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24 giugno 2010

0032 [MONDOBLOG] Coraggio, il meglio è passato! [2]

di Salvatore D'Agostino

introduzione e prima parte
«È oramai passato più di un anno dall’inizio di “mirtilli”, tempo che rispetto agli orologi (e calendari) del web è infinitamente lungo e infinito.
Tutte le cose belle hanno in genere un inizio e una fine, sennò poi diventano quelle robe alla Enzo Mari che si trascinano per mesi (per anni) e diventano in genere noioserrime (detto diverso: un bel gioco dura poco e questo è già durato tantissimo). 
;-)
Da cui, ho pensato che così come il tutto nasce per caso (una chiacchierata a cena), il tutto deve anche finire nello stesso modo: senza particolare motivo, senza particolare ragione». (Stefano Mirti)
Pubblicato su Abitare -versione on-line - il 18 giugno 2010 alle ore 9.53. Titolo KissKiss. Contemporaneamente, quel giorno, ero alle prese con i soliti noiosissimi problemi di blogspot, per la pubblicazione della prima parte del colloquio con lo stesso Stefano Mirti. In seguito pubblicato alle 11.50. Come dice Fabrizio Gallanti - nei commenti del post di addio - questo colloquio su Wilfing Architettura è un bilancio retroattivo sul parablog ‘Mirtilli’. Forse, non era nelle mie intenzioni, capisco che la peculiarità più viva del blog sia il suo non essere: redazionale, programmato, infinito.

Per questo motivo un blog è una scialuppa di salvataggio in navigazione precaria.  
Dopo l’approdo auguro a Stefano Mirti un buon tutto.

;-) faccina ‘mirtiana’ di congedo.


Istruzioni per l’uso | Blog |

Il 14 dicembre 2008 il sito Web della rivista Abitare si è trasformato in blog, una mutazione indolore poiché già sperimentato da qualche tempo dai quotidiani e da molti magazine.
Inizia con una tua lettera indirizzata a Stefano Boeri: «Perché su “Abitare” non promuovete un dibattito vero sulle nuove modalità di rapporto tra soggetti pubblici e soggetti privati? il ruolo dei progettisti nel mondo che cambia, l’esercizio di incastro tra gli interessi privati e gli interessi pubblici. Questo è il tema vero, è il tema reale che interseca qualsiasi operazione di trasformazione effettiva nel nostro paese. Questo tema richiede una quantità infinita di intelligenza e capacità: la ridefinizione del ruolo del progettista in un mondo in cui tutto è cambiato, in cui qualsiasi modello precedente è stato messo in crisi e si sta faticosamente cercando di ridefinirne di nuovi. Sennò, tutto quanto si riduce al gossip tipo Amanda o Garlasco (vedi i resoconti su Casamonti) e non so quanto questo sia utile e/o interessante. Che dici?»1

Il 23 marzo 2009, sempre sul sito di Abitare, iniziano le pubblicazioni dei suoi post nella rubrica/blog ‘Mirtilli’.2 - [Sulla blogghizzazione delle riviste storiche italiane e sulla sua rubrica blog ne ho parlato qui] -

A che cosa serve un blog per un architetto?


In tutta sincerità, non lo so. Ho questo fondato sospetto che di sua natura non serva a nulla (in tutta sincerità a me non serve a nulla ed è il motivo sostanziale per cui mi piace farlo e per cui lo faccio).

In verità io ho una certa qual esperienza del tutto. Tra il 1998 e il 2001 ho vissuto in Giappone, in un'epoca in cui i blog non c'erano ancora.

Allora, al terzo giorno di Tokyo mi ero stufato di dover mandare venti mail uguali a venti amici e parenti in cui raccontavo di cosa facevo e come era 'sto Giappone.
Avevo dunque inventato il "tokyodiary", ovvero un diario quotidiano che mandavo alla mia mailing list.Dopo poco, il tutto mi era sfuggito di mano da cui si era progressivamente definita una mailing list di centinaia e centinaia di persone che non conoscevo (l'amico dell'amico dell'amico).
Alla fine dei miei tre anni in Giappone, ho capito che di tutte le mille cose fatte (che sono state diverse), la cosa più bella in assoluto era per l'appunto il tokyodiary.

Tokyodiary che non ha mai avuto applicazione pratica. Che non ho mai voluto trasformare in libro, che aveva un senso nel momento in cui lo facevo e non un secondo dopo.


screenshot n. 0 del 'Tokyodiary' 31 ottobre 1998

Da cui, credo che un blog abbia la stessa funzione del tradizionale diario.
A grandi linee non serve a niente. Che è però quel tipo di servire a niente che ritroviamo nella musica, nel flirtare con la cameriera al bar, nel guardare un vecchio film di Bunuel.

Quel "servire a niente" che è poi l'essenza delle nostre vite ed è il motivo ultimo per cui siamo su questa terra.
Il blog è come il taccuino con gli schizzi e gli appunti (che non mi capita mai di ritornare a guardare), come i ritagli che conservo preziosamente e che finiscono in scatole che non verranno mai aperte.

Tutte cose che si fanno perché c'è un desiderio profondo, una necessità impellente, attività che chiedono di essere fatte, che esigono da me di essere fatte, ma che non hanno alcuna utilità pratica.

Scrivere "mirtilli" non ha per me alcun significato e/o applicazione pratica. Lo faccio perché mi piace, perché mi diverte, perché so che si sono altre persone a cui piace.
Fine della storia.

Appena un blog acquisisce un doppio fine, tendenzialmente è la fine.
Questo detto, se le mi consente, appena un'attività professionale, un lavoro, una vita...

...acquisisce un doppio fine, tendenzialmente lì è la fine.


Batofobia | Piazza italiana |

Piazza del Duomo a Milano, piazza della Signoria, piazza del Campo, piazza San Pietro, piazza del Plebiscito a Napoli, piazza Duomo a Siracusa sono dei vuoti urbani relazionali e commerciali.

«La domenica, le piazze italiane sono vuote. Quasi deserti gli stadi, le chiese, i cinema, i tradizionali luoghi della vita sociale. Sono tutti all'outlet.»3
Le nostre piazze ‘relazionali e commerciali’ (perdoni la ripetizione) sono state affidate agli strateghi del marketing, lasciando la gestione di alcune aree sensibili agli addetti dello 'stile sovraintendenza' così definiti da Federico Zeri.
Perché abbiamo ceduto i temi architettonici e sociali della città agli operatori del marketing 'politico/commerciale'?


