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31 agosto 2008

0019 [SPECULAZIONE] Architettoniche barriere culturali. Calatrava a Venezia

Nuovamente problemi per il ponte veneziano di Santiago Calatrava, salta l'inaugurazione prevista per il 18 settembre.

Ancora una volta un'attenzione ingiustificata verso un'opera di architettura firmata da un architetto straniero.
Basta guardarsi intorno
per non notare lo sfacelo che circonda anche una città vetrina come Venezia con i continui aggiustamenti falsamente storici e senza una minima speculazione architettonica, firmati dagli architetti da bar che temono le contaminazioni e le idee innovative.
Da qualche giorno alla Bocconi di Milano, si è concluso l'incontro annuale degli economisti europei, dove è emerso che un'economia senza un pensiero dominante, con meno barriere e, soprattutto, contaminata dalle idee delle diverse discipline è la nuova frontiera.
In controtendenza a quest'analisi, l'architettura italiana sembra regrederire, affrontando le nuove sfide con la cintura di castità, temendo di perdere la verginità del bel paese che da decenni, ahimè, non c'è più. Escludendo l'enclave turistiche-economiche dei centri storici da dove l'architettura è stata bandita, non troviamo eccellenze di architettura contemporanea, ma solo casi sporadici.
Io credo che in Italia ci siano dei bravi architetti impregnati dello spirito anarchico/architettonico di Giancarlo De Carlo, degli interventi non filologici di Carlo Scarpa, dell'architettura sostantiva di Pier Luigi Nervi, Sergio Musmeci, Riccardo Morandi o della genialità creativa e concettuale di Ettore Sottsass, fratelli Castiglioni, Bruno Munari, Marco Zanuso (per sintesi indico i più interessanti) che rimangono ai margini perché la cultura architettonica dominate non ha respiro internazionale ma provinciale di tipo: vetero leghista, a conduzione familiare cattolico/fascista o egualitarista acritico di sinistra.
Per questo motivo, trovo squallido scandagliare gli errori sui progetti degl'archistar stranieri e tollerare gli scempi degl'archipop-opolari italiani.
A mio avviso non è un problema di barriere architettoniche, ma di architettoniche BARriere culturali.


Invito di lettura: articolo a firma di Anna Detheridge apparso sul domenicale n° 240, del Sole 24 Ore, 31 agosto 2008, p. 28 dove condivido i punti di vista di Massimo Cacciari e Santiago Calatrava (estratto):

È stata realizzata a Venezia un'opera di architettura contemporanea di grande bellezza a firma di Santiago Calatrava, architetto e ingegnere spagnolo celebre per le sue costruzioni monumentali, finalmente portata a termine laddove quelle di altri protagonisti dell'architettura moderna quali Le Corbusier, Frank Lloyd Wright, Louis Kahn e Alvaro Siza son rimaste per vari motivi allo stadio progettuale. [...]
Le motivazioni latenti dietro le polemiche le boutades ingenerose dei critici, i tempi lunghi delle approvazioni, appaiano nelle migliori delle ipotesi una sorta di auto protezione che la città (in questo caso Venezia, ma rimane per tante città italiane) oppone, una sorta di resistenza inconscia al cambiamento Eppure, come ha affermato Calatrava:
«in una città d'arte enormemente sollecitata da milioni di persone si fanno continuamente delle opere. Come ha dichiarato anche Cacciari, la città è in continua trasformazione, cambia comunque veste, sotto la spinta di una pressione enorme, e del tessuto originario non rimane quasi nulla».
Le cose si capiscono meglio dai dettagli e Calatrava si dimostra uomo del suo tempo nella scelta, per esempio, dell'arco ribassato rispetto a quello di tutti gli altri ponti di Venezia.
«Il raggio di curvatura larga rappresenta l'epoca contemporanea, realizzabile da quando sono disponibili certi materiali. Molta innovazione e integrazione di elementi passa anche dal colore e dai materiali. Se si guarda il lavoro il lavoro nel centro storico di architetti quali Albini o Scarpa che hanno con cura enorme trasgredito il vocabolario moderno, realizzando lavori di una grande preziosità quale è, per esempio, il Querini Stampalia. Se si osserva un'opera di Bellini su un cavalletto disegnato da Scarpa con i mezzi che avevano, lavorando con artigiani quali Morselletto e altri, quegli oggetti fanno parte di un insieme metafisico. Mi commuove sempre il profondo amore che trascende i linguaggi. Venezia come tante altre città, ha subito violenze quali quelle imposte da Napoleone che cala sulla città come una bestia, ordinando la chiusura del terzo lato di Piazza San Marco copiando la loggia sansoviniana, intervenendo brutalmente dentro la sacralità del luogo, a anche questo è stato assorbito dalla trama della città che ha una grande capacità di integrare tutto, e oggi non lo nota più nessuno».

