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9 aprile 2010

0018 [CITTA'] La chiesa di Ludovico Quaroni a Gibellina




Quale valore ha la parola progetto, soprattutto ai giorni nostri?

Parlare di progetto, per un architetto, vuol dire analizzare una parola che dovrebbe essere una amica fidata, visto che, senza questa parola, il nostro lavoro perde quasi di significato. Anni avari, soprattutto quelli del tardo novecento, hanno preteso, al contrario, di dare tutte le colpe di una umanità inebriata dalla libertà, alla presunzione che traspare, alle volte, dalla parola progetto: come si può osare, in sostanza, ad ipotecare il futuro in maniera così totalizzante?

Di fronte alla conclusione dei lavori della fabbrica della Chiesa Madre di Gibellina, forse, questa domanda, spesso pretestuosa, potrebbe essere accantonata, se non per sempre, almeno per un attimo.
Il progetto, nella sua parte più emblematica, ha un debito verso le suggestioni di Étienne-Louis Boullee, e non crediamo che ci sia difficoltà a sottolinearlo. La cosa, però, che dovrebbe attrarre, soprattutto oggi, è il perentorio valore di paradigma che possiedono i solidi definibili come primari, come quello che si impone nel coprire l'area absidale della chiesa di Ludovico Quaroni e Luisa Anversa.
Un valore che concede il potere a queste soluzioni, si potrebbe dire, di essere modelli assoluti di oggetti che attestano la loro assoluta ed inequivocabile artificialità, la loro condizione non organica di forme, le quali esistono affermando una distinta vita (e durata) rispetto ad una naturalità che, al contrario, sconta il suo tempo suonando con un altro spartito.
Una naturalità o naturalezza che, molto spesso, oggi invade i tentativi dell'architettura contemporanea, ogni qual volta cerca un tasso di originalità, spesso fine a se stessa, tentando di mimare processi naturali e volutamente casuali.
Un allievo di Ludovico Quaroni - forse il migliore - come Antonio Quistelli, ebbe a dire di questo progetto, anni fa, delle parole abbastanza chiare.
«A Gibellina compare, ed è un elemento di memorabilità del progetto, una forma sferica anche se di breve raggio. E' incastrata nel gioco delle pareti e presta, come una antica forma absidale, i suoi valori all'interno e all'esterno. Ludovico Corrao mi raccontava che Ludovico Quaroni avrebbe voluto esaltarne le potenzialità, come parte dell'aula. Un pensiero nato in cantiere, immagino. Quaroni pensava la superficie barbaricamente decorata da schegge vitree, forse per raggiungere una piena smaterializzazione. All'esterno, la forma sferica, emergendo da un volume compatto, è il fuoco di una cavea che oppone il suo scavo al pieno del corpo in cui si organizza principalmente il luogo del culto. Un progetto in cui i ritmi e il tracciato regolatore riportano al quadrato, componendo in questa maniera, tra loro, elementi misurati su una dimensione intima, come il piccolo patio interno alla canonica. E' un progetto che (ed è la mia opinione) valorizza, animandolo con aggettivazioni cercate nell'impianto (come il rapporto cavea-fabbrica) un programma di costruzioni che escludeva, in partenza, ogni enfasi. E' così che Quaroni mette a frutto i germogli dello spazio di misura domestica, intima. Un dato che annulla ogni ricerca di possibili relazioni e di ispirazioni, al di là di ricorrenze formali che vengono spieg»ate sufficientemente dal fatto che, all'origine, l'immaginario dell'architetto è sostanzialmente uno». [2]
Le questioni di stretta rilevanza tecnica e compositiva, forse, potrebbero concludersi qui.



Non è questo, però, quello che ci preme sottolineare di q
uesto progetto. La conclusione gloriosa di questa fabbrica, infatti, ci spinge a proporre una riflessione sul progetto, che emancipi questo concetto rendendolo, così, del tutto indipendente dalle sole questioni estetiche e formali.
Walter Gropius sul progetto aveva le idee chiare. Il progetto, lui diceva, è uno strumento strategico dell'umanità, e quando è tale vale per il lungo termine. Se un progetto ha un valore, infatti, ci sarà sempre qualcuno che continuerà a tesserne le fila anche dopo la morte di chi lo ha preceduto. Chi siamo noi, infatti, e che senso ha la nostra ristretta vita biologica, tragicamente finita, senza il tempo che dovrà venire e senza le mete che in quel tempo si raggiungeranno, le tragedie che si consumeranno, le glorie e le miserie che ne colmeranno le giornate e gli anni? Probabilmente la nostra vita personale non è nulla senza la prospettiva di un tempo che ha alle spalle una eternità e davanti agli occhi l'infinito. Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi [3], senza conoscere Gropius e senza avere il tempo e la voglia di dedicarsi a questioni come l'estetica urbana, impegnati, come erano, nella dura resistenza quotidiana di fronte a chi li costrinse al confino, videro nel futuro l'Europa Unita. La videro osservando l'orizzonte da uno scoglio immerso nel Mare Tirreno. Com'è possibile vedere da Ventotene, lontani anni da un tempo che ancora adesso deve arrivare pienamente, ciò che oggi, al contrario, inizia a sembrare realtà, è un mistero solo per quelli che non credono al progetto come la prova esistenziale dell'umanità. Loro videro l'Europa Unita nel momento meno propizio, nel pieno delle sue divisioni, e affidarono questa profezia ad un manifesto, scritto mentre vivevano segregati nel bel mezzo del nulla. Il punto vero, allora, è uno solo: per cosa viviamo?
Viviamo soltanto per marcare con la nostra presenza contingente un istante del tempo, senza prenderci alcuna responsabilità eterna, e pensando solo a dei fatti e a delle questioni di stretta capacità temporale, in cui le convenienze e le sconvenienze si misurano nell'arco dei tempi biologici di una vita, oppure, diversamente, è necessario vivere come se il nostro destino di persone fosse legato al passato e al futuro: a quando non c'eravamo e a quando non ci saremo? Le responsabilità di chi vive un tempo, s'aprono e si chiudono in quel tempo, oppure ereditano anche le azioni anteriori e sono chiamate a organizzare, pure, quelle che trapassano la stretta biologia di una vita?
Conta di più la biologia personale o quella civile?

