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28 giugno 2011

0045 [MONDOBLOG] Attraverso mail: Luigi Prestinenza Puglisi

di Salvatore D'Agostino

La presS/Tletter è nata nel 2003 da un'idea di Luigi Prestinenza Puglisi; da allora viene recapitata, più o meno puntualmente, in molte caselle di posta elettronica di architetti e affini.
La presS/Tletter tecnicamente è una ‘E-zine’ ovvero una ‘rivista’ distribuita attraverso mail.
A proposito della scrittura in rete, nel suo corso di scrittura critica Luigi Prestinenza Puglisi sostiene: «Se per la carta stampata il limite dell’attenzione è 3600 battute, la lunghezza di un editoriale, per internet è circa 2000, lo spazio di un commento». Il colloquio* che seguirà è di 34.600 battute.




7 marzo 2010

0007 [BLOG READER] Ci sono tante forze vive in Italia che non chiedono altro che di poter lavorare in condizioni “normali” (Pierre Alain Croset)

di Salvatore D'Agostino

Per l’ennesima volta ho inviato una mail a Stefano Ricci (autore dell’ex blog Elmanco) dicendogli che rimandavo nuovamente la pubblicazione di un nostro colloquio, con molto garbo mi ha risposto così: «Cerca anche qualche notizia incoraggiante per la professione ogni tanto, mi raccomando!».


Stefano Ricci ha ragione gli ultimi post di Wilfing Architettura sono un po' tristi.

Tristezza che non abbandono neppure in questo BLOG READER, poiché ieri sabato 6 marzo leggendo l’editoriale di Giovanni De Mauro per il settimanale Internazionale e una lettera di Stefano Boeri ai lettori di abitare sul blog della rivista mi sono accorto che il malessere che sta caratterizzando Wilfing Architettura è diffuso.

Il recente ‘caso Maddalena’ (caso è un eufemismo) ci dovrebbe far riflettere sui ‘comportamenti’ e soprattutto sul potere degli edili (i procacciatori di appalti) che da anni sviliscono il lavoro professionale degli architetti a tutti i livelli, come dimostra questa vicenda, anche a discapito di architetti autorevoli.

Dicevo, non mi sarei mai immaginato di leggere quest’editoriale di Giovanni De Mauro, che com’è noto, non è un sovversivo:
Titolo: Sostanza

Tecnicamente si può già parlare di dittatura.
Forse non ce ne siamo ancora accorti perché siamo abituati ai colonnelli greci o alla giunta militare cilena. Ma quello che conta è la sostanza, non la forma.
Oggi è inutile mandare i carri armati per prendere il controllo delle principali reti televisive, basta cambiare i direttori. Non serve far bombardare la sede del parlamento, è sufficiente impedire agli elettori di scegliere i parlamentari. Non c’è bisogno di annunciare la sospensione di giudici e tribunali, basta ignorarli. Non vale la pena di nazionalizzare le più importanti aziende del paese, basta una telefonata ai manager che siedono nei consigli d’amministrazione.
E l’opposizione? E i sindacati? Davvero c’è chi pensa che questa opposizione e questi sindacati possano impensierire qualcuno? Gli unici davvero pericolosi sono i mafiosi e i criminali, ma con quelli ci si siede intorno a un tavolo e si trova un accordo. Poi si può lasciare in circolazione qualche giornale, autorizzare ogni tanto una manifestazione. Così nessuno si spaventa.
E anche la forma è salva.
E che Stefano Boeri potesse scrivere:
Sono stato vittima di me stesso, delle mie manie di grandezza, della scelta di coinvolgere 53 architetti (quasi tutti lavoravano con me per la prima volta) per fare al meglio un lavoro che forse avrei potuto fare (non meglio, ma bene) nel mio studio milanese con 15 fidati collaboratori. Ma quello che ho guadagnato in curiosità, relazioni, entusiasmo, l’ho perso in organizzazione e soprattutto in risorse economiche. Questo lavoro è stato un disastro finanziario. Ho già speso quasi tutto quello che ho guadagnato e oggi sono terrorizzato che l’impresa non mi fornisca il saldo finale. Dopo aver costruito in 10 mesi quello che di solito un architetto italiano costruisce in 15 anni, rischio in pochi mesi di chiudere uno studio professionale che ha 25 anni di vita. Non male come doppia accelerazione.
Dal 1956 al 2001 la superficie urbanizzata del nostro Paese è aumentata del 500% in questi anni si è preferito più un approccio di mera edilizia che architettonico. Si è costruito tanto ma soprattutto non si è diffusa una cultura ‘architettonica del costruire’. Le rare eccezioni di architettura non sono diventate delle regole ma episodi spesso controversi e dibattuti mediaticamente, mentre nel frattempo si è trascurato il 499% di edilizia spesso posticcia e pasticciata (termine usato qui) che a mio avviso andrebbe analizzata con più rigore critico.

Come dicevo in un commento sono disinteressato alla vicenda 'Maddalena' o ai problemi marginali evidenziati da Luigi Prestinenza Puglisi nella presS/Tletter n.06-2010 (costi/concorsi), sarei interessato a riflettere sulla cultura edilizia italiana nel suo complesso, per trovare una sinergica strategia e rivalutare il mestiere dell’architetto.

Wilfing Architettura si ferma a riflettere e si associa al pensiero dell'architetto Pierre Alain Croset che in un commento sul blog di abitare ha scritto: «Ci sono tante forze vive in Italia che non chiedono altro di poter lavorare in condizioni “normali”».
Sommessamente chiede ai critici, agli architetti e a tutti gli uomini d'ingegno di poter lavorare in un paese ‘normale’ senza dover competere quotidianamente, a qualsiasi livello, solo con i più furbi.
Sono stanco di dover camminare per le città italiane almanaccando sintassi architettonica banale (forse sarebbe più pregnante chiamarla gelatinosa) e non normale architettura con qualche eccezione 'colta'.

Chiedo in ‘sostanza’ un’edilizia normale.



Questo ‘Blog Reader’ ripercorre la memoria Web degli eventi legati al ‘caso Maddalena’ richiamando semplicemente gli articoli cronologicamente. Eviterò il corollario critico, alcune mie note saranno inserite tra parentesi quadre, limitandomi a riportare alcuni brani o commenti significativi.

In verde trovate l'aggiornamento dell'otto marzo.

In blu trovate l'aggiornamento del nove marzo.


BOERI LIAR Dice:
06.03.2009 alle 1:29
Boeri !
can u please come back to the world of the “common sense” and look at the reality again from the people perspective and not for the director pod ?
how can you justify like that your commission to build luxury hotels at the Maddalena ?
please RE-USE your mind !!!!

Stefano Boeri Dice:
3.05.2009 alle 11:12
concordo.
e adesso che il g8 non si terrà più in Sardegna, il suo appello ad un nuovo modello di sviluppo assume un significato ancora più forte e necessario.
sarebbe importante trovare occasioni pubbliche per discuterne. cominciando con l’usare questo sito (e magari anche grazie al prossimo Festarch, ache abbiamo chiesto alla Regione di confermare per il 2009).

EX ARSENALE DI LA MADDALENA: UNA SFIDA VINTA! | Abitare---> 30 giugno 2009

laura.molteni Dice:
30.06.2009 alle 21:02
Vado a La Maddalena da trent’anni (da quando sono nata) e più volte mi sono trovata a pensare “No, io questo G8 non lo voglio; non voglio che si conoscano le bellezze di quest’isola in tutto il mondo, desidero che rimanga sconosciuta ai più”. Poi quando i piani sono cambiati, un colpo al cuore, davvero. Sia per i maddalenini, sia per le opere in corso di costruzione. L’ex-Arsenale è stato portato a termine, ma il resto? Sarebbe interessante indagare cosa sta succedendo…

Ex Arsenal at Maddalena Conversion / Stefano Boeri Architetti | Archdaily ---> 1 luglio 2009

July 2, 2009 at 04:59
hj says:
Good one, but a lot of political issues on the background. Today architecture is not only plan and renders.

July 2, 2009 at 05:27
and.S says:and.S: if you check Stefano’s work and writings you should know there’s plenty more than plan and renders!

July 2, 2009 at 06:0
hj: yes yes for sure I know it, for this reason I was courious and surprised about this project, it involved so much political and economical forces, and maybe not everybody of the international readers know! So a reflection is obliged, expecially because we are speaking about Boeri! From my point of view.

Ex Arsenale at Maddalena by Stefano Boeri Architetti | Dezeen ---> 1 luglio 2009

Gabriela Says:
July 1st, 2009 at 6:21 am
unreal! looks like it’ll topple into the water at any moment.

marcos Says:
July 1st, 2009 at 7:43 am
is not a render… is real! or not?