Perché sono più svelti, più abili, più scaltri, più intelligenti ed efficaci.

Marco Polo va in Cina per fare soldi non per conoscere nuovi mondi o per conoscere se stesso.
Il milione non è un diario di viaggio, è un baedeker commerciale.
Da questo punto di vista, nulla di nuovo sotto il sole.

Poi, ogni civiltà esprime gli spazi e le strutture urbane che è in grado di generare.
Se una civiltà aa che ogni persona passa mediamente otto ore davanti alla televisione, sarebbe molto strano il fenomeno opposto (che poi la gente si dedica alla costruzioni di piazze sofisticate e complesse).

:-)

Flaiano in merito disse il celebre: "coraggio, il meglio è passato"...

;-)

Batofobia | Architettura vuota |
«La maggior confusione nella “critica” d’architettura è di fatto dovuta alle riviste legate alla professione: gli architetti dovrebbero fare architettura e gli storici storia. Immagina che cosa accadrebbe se io costruissi una casa? 
[…] 
Se un architetto ha bisogno di leggere per capire dove si trova, è senza alcun dubbio un cattivo architetto!Francamente non vedo l’importanza di spingere la teoria nella pratica; al contrario; per me è il conflitto delle cose che è importante, che è produttivo. Non lo vedo come una profezia, ma ciò che quindici anni fa ho scritto in Progetto e utopia è diventato oggi un'analisi abbastanza normale: le utopie non esistono più. L’architettura dell’impegno, che cercò di coinvolgerci politicamente e socialmente, è finita, e ciò che si può ancora fare è architettura vuota. Oggi un architetto è costretto a essere o un grande o una nullità. Questo per me non è veramente il “fallimento dell’architettura”: dobbiamo invece guardare a ciò che un architetto poteva fare quando certe cose non erano possibili, e a ciò che poteva fare quando lo erano. Ecco perché insisto sugli ultimi lavori di Le Corbusier, quando non aveva più messaggi da imporre all’umanità. E come da tempo cerco di chiarire quando parlo di contesto storico, nessuno può determinare il futuro.» (Manfredo Tafuri)4

Credo che il mondo in cui l'architetto fa le case e lo storico scrive le storie, sia un mondo finito.
Se l'architetto iniziasse a raccontare delle storie, sarebbe una cosa ottima.
Se poi lo storico o il critico iniziasse a costruire case, queste non potrebbero venire peggio di quelle costruite dagli architetti.

:-)

«Se un architetto ha bisogno di leggere per capire dove si trova, è senza alcun dubbio un cattivo architetto!» (Manfredo Tafuri)
Ma no... Inizierei con un suggerimento.
Se al termine architetto sostituiamo il termine "progettista", facciamo già dei passi avanti.
«Se un progettista ha bisogno di leggere per capire dove si trova [...]» (Manfredo Tafuri)
Che cosa legge?

storie?
romanzi?
saggi critici?

Se un progettista legge per capire dove si trova, mi sembra sia un'attività più che lecita e sensata.
Perché non dovrebbe farlo?
«Francamente non vedo l’importanza di spingere la teoria nella pratica; al contrario; per me è il conflitto delle cose che è importante, che è produttivo. Non lo vedo come una profezia, ma ciò che quindici anni fa ho scritto in Progetto e utopia è diventato oggi un’analisi abbastanza normale: le utopie non esistono più» (Manfredo Tafuri)
Parzialmente vero (le utopie che non esistono più).

Le utopie si sono mescolate alle distopie, ai multiversi...

Si che esistono, semplicemente sono cambiate...
«L’architettura dell’impegno, che cercò di coinvolgerci politicamente e socialmente, è finita, e ciò che si può ancora fare è architettura vuota». (Manfredo Tafuri)
Più o meno concordo.
Ciò detto, l'idea di fare architettura vuota non mi sembra orrenda o disdicevole.
«Oggi un architetto è costretto a essere o un grande o una nullità». (Manfredo Tafuri)
Ma va... Sono stupidaggini.
Ognuno nasce in un suo periodo, in una sua epoca. Questa epoca funziona così.
Perché essere così pessimisti?
«Questo per me non è veramente il “fallimento dell’architettura”: dobbiamo invece guardare a ciò che un architetto poteva fare quando certe cose non erano possibili, e a ciò che poteva fare quando lo erano». (Manfredo Tafuri)
Non mi sembra, non sono d'accordo. Guardiamo piuttosto a come funziona l'oggi (se necessario leggendo), e regoliamoci di conseguenza.
«Ecco perché insisto sugli ultimi lavori di Le Corbusier, quando non aveva più messaggi da imporre all’umanità». (Manfredo Tafuri)
Mah... Mi sembrano grossolane generalizzazioni. L'ospedale di Venezia, il Cabanon, le case Jaoul e Shodan. Tutto Chandigarh...
Quelli sono messaggi per l'umanità pazzeschi, esattamente uguali al primo Le Corbusier.
La torre d'ombra che tanto appassionò il giovane Francesco Venezia...

Gli ultimi vent'anni di Le Corbusier a me sembrano molto più importanti dei primi venti, soprattutto perché aveva una quantità di messaggi infiniti per l'umanità.

Il Le Corbusier del Modulor non era un messaggio per l'umanità?

Mah...
«E come da tempo cerco di chiarire quando parlo di contesto storico, nessuno può determinare il futuro». (Manfredo Tafuri)
Tranne mia mamma che di mestiere fa l'astrologa...

http://www.graziamirti.com/

;-)


Batofobia | Web|

La prima piattaforma intuitiva per la gestione di un blog fu creata da Bruce Ableson il 20 ottobre 1998 con il nome di Open Diary,5 dove Xochiquetzal creò il suo Blog Moon Worshiper. Il 17 dicembre 1998 nel suo primo post Emergence of a Nonconformist si trova una delle più interessanti definizioni delle scritture in rete: 

«to write so beautifully on this alluring blank space».
Il Web è un 'affascinante spazio vuoto'?
A grandi linee si. Ed è affascinante proprio perché vuoto...