La parola progetto soddisfa ancora, dopotutto, chi vuole risposte plausibili a queste domande. In questo senso, la parte peggiore dell'essere meridionale nasce dalla razionalità con cui il passato, le esperienze, il futuro, sono vissute da chi vive a questa latitudine. Di chi vive in una terra che forse ha visto già tutto e quindi non è capace d'illudersi più di tanto. Ha visto i Greci tentare con la democrazia e la città, e ha appurato, in conclusione, com'è finita. Ha visto il sogno del Grande Svevo, che ha provato ad assumersi in maniera completa la responsabilità politica delle sue azioni e del suo ruolo di uomo, e ha assistito al tragico declino del suo sogno. Ha visto morire, su asfalti assolati, sindacalisti, rappresentanti delle forze dell'ordine, giornalisti, uomini e donne d'ordinaria attività, giudici saltati per aria insieme alla dignità che non fa piegare l'uomo nemmeno di fronte alla coscienza dell'inutilità, sul breve periodo, della vita.

Il Meridione, in qualche maniera, sembra un essere umano che ha già vissuto una volta e ha visto tutto. Sembra un essere umano che già sa, sin troppo bene, come va a finire ogni storia: sa che è del tutto inutile pensare ad una scala diversa dell'uomo per com'è. Questa parte peggiore dell'essere meridionale, però, è stranamente accompagnata dall'attesa di riprovarci, appena se ne presenta l'occasione: nonostante tutto. Ha già visto ogni cosa possibile, ma dal suo nascondiglio da dove scruta il mondo, dal metro quadro d'esistenza egoista dove vive e assiste alla natura umana, è sempre pronto a tentare nuovamente: basta l'occasione. Proprio quella giusta.

Cosa è rimasto, oggi, di questa propensione a sfidare il tempo in maniera alta e consapevole?
Fu Amintore Fanfani, di fronte alla vorace volontà di trasformazione che traspariva da vasti settori del nostro Paese, che negli anni sessanta aspiravano a qualche cosa di meglio di quello che oggi abbiamo, a definire una volontà, fatta da idee e progetti, come un “libro dei sogni”[4] , dando a questa definizione un valore del tutto negativo. Esistono sempre degli Amintore Fanfani nella vita di una comunità. Questi, però, non sanno che il progetto è sempre più forte e duraturo dei loro giudizi sbrigativi.

Ottimismo senza destino?
Se non vi basta il fatto, allora, che, a distanza di quaranta anni, nel cuore della Sicilia, un’idea di Chiesa si sia trasformata da pura aspirazione in realtà tattile e visiva, è meglio allora ricordare qualche altra cosa per far capire, sia agli architetti che a coloro che non lo sono, cosa voglia dire praticare il progetto, affidarsi al progetto, scegliere il progetto, come strategia di trasformazione dei luoghi e del pensare le cose. Tra i marinai italiani che si ritrovarono in balia delle onde dopo la battaglia di Capo Matapan, con dentro le orecchie ancora le cannonate inglesi, e circondati dagli squali che giravano intorno, pronti a decretare la fine di ogni respiro, ce ne fu uno che elaborò un veloce progetto da affidare alle onde. Prese una bottiglia, e dopo aver tirato fuori dal taschino bagnato una penna ancora utile, scrisse sulla carta del suo ultimo pacchetto di sigarette le sue ultime volontà: «chiunque trovi questo messaggio, faccia sapere a mia madre, che vive a Salerno in Via Puzzo 52, che sono morto e che non sono pentito di averlo fatto. Sono morto per servire il mio Paese».