One Says:
July 1st, 2009 at 9:02 am
Fantastic. Now I know why Stefano Boeri is so famous.

stefano Says:
July 1st, 2009 at 2:06 pm
bellissimo progetto. beati quelli che ci hanno lavorato
ps. non è un render!

Dal vivo alla Maddalena | Abitare ---> 10 settembre 2009

[La redazione di Abitare aveva deciso di raccontare gli eventi che avrebbero portato all'inagurazione della 'Maddalena'].

«Segui dal vivo l’inaugurazione del complesso Ex Arsenale sull’isola della Maddalena progettato da Stefano Boeri Architetti. Progettato originariamente per il vertice G8 del 2009, è pronto a iniziare una vita propria. Immagini, testi, impressioni filmati in diretta sul sito di Abitare. Rimani sintonizzato…»

[In questo post ormai non più visibile (vedi il post successivo per capire il motivo) vi era una ricca documentazione fotografica della visita di Silvio Berlusconi e di José Luis Rodríguez Zapatero insieme ad alcuni ministri e delegati della confindustria dei due paesi].

Live from Maddalena | Lablog ---> 11 settembre 2009

[Al blog Lablog non era piaciuto che il direttore della rivista, nonché progettista dell'opera più rappresentativa della 'Maddalena' si autocelebrasse nella sua rivista e sopratutto avesse pubblicato le foto della visita di alcuni esponenti politici].

We have to aknowledge Abitare has taken in consideration our critics and has removed completely the post (there is nothing linked any more) we mention in text belowe. Abitare and his Director, Stefano Boeri, have shown a great sense of responsability. We are really thankfull for this.

[Riprende un commento di Gennaro Postiglione anch'esso non più visibile].

E’ veramente un peccato che una interessante e ricca rivista on-line come questa si abbassi al cortocircuito di pubblicare un post dedicato ad un’opera del suo direttore. Il complesso è imponente e legato anche a importanti eventi, nel mondo della pubblicistica non sarebbero mancati testate desiderose di pubblicarlo.
Perché dunque spingersi così avanti dando l’impressione di trasformare la rivista in un organo di comunicazione interna?
E poi: ma davvero erano indispensabili alla comprensione del progetto e alla descrizione della giornata tutti quei primi piani dei due Primi Ministri?

Propongo una petizione ai lettori del sito per trasformare il post in una news: due righe e una foto.

[Ricordo per dovere di cronaca che già Stefano Boeri ha contaminato la presentazione di alcune opere di architettura con la lettura incrociata delle reazioni dei media e del Web. Ricordo su tutti lo speciale Domus d'autore curato da AMO/Rem Koolhaas dal tittolo Post-Occupancy. Dove per post s'intende l'osservazione mainstream:«Le abbiamo guardate con gli occhi dei turisti, abbiamo affidato ad altri il compito di registrare le impressioni. Lontano dalla trionfalistica e mortificante ribalta dei media, volevamo vedere cosa succede nei nuovi spazi occupati in assenza dell'autore, rappresentare le realtà che siamo stati complici nel creare, come dei fatti, e non come delle imprese» Dalla prefazione di Rem Koolhaas, aprile 2006].

Un’intervista di Pietro Los | Abitare ---> 24 novembre 2009

Pietro Los: Giocando con le parole, possiamo immaginare un’estetica come rappresentazione formale dell’etica?

Stefano Boeri: Non credo sia così. Ci sono delle valenze etiche fortissime nel fare architettura, che non stanno prima o dopo la dimensione estetica. Semplicemente sono insite nelle scelte progettuali. Faccio un esempio per essere più chiaro: quando mi hanno dato l’incarico di realizzare una parte del progetto per il G8 all’isola de La Maddalena, nell’area dell’ex Arsenale Militare, ho dovuto affrontare da subito il problema di immaginare un insediamento con una duplice funzione: quella -finale- di un grande polo nautico che, inizialmente, per non più di tre giorni, avrebbe dovuto ospitare un evento planetario. L’insediamento dell’ex Arsenale della Marina Militare è stato così pensato e progettato non solo come teatro di un evento eccezionale, ma anche come architettura permanente e destinata a valorizzare un contesto socio-economico penalizzato dalla dismissione di un’antica economia militare. Per questo, in totale sintonia con Renato Soru e Guido Bertolaso, abbiamo in un certo senso “usato” il g8 come acceleratore di un processo virtuoso che avrebbe regalato ad un arcipelago in grande crisi, la transizione da un’economia militare ad un’economia basata sul turismo nautico e sportivo.

PL: E qui la valenza etica è sicuramente presente.

SB: Direi di sì. In questo caso è stata una preoccupazione politica circa la vita di un’architettura anche oltre l’evento per cui era stata pensata, a suggerire la necessità di un intervento che tenesse conto di entrambe le esigenze.

PL: Che soluzioni architettoniche ha individuato per soddisfarle entrambe?

SB: Ho scelto la sintesi formale : un grande tetto, un scatola sull’acqua, un insieme di stecche.

PL: Quasi degli archetipi…

SB: Il paesaggio dell’arcipelago è già così ricco di figure, dettate dallo scorrere per secoli dei venti e del mare sulle rocce friabili di granito e basalto, da quasi esaurire ogni espressione formale. Il mio obiettivo era di costruire un’architettura essenziale che, reagendo con questo paesaggio esuberante, ne selezionasse delle prospettive, dei tagli.

PL: Tutto in funzione post summit…

SB: Ogni edificio è stato realizzato con una sua funzionalità pre e post G8: abbiamo costruito un grande albergo che per tre giorni avrebbe ospitato la delegazione USA, un’area cantieristica che sarebbe stata usata come centro-stampa, un grande polo nautico-commerciale che durante il g8 avrebbe ospitato i 3000 delegati, uno yacht club dove si sarebbe dovuto svolgere il summit….

PL: Che effetti ha avuto il cambio di location del G8, dalla Maddalena all’Aquila, sui lavori in corso?

SB: Per fortuna, relativo. Il cantiere è finito nei tempi previsti, con l’unica eccezione degli spazi verdi e alberati che non erano stati finanziati. Ma nel complesso si tratta di un’opera formidabile se se ne considerano la dimensione e i tempi di realizzazione nel contesto italiano: tra progetto preliminare e costruzione sono passati appena 16 mesi, 10 dei quali –comprese le bonifiche – di cantiere vero e proprio. E oggi, con il probabile arrivo delle fasi iniziale della Coppa America, la propensione originaria del sito verso la vela e la nautica sportiva sarebbe ulteriormente confermata.

presS/Tletter n.03-2010 | pressletter ---> 4 febbraio 2010

[Luca Guido: I costi dell' architettura]

La domanda evidentemente è suonata come inutile e retorica.
A questo punto, dichiarata una certa indignazione nei riguardi della vicenda, voglio precisare la mia opinione riguardo alle opere progettate da Boeri alla Maddalena: nessuna conquista per la storia dell' architettura, nessun avanzamento tecnologico, grande professionismo nel rispettare tempi di consegna progetto e realizzazione (ci si sarebbe dovuti meravigliare del contrario). Resta il fatto che le somme spese avrebbero dovuto produrre un dibattito culturale ben più ampio del risultato ottenuto.
Quelli che si stupivano per i costi delle nuove architetture romane di Meier e della Hadid, dopo aver letto quanto sopra probabilmente saranno impalliditi.

presS/Tletter n.04-2004 (sic) | pressletter ---> 11 febbraio 2010

[Luigi Prestinenza Puglisi]

Lo scambio tra il circostanziato articolo di Luca Guido, apparso nella presS/Tletter precedente, e la non meno circostanziata risposta di Stefano Boeri, che pubblichiamo in questo numero, stimola alcune riflessioni.Quella che a me sembra più urgente e' la questione concorsi. Una questione fondamentale perché dubitiamo che senza gare di creatività si possano creare le condizioni, almeno in Italia, per avere edilizia pubblica degna di rappresentarci come un Paese civile.
[...]
P.S: avevo appena finito di scrivere questa Opinione e mi e' arrivata la notizia: “arrestato Balducci, il vice di Bertolaso, per gli appalti alla Maddalena...”. Una notizia troppo importante per non citarla, ancora troppo fresca per suggerirci ulteriori commenti. (LPP).

[Stefano Boeri]

il pezzo di Luca Guido sui progetti da me seguiti a La Maddalena è talmente pieno di strafalcioni e inesattezze da far dubitare della buona fede dell’autore (evidentemente mai ripresosi da una motivata bocciatura durante un esame allo IUAV di qualche anno fa).