0004 [SPECULAZIONE] La paura per l'architettura. Un mio vecchio post sull'argomento del 4 febbraio 2008

Un interessante post 'no-ponte' di Roberto Scano

N.B.: Roberto Scano mi ha inviato un commento che rettifica la mia indicazione al suo post, il suo punto di vista non è No-Ponte, ma Un ponte per tutti. Per sintesi avevo tagliato l'articolo di Anna Detheridge, ma adesso per chiarezza riporto una dichiarazione di Santiago Calatrava che avalla le tesi di Roberto Scano contenuta nell'articolo già menzionato:

[...]
«Posizione che all'epoca ho trovato giustificabile [...] in quanto a Venezia le barriere architettoniche sono ovunque. In seguito all'infittirsi dei pareri, proposi di cambiare radicalmente il progetto, ma questo avrebbe obbligato i committenti a ricominciare daccapo l'iter delle approvazioni durato diversi anni». Articolo integrale

10 commenti:

  1. Vorrei precisare che la nostra iniziativa non è "no ponte" ma è "un ponte per tutti".
    Come ha spiegato calatrava in un comunicato stampa, la colpa della mancata accessibilità sarebbe del Comune di Venezia e non sua.

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  2. Roberto, ho provveduto in una nota a chiarire il tuo/vostro punto di vista.

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  3. Mi spiace constatare che siamo alle solite: si confonde il progresso di una società con lo sputtanamento del proprio patrimonio storico, architettonico, artistico e culturale. Si ritiene che la spinta vitale di un popolo si debba esprimere attraverso architetture contemporanee uguali in tutto il mondo, non più solo occidentale, senza tenere in alcun conto le differenze, evidenti, palesi, lampanti che esistono tra Firenze, Stoccolma,Roma,Pechino, Dubai, ecc. Sembra non rendersi conto che l'archittetura contemporanea attuale, quella delle riviste, ma che si costruisce e non resta sulla carta, azzera ogni differenza di cultura tra luoghi diversi, proprio quelle differenze che rendono ogni città del mondo caratteristica, riconoscibile e unica. Si vorrebbe andare a Venezia e trovare le stesse cose che a Londra?
    Stiamo parlando di questo non di altro. E' assolutamente incredibile come, da una parte, nella politica, nella sociologia, nella biologia, nell'ecologia l'esaltazione della differenza sia considerato un valore e in architettura un elemento di reazione, di stasi, di ritorno all'età della pietra.
    L'ultima definzione è architetti da bar, che non so neanche se ritenere offensiva, a questo punto. Non solo: si appiccicano etichette politiche, ritenute evidentemente negative, se non infamanti, a chi ha un pensiero diverso.
    Si confonde un convegno di economia con una teoria architettonica: non sono un economista ma mi sembra che la "contaminazione" in economia (termine un pò improprio) possa essere un valore, anche perchè, banalmente, il commercio è sempre stato scambio tra culture diverse e fonte di pace(quando non si commercia, si fa la guerra); sono sempre stato favorevole alla globalizzazione economica per il semplice, elementare fatto che è un'occasione per paesi più poveri di emergere (vedi Cina, India), non certo perchè conviene a noi, ma la globalizzazione culturale è autoritarismo e colonialismo puro governato non dal potere politico ma da quello economico.
    Se non si comprende che il marchio ITALIA è nel mondo non tanto Ferrari o Prada quanto cultura, architettura, arte, Firenze, Roma, Venezia, Colosseo, Pisa, Piazza del Campo, San Pietro, che la lingua italiana, pur essendo parlata solo in Italia e in qualche residua enclave di emigrati, è tuttavia una lingua colta, studiata nelle università di ogni parte del mondo, che l'Italia è un miraggio di bellezza per milioni e forse miliardi di persone e che questo sogno non è fatto di Calatrava, con tutto il rispetto per lui, nè di Libeskind o altri: per vedere Calatrava si può andare ovunque, tanto ormai fa le stesse cose ovunque, ma per Piazza San Marco si va a Venezia e non a Las Vegas, dove si va a giocare.
    Peccato che tutto ciò lo capiscano gli stranieri e alcuni di noi hanno la frenesia di vedere il nuovo nei centri storici per farci una bella chiacchierata tra architetti.
    Quanto a Cacciari è una persona di grande intelligenza e cultura ma delle sue innumerevoli sue scelte e dichiarazioni la metà sono cose giuste, l'altra metà sono sciocchezze incredibili; sembra proprio non avere vie di mezzo.
    Faccio, infine, sommessamente presente che una buona metà degli architetti citati che avrebbero la capacità di fare progetti giusti sono, purtroppo, defunti da poco o da tanto, per cui la vedo dura: occorre trovare sostituti.
    Saluti
    Pietro