A distanza di circa venti anni, a guerra abbondantemente finita, una giovane coppia, appartatasi su una spiaggia della Sardegna, trovò proprio questa bottiglia, e dopo aver letto il messaggio andò personalmente a Salerno a consegnarlo alla madre del marinaio. Quel progetto, messo a punto nel pieno di una tragedia da un giovane marinaio italiano, per realizzarsi ci aveva messo venti anni e parecchie miglia marine - Capo Matapan si trova nell'Egeo - ma chi crede nel progetto non si spaventa del tempo e delle distanze.

Siamo, quindi, esattamente quello che facciamo. Non conta, o conta poco, riuscire a sopravvivere o a concentrare sul poco tempo a disposizione gli sforzi per costruire una biografia personale. Povere ambizioni sono quelle strette tra una nascita e una morte, in cui il pensare alla salute é solo l'altra faccia della medaglia del pensare a soddisfare se stessi, le proprie voglie e aspirazioni. Cerchiamo una conclusione.
Il progetto di Ludovico Quaroni e di Luisa Anversa - la quale ha avuto la fortuna di vedere conclusa l'opera - ci ricorda quale siano le impervie strade e il tempo necessario per governare il passaggio di una idea di spazio architettonico attraverso le forche caudine che costellano i processi di realizzazione tridimensionale di un manufatto. Ci ricorda che solo all'interno delle logiche temporali e tecniche del progetto è possibile porsi degli obiettivi alti. Obiettivi che hanno, sostanzialmente, bisogno del tempo e di chi lo anima.

Agostino D'Ippona, per definire ed ancorare il singolo contributo di un essere umano o di una comunità all'interno del breve arco temporale di una vita, in rapporto al più ampio arco di tempo che normalmente ci precede e a quello che a noi seguirà, non fece altro che rendere centrale il presente rispetto al passato e al futuro. Fece questo, comprimendo nel presente anche i tempi del futuro e del passato: il passato del presente, il presente del presente e il presente del futuro. Definì questa terna di momenti come “ i tre tempi del presente”. Bisogna dire, che a distanza di secoli questa definizione rimane ancora molto precisa. Che cosa è il progetto? All'interno dello scenario agostiniano, il progetto è lo strumento che ci permette di tenere legati questi tre momenti attraverso una chiara presa di coscienza del compito cui una vita deve inchinarsi: proseguire le tendenze ereditate e, contemporaneamente, fondarne di nuove per proiettarle nel tempo che verrà.

9 aprile 2010

Intersezioni --->CITTA'

Come usare WA ---------------------------------------------------Cos'è WA
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Note:

[1] È possibile leggere una parziale cronistoria (qui) va corretto il cognome di Sergio Musumeci in Musmeci.


[2]
Da un testo elaborato in occasione della ricorrenza del ventesimo anno della morte di Enzo Rossi (archivio Quistelli)


[3]
Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi sono gli estensori del “Manifesto di Ventotene” che, a tutti gli effetti, viene considerato il più antico documento programmatico e costitutivo della’attuale Unione Europea.

[4] Il “libro dei sogni” è una frase, oramai d’uso comune, coniata proprio da Amintore Fanfani in occasione delle iniziative legislative elaborate dal primo Governo di Centro Sinistra della Storia della Repubblica. In particolare, era un giudizio dato al “Progetto 80” che, secondo giudizi storici oramai consolidati, fu il primo – e io dico l’unico – reale programma di riforme strutturali pensate nel nostro Paese. Ministro dell’economia era Antonio Giolitti, il principale animatore del “Progetto 80” – o almeno l’unico ancora oggi vivente – fu Giorgio Ruffolo che, ultimamente, ha ripercorso la storia di quei tempi in un bel libro edito da Donzelli.

Le foto sono di Salvatore D'Agostino anno 1995

Dati tecnici:
Denominazione dell’opera
Chiesa madre a Gibellina Nuova

Progettisti
Ludovico Quaroni
Luisa Anversa Ferretti
Giangiacomo D’Ardia (collaboratore)
Sergio Musmeci (progetto delle strutture)

Progetto preliminare
1972

Progetto definitivo
1981

Progetto esecutivo
1985

Avvio dei lavori (primo lotto)
17 settembre 1985

Fine dei lavori (primo lotto)
25 giugno1987

Crollo parziale del tetto
14 agosto 1994

Progetto di ricostruzione
2002 (Giuseppe Buffa, Domenico Messina e Filippo Carcara)

Inaugurazione
28 marzo 2010

2 dicembre 2008

0019 [MONDOBLOG] PROG Engineering Architecture il blog di Alberto Pugnale

di Salvatore D'Agostino

Incursione sul work in progress di un architetto di URBS e NURBS: Il blog di Alberto Pugnale.

Salvatore D’Agostino Elia Zenghelis chiamato a riflettere sullo studente di architettura in un'intervista di Daria Ricchi e Manfredo di Robilant risponde
«Penso che, in realtà, molti studenti scelgano di fare architettura perché non sono abbastanza intelligenti per materie più scientifiche o più umanistiche.»1
Riprendendo questo paradosso, un architetto può disconoscere la logica matematica/scientifica?