Bella Italia | Gizmo ---> 14 febbraio 2010

Tutto è avvenuto nell’ambito di un’indagine dei carabinieri del Ros - coordinata dalla Procura di Firenze - sugli appalti per la realizzazione delle opere in occasione del G8 alla Maddalena nel 2008.

Geopolitica minerale | Abitare ---> 15 febbraio 2010

[Scritto da Stefano Boeri e tratto dal libro 'Effetto Maddalena', Rizzoli, 2010]

Se dunque l’ex Arsenale avrà un futuro, se non resterà orfano di un evento svanito, sarà anche grazie all’antidoto di una Geopolitica che da secoli dispiega le sue logiche nei territori dell’Arcipelago e delle Bocche di Bonifacio. In una lenta e lunghissima vicenda di sovrapposizioni e incastri tra le rocce e le architetture.

Pierre Alain Croset Dice:
25.02.2010 alle 19:11
caro Stefano,
penso che siamo molti ad apprezzare la tua volontà di chiarezza e trasparenza, necessaria di fronte a scandali rivelazioni e intercettazioni. Ma occorre continuare e insistere, e chiedere che la stessa trasparenza che intendi imporre per quanto riguarda il lavoro progettuale del tuo studio e di tutti i giovani collaboratori, venga anche dagli organi di Stato. Devi anche essere tu a chiederlo, ad altissima voce. E’ l’occasione per denunciare le anomalie italiane delle gare di concorso, degli appalti integrati, che limitano sempre di più l’autorità tecnica, e non solo morale, del progettista. Dalla tua autorevole voce, e dalla tua rivista, potrebbe partire una campagna di denuncia, un appello internazionale: ci sono tante forze vive in Italia che non chiedono altro che di poter lavorare in condizioni “normali”.

L’Infedele e lo scandalo della Bertolaso s.p.a. | Architetti senza tetto ----> 15 febbraio 2010

Posted by Rem
on 16 February, 2010, 9:34 am
è bastato chiedere come fosse stato scelto per la Maddalena per far ammutolire l'architetto, eppure non era una domanda difficile e inaspettata.

Posted by Massimiliano
on 16 February, 2010, 3:34 pm
...ammutolito e in ordine (se la memoria non mi inganna come al solito):

1) sguardo allucinato
2) deglutizione
3) bicchier d'acqua
4) deglutizione
5) richesta d'aiuto con sguardo supplichevole a Renato Soru
6) Intervento depistante di Renato Soru

...7) Stefano B. non ha più parlato

nessuno naturalmente ha risposto alla precisa domanda di come ha ottenuto l'incarico se non con un generico: "...incarico diretto dalla protezione civile..."

Emanuele Piccardo_Architettura&Potere un anno dopo | Aechphoto ---> 17 febbraio 2010

[Emanuele Piccardo]

Oggi, nel disvelamento in atto sugli appalti alla Maddalena, è prassi consolidata tra i progettisti formare cordate con gli imprenditori per conquistare porzioni di territorio sempre maggiori,il cui unico fine è l’abbuffata di incarichi senza alcuna significativa traccia lasciata nei libri di storia. In questo senso deve essere ripensato il ruolo dei media dell’architettura (riviste, magazine, critici), che orientano le fortune degli architetti. Occorre una seria autocritica per aver sostenuto e difeso modalità del fare architettura prive di ogni etica appropriandosi di temi e figure di provata moralità, come Giancarlo De Carlo, senza corrispondere un’effettiva adesione ai principi da lui espressi.

presS/Tletter n.05-2010 | pressletter ---> 18 febbraio 2010

[Luigi Prestinenza Puglisi]

La lezione della Maddalena e di altre opere pubbliche
Credo che spetti solo alla autorità giudiziaria stabilire eventuali responsabilità dei progettisti implicati a vario titolo dalle non chiare vicende degli appalti gestiti dalla Protezione Civile o da altre autorità.
Tre aspetti, di carattere più generale, credo che però dobbiamo far rilevare:

1) Come mostra l’articolo di Luca Guido riportato nella sezione IDEE, i costi di troppe opere pubbliche sembrano eccesivi. Non e' possibile pensare che, se si seguono le procedure normali, un’opera debba costare 1.000 euro al metro quadrato e se se ne seguono altre, si possa arrivare a 7.000 – 8.000. Perché se 1.000 euro sono troppo pochi, 7.000 sono esageratamente troppi.
2) Che l’unica strada percorribile, per evitare infinite polemiche quando si eseguono opere di rilevanza architettonica, e' quella dei concorsi e non degli affidamenti diretti sia pure attraverso la formula “indiretta” dell’appalto concorso. L’esperienza francese ha mostrato che farli e' possibile a tempi e costi contenuti. Non si vede perché non dobbiamo ispirarci a un metodo che ha dato buona prova.
3) Che la commistione di troppi ruoli ( progettisti, intellettuali “prestati” alla politica, critici, editori, accademici, direttori di rivista) rischia di procurare solo confusione in un sistema già straordinariamente confuso. (LPP)

[Lugi Centola: Livoroso per bocciatura? Suvvia Prof. articoli meglio...]

E infine lo stimato prof. Boeri non vuole articolare una seria riflessione sul “Sistema Gelatinoso” esplicitato dall’erudito colloquio “intercettato” tra i colleghi Desideri e Casamonti che ha dato il la all’inchiesta sulla nuova tangentopoli dei lavori pubblici culminata con l’arresto di Balducci, De Santis, Della Giovampaola e Anemone?
Cordialmente, Luigi Centola

comunque in Italia un’area di rigore di 25 metri... | Abitare 'Mirtilli' ---> 20 febbraio 2010

[Autore Stefano Mirti]

Leggendo i giornali, guardando la televisione, osservando il dibattito sui vari blog e zine, mano a mano mi venivano cento domande. Che di volta in volta giravo al diretto interessato.
Dopo qualche giorno di scambi disordinati (via sms, al telefono, email), mi è stata (da lui) chiesta una staffilata di domande, le più dirette e pungenti possibili.
Per quanto veloce, ci ho messo qualche giorno (a mettere insieme le domande) e sono stato in grado di arrivare alla lista di domande solo ieri mattina.
Così come organizzare le domande in maniera intelligente è costato qualche giorno, presumo che anche organizzare le risposte porti via un tot di tempo.
Da cui, arrivati alle 11 pm di domenica non sono sicuro di averle (le risposte) per domattina (gli svantaggi di vivere in un mondo in cui tutti vorremmo avere sempre tutto a disposizione in tempo reale…).
Che poi, a me sembra che la questione (vista dal punto di vista degli architetti), sia sostanzialmente una. Il sopracitato Mourinho direbbe: “Comunque in Italia, alcuni professionisti hanno un’area di rigore da 25 metri…”.
E a questo punto il dibattito potrebbe iniziare…

[Wilfing Architettura aspetta gli sviluppi].

[Per gli sviluppi vedi il post 'SEMBRAVA FOSSE “ALICE”... | Abitare Mirtilli ---> 8 marzo 2010']

Chiarimenti da Stefano Boeri Architetti: riflessioni sulla Maddalena | Blog di Luca Guido ---> 23 febbraio 2010

In omaggio a tutte le persone oneste che hanno lavorato ai progetti della Maddalena vi propongo alcuni preziosi chiarimenti ricevuti dallo studio Boeri.
Luca Guido

Caro Luca, ti rispondo ora a nome di Stefano Boeri Architetti. Metto in cc anche il Direttore Prestinenza Puglisi, chiedendo la pubblicazione di questo approfondimento, se lo riterrà interessante, al fine di fornire dati approfonditi ai suoi lettori. [Scritto da Michele Brunello]

presS/Tletter n.06-2010 | pressletter ---> 26 febbraio 2010

[Luigi Prestinenza Puglisi]

