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Visualizzazione post con etichetta Carlo Scarpa. Mostra tutti i post
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3 dicembre 2009

0005 [SQUOLA] Zevi e Scarpa, disegnare, disegnare, disegnare

Durante uno scambio di commenti con Michele Sacco su Facebook a proposito della nota 0034 [SPECULAZIONE] L'architettura globale secondo Marc Augé, mi ha raccontato un aneddoto che pubblico fedelmente.
Chiarisco, ciò che mi ha colpito non è la retorica del ‘si stava meglio prima’ o dei ‘vecchi maestri’ ma l’idea che per essere dei buoni architetti occorre una sapiente conoscenza che si sviluppa nel tempo.
Questa conoscenza è mediata dal disegno attento e meticoloso.
L’architetto deve saper rappresentare su carta la propria idea utilizzando qualsiasi supporto a sua disposizione.
Possedere la tecnica del disegno (dallo schizzo a quello tecnico che derivi dal tecnigrafo o dal CAD non importa) significa conoscere la sintassi per immaginare un buon progetto.
Una sintassi che ancora oggi va stimolata attraverso l’analisi visiva (processo di ridisegno) delle architetture.


di Michele Sacco

L'inverno scorso a cena davanti ad una pizza di ritorno dal cantiere del rifugio ad Arabba, l'architetto Nerino Meneghello mi raccontò quest’aneddoto tratto dalla sua esperienza universitaria, mi commossi profondamente, anche perché avevo appena finito di preparare la visita con il gruppo OhA! (ndr qui il manifesto dell'associazione) ad alcune opere di Scarpa e Palladio!
Devi sapere che Nerino, essendo figlio di un sottoufficiale dei carabinieri, ha trascorso la sua infanzia e adolescenza in Sicilia tra Petralia Soprana, Isnello, Cefalù e Palermo, tornando in Veneto solo per frequentare il liceo classico a Conegliano nel 1949 e nel 1954 s’iscrisse all'università di Architettura di Venezia.
Il primo anno ebbe come professore di storia dell'architettura Bruno Zevi. L'università in quegli anni era molto concreta e pratica (chi si laureava allora si sapeva calcolare le strutture, risolvere qualsiasi problema tecnico, durante l'anno c'erano molte prove ex tempore che allenavano a risolvere i problemi in tempi brevi) e nel corso di storia Zevi faceva rilevare e restituire graficamente un'opera di architettura concordata con gli studenti.
Nerino e il suo amico di Udine, Vittorio Zanfagnini, scelsero un'opera di Vasari, ma venendo entrambi dal liceo classico non conoscevano nulla di disegno tecnico e geometrico.
Durante la prima revisione gli studenti appesero i loro disegni e Zevi passando davanti alle tavole di Nerino e Vittorio, si soffermò per pochi secondi, informatosi da che scuola superiore provenissero e gli consigliò vivamente di cambiare facoltà... Nerino non si arrese e seguì per l'aula Zevi per avere spiegazioni, mentre Vittorio si sedette sotto le tavole inchiodate al muro, sconsolato e avvilito, tenendo i gomiti sulle ginocchia.
In quel momento entrò nell'aula Carlo Scarpa, aveva un piede ingessato e camminava aiutandosi con un bastone, vide le tavole di Nerino e Vittorio ed esclamò qualcosa tipo «di chi sono questi obbrobri?», nel sussulto sollevò il bastone per indicare il disegno, ma involontariamente lo stracciò... a quel punto Scarpa probabilmente dispiaciuto di aver distrutto il disegno dei ragazzi, si sedette con loro e li invitò per la mattina successiva nella sua casa studio di Venezia per dare a loro lezioni personali di disegno.

La mattina dopo alle 12 i due giovani si presentano a casa di Scarpa, apre loro la porta Tobia che così risponde ai due ragazzi: «me pare ancuo no g'ha voia de fare un casso, xe ancora ntel let a gratarse i coionj» (perché Scarpa era un tipo artistico, diciamo!).
Nel pomeriggio invece Scarpa li accolse e consigliò loro, per il corso di Zevi, di lasciar perdere l'edificio di Vasari (troppo complicato e lontano) e di rilevare invece Villa Lippomano di Longhena a Conegliano.
Così iniziano a seguire i suoi insegnamenti e lo incontrano regolarmente nella sua casa studio.
Nerino si ricorda ancora della bravura di Scarpa, che durante uno di questi incontri corresse loro il disegno delle volute di una colonna della villa, tornando in sito verificavano che Scarpa aveva ridisegnato il capitello perfettamente senza vederlo!!!

All'esame di storia con Zevi poi presero 30 e Lode e qualche giorno dopo, mentre passeggiavano per le calle di Venezia, spuntò Scarpa da un ponte e da lontano li riconobbe e sorridendo urlò «NON VE LO MERITATE!!!!!»