Alberto Pugnale La domanda e la sua premessa accomunano temi diversi che preferirei non mescolare. L'intervista a Elia Zenghelis infatti è sì incentrata sulla formazione dell'architetto, ma addirittura prova a riflettere sui motivi che potrebbero spingere gli studenti a studiare architettura. E ovviamente li considera come possibili cause di una cattiva formazione. La tua domanda invece è volta sia alla formazione universitaria, quindi alla questione della didattica, ma immagino anche al bagaglio culturale che deve possedere un architetto che esercita poi la professione. Con riferimento alla scelta da parte degli studenti di iscriversi ad architettura non mi sento in grado di esprimere una posizione molto forte. Nonostante questo non sono però così convinto di quanto afferma Elia Zenghelis. Personalmente ho abbastanza fresco il ricordo di quando decisi di iscrivermi ad Architettura e posso affermare che fu una scelta casuale e non molto ragionata. Diciamo che la consideravo una naturale prosecuzione dell’istituto tecnico per geometri che frequentai in precedenza. Solo successivamente scoprì che per me era una passione. Però molti altri ex compagni avevano le storie più svariate a riguardo e considerare la Facoltà di Architettura come l’immondizia dove buttare gli studenti non adatti alle altre Facoltà più toste mi sembra veramente generalizzante e pessimistico, oltre che inutile come base per un ragionamento sul tema. E non credo di esagerare. Anche fosse sensato immaginare che i nostri studenti possano essere lo scarto del loro totale distribuito in più prestigiosi atenei prettamente scientifici o umanistici non ritengo sia così facile collocarsi comunque nella posizione di mezzo. Dico questo per introdurre la seconda parte della mia risposta. Infatti quella che chiami la logica matematica/scientifica è sostanzialmente parte integrante del sapere dell’architetto e, più o meno dosata a seconda dell’individuo con gli altri saperi, va a completare una formazione di base indispensabile. Se ci riferiamo all’università come luogo di formazione di architetti professionisti sono sicuro che il mercato richiede persone nelle quali le basi solide si trovano nelle conoscenze tecniche. È quello che permette di vendersi e crescere professionalmente. Ed è solo grazie a quello se vi è poi possibilità di far vedere nel mondo professionale anche altre doti personali. Con riferimento invece al mondo della ricerca, allora credo valga la pena sorpassare i saperi disciplinari e ragionare alla Popper, sulla base di problemi. Sempre dando per scontato che si tratti di problemi ben formulati, sebbene la cosa possa non essere così semplice, è l’unico modo di affrontare le questioni del mondo delle costruzioni superando le barriere disciplinari. In questo caso all'architetto è richiesto di studiare praticamente tutto. Già solo per citare l’argomento computer, premesso nella domanda, bisognerebbe spaziare dagli studi sugli strumenti e sulle tecnologie di Ong e di McLuhan, passando per le ricerche sull'Intelligenza artificiale e sulla psicologia cognitiva, ad esempio leggendo Minsky e Dennett, finendo poi con tante altre cose legate proprio all’uso specifico che interessa a noi architetti farne di questi strumenti. Mi viene quindi difficile pensare che questioni legate all'architettura, anche più prettamente filosofiche, riescano a trovare argomenti solidi senza poggiare su basi e studi scientifici. Queste questioni sono state ampiamente dibattute soprattutto con riferimento al tema della scuola d’architettura e della didattica in architettura negli atenei come il mio di Torino, i Politecnici (ad esempio Gabetti nei suoi scritti, alcuni dei quali raccolti in “Atti e rassegna tecnica della Società Ingegneri e Architetti di Torino”, Dicembre 2001). Ma anche a Genova con l’ing. Benvenuto, che poco prima della sua scomparsa intervenne in un convegno, sbobinato in PORTOGHESI P., SCARANO R. (a cura di), Il progetto di architettura. Idee, scuole, tendenze all'alba del nuovo millennio, Newton & Compton editori, Roma, 1999. Però non vorrei divagare troppo.

Per concludere, vorrei porre l’attenzione su alcune domande, che riformulo a partire dagli stimoli che mi offri: “È possibile che i problemi architettonici possano essere esclusivamente trattati attraverso un approccio progettuale, quindi sulla base di un talento personale e dell’esperienza accumulata? (Quindi eliminando la conoscenza disciplinare, scientifica o umanistica che sia, tanto le doti personali vengono fuori comunque prima o poi.) O riteniamo interessante indagare anche dei problemi, magari più limitati e semplici rispetto a un intero progetto, ma nei quali è possibile formulare correttamente il problema da studiare, il risultato che intendiamo ottenere è valutare gli strumenti che riteniamo adatti alla sua risoluzione (studiarli, capirli, adattarli, interiorizzarli)? Vogliamo veramente sfruttare un bagaglio culturale di altre discipline scientifiche per capire meglio come funziona la nostra mente (il processo progettuale)? Oppure il problema che più ci preme è la semplice demarcazione tra scienza e metafisica (perché certe cose sono talmente complesse e ‘scivolose’ da trattare che è meglio lasciar perdere in partenza)?”. 
Immagino di aver divagato. Se non ho risposto a pieno, spero almeno di aver sfruttato la domanda per provocare a dovere!