Rettifiche
Come i nostri lettori avranno letto, la scorsa settimana, mentre inviavamo la presS/Tletter n.5, ci siamo accorti di uno spiacevole errore. Nella risposta di Luca Guido a Stefano Boeri, veniva erroneamente indicato il gruppo Ipostudio come imputato in recenti indagini per turbativa d’asta. Accortici dell’errore – Ipostudio e' totalmente estraneo alle vicende- abbiamo subito bloccato la spedizione, corretto ed inviato una rettifica con le nostre scuse. Ma anche la rettifica, a quanto pare, conteneva una imprecisione perché in effetti non era imputato nessuno, Marco Casamonti compreso, non essendoci stato il rinvio a giudizio. Ho riflettuto a lungo sull’episodio e mi sono chiesto cosa avrei pensato se qualche altra newsletter avesse fatto lo stesso errore con me. E invito voi lettori a porvi la stessa domanda. La mia risposta e' che mi avrebbe dato fastidio. Credo pure la vostra. Anche se imputato non vuol dire condannato e se si e' innocenti sino a quando e' formulata una condanna definitiva, il fatto di essere erroneamente pensati come imputati non fa certo piacere. Credo quindi che inviando subito una rettifica abbiamo fatto la cosa giusta: quando si commette un errore non c’e' altro modo di agire che riconoscerlo nel più breve tempo possibile e pubblicamente. Ma la storia credo non si possa chiudere qui. Mi convinco infatti sempre di più che sulle questioni che investono reati e aspetti penali delle nostre penose vicende nazionali edilizie e paraedilizie– concorsi precostituiti, appalti truccati, compiacenze di architetti nei confronti di un sistema largamente corrotto- debba occuparsi la magistratura. Noi da parte nostra dobbiamo fare un altro lavoro: appurare, al di là delle singole responsabilità personali, cosa non va e proporre alternative. Anche perché, se le regole non funzionano, una volta stanato e arrestato l’architetto X, ci sarà sempre un architetto Y che ne prenderà il posto. Detto questo, mi sembra che dalla questione della Maddalena e da altre vicende della Protezione Civile, emergano due inquietanti interrogativi.

1) Si può consentire di costruire edifici che costano tanto quanto ci racconta Michele Brunello a nome di Stefano Boeri Architetti, nella rubrica DOCUMENTI? Cioè 4500 o come sembra 6000 euro al metro quadrato, quando normalmente una scuola la si fa con 1500 euro e cioè con un terzo (e io ne ho visto proprio adesso una molto brillante, di classe A e con molte vetrate fatta da C+S a Ponzano a circa 1060 al metro quadrato)?

2) E poi, perché la generalità della progettazione delle opere pubbliche in Italia non viene affidata dopo un regolare concorso?

Alcune riflessioni sul G8 alla Maddalena | Abitare ---> 5 marzo 2010

[Vorrei sottolineare questo passaggio di Stefano Boeri]

In questi anni, nel campo delle opere pubbliche in Italia, anche grazie a protocolli come quello dell’appalto integrato, si è consolidato un gioco perverso di scambio di prestazioni tra politica e architettura.
[...]
La Protezione Civile è un “esercito buono” di giovani donne e uomini; migliaia di volontari appassionati e disponibili, con una disciplina austera ed affettiva. Ma a La Maddalena, dopo poche settimane, la Protezione Civile ha abdicato ad un ruolo che forse non avrebbe saputo nemmeno svolgere; al suo posto, al posto delle donne e degli uomini in maglietta blu sono arrivati con piglio di efficienza e rapidità i tecnici dell’”unità di missione per i 150 anni della Repubblica italiana”. Questa è una verità ancora non detta.
A La Maddalena, gli architetti con cui collaboravo giravano con macchine scassate ed improbabili, e abitavano in gruppo in appartamenti del centro. I tecnici dell’Unità di Missione – in Rayban- giravano con Audi e BMW e avevano affittato ville sulle coste dell’isola. Fuori dagli uffici e dal cantiere era impossibile che i due gruppi si incontrassero, posti e relazioni erano diversi. A volte le differenze comportamentali sono un limite alla comunicazione, a volte una difesa da relazioni pericolose. I dettagli, in una vicenda complessa, sono sempre micidiali.

cherubino gambardella Dice:
07.03.2010 alle 15:10
Alla Maddalena indipendentemente da tutto c’è l’ occasione per vedere finalmente dal vivo alcune teorie tradotte in consistenza minerale.
E, forse, anche l’opportunità di ritrovare iscritta nel dibattito internazionale il lavoro di maggior respiro di un architetto che, assieme a Cino Zucchi e pochissimi altri, ha provato a riscattare da una palude di indecisione una generazione di progettisti italiani che, nonostante sbraitasse tanto contro i propri maestri, non è ancora riuscita a venirne fuori.

SEMBRAVA FOSSE “ALICE”... | Abitare Mirtilli ---> 8 marzo 2010

[Stefano Mirti]

Sul fronte intervista invece sono stati fatti una serie di passi avanti. Da due settimane fa a oggi l’intervista è stata completata eppoi tramutata nel pezzo a firma di Stefano Boeri che è uscito su questo stesso sito ieri l’altro.
A grandi linee una serie di mie curiosità sono state soddisfatte, altre sono rimaste forse in sospeso, ma per quello che mi riguarda la lettura del testo di ieri mi ha molto colpito e sono contento (per quello che mi compete) per aver stimolato Boeri a esporsi con tale (e rara) franchezza.


«Era lui alla Maddalena che controllava ogni cosa I costi lievitati del 57%» | Corriere della Sera ---> 8 marzo 2010

[Eccezione fonte no Web, intervista di Sergio Rizzo]

SR: Voi quanto avete intascato?

SB:«Abbiamo lavorato in cinquanta per meno di 100 mila euro al mese, e oggi avendo pagato tutte le spese e aspettando ancora il saldo finale, sono in rosso. Per me rischia di essere una piccola catastrofe economica. Forse a differenza di altri».

SR: Altri chi?

SB:«A quanto ne so gli stipendi dell’Unità tecnica di missione, la struttura di Angelo Balducci che aveva in mano tutto, erano alti, assolutamente incommensurabili rispetto ai nostri».

SR: Lei racconta che i tecnici dell’Unità di missione abitavano in ville affittate sulla costa e circolavano con le Bmw o le Audi, mentre gli architetti si dividevano appartamenti in paese.

SB:«Erano stili di vita molto diversi, due modi diversi di partecipare a quello che avrebbe dovuto essere una sfida comune ».

SR: Sicuro che fosse proprio «una sfida comune»? Dice queste cose come se si sentisse tradito.

SB:«Sì, ma in un senso più generale. Nei giorni dopo lo spostamento del G8 a l’Aquila, visitando nell’ex Arsenale di La Maddalena un cantiere finito in tempi miracolosi e pensando ai soldi pubblici spesi per realizzare le opere, mi sono chiesto quali fossero le ragioni vere di una scelta così assurda».

SR: Sul blog c’è scritto «uno spreco ingiustificabile di risorse». Ho letto male?

SB:«Alla Maddalena non c’era ostentazione di lusso che potesse offendere un Paese colpito dalla calamità del terremoto. E a l’Aquila c’era forse necessità di un piedistallo planetario che distraesse dalle tragedie della vita quotidiana? Ho cominciato in quei giorni a chiedermi se c’era una regia dietro una scelta che ha subito, troppo presto, convinto tutti».

SR: Non crede che questa brutta storia una cosa l’abbia almeno chiarita? Cioè che i grandi eventi non possono essere gestiti in questo modo, tanto meno dalla Protezione civile?

SB:«Sono d’accordo. Anche se va detto che a gestire l’operazione non è stata la Protezione civile».
SR: Come?

SB:«L’Unità di missione non è esattamente la stessa cosa. Non è la Protezione civile che interviene nei terremoti o nelle calamità naturali. Nel nostro caso era un gruppo di tecnici selezionati che faceva riferimento all’ingegner Balducci. Che aveva anche delle competenze e una consuetudine di rapporti, diversi dalla Protezione civile ».

SR: Come, come?

SB:«Solo la prima parte del progetto è stata elaborata assieme ai tecnici della Protezione Civile. Poi è subentrata l’Unità tecnica di missione, che è la stessa per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Loro erano sia stazione appaltante che coordinatori. La Protezione civile come la conosciamo noi non si è occupata del coordinamento dei cantieri del G8».