:-)


Ecco l’ultima domanda:*

A proposito di alcune sue considerazioni sui testi di architettura:


«Se riduciamo il ventesimo secolo dell’architettura a tre testi, questi sono (parere opinabile): “Verso un’architettura” di Le Corbusier, “Learning from Las Vegas” di Venturi/Scott-Brown/Izenour, “L’architettura della città” di Aldo Rossi. A cui si può aggiungere forse “Delirious New York” di Koolhaas.6
Leggendo il libro ‘Le parole dell’architettura’ a cura di Marco Biraghi e Giovanni Damiani7 e camminando per le nostre città dai bordi verso l’interno, non riesco a rintracciare nessun nesso tra le parole e la matericità di ciò che vedo.
Capisco il ruolo del critico - che deve selezionare tra gli architetti più autorevoli della seconda metà del XXI secolo le parole più interessanti - ma ciò che non comprendo è il motivo del rimosso (non solo da parte di questi curatori) di alcune ‘Parole dell’architettura’.


Anche in questo libro tutti i testi indicati hanno in comune la sindrome ‘da manifesto’ ovvero l’idea degli architetti di scrivere teorie – pontificare – sull’architettura.

Per chiarire meglio il concetto, ecco un elenco di quattro testi rimossi in quest’ultimo mezzo secolo, in ordine cronologico:

Gio' Ponti, "Amate l’architettura", Vitali e Ghianda, Genova, 1957. Per la prima volta, l’architettura viene raccontata attraverso un testo diffranto. Offendo aforismi da riformulare: «non per dettare legge, se mai per eccitare alla contraddizione: perché un libro è un colloquio, non un soliloquio. Solo nella follia parliamo da soli».8
Su Gio' Ponti io ammetto di avere un pregiudizio.
Non ho mai capito le sue architetture e ancora meno i suoi testi. Credo che sia ovviamente un mio limite, ma non so proprio cosa farci.
Ho iniziato "Amate l'architettura" venti volte e per venti volte l'ho abbandonato ucciso dalla noia totale e assoluta.

Sorrysorrysorry.

I due o meglio tre numeri della rivista (per semplificare) "Pianeta Fresco" edito tra il dicembre 1967 e l’equinozio invernale del 1968.
Dove le idee avevano il gusto di un gioco fatto bene. Ad esempio: i ‘Gazebo’s’ degli Archizoom con l’ironica agenzia export- import tra l’Italia e il Medio Oriente che anticipa - non di poco - i temi dell’architettura odierna. Estrapolo una frase dalle pagine iniziali:

«La sentenza 
Il pozzo. Si cambi pure la città, Ma non si può cambiare il pozzo. Non cala e non cresce. Se si è quasi raggiunta l’acqua del pozzo, Ma non si è ancora ben giù con la corda, Oppure se si infrange la bocca, questo reca sciagura. 
Nell'antica Cina le capitali venivano travolta trasferite, in parte per ragioni di sito più favorevole, in parte per mutamento di dinastia. Lo stile architettonico mutò nel corso dei secoli, ma la forma del pozzo è un’immagine dell’organizzazione sociale dell’umanità riguardante le più primitive necessità della vita, che indipendenti da qualsiasi formazione politica. Le formazioni politiche, le nazioni mutano, ma la vita dell’uomo con le sue richieste rimane la stessa. In ciò non si può cambiar nulla. Le stirpi vengono e vanno, ed esse tutte fruiscono della vita nella sua inesauribile copia.»9
Ma Sottsass era in un'altra "league". Se lei parla dei testi importanti per l'architettura io dico appunto Le Corbusier, Venturi, Rossi, Koolhaas.
Sottsass è tre spanne sopra, è un altro universo.
Sottsass parla della vita, delle cose importanti. Mica lo mettiamo assieme ai carpentieri...

:-)

Bruno Munari, "Codice ovvio", Einaudi, Torino, 1971.
Leggere Munari significa entrare in una ‘Camera delle meraviglie’, dove serve solo comprendere il significato di ‘ovvio’:
«Il più grande ostacolo alla comprensione di un’opera d’arte è quello di voler capire.»10
Amo molto Bruno Munari, trovo insopportabili i munariani.
Munari era uno bravo, faceva cose belle, lì detto stop.
Aveva tre concetti interessanti e belli su cui ha scritto duecento libri tutti uguali. Letto uno, letti tutti.
Munari mi piace e lo amo, però potrei citare altre ottocento persone che mi piacciono e fanno cose che mi piacciono.

:-)

Maurizio Sacripanti, Città di frontiera, Bulzoni, Roma, 1973.
Ovvero il credito formativo di Rem Koolhaas. Fulvio Irace in un recente articolo su Domus11 associa il suo progetto ‘Total teatro di Cagliari’ al Transformer di Prada di Koolhaas.


Ecco, Sacripanti è uno che proprio mi intriga e mi affascina.
Di cui però non so tantissimo. Tipo Musmeci. Che vedi i lavori e non riesci a capire come sia che non siano celeberrimi e studiatissimi.
Per esempio, quel testo che lei cita, non solo non l'ho letto, ma non sapevo neppure che esistesse.

Io credo che le opere tautologiche Koolhaas=Sacripanti siano:

Wyly Theatre, At&T Performing Arts Center, Dallas = Progetto Total teatro di Cagliari
Transformer di Prada, Seoul = Progetto per l’Expo 70 di Osaka


Conosco quei lavori di Sacripanti, mi sembrano assoluti, Koolhaas è un'idrovora che sa tutto e succhia tutto. Si, possibile...

Senza trascurare il grosso debito teorico. Prelevo dal libro ‘Città di frontiera’ altre parole rimosse:
«E la città, zavorrata dal greve storico, sorpresa dal futuro, artificiosamente si spezza, ammutolisce, si scopre androgina e sterile all’innesto di ogni nuovo, si esaurisce, si “sdoppia”: un sopra e un sotto. Sopra, parallelismi urbanistici dove le strade perduto il racconto non comunicano più; sotto, i canali per persone e cose; sopra, l’anonimo; sotto, l’utile. Così dalla comunicazione magica dello spazio scavato per il pozzo si è passati, senza magia, alla città scavata per i servizi.»12
Credo che Koolhaas abbia un credito formativo nei confronti di tutta quella generazione, non di Sacripanti nello specifico.