In un carteggio tra Luigi Moretti e Giulio Roisecco per la pubblicazione di un articolo sull'architettura parametrica (cioè il tentativo di coniugare la ricerca matematica e architettura) sulla rivista Moebius, Moretti scrive: 
«Tu sai che è dal 1939-40 che spingo la ricerca su queste relazioni e le possibilità della loro massima estensione per arrivare ad una architettura che viva nell'affascinate respiro del mondo attuale permeato di faustiano spirito scientifico, architettura cioè autenticamente moderna di fatto (quindi nuova e rivoluzionaria) e non soltanto di nome per appartenenza storica a tempi moderni. [...] L'ignoranza persistente, scusami, nella quasi totalità dell'area accademica delle nostre Facoltà di Architettura (e non solo in Italia) di ogni problema che esuli dal formalismo che impera e dalle dichiarazioni sociali prive di ogni contenuto concreto e l'impreparazione, non certo per la colpa, dei docenti e studenti delle nostre Facoltà delle materie matematiche, mi fecero desistere e chiudere le nostre ricerche nell'area di chi poteva parlare un linguaggio consimile.»
Qual è lo stato attuale nei confronti di queste tematiche nell'Università di oggi?


Rispondo riferendomi principalmente alla situazione del Politecnico di Torino. Non vorrei includere l’intera università italiana nella posizione che esprimo, maturata principalmente all'interno dell’ambiente che frequento. Partendo dal fatto che le Facoltà di Architettura offrono una didattica fornita da docenti afferenti a diversi dipartimenti (più una percentuale di esterni che si spera sia bassa) bisogna ricordare che la ricerca si svolge poi all'interno dei singoli dipartimenti, che sono per lo più indipendenti.  È quindi inevitabile che quanto accade nella didattica sia separato da quanto invece avviene nei dipartimenti e nel mondo della ricerca. E questo credo sia il più grande limite per la crescita e lo sviluppo di studi innovativi su temi che superano l’interesse dei singoli saperi disciplinari. Intendo il più grande limite burocratico. Poi c’è anche un altro impedimento culturale, dovuto al fatto che non tutti i docenti e i ricercatori ritengono opportuno far rientrare all'interno della Facoltà di Architettura certe ricerche. Per superare le difficoltà organizzative si può pensare di trasformare il modo di lavorare e fare didattica dei docenti in modo che vi sia maggior corrispondenza tra didattica e ricerca. Più nello specifico, sarebbe importante che docenti afferenti alle diverse discipline, ma che poi si ritrovano in aula a fare didattica sul progetto, possano appartenere per temi alla stessa struttura di ricerca anche finito il ruolo prettamente didattico. Si tratta quindi di far evolvere i Dipartimenti universitari in Scuole (di ricerca). Nel caso specifico di Torino, ritengo che le potenzialità affinché questo cambiamento possa raccogliere buoni risultati ci siano. Mario Alberto Chiorino spiega bene quanto ho appena affermato nel piccolo saggio: “Filosofia strutturale: Jürg Conzett e l’eredità di Torino” in Conzett J., Architettura nelle opere d’ingegneria, Allemandi, 2007. Il riferimento è al rapporto tra forma e struttura, dato che si tratta di un legame difficile da scindere, più volte affrontato con ottimi esiti (di pensiero e di opere) all'interno del nostro Politecnico. Chiorino esprime chiaramente la sua posizione, punzecchiando velatamente nel suo testo i sostenitori di orizzonti culturali opposti, largamente presenti nella scena della facoltà torinese (la unifico nonostante ve ne siano due).

Per concludere, la mia speranza è che l’università segua la rotta del maggior connubio tra ricerca e didattica, e del superamento della suddivisione in Dipartimenti, anche culturale. Però mi aspetto inoltre che sia proprio la Scuola di Dottorato la prima a formare dottori di ricerca che svolgono il proprio studio e lavoro con questo approccio. Oltre al rapporto tra forma e struttura si possono citare velocemente alcuni campi di ricerca che richiedono espressamente un team di lavoro ‘multi-etnico’: il rapporto edificio-impianti e la sostenibilità energetica, le infrastrutture, che legano l’ingegneria civile con gli studi sul paesaggio. Per fare solo un paio di esempi.


Una delle pagine più interessanti del tuo blog è la bibliografia ragionata, aiuta la tua ricerca ma invita anche l'utente ad un approfondimento, indirizzando il neofita e il curioso. Scorrendola s'intuisce il carattere del tuo studio sull'interazione tra architettura e ingegneria attraverso l'uso delle nuove tecnologie. A che cosa serve o è servito questo appunto telematico?