7 marzo 2010 (Ultima modifica 9 marzo 2010)

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2 marzo 2010

0003 [WILFING] Non andare oltre: le risposte di Stefano Boeri e Luigi Prestinenza Puglisi

di Salvatore D'Agostino
«Lucia mette in campo l’intero esercito delle proprie nozione, socio e psicologiche, ma Mauro continua a sembrarle un enigma. Per risarcirsi in qualche misura della triste consapevolezza che la cultura non basta, cerca di culturalizzare il loro legame, accusa Mauro di non avere interessi; «uno con il tuo intuito e la tua velocità, è un peccato restare chiuso nel recinto dei soldi… se tu leggessi di più, se ti abituassi a vedere la realtà nella sua interezza… anche non materiale, simbolica forse è perfino i tuoi orizzonti economici si allargherebbero… io ammiro molto che ti sei costruito da solo, ma tutti noi siamo responsabili di qualcosa di più ampio». «Tanto c’è internet» risponde lui per stuzzicarla. Ma sotto è ferito, gli piacerebbe assorbire il virus dell’istruzione; se ne accorge le poche volte che escono, che lei è padrona della storia e della geografia – le chiese, i palazzi, per lei vogliono dire qualcosa, è come se in città passeggiasse tra amici. Perfino “non mollare” e “tiremm innanz”, che lui li dice sempre, Lucia gli ha garantito che il primo viene da un giornale socialista e non da Gigi D’Alessio e Simona Ventura, il secondo era un patriota che rinunciava a salutare i suoi figli per non tradire la causa» (Walter Siti)[1].
Il Mauro dell’epigrafe non è altro che il Pietro Caisotti di oggi, un imprenditore - in questo caso romano - molto ‘pratico’ educato nelle borgate che grazie alla sua scaltrezza riesce a fare i soldi costruendo case: «Io je realizzo ‘n immobile, me finanzio a debito in banca… loro mo’ o strapagano come qui co’ l’appartamento, solo più grande… io ce rimborso ‘a banca e me rimane ‘na percentuale tra l’unghiette a me»[2].

Qualcuno etichetterebbe Mauro con il sostantivo ‘palazzinaro’ ma sarebbe troppo riduttivo.
Il palazzinaro è l’antitesi semantica di archistar due
parole che giornalisticamente sono utilizzate per semplificare concetti complessi come l’architettura o per sua naturale estensione l’urbanità, ovvero il rapporto tra l’abitante e la sua città.

Sulla presS/Tletter n.05-2010 e su Wilfing Architettura avevo posto delle domande a Stefano Boeri e Luigi Prestinenza Puglisi.

Nel caso specifico, a Stefano Boeri:
  • possiamo permetterci che la cultura ‘imprenditoriale’ dei Pietro Caisotti possa essere la stessa degli stimati architetti?
  • è in grado la migliore classe pensante dell’architettura italiana di disinteressarsi alla propria verità – spesso concepita come taumaturgica – e interessarsi alle verità?
Il direttore di abitare mi ha risposto sul blog della rivista:

«27.02.2010 alle 15:40
Gentile Salvatore D’Agostino,
circa un anno fa, con un editoriale che trattava di alcuni (premonitori?) fatti giudiziari che avevano investito l’architettura italiana, avevo cercato di rispondere alle sue domande.
Mi permetto di invitarla e rileggerlo (link-http://www.abitare.it/direttore/editoriale-489/).
Grazie e saluti,
Stefano Boeri» [3].



Stefano Boeri,
come spesso mi succede leggo con molta attenzione i suoi scritti, proprio quel suo editoriale mi aveva lasciato perplesso, tra l’altro avevo commentato il link che lei m’invita a leggere, a tal proposito le riporto una parte del commento: «Lei chiede agli architetti di recuperare il senso civile del mestiere, ma credo che quest’invito sia inutile se dimentichiamo di approfondire le cause sociali e lo stato attuale dell’architettura.
Non possiamo più permetterci di continuare ad “andare avanti” per rimozioni, perché temo che il nostro rapporto con il mestiere e con l’architettura ritornerà sullo stesso registro di affarismo banale e speculativo»[4].
Non solo avevo commentato ma avevo dedicato sul mio blog Wilfing Architettura un intero post su BLOG READER -una rubrica che criticamente analizza le scritture Weblog legate all’architettura - dal titolo 0002 [BLOG READER] Notizie sullo stato dell'architettura in Italia.
Nella quale riprendevo alcuni articoli che si erano occupati della vicenda che lei adesso chiama '(premonitori?) fatti giudiziari’, suggerivo di leggere anche il suo editoriale con un’avvertenza: «Il direttore dimentica di indicare la strada per avviare una profonda analisi sullo stato dell’architettura. Credo che la sola coscienza civile non possa bastare e temo che il suo sia un editoriale come atto dovuto. Letto con riserva».
La mia riserva era, ed è, semplicemente ‘culturale’ lei diceva: «Le tre voragini che si sono pericolosamente aperte ci riguardano insomma tutti; a partire da chi scrive» è ancora convinto che basti solo un semplice invito a recuperare la coscienza civile del significato dell’architettura?

Qualche giorno fa il giornalista Peppe Baldessarro del ‘Il quotidiano della Calabria’ e corrispondente per la Calabria di ‘La Repubblica’, ha ricevuto una lettera intimidatoria scritta con ritagli di giornale e riempita di pallini da fucile riportante la seguente frase: «Non andare oltre».
Peppe Baldessarro è un cronista con la laurea in architettura, racconta semplicemente ciò che vede, con lui ho condiviso alcuni ‘astratti furori’ giovanili universitari e mi creda, in questi casi, so bene che non serve a niente un richiamo alla coscienza civile.
Mi dispiace (poiché apprezzo il suo pensiero da architetto) ho letto la sua riposta al mio commento nuovamente con riserva.
Poiché siamo (m’includo) incapaci ‘culturalmente’ ad andare oltre.

A Luigi Prestinneza Puglisi avevo chiesto:

Salvatore D'Agostino: siamo proprio sicuri che la corruzione dei concorsi di architettura sia solo un problema di colore politico?

Luigi Prestinenza Puglisi: a volte si e a volte no. Nel senso che a volte ci sono cordate che hanno un certo colore e a volte ci sono solo cordate. Dire che la cordata ha un certo colore non vuol dire che i soldi o i benefici vadano a un partito o che il partito lo sappia. Può voler dire semplicemente che il gioco è fatto da personaggi che appartengono a un certo giro politico che li ha piazzati in posti di potere.

SD: perché persone come Antonio Iannello (architetto campano, non di sinistra, che aveva denunciato lo scempio in corso nella sua terra prima di Roberto Saviano, morto nel 1997) non trovano spazio nelle riviste di architettura?

LPP: In linea di massima sono con te nel considerare questo un male, ma poi bisogna vedere il caso specifico che non conosco.

SD: non credi che l’architettura inizi dal saper vedere queste città di nessuno?

LPP: E' un guaio se non si riesce a vederle. Ma il nesso politica-architettura è molto complesso. Si può fare buona architettura anche senza vedere tante ingiustizie e viceversa, vedendo le ingiustizie, si può fare lo stesso cattiva architettura.


Non aggiungo altro, poiché valgono le stesse considerazioni fatte a Stefano Boeri, mi permetto solo una nota su Antonio Iannello, la sua storia è stata raccontata da Francesco Erbani nel libro ’Uno strano italiano’, cito un brano che sintetizza la personalità dell’architetto napoletano e forse riassume alcune dinamiche endemiche italiane:
«Napoli, novembre 1983. Come altre volte, ma con più rapidità di altre volte, dopo che il bradisismo ha sollevato e poi abbassato il lembo di terra su cui è costruita Pozzuoli, l'amministrazione comunale e qualcuno dei ministeri più direttamente coinvolti varano un provvedimento straordinario, dettato, si dice, dall'urgenza degli eventi. Si decide, nel volgere di poche settimane, la costruzione di 25.000 vani in una località a qualche chilometro dal centro cittadino che si chiama Monteruscello. Le obiezioni che vengono avanzate fin da quando l'iniziativa prende corpo sono molte, e fra queste figurano quelle di Italia Nostra, che stila un documento durissimo, fa stampare un opuscolo intitolato Bradisismo e speculazione e lancia un appello sottoscritto da numerosi intellettuali.
In data 7 novembre 1983 il ministro per la Protezione civile Vincenzo Scotti invia a sei professionisti napoletani e a un avvocato dello Stato di Roma una lettera di incarico per il collaudo in corso d'opera di uno dei lotti del nuovo insediamento, il n. 18, che comprende dai 150 ai 200 alloggi. Il compenso previsto, integralmente a carico del concessionario che eseguirà i lavori, è dell'1 sul totale dell'importo, da dividersi fra i vari membri della commissione (il 15 al presidente, il 13,3 agli altri, il 5,2 a un collaboratore del presidente).
Uno dei destinatari dell'incarico è Antonio lannello. L'architetto napoletano ha cinquantatré anni. Dal 1976 è segretario regionale di Italia Nostra. «Illustre Signor Ministro - risponde il 24 novembre lannello - nel ringraziarLa dell'incarico professionale [...], devo rappresentarLe l'impossibilità nella quale mi trovo ad accettare l'incarico affidatemi che sono quindi costretto a declinare». Seguono i motivi del rifiuto, che si possono sintetizzare in alcuni punti: aggiungere altri 25.000 vani ai 15.000 già previsti per quella zona è un grave errore urbanistico; l'amministrazione prevede un'espansione che invaderà 1.800.000 metri quadri, di fatto tutta l'area agricola non edificata del comune, inglobando un raccordo stradale e una ferrovia; la scelta manca di una pur sommaria analisi di quali conseguenze il nuovo insediamento può provocare sull'assetto urbanistico della città: la decisione è stata presa, si legge infatti nella relazione dell'ufficio tecnico del Comune, «salvo il giudizio tecnico-scientifico sulla idoneità dell'area a detti insediamenti abitativi» (che è come dire: la decisione l'abbiamo adottata, ma le ragioni che l'hanno indotta ancora non le conosciamo); si è strumentalmente sopravvalutato il rischio bradisismico; non si conosce con esattezza il numero delle famiglie che eventualmente non potranno tornare nelle loro abitazioni perché ancora sono in corso le perizie che devono stabilire se un palazzo è pericolante o meno; i 15.000 vani previsti, 10.000 dei quali non ancora costruiti, fanno parte di un piano regolatore approvato appena sette anni prima con l'intento di «decongestionare» il centro storico: forse possono essere sufficienti, visto che la popolazione non è aumentata; non si capisce perché, oltre alle nuove case, siano previsti «insediamenti industriali, commerciali e turistici»; niente si è accertato sul rischio vulcanico e sismico della zona in cui dovrebbe sorgere la Pozzuoli bis e quali danni al patrimonio archeologico e paesaggistico di quell'area la colata di cemento potrà arrecare. In un altro documento Italia Nostra denuncia che per Monteruscello si spendono circa 400 miliardi. Per ristrutturare il centro storico solo 40»[5].
Ripeto siamo (m’includo) incapaci ‘culturalmente’ ad andare oltre.