Premettendo che le parole più interessanti dell’architettura italiana sono scritte nel "Nuovo nuovissimo manuale dell'architetto" edito dal Tribunale ordinario di Firenze, a cura del Giudice delle Indagini preliminari Rosario Lupo e che il libro più letto dai 400mila tecnici del settore edile è la legislazione italiana con, in allegato, la Gazzetta Ufficiale.

Ecco in altri quattro punti ciò che stiamo rimuovendo in questo momento.

La cultura hacker.
Nell'idea di Richard Stallam di abbandonare l'uso da default dei software e di comprenderne i codici. Per uscire fuori dai default CAD e ricodificarli, come la mano dell’architetto fa con la matita.


La cultura hacker è tipo Bruno Munari. A un certo punto diventa di moda, tutti ne parlano, tutti la citano, poi a un certo punto finisce e il mondo va avanti come prima.

La semantica.
Ovvero la grammatica del nostro presente fisico, nonché del futuro dell'informatica. Al momento conosco un libro per capire - che le parole, come sostiene Umberto Galimberti, mutano di significato secondo come sono abitate in un dato momento dagli uomini - ed è la prima parte di ‘Lezioni di enigmistica’ di Stefano Bartezzaghi.13
Per possedere il senso della composizione.

Se lei ama il tema, le suggerirei piuttosto "Una diversa tradizione" di Corrado Levi. Anche Christopher Alexander aveva scritto testi importanti e definitivi sul tema (quando Galimberti e Bartezzaghi andavano ancora all'asilo infantile).

La lista.
Per maturare il non senso delle teorie di architettura tassonomiche e per avere il piacere della vertigine della lista secondo i suggerimenti di Umberto Eco.14


A me le liste piacciono moltissimo, da cui sull'importanza della lista mi trova d'accordo e simpatetico.

La legislazione italiana.
Per sapere come cambiarla.


Su questo non saprei cosa dire.

Quali sono ‘le parole dell’architettura’ della seconda metà del secolo passato e i temi significativi dell'architettura italiana di oggi?

Mi sembra una domanda troppo difficile. O meglio, una domanda che non mi appassiona e sulla quale non saprei dire grandi cose.
Specificatamente sui "temi significativi dell'architettura italiana di oggi" ho qualche difficoltà.

Non penso noi si sia in un'epoca da "temi significativi".
L'architettura così come la conosciamo sta annaspando e collassando.
L'italianità è una categoria che conosco ma che non mi appassiona.
L'oggi in quanto oggi ha da essere vissuto e non classificato.

Grazie mille per la chiacchierata, buona giornata.

Grazie a lei.


24 giugno 2010 (ultima modifica 19 settembre 2012)
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__________________________________________
Note:
1 Stefano Mirti, La professione in Italia, Abitare on-line, 14 dicembre 2008. Link
2
 
Stefano Mirti, A Milano, Nuovo giro al Design Museum della Triennale, Mirtilli, 23 marzo 2009. Link
3
 Aldo Cazzullo, Outlet Italia, Mondadori, Milano, 2007, p. 3
4
 Richard Ingersoll, There is no criticism, only history, Design Book Review, Spring, 1986. Anche in Casabella n. 619/620, gennaio/febbraio 1995, p. 98.
5
 Per la storia dei blog: Salvatore D'Agostino, 0026 [MONDOBLOG] La storia del blog e una storia blog Elmanco, Wilfing Architettura, 2 febbraio 2010. Link
6
 Stefano Mirti, Playscape, Abitare: blog 'Mirtilli', 5 aprile 2010. Link
7
 a cura di Marco Braghi e Giovanni Damiani, Le parole dell’architettura, Einaudi, Torino, 2009.
8
 Giò Ponti, Amate l’architettura, Vitali e Ghianda, Genova, 1957.
9
 I due numeri di 'Pianeta fresco' sono leggibili in rete qui.

10 Bruno Munari, Codice ovvio, Einaudi, Torino, 1971.
11 Fulvio Irace, I flussi carsici della storia, Domus, maggio 2010, n. 936, pp. 62-71.
12
 Maurizio Sacripanti, Città di frontiera, Bulzoni, Roma, 1973.
13
 Stefano Bartezzaghi, Lezioni di enigmistica, Einaudi, Torino, 2001.
14
 Umberto Eco, Vertigine della lista, Bompiani, Milano, 2009.
* La domanda è stata sezionata in più parti.

31 agosto 2009

0032 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] In viaggio col taccuino di Simonetta Capecchi

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?

Qui l’articolo introduttivo


In viaggio col taccuino di Simonetta Capecchi

Caro Salvatore,
aspettavo a rispondere per aver qualcosa di intelligente da dire. Però nel frattempo ho capito che mi sono allontanata parecchio dall'architettura. E dire che ho fatto persino un dottorato e tenuto un corso integrativo in Facoltà qui a Napoli fino al 2006.
Sembrano anni luce. Ho cominciato ad occuparmi di taccuini di viaggio e non sono riuscita a farlo insieme agli architetti.
Coinvolgerli e coinvolgere l'Università sembrava una fatica inutile, così mi sono avvicinata agli artisti, ai fumettisti, agli illustratori...
Ora sono abbonata ad Animals, invece che a Casabella.

I vari social network (quelli utili!) e il blog sono strumenti che ho cercato di diffondere tra gli studenti di architettura, con scarsi risultati. Qualcosa ho fatto anche insieme a Franco Lancio, nel 2008, in questo blog collettivo 4crediti degli studenti di un suo corso, Era ancora una novità. Ora vedo che i blog si stanno un po' diffondendo anche tra gli architetti italiani.

Per il tuo sondaggio... in questa fase della vita, sono attratta da persone multiformi e con approccio globale alla creatività e alla creazione.
Per questo vorrei rispondere Bruno Munari, per la prima categoria, anche se non è architetto.
E il mio amico Franco Lancio, per la seconda. Lui si, è architetto, ma spazia molto oltre il confine della categoria!
Qui alcune cose sue o fatte per la nostra rassegna dei taccuini negli ultimi anni:
  1. http://inviaggiocoltaccuino.blogspot.com/search?q=franco+lancio
  2. http://4crediti.blogspot.com/search/label/3.franco%20lancio

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Leggi:

16 giugno 2009

0024 [MONDOBLOG] Archistar o Archipov? 1° parte

di Salvatore D'Agostino

Un dialogo doppio con il gruppo blogger architetti senza tetto. Provincia, ironia, sbalzi umorali, Computer Aided Design, parcelle, uffici tecnici e storie di un gruppo di amici architetti che dialogano in rete.