La pagina dedicata alla bibliografia è in sostanza un elenco di libri e articoli appuntati come memoria delle letture personali, volte alla stesura della tesi di dottorato.
Nel blog non aggiorno questa pagina da gennaio 2008. Nel mio archivio però conservo diverse versioni di questo elenco, salvate progressivamente ad ogni cambiamento che vi apporto. Si tratta di aggiunte ed eliminazioni di libri, ma anche di inserimenti di commenti personali.  È proprio un percorso di letture che sto portando avanti al fine di ottenere poi una vera bibliografia del mio lavoro, che vorrei fosse però limitata a quanto è effettivamente servito nella tesi. Ad esempio, nello specifico della ricerca operativa sono partito dal “Manuale sulle reti neurali” di Floreano nel quale è ben spiegato come costruire un semplice algoritmo genetico. Ho iniziato anche con la tesi di laurea di un mio ex compagno di studi T. Mendez, che si è occupato proprio di ottimizzare una forma libera sulla base di una performance prestabilita. Anche questa è indicata in bibliografia. Poi si passa agli articoli pubblicati sulle riviste di ingegneria o ai libri più tecnici, come il Koza per gli algoritmi genetici (è dedicato alla programmazione genetica ma ha un’introduzione agli AG eccellente ed è il più recente), l’articolo di Elbeltagi E., Hegazy T., Grierson D., Comparison among five evolutionary-based optimization algorithms dal quale sono nati gli stimoli per degli avanzamenti dello stato attuale delle nostre ricerche (ad esempio la tesi di laurea di Paolo Basso di Genova, veramente un lavoro di ricerca eccellente volto a ricondurre gli elementi costitutivi di una copertura a forma libera grid-shell ad un abaco di elementi predefiniti e limitati nel numero), o il Fonseca C. M., Fleming P. J., Multiobjective Optimization and Multiple Constraint Handling with Evolutionary Algorithms-Part I: A Unified Formulation, utile spunto per delle ottimizzazioni multi-obiettivo, mai ancora provate però per ora.
I libri di epistemologia mi stanno aiutando più che altro a costruire un quadro concettuale all’interno del quale collocare il lavoro di ricerca al fine della stesura della tesi. Mentre le pubblicazioni didattiche mi servono ad aggiornarmi su cosa succede all’interno di altre facoltà e dipartimenti.
I libri classici fa invece sempre bene rileggerli nel momento in cui interessa un particolare tema. Credo che nella rilettura si focalizzino meglio alcune parti magari ignorate in passato per scarsità d’interesse. Solo per questo motivo sono in elenco, e ce n’è parecchi. Rimangono però utilissimi i convegni e la lettura dei relativi atti. Niente di meglio di un po’ di contatti personali e continue scadenze affinché il proprio lavoro possa procedere spedito, avere continuamente visibilità ed essere confrontato con gli altri. Prometto che aggiornerò più di frequente questa pagina. Nel frattempo, ai curiosi (anche se sanno trovarsi da soli gli stimoli) consiglio di leggersi “Il turista matematico” di Peterson oppure “Il matematico impertinente” di Odifreddi. Questi sì che sono libri divulgativi ma chiari e dettagliati al punto da non essere banali. Proprio adatti per iniziare a capire quante cose interessanti si possono studiare e indagare.


Sta cambiando il linguaggio dell'architettura attraverso l'utilizzo dello strumento matematico/informatico in questa era, che possiamo definire, della sofisticazione tecnologica?

Non condivido il fatto di classificare l’architettura separando l’era attuale dal passato. E non condivido neanche doversi porre un problema che non esiste, e cioè quello di trovarle un nome.
Dal punto di vista storico è spesso utile riferirsi a epoche passate chiamandole coi vari nomi che si studiano sui libri. Però attualmente questo modo di fare storia trova un po’ di difficoltà col presente. Difatti si fanno molte biografie, piuttosto che storie dell’architettura. Approcciando però il problema non guardando alle diversità (che generano classificazioni) ma occupandosi delle ‘continuità’ col passato (come fa ad esempio Pigafetta, pur non studiando il presente) allora si può trattare questa domanda eliminando alla radice alcuni falsi problemi. Rispondo quindi come fece Moneo a Pierre-Alain Croset in un’intervista fatta in occasione di un suo intervento a Torino per il ciclo di conferenze in memoria di Roberto Gabetti, a una domanda simile ma riferita all'insegnamento dell’architettura, ora pubblicata nel librettino della Allemandi: “Costruire nel costruito” a cura di Michele Bonino:
«A mio modo di vedere queste tecniche hanno senz’altro avuto, e continuano ad avere, un effetto molto importante sulle nuove architetture. Ma il cambiamento è molto più sostanziale. I nuovi canali di comunicazione hanno dato adito a un nuovo modo di intendere la conoscenza. […] Ma nella vostra domanda c’era implicitamente qualcosa di inquietante, a cui mi è difficile rispondere. L’architettura continuerà ad essere un’arte in cui gli occhi, la visione, contano sopra ogni cosa? […]»
Io credo si possa riflettere su questo tema facendo un’analogia con la musica. I diversi strumenti musicali sono portatori in maniera differente di tecnologia. In alcuni casi, come negli archi, al musicista è richiesta maggior sensibilità ed è data quindi una più grande opportunità di definire e regolare il suono. In strumenti come l’organo, portatori di grande tecnologia, il suonatore perde quanto appena descritto con riferimento agli archi. Sono modi diversi di occuparsi della stessa cosa. In base agli strumenti che si usano ci si accolla vantaggi e svantaggi, modi di pensare e ragionare.