2 marzo 2010

P.S.: Fabrizio Gallanti della redazione di Abitare, mi ha spedito questa mail:

Titolo: http://www.abitare.it/highlights/mineral-geo
politics/ (lunga lettera di stefano boeri architetti) si comincia a ballare...

Testo: let's roll.

Fabrizio Gallanti,
onestamente il tuo tono mi ha dato fastidio, perché credo che tu abbia perso il senso di ciò che stiamo vivendo in Italia eppure conoscevi bene l’invito del tuo direttore: «dobbiamo tutti insieme riscoprire il significato civile del fare architettura».
Come per le vignette aggiungo alla tua mail un semplice 'Senza parole'.



SENZA PAROLE



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Note:

[1] Walter Siti, Il contagio, Mondadori, 2008, p. 234

[2] op. cit. Walter Siti, p. 199

[3] Stefano Boeri, Lo spazio crea la società, Editoriale n. 489, commento

[4] riporto integralmente il mio commento al post:
«Salvatore D'Agostino
Dice: 03.02.2009 alle 23:27
«E strano: crediamo di sapere tutto sull’ultimo concorso di Berlino o sulle Olimpiadi di Barcellona ma siamo sempre più imbarazzati a soddisfare la curiosità di chi ci chiede notizie su Milano. Dipenderà di certo dalla loro maggiore trasparenza, mentre da noi le cose più importanti non si vengono a sapere. Di fatto, per paura di fare brutte figure, diciamo sempre più spesso che non succede niente. Ancora adesso, se mi chiedono chi ha progettato le torri di Ligresti a Milano non so rispondere se non azzardando un’analisi alla Morelli; posso dire, deducendo dai dettagli: forse lo studio BPR (sic), ormai ridotto al solo attempato Belgioioso. Ci comportiamo nello stesso modo di chi lamenta che non ci sono più romanzi in letteratura. […] Non bisogna pensare ingenuamente che negli altri paesi l’architettura goda di ottima salute: non siamo i soli ad avere problemi, condividiamo i drammi epocali con il resto del mondo, e i fenomeni di degrado osservati nel nostro territorio sono soltanto un frammento della rovina generale, anche se da noi non c’è altro. E poi hanno proporzioni colossali. Tuttavia esiste un’anomalia italiana, che consiste innanzitutto nella difficoltà a dar conto della situazione. […] Così il problema della corruzione pone domanda che supera le altre: che cosa ha reso possibile che non si aprisse il fronte della denuncia? E ancora: perché nessuna reazione seria da parte della cultura architettonica?»
(Pierluigi Nicolin, Notizie sullo stato dell’architettura in Italia, Bollati Boringhieri, Torino, 1994)
Questi brani sono tratti dal libro/pamphlet del direttore di Lotus subito dopo gli anni di tangentopoli. Mi sembra interessante la frase: «perché nessuna reazione seria da parte della cultura architettonica? »
La stessa considerazione fatta lo scorso dicembre da Stefano Mirti in questo nuovo spazio di abitare.
Lei chiede agli architetti di recuperare il senso civile del mestiere, ma credo che quest’invito sia inutile se dimentichiamo di approfondire le cause sociali e lo stato attuale dell’architettura.
Non possiamo più permetterci di continuare ad “andare avanti” per rimozioni, perché temo che il nostro rapporto con il mestiere e con l’architettura ritornerà sullo stesso registro di affarismo banale e speculativo.
Caro direttore, c’è bisogno di un atto catartico, altrimenti l’italiano si siede nel consueto detto, non più solo napoletano: «ca avutu avutu avutu ca dato dato dato scurdammuce u passatu…»
C’è bisogno di una profonda analisi in modo che, parafrasando Pierluigi Nicolin, non dovremmo più avere difficoltà a dar conto della situazione.
Chiudo con una citazione da un architetto da lei indicato, Ernesto Nathan Rogers, tratto da Domus, n .205, 1946, invitava gli architetti a ricostruire l’Italia dalla macerie postbelliche: «Da ogni parte la casa dell’uomo è incrinata. Da ogni parte entrano le voci del vento e n’escono pianti di donne e di bimbi. […] La casa è un problema di limiti. Ma la definizione di limite è un problema di cultura e proprio ad esso si riconduce la casa. Se così è, anche le parole sono materiale da costruzione. E anche una rivista può aspirare ad esserlo. Si tratta di trovare nel proprio spirito l’antica natura percorrendo, tuttavia, la fertile via dell’esperienza. Vi sono tante cose inutili che sollecitano le vanità borghesi, ma anche tante meravigliose di cui i più non possono ancora usufruire. Una rivista può essere uno strumento, uno staccio per stabilire il criterio della scelta. Da quanto abbiamo detto, si può dedurre quali siano i nostri intendimenti, anzi le speranze che poniamo come mete irraggiungibili alle nostre sole forze.
Si tratta di costruire una società.
Non c’è tempo da perdere a illustrare cianfrusaglie.
Aiutiamoci tutti a trovare l’armonia tra la misura umana e la divina proporzione.
Cordialmente,
Salvatore D’Agostino».
Link: http://www.abitare.it/direttore/editoriale-489/

[5] Francesco Erbani, Uno strano italiano, Laterza, Roma-Bari, 2002, pp. 3-4

16 giugno 2009

0024 [MONDOBLOG] Archistar o Archipov? 1° parte

di Salvatore D'Agostino

Un dialogo doppio con il gruppo blogger architetti senza tetto. Provincia, ironia, sbalzi umorali, Computer Aided Design, parcelle, uffici tecnici e storie di un gruppo di amici architetti che dialogano in rete.

Legenda: 
ANG Angiolo;
AST Architetti senza tetto;
LB Lina Bo;
MF Massimiliano;
RK Rem;
SD Salvatore D'Agostino;
TD Tadao;
ZH Zaha. 

Salvatore D’Agostino Gianni Biondillo, inizia così il suo libro Metropoli per principianti:
«Non fate studiare architettura ai vostri figli. Non ne vale la pena. Se non lo fate per il successo, per il denaro, per la fama, insisto, è un consiglio spassionato: lasciate perdere. Avreste speso i soldi delle tasse universitarie, del computer, dei costosissimi testi scolastici, assolutamente per nulla. È il peggior investimento che potreste fare, quindi non fatelo.»(1) 
ANG Chi non se lo è sentito dire almeno una volta nella vita (...o forse tutti i giorni!). Se ti fossi fatto prete, lo avresti fatto per diventare Papa?

LB Io non ho capito dove sta la domanda... (cominciamo bene!!!) 

TD Beh... direi che per ragioni contrarie, ma ha ragione... non fate studiare architettura ai vostri figli, se desiderano successo, denaro e fama... ma poi... stò Gianni Biondillo, chi è?