Legenda: 
ANG Angiolo;
AST Architetti senza tetto;
LB Lina Bo;
MF Massimiliano;
RK Rem;
SD Salvatore D'Agostino;
TD Tadao;
ZH Zaha. 

Salvatore D’Agostino Gianni Biondillo, inizia così il suo libro Metropoli per principianti:
«Non fate studiare architettura ai vostri figli. Non ne vale la pena. Se non lo fate per il successo, per il denaro, per la fama, insisto, è un consiglio spassionato: lasciate perdere. Avreste speso i soldi delle tasse universitarie, del computer, dei costosissimi testi scolastici, assolutamente per nulla. È il peggior investimento che potreste fare, quindi non fatelo.»(1) 
ANG Chi non se lo è sentito dire almeno una volta nella vita (...o forse tutti i giorni!). Se ti fossi fatto prete, lo avresti fatto per diventare Papa?

LB Io non ho capito dove sta la domanda... (cominciamo bene!!!) 

TD Beh... direi che per ragioni contrarie, ma ha ragione... non fate studiare architettura ai vostri figli, se desiderano successo, denaro e fama... ma poi... stò Gianni Biondillo, chi è?

RK Biondillo al mio confronto è un pargoletto con gli occhi pieni di rosee speranze... Io, se avessi un figlio, il primo giorno dell'asilo gli direi: "caro Vibrato (perché se avessi un figlio si chiamerebbe Vibrato) vedi di non abituarti a libri e quaderni perché ti mando a scuola solo fino alle medie. Dopo devi imparare un mestiere solido e utile come l'idraulico, il cartongessista o il manutentore di caldaie. Se poi avrai guadagnato abbastanza per te e le tue future cinque generazioni, allora ti potrai dedicare a un hobby futile e masochistico da scegliere tra fare il candidato del PD in Abruzzo o l'architetto.

ZH La tua domanda mi ha fatto scoprire che Gianni Biondillo è un architetto. Ho letto due suoi libri e non lo sapevo. E ora credo che abbia il dente avvelenato. Vorrebbe dire che: o miri a fare l'archistar o non ti conviene fare l'architetto? E che se come architetto hai successo, fai i soldi, e/o diventi famoso, allora sei un cinico (o lo sono i tuoi genitori)? Naaa. (Anch'io ho il dente avvelenato).

AST Come promesso (anzi minacciato) eccoti una contro-domanda pescata tra quelle che ci sono venute in mente. Domanda di ZH: Questo è l'incipit della voce "Architetto" di Wikipedia in italiano:
«L'architetto è la figura professionale massimamente esperta della progettazione architettonica, del restauro dei monumenti, della pianificazione, dell'estimo in relazione alla costruzione di edifici e più in generale di spazi a livello architettonico e urbanistico. È storicamente tra gli attori principali della trasformazione dell'ambiente costruito»
Che ne pensi di questa affermazione? 

SD Una WIKIPEssima DIArroica affermazione.
Per me l'architetto (senza presunzione di definizione) è colui che ha il senso del grave, inteso nei due suoi significati:
  • (materia) come per Archimede che ignudo immergendo le sue terga dentro la tinozza, si accorse che la sua massa corporea occupava uno spazio causando l'innalzamento del livello dell'acqua, l'architetto capisce che tutto ciò che edifica occupa uno spazio di cielo che poggia sulla terra;
  • (tensione) del profondo rispetto per chi costruisce e per chi usufruirà della struttura, un architetto non ammetterebbe che si possa morire in cantiere per incuria o che si presentino degli esecutivi approssimativi.
Parafrasando Bruno Munari «Fare il contadino è un mestiere terra terra»(2), fare l'architetto è un mestiere fra le nuvole.

SD A proposito di Bruno Munari, nel 1972 propose un concorso "Il compasso d'oro a ignoto", venivano premiati gli oggetti di uso comune con caratteristiche tecnico estetiche indissolubili, come la sedia stradio, la lampada del meccanico, un utensile del vetraio, l'ombrello, il lucchetto per serrande, oggetti di cui si sconosce il nome del progettista. Una delle sezioni più interessanti del vostro blog è la rubrica NO!DESIGN prendendo spunto da un bel libro di Vladimir Archipov ‘Design del popolo’(3), riproponete oggetti che possiamo definire di design involontario: l'etichetta distintiva dell'acqua fatta, la cornice dell'immaginetta della madonna, una gruccia porta gruccia, il portarotolo a filo, un portacellulare imbottigliato. Cos'è il design per voi? 

LB la traduzione letterale di design dall'inglese ha a che fare con il PROGETTO, cioè progettare o progettazione a seconda del caso che si tratti di verbo o sostantivo.
Ed è questo che dovrebbe essere un buon design (in quell'accezione contratta che comunemente diamo noi italiani all'industrial design, cioè al design di prodotti, oggetti, ecc...).
In questo senso credo che tutti gli oggetti NO!DESIGN in realtà siano perfetti oggetti di DESIGN, cioè frutto di una progettazione tutt'altro che involontaria: ... la ricerca di una risposta a un'esigenza, nuda e cruda (a volte più poetica a volte più terra terra, a volte a molte esigenze: funzionale, estetica, politica, ecc), e quindi sono progetto tout-court.
Poi c'è il design a forma di design... che di solito è "faticoso" o "gratuito", se ne trova un sacco sulle riviste e nelle fiere! 

MF Vedo gli oggetti di design più riusciti come forme senza tempo, perennemente attuali.
Da questo punto di vista credo possa essere utile per noi NON osservare altri oggetti "contemporanei".
Non credo si possa prescindere dal reale utilizzo degli oggetti.
No!design è per me anche sperimentazione di nuove necessità.