Sasaki è attualmente uno dei pochi progettisti di strutture che hanno l’interesse e la sensibilità adatta per capire quanto il suo lavoro influenzi sostanzialmente l’architettura. Comprende quanto il suo contributo sia principalmente di concezione del progetto più che di risoluzione tecnica. Detto questo, che era già stato compreso nel dopoguerra da una serie di progettisti di strutture (Nervi, Morandi, Musmeci, Candela, Torroja, Otto, ecc.), Sasaki non si ferma ai risultati raggiunti negli ultimi decenni e prova ad indagare il tema della ricerca di forma e della morfogenesi attraverso la computazione. Prova cioè ad utilizzare il computer per raggiungere degli obiettivi che sembrano sfruttare a pieno il suo potenziale, molto di più che sostituendoli ai tecnigrafi e alle macchine da scrivere.
A lui va l’onore di aver sperimentato per la prima volta in architettura un’ottimizzazione topologica per la ricerca di forma, una versione estesa dell'ESO method già consolidato da anni invece nel mondo dell’ingegneria nella sua versione tradizionale. Si è occupato anche di ricerca di forma attraverso un metodo iterativo basato sul gradiente, l’analisi di sensitività. Però in generale i risultati architettonici non mi affascinano particolarmente, nonostante ne comprenda il valore sperimentale. Preferisco personalmente alcuni grattacieli che i SOM stanno costruendo di recente, nei quali l’utilizzo di tecniche di ottimizzazione non si ferma alla lettura dei risultati del computer, assumendoli come forma finale, ma dove queste diventano appunto solo uno dei tanti strumenti di conoscenza. Però la forma finale si discosta in parte dai risultati della morfogenesi computazionale


Il post a cui fa riferimento è stato intitolato così proprio per valorizzare il contenuto del librettino che intendevo presentare. Infatti nel testo di Ciammaichella oltre a spiegare come i software NURBS-based permettono di generare delle superfici libere si occupa di trovare delle analogie tra le regole generative delle superfici parametriche e il modo di concepire spazi avvolti da queste forme libere da parte degli architetti, quelli più noti. Dato che il libro mira anche a classificare i diversi architetti in categorie, proprio perché questi utilizzano sempre lo stesso modo di concepire architetture libere (e quindi NURBS relative per rappresentarle), io preferirei rispondere alla domanda solamente in relazione ad un tipo di problema architettonico che mi viene sottoposto in contemporanea. Come faccio altrimenti a prendere decisioni progettuali, sulla generazione di una forma, senza un programma davanti? Così a vuoto appartengo a tutte, nel senso che sono tutte possibilità da valutare. Ripensando però anche a diversi progetti che mi sono trovato davanti a nessuna. Non vorrei, come spesso accade, che il primo problema di un programma progettuale fosse aggiunto proprio dall’architetto insistendo sul voler a tutti costi costruire forme libere senza senso.

A che cosa serve un blog per un architetto?

Il blog permette di avere visibilità, costringe a mettere in ordine le idee e impegna periodicamente l’autore a metterci mano.  È un modo rapido ed efficace per poter scambiare idee tra amici e colleghi più o meno lontani e con orari e impegni anche molto diversi dai nostri. A questo vorrei che servisse il mio di blog. Mi permetto però di affermare con molta disinvoltura che non si tratta di specifiche necessità da architetto. Sono i motivi per i quali parecchi autori di blog ne aprono uno e scrivono. In tutto questo c’è un problema però. La semplicità di questo strumento e la sua diffusione pone i naviganti nella situazione di trovarsi troppa informazione davanti agli occhi. E quindi il principale problema, e inversione di rotta rispetto al passato, diventa leggere per selezionare piuttosto che indagare per trovare.

2 dicembre 2008

Intersezioni ---> MONDOBLOG
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Note:
1 Intervista pubblicata sul Giornale dell'Architettura, maggio 2008.
Si possono leggere altri commenti su: A conversation with Salvatore D’Agostino

31 agosto 2008

0019 [SPECULAZIONE] Architettoniche barriere culturali. Calatrava a Venezia

Nuovamente problemi per il ponte veneziano di Santiago Calatrava, salta l'inaugurazione prevista per il 18 settembre.