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  4. Pietro,
    la bella gente citata sono volutamente tutti morti e spesso non architetti, con la peculiarità che hanno saputo reinterpretare il linguaggio architettonico/design con lo spirito del loro tempo senza rimanere impantanati nel falso storicismo.
    La storia delle nostre città è fatta di stratificazioni culturali e architettoniche. Venezia potrebbe essere l'esempio di architettura orientale più che occidentale. La sua vecchia flessibilità economica si è manifestata palesemente nell'architettura. Con questo non credo che bisogna costruire 'oggetti architettonici uguali' in ogni città italiana, ma se si osserva bene il ponte di Calatrava non è un copia e incolla a mio avviso è molto rispettoso della storia veneziana.
    L'epiteto 'architetti da bar' è riferito a tutti quei professionisti che si rifuggono su bibbie architettoniche e criticano senza tregua tutto ciò che è nuovo per definizione.
    Infine, non volevo confondere le tesi economiche con l'architettura, semplicemente m'interessava rilevare l'apertura alla multidisciplinarità quest'ultima da sempre fondamentale nelle ricerche architettoniche.
    Pietro come succede spesso abbiamo idee contrapposte, ma resta sempre un piacere ospitare il tuo punto di vista nel mio blog.
    A presto.

    P.S.: Sulla giovane generazione il discorso è molto lungo...

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  5. E' comunque un piacere anche per me intervenire, quando posso, su questo blog, proprio perchè esprime idee diverse dalle mie.
    Nella diversità, appunto, sta la ricchezza, unita alla disponibilità al confronto.
    Vi è chi dice che è possibile discutere solo tra chi la pensa allo stesso modo ma, pur essendo vero, non arricchisce: è più facile, ovvio, ma molto più noioso.
    Saluti
    Pietro

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  6. Scusa se intervengo ancora ma facevo una riflessione sul fatto che ci sarebbe bisogno, se ho ben capito, di nuovi architetti "in vita" che hanno lo spirito di quelli, purtroppo defunti, che tu elenchi.
    La domanda, retorica e un pò provocatoria è: se l'architettura deve essere innovazione (e io non lo penso)quegli architetti che tu citi hanno innovato sì, ma 20, 30, 40 anni fa; se i nuovi architetti si ispirano a loro non innovano un bel niente ma conservano e/o sviluppano idee già maturate, cioè sono sostanzialmente continuatori di un'idea, quindi sono "conservatori". Dunque, secondo l'ideologia della ricerca e della novità sono antichi, fossilizzati, passati, vecchi, antiquariato o meglio modernariato.
    Ha ragione perciò Robert Adam quando dice che il movimento moderno, nato come avanguardia iconoclasta, si è trasformato in conservazione pura perchè vuole fermare il tempo e salvaguardare tutte le opere che ne hanno fatto la storia.
    A questo punto, io dico, non sarà meglio rivolgersi un momentino più indietro e utilizzare modelli certamente apprezzati, certamente consolidati, certamente condivisi?
    Saluti
    Pietro