RK Innanzitutto grazie a te da oggi ogni qualvolta mi imbatterò nel principio di Archimede si ripresenterà nella mente l'immagine indissolubile di due grosse chiappone che si immergono... grazie, veramente grazie.
La nostra rubrica NO!DESIGN si ispira al bellissimo libro di Archipov, del quale vuol essere una declinazione in senso locale. Ci piacerebbe raccogliere oggetti autoprodotti che raccontino la storia ma anche la fantasia e la creatività della gente, non tanto del "popolo" in senso classista o sociale, ma di chiunque decida di risolvere un problema o un'esigenza con i propri mezzi e la propria fantasia. Gli oggetti raccolti da Archipov sono incredibili perché raccontano storie vere, sono dei brevi saggi di sociologia applicata, aforismi in forma materiale di storia recente. E in più sono poetici, emozionanti fino allo struggimento.
Ci sono pezzi di design contemporaneo in grado, non solo di svolgere egregiamente e semplicemente la funzione per la quale sono preposti, ma anche di raccontare storie affascinanti o un solo pensiero? Non credo, ed è per questo che il nome della rubrica va letta anche in senso letterale, con tanto di punto esclamativo.
Personalmente il design contemporaneo mi fa a dir poco ribrezzo, in particolare quello delle grandi firme ma anche di molti dei cosiddetti "giovani designer" che affollano fiere e convention sparse per il mondo alla ricerca di una visibilità transitoria ed effimera. A volte le mostre di design mi sembrano delle ipertrofiche mostre di lavoretti scolastici, quelle dove tutto sembra ricercare la carezza di un indifferente padre/produttore. Gli oggetti di NO!DESIGN, invece, se ne infischiano del giudizio altrui, sono diretti allo scopo, non cercano alcuna lode né aura intellettuale, non sono la soluzione ai problemi del mondo, non vogliono apparire su riviste patinate, ma soprattutto non hanno bisogno di nessun produttore in grado di trasformare un'idea "carina" in un prodotto di massa.
In questo senso mi sono divertito a leggere, su un numero di Abitare (n.d.r. n. 483), di un incontro al quale hanno partecipato vari intellettuali di levatura mondiale, tipo John Thackara, Aaron Betsky, Paola Antonelli, chiamati a discutere amabilmente e amichevolmente (come ama fare Abitare che quando organizza queste tavole rotonde sembra che tutti siano amici e compagnoni e sono appena usciti un po' sbronzi da una pizzeria) di Design e soprattutto del Torino geodesign. E a questo incontro c'era anche Archipov. Io me lo immagino mentre si rivolge alla supersnob e un po' schifata Paola Antonelli con un alito che sa pesantemente di cipolla e birra e dice sostanzialmente che la gente farebbe con giubilo a meno dell'intervento paternalistico e caritatevole dei designer. Della serie fate le vostre belle mostre in musei fichissimi, stampate le vostre riviste dal gusto fintamente popolare, preoccupatevi dell'influenza che avranno le nanotecnologie sull'estetica dell'arredobagno ma non rompete le scatole alla gente che, messa nelle condizioni giuste, sa risolvere i propri problemi pratici meglio di qualsiasi fratello brullè. Mi piace questo atteggiamento un po' rustico da Russia postsovietica perché punta l'accento sul fatto che la creatività non è appannaggio di una ristretta cerchia di eletti, vedi gli architetti e i designer, ma che appartiene a tutti: bisogna solo avere un problema pratico da affrontare per farla schizzar fuori in tutta la sua pirotecnica effervescenza.(4) 

TD Partiamo dal fondo.
Non saprei definire il design, perché non sono addentro a questa materia, ma direi che il design della rubrica "NO!DESIGN" non è "involontario", anzi, è forse una espressione incolta (e per questo geniale), ma volontaria per rispondere a una determinata esigenza.
Mentre sulla definizione di architetto direi che:
1) non mi preoccupo del fatto che gli (sporadici) edifici che costruisco "occupino" una porzione di cielo, ma mi preoccupo del fatto che costruendo sto modificando lo spazio intero e quella porzione di cielo che, forse, senza quell'edificio sarebbe stata meno... meno... non so meno cosa, ma diciamo semplicemente "meno"...
2) una persona che muore e degli esecutivi imprecisi, sono due concetti che non riesco ad accomunare.
2a) ho visto l'indifferenza degli operai ai temi della sicurezza, la loro evidente e incomprensibile noncuranza della propria incolumità... ma credo che non sia dappertutto così, credo che in alcune realtà siano anche le ditte a contravvenire i fondamentali della sicurezza... ma il tema, di per sé, è troppo complesso. Io mi fermo a questa constatazione.
2b) gli esecutivi normalmente li porto al 50, con (rari) dettagli al 10 o al 5... poi mi accorgo che siccome l'impresa esecutrice non capisce una sezione, usa direttamente i 100 depositati in comune, perché più chiari...
ZH davvero abbiamo preso spunto da Vladimir Archipov? ma esiste davvero uno che si chiama Vladimir ARCHI-POV, e non è un situazionista?
Quanto alla domanda vera e propria: per me, il design è nell'occhio di chi guarda, e diventa indispensabile affezione/afflizione quando si possiede un oggetto di design. con tutte le contraddizioni del caso
  • mi piace la grafica dell'ISBN (e ne posseggo alcuni esemplari);
  • mi piace (e posseggo) il portacenere CUBO di Munari. Mai usato, non vorrei sporcarlo, ci metto dentro i bigliettini da visita; checché ne dicesse Munari, ora non ha più scopo, è puro design, e cioè piacevole da guardare e toccare (e possedere), e basta;
  • mi è stato fatto notare da un ospite recente che su una mensola della nostra cucina c'è il famoso spremiagrumi di Philippe Starck: "ma è funzionale?" "boh, non l'ho mai usato!"; è stato un acquisto consapevole (credo e spero) della futilità dell'oggetto e del ruolo ambiguo che il design svolge in questo caso;
  • mi piace, e posseggo, e mi ha profondamente deluso, un macinapepe di design nordico: in questo caso, l'acquisto era volto all'uso, e diversamente da quello che in genere si dice sul design nordico, è bellissimo e appare funzionale da vedere e toccare, ma è assolutamente inutilizzabile per macinare il pepe. Si potrebbe continuare all'infinito.
Direi che l'importante (come per l'arte, sempre secondo me) è la consapevolezza nella fruizione. Inutile in questo caso dare la colpa agli altri.
Aggiungo come riflessione secondaria, originata proprio dall'ospite sopra menzionata: spesso veniamo giudicati dagli oggetti che ci appartengono, e quando ce ne accorgiamo, siamo in imbarazzo. Vorremmo aver scelto con più oculatezza. (o vale solo per me?)
E come riflessione terziaria: saremmo felici in una casa fatta solo di oggetti NO!DESIGN (o di "design del popolo")?