Ancora una volta un'attenzione ingiustificata verso un'opera di architettura firmata da un architetto straniero.
Basta guardarsi intorno
per non notare lo sfacelo che circonda anche una città vetrina come Venezia con i continui aggiustamenti falsamente storici e senza una minima speculazione architettonica, firmati dagli architetti da bar che temono le contaminazioni e le idee innovative.
Da qualche giorno alla Bocconi di Milano, si è concluso l'incontro annuale degli economisti europei, dove è emerso che un'economia senza un pensiero dominante, con meno barriere e, soprattutto, contaminata dalle idee delle diverse discipline è la nuova frontiera.
In controtendenza a quest'analisi, l'architettura italiana sembra regrederire, affrontando le nuove sfide con la cintura di castità, temendo di perdere la verginità del bel paese che da decenni, ahimè, non c'è più. Escludendo l'enclave turistiche-economiche dei centri storici da dove l'architettura è stata bandita, non troviamo eccellenze di architettura contemporanea, ma solo casi sporadici.
Io credo che in Italia ci siano dei bravi architetti impregnati dello spirito anarchico/architettonico di Giancarlo De Carlo, degli interventi non filologici di Carlo Scarpa, dell'architettura sostantiva di Pier Luigi Nervi, Sergio Musmeci, Riccardo Morandi o della genialità creativa e concettuale di Ettore Sottsass, fratelli Castiglioni, Bruno Munari, Marco Zanuso (per sintesi indico i più interessanti) che rimangono ai margini perché la cultura architettonica dominate non ha respiro internazionale ma provinciale di tipo: vetero leghista, a conduzione familiare cattolico/fascista o egualitarista acritico di sinistra.
Per questo motivo, trovo squallido scandagliare gli errori sui progetti degl'archistar stranieri e tollerare gli scempi degl'archipop-opolari italiani.
A mio avviso non è un problema di barriere architettoniche, ma di architettoniche BARriere culturali.


Invito di lettura: articolo a firma di Anna Detheridge apparso sul domenicale n° 240, del Sole 24 Ore, 31 agosto 2008, p. 28 dove condivido i punti di vista di Massimo Cacciari e Santiago Calatrava (estratto):

È stata realizzata a Venezia un'opera di architettura contemporanea di grande bellezza a firma di Santiago Calatrava, architetto e ingegnere spagnolo celebre per le sue costruzioni monumentali, finalmente portata a termine laddove quelle di altri protagonisti dell'architettura moderna quali Le Corbusier, Frank Lloyd Wright, Louis Kahn e Alvaro Siza son rimaste per vari motivi allo stadio progettuale. [...]
Le motivazioni latenti dietro le polemiche le boutades ingenerose dei critici, i tempi lunghi delle approvazioni, appaiano nelle migliori delle ipotesi una sorta di auto protezione che la città (in questo caso Venezia, ma rimane per tante città italiane) oppone, una sorta di resistenza inconscia al cambiamento Eppure, come ha affermato Calatrava:
«in una città d'arte enormemente sollecitata da milioni di persone si fanno continuamente delle opere. Come ha dichiarato anche Cacciari, la città è in continua trasformazione, cambia comunque veste, sotto la spinta di una pressione enorme, e del tessuto originario non rimane quasi nulla».
Le cose si capiscono meglio dai dettagli e Calatrava si dimostra uomo del suo tempo nella scelta, per esempio, dell'arco ribassato rispetto a quello di tutti gli altri ponti di Venezia.
«Il raggio di curvatura larga rappresenta l'epoca contemporanea, realizzabile da quando sono disponibili certi materiali. Molta innovazione e integrazione di elementi passa anche dal colore e dai materiali. Se si guarda il lavoro il lavoro nel centro storico di architetti quali Albini o Scarpa che hanno con cura enorme trasgredito il vocabolario moderno, realizzando lavori di una grande preziosità quale è, per esempio, il Querini Stampalia. Se si osserva un'opera di Bellini su un cavalletto disegnato da Scarpa con i mezzi che avevano, lavorando con artigiani quali Morselletto e altri, quegli oggetti fanno parte di un insieme metafisico. Mi commuove sempre il profondo amore che trascende i linguaggi. Venezia come tante altre città, ha subito violenze quali quelle imposte da Napoleone che cala sulla città come una bestia, ordinando la chiusura del terzo lato di Piazza San Marco copiando la loggia sansoviniana, intervenendo brutalmente dentro la sacralità del luogo, a anche questo è stato assorbito dalla trama della città che ha una grande capacità di integrare tutto, e oggi non lo nota più nessuno».

0004 [SPECULAZIONE] La paura per l'architettura. Un mio vecchio post sull'argomento del 4 febbraio 2008

Un interessante post 'no-ponte' di Roberto Scano

N.B.: Roberto Scano mi ha inviato un commento che rettifica la mia indicazione al suo post, il suo punto di vista non è No-Ponte, ma Un ponte per tutti. Per sintesi avevo tagliato l'articolo di Anna Detheridge, ma adesso per chiarezza riporto una dichiarazione di Santiago Calatrava che avalla le tesi di Roberto Scano contenuta nell'articolo già menzionato:

[...]
«Posizione che all'epoca ho trovato giustificabile [...] in quanto a Venezia le barriere architettoniche sono ovunque. In seguito all'infittirsi dei pareri, proposi di cambiare radicalmente il progetto, ma questo avrebbe obbligato i committenti a ricominciare daccapo l'iter delle approvazioni durato diversi anni». Articolo integrale