RK Biondillo al mio confronto è un pargoletto con gli occhi pieni di rosee speranze... Io, se avessi un figlio, il primo giorno dell'asilo gli direi: "caro Vibrato (perché se avessi un figlio si chiamerebbe Vibrato) vedi di non abituarti a libri e quaderni perché ti mando a scuola solo fino alle medie. Dopo devi imparare un mestiere solido e utile come l'idraulico, il cartongessista o il manutentore di caldaie. Se poi avrai guadagnato abbastanza per te e le tue future cinque generazioni, allora ti potrai dedicare a un hobby futile e masochistico da scegliere tra fare il candidato del PD in Abruzzo o l'architetto.

ZH La tua domanda mi ha fatto scoprire che Gianni Biondillo è un architetto. Ho letto due suoi libri e non lo sapevo. E ora credo che abbia il dente avvelenato. Vorrebbe dire che: o miri a fare l'archistar o non ti conviene fare l'architetto? E che se come architetto hai successo, fai i soldi, e/o diventi famoso, allora sei un cinico (o lo sono i tuoi genitori)? Naaa. (Anch'io ho il dente avvelenato).

AST Come promesso (anzi minacciato) eccoti una contro-domanda pescata tra quelle che ci sono venute in mente. Domanda di ZH: Questo è l'incipit della voce "Architetto" di Wikipedia in italiano:
«L'architetto è la figura professionale massimamente esperta della progettazione architettonica, del restauro dei monumenti, della pianificazione, dell'estimo in relazione alla costruzione di edifici e più in generale di spazi a livello architettonico e urbanistico. È storicamente tra gli attori principali della trasformazione dell'ambiente costruito»
Che ne pensi di questa affermazione? 

SD Una WIKIPEssima DIArroica affermazione.
Per me l'architetto (senza presunzione di definizione) è colui che ha il senso del grave, inteso nei due suoi significati:
  • (materia) come per Archimede che ignudo immergendo le sue terga dentro la tinozza, si accorse che la sua massa corporea occupava uno spazio causando l'innalzamento del livello dell'acqua, l'architetto capisce che tutto ciò che edifica occupa uno spazio di cielo che poggia sulla terra;
  • (tensione) del profondo rispetto per chi costruisce e per chi usufruirà della struttura, un architetto non ammetterebbe che si possa morire in cantiere per incuria o che si presentino degli esecutivi approssimativi.
Parafrasando Bruno Munari «Fare il contadino è un mestiere terra terra»(2), fare l'architetto è un mestiere fra le nuvole.

SD A proposito di Bruno Munari, nel 1972 propose un concorso "Il compasso d'oro a ignoto", venivano premiati gli oggetti di uso comune con caratteristiche tecnico estetiche indissolubili, come la sedia stradio, la lampada del meccanico, un utensile del vetraio, l'ombrello, il lucchetto per serrande, oggetti di cui si sconosce il nome del progettista. Una delle sezioni più interessanti del vostro blog è la rubrica NO!DESIGN prendendo spunto da un bel libro di Vladimir Archipov ‘Design del popolo’(3), riproponete oggetti che possiamo definire di design involontario: l'etichetta distintiva dell'acqua fatta, la cornice dell'immaginetta della madonna, una gruccia porta gruccia, il portarotolo a filo, un portacellulare imbottigliato. Cos'è il design per voi? 

LB la traduzione letterale di design dall'inglese ha a che fare con il PROGETTO, cioè progettare o progettazione a seconda del caso che si tratti di verbo o sostantivo.
Ed è questo che dovrebbe essere un buon design (in quell'accezione contratta che comunemente diamo noi italiani all'industrial design, cioè al design di prodotti, oggetti, ecc...).
In questo senso credo che tutti gli oggetti NO!DESIGN in realtà siano perfetti oggetti di DESIGN, cioè frutto di una progettazione tutt'altro che involontaria: ... la ricerca di una risposta a un'esigenza, nuda e cruda (a volte più poetica a volte più terra terra, a volte a molte esigenze: funzionale, estetica, politica, ecc), e quindi sono progetto tout-court.
Poi c'è il design a forma di design... che di solito è "faticoso" o "gratuito", se ne trova un sacco sulle riviste e nelle fiere! 

MF Vedo gli oggetti di design più riusciti come forme senza tempo, perennemente attuali.
Da questo punto di vista credo possa essere utile per noi NON osservare altri oggetti "contemporanei".
Non credo si possa prescindere dal reale utilizzo degli oggetti.
No!design è per me anche sperimentazione di nuove necessità.

RK Innanzitutto grazie a te da oggi ogni qualvolta mi imbatterò nel principio di Archimede si ripresenterà nella mente l'immagine indissolubile di due grosse chiappone che si immergono... grazie, veramente grazie.
La nostra rubrica NO!DESIGN si ispira al bellissimo libro di Archipov, del quale vuol essere una declinazione in senso locale. Ci piacerebbe raccogliere oggetti autoprodotti che raccontino la storia ma anche la fantasia e la creatività della gente, non tanto del "popolo" in senso classista o sociale, ma di chiunque decida di risolvere un problema o un'esigenza con i propri mezzi e la propria fantasia. Gli oggetti raccolti da Archipov sono incredibili perché raccontano storie vere, sono dei brevi saggi di sociologia applicata, aforismi in forma materiale di storia recente. E in più sono poetici, emozionanti fino allo struggimento.
Ci sono pezzi di design contemporaneo in grado, non solo di svolgere egregiamente e semplicemente la funzione per la quale sono preposti, ma anche di raccontare storie affascinanti o un solo pensiero? Non credo, ed è per questo che il nome della rubrica va letta anche in senso letterale, con tanto di punto esclamativo.
Personalmente il design contemporaneo mi fa a dir poco ribrezzo, in particolare quello delle grandi firme ma anche di molti dei cosiddetti "giovani designer" che affollano fiere e convention sparse per il mondo alla ricerca di una visibilità transitoria ed effimera. A volte le mostre di design mi sembrano delle ipertrofiche mostre di lavoretti scolastici, quelle dove tutto sembra ricercare la carezza di un indifferente padre/produttore. Gli oggetti di NO!DESIGN, invece, se ne infischiano del giudizio altrui, sono diretti allo scopo, non cercano alcuna lode né aura intellettuale, non sono la soluzione ai problemi del mondo, non vogliono apparire su riviste patinate, ma soprattutto non hanno bisogno di nessun produttore in grado di trasformare un'idea "carina" in un prodotto di massa.
In questo senso mi sono divertito a leggere, su un numero di Abitare (n.d.r. n. 483), di un incontro al quale hanno partecipato vari intellettuali di levatura mondiale, tipo John Thackara, Aaron Betsky, Paola Antonelli, chiamati a discutere amabilmente e amichevolmente (come ama fare Abitare che quando organizza queste tavole rotonde sembra che tutti siano amici e compagnoni e sono appena usciti un po' sbronzi da una pizzeria) di Design e soprattutto del Torino geodesign. E a questo incontro c'era anche Archipov. Io me lo immagino mentre si rivolge alla supersnob e un po' schifata Paola Antonelli con un alito che sa pesantemente di cipolla e birra e dice sostanzialmente che la gente farebbe con giubilo a meno dell'intervento paternalistico e caritatevole dei designer. Della serie fate le vostre belle mostre in musei fichissimi, stampate le vostre riviste dal gusto fintamente popolare, preoccupatevi dell'influenza che avranno le nanotecnologie sull'estetica dell'arredobagno ma non rompete le scatole alla gente che, messa nelle condizioni giuste, sa risolvere i propri problemi pratici meglio di qualsiasi fratello brullè. Mi piace questo atteggiamento un po' rustico da Russia postsovietica perché punta l'accento sul fatto che la creatività non è appannaggio di una ristretta cerchia di eletti, vedi gli architetti e i designer, ma che appartiene a tutti: bisogna solo avere un problema pratico da affrontare per farla schizzar fuori in tutta la sua pirotecnica effervescenza.(4) 