AST Perché gli architetti finiscono sempre per "fare le notti"? e quanto questo influenza la produzione del progetto? Per mia esperienza, studi anche importanti finiscono sempre per utilizzare questo tempo alla chiusura di un lavoro, ad una consegna... di solito sono i disegnatori, che ci rimettono... 

SD Una domanda maledettamente difficile ed è uno dei pretesti che mi hanno spinto ad aprire il blog Wilfing Architettura.
Ti elenco alcune delle ragioni che condizionano il lavoro dell’architetto:
  • ignoranza tecnologica: mancano dei corsi di aggiornamento o meglio scuole post laurea per professionisti come indicate dal linguista Tullio De Mauro;
  • studi tecnici strutturati artigianalmente e non organicamente seguendo la logica del processo edilizio;
  • assenza di cultura architettonica, il 95% delle nostre costruzioni sono opere di edilizia. Chiamata dai giornalisti di Report il Male oscuro;
  • gli ordini degli architetti difficilmente promuovono attività culturali. La figura professionale dell’architetto non è tutelata;
  • diffusa cultura misoneista, si pretende la rivoluzione per ogni opera d’architettura trascurando ‘giornalisticamente’ la colata di cemento anonimo che devasta quotidianamente il paesaggio italiano;
  • illegalità diffusa.
In poche parole l’architetto è un mestiere da sfigati dato che si lavora 24 ore per essere considerati onanisti perditempo.

SD Dal 23 aprile 2008 il blog indaga sulle misteriose apparizione di seppie giganti a Pescara. Raccogliete informazioni, descrivete il luogo dell'avvistamento, lo taggate in una mappa in continuo aggiornamento e li descrivete come critici televisivi dell'arte. Esempio: sono ben due seppie che s'intrufolano tra le lettere della scritta. La capoccia è blu/viola, gli occhi celeste e i tentacoli magenta. Per alcuni critici i graffiti sono forma d'arte, per altri messaggi da non sottovalutare, per i politici del decoro atti di vandalismo e c'è anche chi propone i graffiti per abbellire gli edifici nati dopo il 1950.
Che cosa sono i graffiti per voi?  

LB Che noia l'annosa questione del graffito come opera d'arte o atto vandalismo... ma voglio essere banale fino in fondo: mi ricordo che quando ero bambina avevo una scatola di matite colorate di marca "giotto" la cui confezione cartonata ritraeva Giotto intento a disegnare un cerchio perfetto ( o era forse una pecora?) su una pietra sotto gli occhi attenti del suo maestro Cimabue e di un paio di pecore interessate all'opera (un testo raccontava appunto la storiella di quell'evento artistico)... ad avercelo ora quel pezzo di muro della campagna toscana. I graffiti sono delle splendide opere d'arte contemporanee (non tutti ovviamente). Punto. 

RK Quando guardo i graffiti provo in genere una sorta di invidia: perché loro possono intervenire sull'estetica della città e io, che sono architetto, no?
É questa “invidia della bomboletta” che mi spinge a osservare in particolare quei graffiti in cui mi sembra di intravedere un progetto artistico che superi il mero atto vandalico. Penso proprio che prima o poi anch'io mi travestirò da writer e nella notte pescarese darò libero sfogo alla mia frustrata voglia di lasciare il segno su una città per il resto indifferente verso qualsiasi azione architettonica, artistica o minimamente estetica che possa avvenire sul suo suolo. 

ZH A parte che non ho ben capito l'esempio... ti riferisci al banner del sito? comunque, per me, una risposta univoca non è possibile. I graffiti possono essere qualsiasi cosa tra quelle citate nella domanda, anche se (quasi) mai contemporaneamente. L'unica cosa su cui ho dei dubbi è la questione dell'abbellimento per edifici posteriori al 1950... in tal caso, in quanto eventi organizzati, sarebbero da definirsi più correttamente "murales" o "affreschi" (qui volevo fare dell'ironia sorvolando esplicitamente la generalizzazione implicita sul valore dell'architettura del dopoguerra... si capisce?) 

AST Una delle sezioni della PresS/Tletter di epoca pre-web2.0 (per intenderci quella lunghissima e impossibile da leggere) che ci piaceva di più era quella delle interviste perché aveva un tono più spigliato e meno palloso (per intenderci alle "Iene") di quello paludato da rivista di architettura.
Ti proponiamo qui la classica sfilza di domande a cui, mi raccomando, devi rispondere in non più di 10 secondi l'una per evitare di essere intelligente o anche minimamente serio. Noi questo gioco l'abbiamo fatto e qui puoi leggere le risposte che avevamo dato. 
Pronto? Via! 

SD Grazie io vi faccio una domanda voi tredici!!! 

AST & presS/Tletter Una auto-presentazione in quattro righe. 

SD
NO
!
Archi
Tetto 

AST & presS/Tletter Cosa ne pensi della ricerca architettonica in Italia oggi? 

SD Esiste ed è latente, bisogna cercarla nei sottoscala, ahimè posti poco frequentati dai critici. I grandi problemi in Italia sono dati dai gerontocratici del decoro e dalla gestione politica dell'eccellenza una contraddizione di termini. 

AST & presS/Tletter Il nome di un architetto italiano vivente al quale faresti progettare casa tua.

SD Usurato Vittorio Giorgini di prima mano Salottobuono.  

AST & presS/Tletter Il nome di una star internazionale alla quale non la faresti progettare.  

SD Vittorio Gregotti perché è ancora convinto che lo ZEN di Palermo è mal abitato. 

16 giugno 2009 (ultima modifica 11 settembre 2012)
Intersezioni ---> MONDOBLOG

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Note: 
(1) Gianni Biondillo, Metropoli per principianti, Guanda, 2008
(2) Bruno Munari, Spazio abitabile, Nuovi Equilibri, 1999.
(3) Vladimir Archipov, Design del popolo. 220 inventori della Russia post-sovietica, ISBN, 2007
(4) di questo convegno Wilfing Architettura ne aveva parlato con Marco Paisan: 0017 [MONDOBLOG] Intervista a Marco Pasian del gruppo Opla+

31 agosto 2008

0019 [SPECULAZIONE] Architettoniche barriere culturali. Calatrava a Venezia

Nuovamente problemi per il ponte veneziano di Santiago Calatrava, salta l'inaugurazione prevista per il 18 settembre.