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  7. Pietro,
    «E poi ancora Milano, Como, Brescia, i tubi Togni, Bustio Arsizio, la lega lombarda, l’S.P.Q.R., San Giorgio e San Marco, il “vecchio” Piemonte, le virtù militari del “vecchio" Piemonte , ed Emanuele Filiberto, e Carlo Emanuele primo: ma però il papa, però Garibaldi: il Gianicolo, il faro del Gianicolo bianco rosso e verde:però Michelangelo, la città Eterna, detta anche l’Urbe: e le case popolari, e la moderna edilizia, e i moderni finanziamenti della grande edilizia. E finalmente il crak». Carlo Emilio Gadda in L’Adalgisa questo è un esempio ci ‘Elenco caotico’ tecnica che ogni tanto adopero anche nei miei post.
    Gli architetti/designer citati seguono questo ritmo caotico, ma non casuale. Sono accumunati dalla passione per la ricerca e l’innovazione. Caratteristica che ritrovo della nuova generazione (quella più impegnata e sveglia) che non è confusa, ma semplicemente relegata ai margini dalla cultura dominante che per limiti ormai cronici non conosce i temi di architettura e si perde in dibattiti di semplice edilizia.
    Generazione quindi ‘impregnata’ dal sentimento, non semplice, della ricerca architettonica.
    Robert Adam, criticava gli architetti obsoleti del suo tempo, cercando con la sua ricerca di generare ‘nuovi codici architettonici’ anche se mediati dal linguaggio classico.
    Credo che sia mortificante usare vecchi codici come tasselli tipo ‘giochi di costruzione infantile’ la vita (architettonica) è fatta per uccidere i propri padri anche quelli più saggi, quest’operazione comunque implica una grande capacità di ascolto (conoscenza della storia).
    A presto.

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  8. "Credo che sia mortificante usare vecchi codici come tasselli tipo ‘giochi di costruzione infantile’ la vita (architettonica) è fatta per uccidere i propri padri anche quelli più saggi, quest’operazione comunque implica una grande capacità di ascolto (conoscenza della storia).
    A presto."

    Nulla di più vero. Quanta verità in queste parole. E' esattamente lo stesso concetto in un brano che Giorgio Muratore ha avuto la bontà di pubblicare su Archiwatch l'ottobre scorso e che si può trovare nel mio blog (automarketta...). al di là dell'auto promozione, concordo totalmente con la posizione espressa da Salvatore D'agostino sia nell'articolo sia nei commenti, e credo che sia la sola via percorribile per evitare la "morte cerebrale" del progetto di architettura, che molti denunciano, molti invocano e molti, purtroppo addetti ai lavori, a furia di dire "va tutto male", la stanno perpetrando continuamente, insinuando una strisciante diffidenza verso la categoria degli architetti.
    Altri pensieri poi sparsi:
    -assolutamente calzante l'esempio di San Geminiano a Venezia, distrutta per lasciare posto all'ala napoleonica (la cui dissonanza comunque non può non essere notata dall'osservatore attento), che dimostra come certi timori non sempre siano fondati;
    -non sono assolutamente d'accordo con l'architetto Pagliardini (che saluto e che spesso leggo sul suo blog e su archiwatch, anche se non sempre intervengo...ma prometto di partecipare di più da qui in avanti) quando dice che l'architettura non dev'essere innovazione. Non lo deve essere ad ogni costo, sfociando nei risultati sconcertanti di certi protagonisti delle nuove avanguardie, tipo Kas Oosterhuis, che io guardo con estrema diffidenza, ma se nello spirito di un progettista non c'è quello dell'innovazione, allora siamo veramente alla frutta. Che poi bisogna essere chiari: non necessariamente innovare vuol dire dover avere un colpo di genio, col risultato di giungere a soluzioni a dir poco eccentriche. La storia dell'architettura, con tutti i risultati più alti del Manierismo ma non solo, è lì a dimostrarlo anche questa volta;
    -concordo invece con Pietro su una cosa: che Cacciari o dice cose geniali o dice colossali stupidaggini. Purtroppo, ultimamente queste sono in notevole aumento...
    Saluti

