una realtà promettente solo se aprono a nuovi autori, nuove voci e nuove ma del tutto impreviste prospettive. Senza di questo, molto poco cambierà nel mondo della letteratura di design e architettura.
Dunque, cos’è un blog? Nella sua forma più elementare, gestire un blog significa mettere testi e/o immagini in rete, con regolarità, utilizzando un sito dedicato a questo tipo di pubblicazione. Quali possano essere queste parole e immagini è tutt’altra questione, come anche chi ne possano essere i lettori (di questo parleremo più avanti nel corso della serie). Cosa scrivere, e per quale pubblico, è in realtà sempre stato il dilemma che gli scrittori hanno dovuto affrontare attraverso la storia: questo dilemma non viene alterato dai blog.

E per questo io vorrei sottolineare, sin dal principio, un aspetto poco trattato: la storia. Il luogo comune, errato, vuole che il blog sia una forma radicalmente nuova di auto-espressione letteraria. Sembrerebbe quasi che finora la gente non abbia mai avuto l’opportunità di esprimersi in pubblico utilizzando la parola scritta. Scrivere blog come attività viene di solito equiparato a una rottura radicale con le tradizioni retoriche del passato – una cosa rivoluzionaria e messianica al tempo stesso. La verità è che i blog fanno parte di una lunghissima storia di auto-pubblicazione. In realtà, fanno addirittura parte di una lunghissima storia di scrittura e iscrizione. A partire dai manoscritti eretici riprodotti a mano e distribuiti attraverso vie di comunicazione sotterranee durante il Medio Evo, fino alle copie samizdat di narrativa breve di carattere sovversivo nella Russia sovietica; dagli opuscoli di poesia mimeografati che venivano passati di mano in mano in luoghi come New York e San Francisco degli anni Sessanta del Novecento, fino ai notiziari fotocopiati, scritti e prodotti da gruppi di mercanti o società segrete. Esiste una lunga storia di reti sociali che hanno prodotto e distribuito loro giornali non ufficiali o altri atti scritti minori. Arriverei a dire che in effetti i blog diventano un mezzo ancora più potente quando non sono limitati solo al contesto digitale di Internet 2.0 e dell’imprenditoria in rete; che i blog in realtà appartengono a un contesto storico più ampio e ancora più ambizioso, che contiene di tutto: dalla profezia religiosa – San Giovanni che sogna l’incubo dell’Apocalisse e della fine del mondo nell’isola greca di Patmos prima di scrivere la sua Rivelazione – alla politica insurrezionale sulle strade e i marciapiedi nell’Europa della prima modernità, che veniva registrata in pamphlet e libri tascabili. La scrittura di un blog non deve assolutamente essere limitata alle aspettative accademiche di un saggio critico ben scritto – con le sue note a piè di pagina verificate e i suoi riferimenti a Walter Benjamin accuratamente notati e approvati – ma non deve neanche essere tenuta in ostaggio dagli snark del ventunesimo secolo e soggetta alla classifica dei link del momento.

Ogni possibile genere di letteratura è rappresentato nel mondo del blog, e lo sarà sempre, incluse tutte le migliaia di forme che ancora devono essere inventate. In un blog si può leggere di fantascienza architettonica o della nuova dichiarazione costituzionale dei diritti dell’uomo; si possono leggere liste quotidiane di preferenze personali o assurde anti-mitologie di culti sociali a venire. Dare per scontato che i blog esistano solo per confermare le metodologie e gli assunti della critica architettonica degli anni Sessanta e Settanta del Novecento è una cosa noiosa e profondamente erronea al tempo stesso. I blog, grazie all’auto-pubblicazione alla loro struttura editoriale priva di supervisione, consentono l’acquisizione nelle discussioni sul design di riferimenti finora inutilizzati. I blog permettono ai critici e ai professionisti di sfuggire alla ristrettezza della gamma di testi ed edifici che una volta venivano considerati indispensabili a una rassegna d’architettura. La debolezza dei vincoli editoriali dei blog, nell’offrire la possibilità di uscire completamente dai canoni, consente anche una nuova libertà sia nei riferimenti a cui fare ricorso che nei soggetti da trattare.

Se i blog di architettura e design fossero semplicemente l’ultima incarnazione di quella mentalità di pubblicazione artigianale già identificata da Beatriz Colomina e dai suoi studenti all'Università di Princeton ed etichettata “clip/stamp/fold”, allora faremmo molto meglio a guardare molto più indietro nel passato, ben prima di Archigram e del Manifesto del Futurismo, verso gente come William Blake e – perché no – Martin Lutero.

L’uso del blog ha una storia molto più profonda di quella che anche il blogroll più longevo potrebbe indicare, e i suoi punti di riferimento di questa storia sono tanto entusiasmanti quanto ampi. 

20 novembre 2010
Intersezioni ---> MONDOBLOG 
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Note:
1 Luca Diffuse, Rovistare in pezzi di cultura caotica, minore e disorganizzata può dare grandi benefici, Abitare Web rubrica 'DIFFUSE OUTTAKES', 16 novembre 2010
2 Web log (contratto successivamente in blog per approfondire qui) indica un sito web autogestito - quindi in forma teorica non redazionale - dove vengono pubblicati in tempo reale storie, informazioni, notizie, opinioni o note personali visualizzate in ordine cronologico inverso, cioè, l'ultimo testo inserito collocato in alto e gli altri a seguire verso il basso. Non necessariamente i web log sono aperti ai commenti.
3 nel 2003, nella quinta parte del libro dei 2A+P, Marco Brizzi e Luigi Prestinenza Puglisi - GR. La generazione della rete, Cooper Castelvecchi, Roma, 2003 - furono ordinati cronologicamente gli episodi notevoli avvenuti in rete dal 1995 al 2002.