Ancora una volta un'attenzione ingiustificata verso un'opera di architettura firmata da un architetto straniero.
Basta guardarsi intorno
per non notare lo sfacelo che circonda anche una città vetrina come Venezia con i continui aggiustamenti falsamente storici e senza una minima speculazione architettonica, firmati dagli architetti da bar che temono le contaminazioni e le idee innovative.
Da qualche giorno alla Bocconi di Milano, si è concluso l'incontro annuale degli economisti europei, dove è emerso che un'economia senza un pensiero dominante, con meno barriere e, soprattutto, contaminata dalle idee delle diverse discipline è la nuova frontiera.
In controtendenza a quest'analisi, l'architettura italiana sembra regrederire, affrontando le nuove sfide con la cintura di castità, temendo di perdere la verginità del bel paese che da decenni, ahimè, non c'è più. Escludendo l'enclave turistiche-economiche dei centri storici da dove l'architettura è stata bandita, non troviamo eccellenze di architettura contemporanea, ma solo casi sporadici.
Io credo che in Italia ci siano dei bravi architetti impregnati dello spirito anarchico/architettonico di Giancarlo De Carlo, degli interventi non filologici di Carlo Scarpa, dell'architettura sostantiva di Pier Luigi Nervi, Sergio Musmeci, Riccardo Morandi o della genialità creativa e concettuale di Ettore Sottsass, fratelli Castiglioni, Bruno Munari, Marco Zanuso (per sintesi indico i più interessanti) che rimangono ai margini perché la cultura architettonica dominate non ha respiro internazionale ma provinciale di tipo: vetero leghista, a conduzione familiare cattolico/fascista o egualitarista acritico di sinistra.
Per questo motivo, trovo squallido scandagliare gli errori sui progetti degl'archistar stranieri e tollerare gli scempi degl'archipop-opolari italiani.
A mio avviso non è un problema di barriere architettoniche, ma di architettoniche BARriere culturali.


Invito di lettura: articolo a firma di Anna Detheridge apparso sul domenicale n° 240, del Sole 24 Ore, 31 agosto 2008, p. 28 dove condivido i punti di vista di Massimo Cacciari e Santiago Calatrava (estratto):

È stata realizzata a Venezia un'opera di architettura contemporanea di grande bellezza a firma di Santiago Calatrava, architetto e ingegnere spagnolo celebre per le sue costruzioni monumentali, finalmente portata a termine laddove quelle di altri protagonisti dell'architettura moderna quali Le Corbusier, Frank Lloyd Wright, Louis Kahn e Alvaro Siza son rimaste per vari motivi allo stadio progettuale. [...]
Le motivazioni latenti dietro le polemiche le boutades ingenerose dei critici, i tempi lunghi delle approvazioni, appaiano nelle migliori delle ipotesi una sorta di auto protezione che la città (in questo caso Venezia, ma rimane per tante città italiane) oppone, una sorta di resistenza inconscia al cambiamento Eppure, come ha affermato Calatrava:
«in una città d'arte enormemente sollecitata da milioni di persone si fanno continuamente delle opere. Come ha dichiarato anche Cacciari, la città è in continua trasformazione, cambia comunque veste, sotto la spinta di una pressione enorme, e del tessuto originario non rimane quasi nulla».
Le cose si capiscono meglio dai dettagli e Calatrava si dimostra uomo del suo tempo nella scelta, per esempio, dell'arco ribassato rispetto a quello di tutti gli altri ponti di Venezia.
«Il raggio di curvatura larga rappresenta l'epoca contemporanea, realizzabile da quando sono disponibili certi materiali. Molta innovazione e integrazione di elementi passa anche dal colore e dai materiali. Se si guarda il lavoro il lavoro nel centro storico di architetti quali Albini o Scarpa che hanno con cura enorme trasgredito il vocabolario moderno, realizzando lavori di una grande preziosità quale è, per esempio, il Querini Stampalia. Se si osserva un'opera di Bellini su un cavalletto disegnato da Scarpa con i mezzi che avevano, lavorando con artigiani quali Morselletto e altri, quegli oggetti fanno parte di un insieme metafisico. Mi commuove sempre il profondo amore che trascende i linguaggi. Venezia come tante altre città, ha subito violenze quali quelle imposte da Napoleone che cala sulla città come una bestia, ordinando la chiusura del terzo lato di Piazza San Marco copiando la loggia sansoviniana, intervenendo brutalmente dentro la sacralità del luogo, a anche questo è stato assorbito dalla trama della città che ha una grande capacità di integrare tutto, e oggi non lo nota più nessuno».

0004 [SPECULAZIONE] La paura per l'architettura. Un mio vecchio post sull'argomento del 4 febbraio 2008

Un interessante post 'no-ponte' di Roberto Scano

N.B.: Roberto Scano mi ha inviato un commento che rettifica la mia indicazione al suo post, il suo punto di vista non è No-Ponte, ma Un ponte per tutti. Per sintesi avevo tagliato l'articolo di Anna Detheridge, ma adesso per chiarezza riporto una dichiarazione di Santiago Calatrava che avalla le tesi di Roberto Scano contenuta nell'articolo già menzionato:

[...]
«Posizione che all'epoca ho trovato giustificabile [...] in quanto a Venezia le barriere architettoniche sono ovunque. In seguito all'infittirsi dei pareri, proposi di cambiare radicalmente il progetto, ma questo avrebbe obbligato i committenti a ricominciare daccapo l'iter delle approvazioni durato diversi anni». Articolo integrale

31 gennaio 2008

0001 [DESIGN] Bruno Munari

I meccanismi dell'arancia:

Valeria Parisi, Bruno Munari 1907-1998, Video Ultrafragola ---> Seleziona e avvia il video 'Munari che progetto quell'arancia'

Bruno Munari, Good Design, edizioni Corraini, 2007 ---> Riedizione del libro "L'arancia: un oggetto quasi perfetto dove si riscontra l'assoluta coerenza tra forma, funzione e consumo".
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