    RispondiElimina
  9. Davide, troppo facile concordare con me su Cacciari, specie te che sei di quelle parti.
    Mi piacerebbe invece che tu concordassi con me sull'architettura ma, per ora, sembra difficile.
    Vedremo. Col tempo, forse, troveremo un punto di equilibrio.
    Come vedi io faccio il giro di molti blog perché mi piace seminare un pò di zizzania e dubbi ovunque. Mi diverto proprio, più che a scrivere nel blog, che mi ruba troppo tempo. Alla fine qualcosa resterà, spero, agli altri e a me.
    Oh no!
    Saluti
    Pietro

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  10. Davide,
    ancora non conoscevo il tuo blog, ma ho rimediato alla svista inserendolo nel mio aggregatore di feed.
    Grazie per la citazione nel tuo recente post‘Tra modernisti e passatisti: riflessioni sulla terza via’ (http://grado-0.blogspot.com/2008/08/tra-modernisti-e-passatisti-riflessioni.html) noto che ci sono molte analogie nel nostro pensare l’architettura:

    - tutelare le idee architettoniche anche se distanti dal nostro spirito da Leon Krier a Giancarlo Mazzanti;

    - esercitare la speculazione critica e non l’infettiva dell’opinionista militante;

    - la ‘decostruzione’ è una classica ‘parola tasca’ che produce un’erronea immagine (smontaggio dell’arte del costruire), deprivandola dei contenuti. Da tempo la critica (più acuta) non usa questo sostantivo (vedi ---> architettura diagrammatica);

    - terza via? La contemporaneità si basa su un’infinita pluralità dei piani interpretativi, anacronistico chi codifica nel ‘pensiero unico’ la propria ricerca architettonica;

    - il 95% delle nuove costruzioni non possono essere considerate architetture, bisogna cominciare a ragionare partendo da questo dato;

    - l’imprenditore chiede metri cubi e quantità, trascurando il concetto di qualità (inteso a 360° dalla fase progettuale a quella esecutiva), l’architetto non può essere succube di questo modo squallido di pensare;

    - il centro storico, dove vive l’elite dell’Italia (adesso protetta dai militari), non può essere considerato una priorità, la ‘cementificazione’ selvaggia (sovente attuata dagl’imprenditori che vivono nel centro storico) ha distrutto cultura e territorio per dopo etichettarla come periferia (luogo non prezioso). Purtroppo questi luoghi devastati custodivano una biodiversità molto più ricca e interessante delle città di serie A, questo non può più essere permesso;

    - fondamentale è la questione politica, non ci sono dubbi che l’architettura nasce dalla sua visione lungimirante e senza giri di parole la distruzione architettonica/paesaggistica è stata avallata da chi ha avuto questo potere, che sia quest’ultimo di destra o di sinistra (per non essere disfattista faccio comunque due recenti esempi positivi, Sergio Chiamparino a Torino e Rosario Crocetta a Gela);

    - l’architettura non può essere giudicata dalle consultazioni popolari, questo significa mancanza di carattere politico;

    - gli ‘archistar’ sono frutto della dirigenza politica che si presta al gioco perverso dei ‘media’, purtroppo per aumentare l’audience cercano il grande scoop, lo schiaffo in diretta, l’erezione da pornostar, Ronaldinho al Milan, la bolla papale, le armi di distruzione di massa, creando un gran danno a quegl’architetti che si ostinano a lavorare con dignità e qualità;

    - infine gli ‘archistar’, soprattutto quelli italiani, non riescono a fare da traino per alzare il livello dell’architettura, preferiscono accarezzare il proprio ego, invece di stimolare, promuovere e scoprire nuovi talenti.
    A presto.

    P.S.: Interessanti restano le note sull’università, che a parer tuo è priva del dibattito architettonico contemporaneo, forse bisogna parlarne meglio, magari in un altro post.

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