TD Partiamo dal fondo.
Non saprei definire il design, perché non sono addentro a questa materia, ma direi che il design della rubrica "NO!DESIGN" non è "involontario", anzi, è forse una espressione incolta (e per questo geniale), ma volontaria per rispondere a una determinata esigenza.
Mentre sulla definizione di architetto direi che:
1) non mi preoccupo del fatto che gli (sporadici) edifici che costruisco "occupino" una porzione di cielo, ma mi preoccupo del fatto che costruendo sto modificando lo spazio intero e quella porzione di cielo che, forse, senza quell'edificio sarebbe stata meno... meno... non so meno cosa, ma diciamo semplicemente "meno"...
2) una persona che muore e degli esecutivi imprecisi, sono due concetti che non riesco ad accomunare.
2a) ho visto l'indifferenza degli operai ai temi della sicurezza, la loro evidente e incomprensibile noncuranza della propria incolumità... ma credo che non sia dappertutto così, credo che in alcune realtà siano anche le ditte a contravvenire i fondamentali della sicurezza... ma il tema, di per sé, è troppo complesso. Io mi fermo a questa constatazione.
2b) gli esecutivi normalmente li porto al 50, con (rari) dettagli al 10 o al 5... poi mi accorgo che siccome l'impresa esecutrice non capisce una sezione, usa direttamente i 100 depositati in comune, perché più chiari...
ZH davvero abbiamo preso spunto da Vladimir Archipov? ma esiste davvero uno che si chiama Vladimir ARCHI-POV, e non è un situazionista?
Quanto alla domanda vera e propria: per me, il design è nell'occhio di chi guarda, e diventa indispensabile affezione/afflizione quando si possiede un oggetto di design. con tutte le contraddizioni del caso
  • mi piace la grafica dell'ISBN (e ne posseggo alcuni esemplari);
  • mi piace (e posseggo) il portacenere CUBO di Munari. Mai usato, non vorrei sporcarlo, ci metto dentro i bigliettini da visita; checché ne dicesse Munari, ora non ha più scopo, è puro design, e cioè piacevole da guardare e toccare (e possedere), e basta;
  • mi è stato fatto notare da un ospite recente che su una mensola della nostra cucina c'è il famoso spremiagrumi di Philippe Starck: "ma è funzionale?" "boh, non l'ho mai usato!"; è stato un acquisto consapevole (credo e spero) della futilità dell'oggetto e del ruolo ambiguo che il design svolge in questo caso;
  • mi piace, e posseggo, e mi ha profondamente deluso, un macinapepe di design nordico: in questo caso, l'acquisto era volto all'uso, e diversamente da quello che in genere si dice sul design nordico, è bellissimo e appare funzionale da vedere e toccare, ma è assolutamente inutilizzabile per macinare il pepe. Si potrebbe continuare all'infinito.
Direi che l'importante (come per l'arte, sempre secondo me) è la consapevolezza nella fruizione. Inutile in questo caso dare la colpa agli altri.
Aggiungo come riflessione secondaria, originata proprio dall'ospite sopra menzionata: spesso veniamo giudicati dagli oggetti che ci appartengono, e quando ce ne accorgiamo, siamo in imbarazzo. Vorremmo aver scelto con più oculatezza. (o vale solo per me?)
E come riflessione terziaria: saremmo felici in una casa fatta solo di oggetti NO!DESIGN (o di "design del popolo")?

AST Perché gli architetti finiscono sempre per "fare le notti"? e quanto questo influenza la produzione del progetto? Per mia esperienza, studi anche importanti finiscono sempre per utilizzare questo tempo alla chiusura di un lavoro, ad una consegna... di solito sono i disegnatori, che ci rimettono... 

SD Una domanda maledettamente difficile ed è uno dei pretesti che mi hanno spinto ad aprire il blog Wilfing Architettura.
Ti elenco alcune delle ragioni che condizionano il lavoro dell’architetto:
  • ignoranza tecnologica: mancano dei corsi di aggiornamento o meglio scuole post laurea per professionisti come indicate dal linguista Tullio De Mauro;
  • studi tecnici strutturati artigianalmente e non organicamente seguendo la logica del processo edilizio;
  • assenza di cultura architettonica, il 95% delle nostre costruzioni sono opere di edilizia. Chiamata dai giornalisti di Report il Male oscuro;
  • gli ordini degli architetti difficilmente promuovono attività culturali. La figura professionale dell’architetto non è tutelata;
  • diffusa cultura misoneista, si pretende la rivoluzione per ogni opera d’architettura trascurando ‘giornalisticamente’ la colata di cemento anonimo che devasta quotidianamente il paesaggio italiano;
  • illegalità diffusa.
In poche parole l’architetto è un mestiere da sfigati dato che si lavora 24 ore per essere considerati onanisti perditempo.

SD Dal 23 aprile 2008 il blog indaga sulle misteriose apparizione di seppie giganti a Pescara. Raccogliete informazioni, descrivete il luogo dell'avvistamento, lo taggate in una mappa in continuo aggiornamento e li descrivete come critici televisivi dell'arte. Esempio: sono ben due seppie che s'intrufolano tra le lettere della scritta. La capoccia è blu/viola, gli occhi celeste e i tentacoli magenta. Per alcuni critici i graffiti sono forma d'arte, per altri messaggi da non sottovalutare, per i politici del decoro atti di vandalismo e c'è anche chi propone i graffiti per abbellire gli edifici nati dopo il 1950.
Che cosa sono i graffiti per voi?  

LB Che noia l'annosa questione del graffito come opera d'arte o atto vandalismo... ma voglio essere banale fino in fondo: mi ricordo che quando ero bambina avevo una scatola di matite colorate di marca "giotto" la cui confezione cartonata ritraeva Giotto intento a disegnare un cerchio perfetto ( o era forse una pecora?) su una pietra sotto gli occhi attenti del suo maestro Cimabue e di un paio di pecore interessate all'opera (un testo raccontava appunto la storiella di quell'evento artistico)... ad avercelo ora quel pezzo di muro della campagna toscana. I graffiti sono delle splendide opere d'arte contemporanee (non tutti ovviamente). Punto. 

RK Quando guardo i graffiti provo in genere una sorta di invidia: perché loro possono intervenire sull'estetica della città e io, che sono architetto, no?
É questa “invidia della bomboletta” che mi spinge a osservare in particolare quei graffiti in cui mi sembra di intravedere un progetto artistico che superi il mero atto vandalico. Penso proprio che prima o poi anch'io mi travestirò da writer e nella notte pescarese darò libero sfogo alla mia frustrata voglia di lasciare il segno su una città per il resto indifferente verso qualsiasi azione architettonica, artistica o minimamente estetica che possa avvenire sul suo suolo. 

ZH A parte che non ho ben capito l'esempio... ti riferisci al banner del sito? comunque, per me, una risposta univoca non è possibile. I graffiti possono essere qualsiasi cosa tra quelle citate nella domanda, anche se (quasi) mai contemporaneamente. L'unica cosa su cui ho dei dubbi è la questione dell'abbellimento per edifici posteriori al 1950... in tal caso, in quanto eventi organizzati, sarebbero da definirsi più correttamente "murales" o "affreschi" (qui volevo fare dell'ironia sorvolando esplicitamente la generalizzazione implicita sul valore dell'architettura del dopoguerra... si capisce?) 

AST Una delle sezioni della PresS/Tletter di epoca pre-web2.0 (per intenderci quella lunghissima e impossibile da leggere) che ci piaceva di più era quella delle interviste perché aveva un tono più spigliato e meno palloso (per intenderci alle "Iene") di quello paludato da rivista di architettura.
Ti proponiamo qui la classica sfilza di domande a cui, mi raccomando, devi rispondere in non più di 10 secondi l'una per evitare di essere intelligente o anche minimamente serio. Noi questo gioco l'abbiamo fatto e qui puoi leggere le risposte che avevamo dato. 
Pronto? Via! 

SD Grazie io vi faccio una domanda voi tredici!!! 

AST & presS/Tletter Una auto-presentazione in quattro righe. 

SD
NO
!
Archi
Tetto 

AST & presS/Tletter Cosa ne pensi della ricerca architettonica in Italia oggi? 

SD Esiste ed è latente, bisogna cercarla nei sottoscala, ahimè posti poco frequentati dai critici. I grandi problemi in Italia sono dati dai gerontocratici del decoro e dalla gestione politica dell'eccellenza una contraddizione di termini. 

AST & presS/Tletter Il nome di un architetto italiano vivente al quale faresti progettare casa tua.

SD Usurato Vittorio Giorgini di prima mano Salottobuono.  

AST & presS/Tletter Il nome di una star internazionale alla quale non la faresti progettare.  

SD Vittorio Gregotti perché è ancora convinto che lo ZEN di Palermo è mal abitato. 

16 giugno 2009 (ultima modifica 11 settembre 2012)
Intersezioni ---> MONDOBLOG

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Note: 
(1) Gianni Biondillo, Metropoli per principianti, Guanda, 2008
(2) Bruno Munari, Spazio abitabile, Nuovi Equilibri, 1999.
(3) Vladimir Archipov, Design del popolo. 220 inventori della Russia post-sovietica, ISBN, 2007
(4) di questo convegno Wilfing Architettura ne aveva parlato con Marco Paisan: 0017 [MONDOBLOG] Intervista a Marco Pasian del gruppo Opla+