3 dicembre 2009

Intersezioni --->SQUOLA

Come usare WA ---------------------------------------------------Cos'è WA

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N.B.: SQUOLA è un errore voluto ed è semplicemente il nome della rubrica

16 gennaio 2009

0020 [MONDOBLOG] Cerco risposte per un'intervista mancata

di Salvatore D'Agostino

Qualche tempo fa avevo concordato un’intervista con il blog Architettura di pietra e, in seguito alla loro richiesta, avevo cambiato la mia classica metodologia, a domanda segue risposta, nella più fredda lista di domande. Mi è stato detto che dovevo pazientare, ma dopo circa sette mesi e molte mail di sollecito senza risposta, mi sono deciso a pubblicare la mancata intervista proponendovi un piccolo gioco fate un copia/incolla e rispondete al loro posto, ovviamente saltate la prima domanda, per il resto siate liberi.
  1. Il nome del blog "Architettura di pietra" è già un manifesto. Quali sono i suoi punti di forza?
  2. A che cosa serve un blog per un architetto?
  3. Alberto Savinio nel suo libro "Dico a te, Clio" descrive il cemento come un materiale volgare e privo d'identità. Grazie a Carlo Scarpa e Giancarlo De Carlo abbiamo scoperto che il cemento può affiancarsi alla pietra. E' possibile ripensare le nostre città di pietra?
  4. Crede che l'architettura possa essere catalogata: di pietra, ecologica, high tech, strutturalista, cyber e così via?
  5. Rimanendo sul tema della pietra, è possibile progettare in Italia prendendo spunto dagli architetti Antón García-Abril, Wespi & De Meroun o Peter Zumthor?
  6. Parafrasando l'artista Pinuccio Sciola 'Il tempo si misura con la pietra' non crede che 'L'architettura italiana non si misura più con la pietra'?
  7. Non crede che l'eccessiva attenzione sul nostro patrimonio 'storico' abbia causato l'indifferenza verso parti di città 'non storiche', causando il degrado attuale?
  8. Lo scrittore Bruce Sterling pensa che ormai siamo maturi per il 'nuovo materialismo': "Basta con le noiose Macchine per Vivere, universali, ripetitive, serializzate, prodotte a grande scala". Il futuro è configurabile, personalizzabile, modificabile, adattabile, interattivo, polivalente, a basso prezzo. Cosa ne pensa?
  9. Per Stefano Boeri, Gilles Clément e altri l'architettura non si può sostituire alla politica, ma solo grazie ad un'oculata politica possiamo ottenere della buona architettura. E' possibile in Italia innescare dinamiche virtuose tra politica e architettura?
  10. Perché l'architetto italiano è rimasto a guardare le pietre, lasciando ai 'palazzinari' la costruzione della nuova Italia?
  11. Quali sono gli autori contemporanei da studiare?
  12. Qual è la sua speranza?
16 gennaio 2009
Intersezioni ---> MONDOBLOG
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Note:
inviate la vostra intervista o attraverso i commenti o sul mio indirizzo mail salvatoredagostino7 (at) gmail

31 agosto 2008

0019 [SPECULAZIONE] Architettoniche barriere culturali. Calatrava a Venezia

Nuovamente problemi per il ponte veneziano di Santiago Calatrava, salta l'inaugurazione prevista per il 18 settembre.

Ancora una volta un'attenzione ingiustificata verso un'opera di architettura firmata da un architetto straniero.
Basta guardarsi intorno
per non notare lo sfacelo che circonda anche una città vetrina come Venezia con i continui aggiustamenti falsamente storici e senza una minima speculazione architettonica, firmati dagli architetti da bar che temono le contaminazioni e le idee innovative.
Da qualche giorno alla Bocconi di Milano, si è concluso l'incontro annuale degli economisti europei, dove è emerso che un'economia senza un pensiero dominante, con meno barriere e, soprattutto, contaminata dalle idee delle diverse discipline è la nuova frontiera.
In controtendenza a quest'analisi, l'architettura italiana sembra regrederire, affrontando le nuove sfide con la cintura di castità, temendo di perdere la verginità del bel paese che da decenni, ahimè, non c'è più. Escludendo l'enclave turistiche-economiche dei centri storici da dove l'architettura è stata bandita, non troviamo eccellenze di architettura contemporanea, ma solo casi sporadici.
Io credo che in Italia ci siano dei bravi architetti impregnati dello spirito anarchico/architettonico di Giancarlo De Carlo, degli interventi non filologici di Carlo Scarpa, dell'architettura sostantiva di Pier Luigi Nervi, Sergio Musmeci, Riccardo Morandi o della genialità creativa e concettuale di Ettore Sottsass, fratelli Castiglioni, Bruno Munari, Marco Zanuso (per sintesi indico i più interessanti) che rimangono ai margini perché la cultura architettonica dominate non ha respiro internazionale ma provinciale di tipo: vetero leghista, a conduzione familiare cattolico/fascista o egualitarista acritico di sinistra.
Per questo motivo, trovo squallido scandagliare gli errori sui progetti degl'archistar stranieri e tollerare gli scempi degl'archipop-opolari italiani.
A mio avviso non è un problema di barriere architettoniche, ma di architettoniche BARriere culturali.


Invito di lettura: articolo a firma di Anna Detheridge apparso sul domenicale n° 240, del Sole 24 Ore, 31 agosto 2008, p. 28 dove condivido i punti di vista di Massimo Cacciari e Santiago Calatrava (estratto):

È stata realizzata a Venezia un'opera di architettura contemporanea di grande bellezza a firma di Santiago Calatrava, architetto e ingegnere spagnolo celebre per le sue costruzioni monumentali, finalmente portata a termine laddove quelle di altri protagonisti dell'architettura moderna quali Le Corbusier, Frank Lloyd Wright, Louis Kahn e Alvaro Siza son rimaste per vari motivi allo stadio progettuale. [...]
Le motivazioni latenti dietro le polemiche le boutades ingenerose dei critici, i tempi lunghi delle approvazioni, appaiano nelle migliori delle ipotesi una sorta di auto protezione che la città (in questo caso Venezia, ma rimane per tante città italiane) oppone, una sorta di resistenza inconscia al cambiamento Eppure, come ha affermato Calatrava:
«in una città d'arte enormemente sollecitata da milioni di persone si fanno continuamente delle opere. Come ha dichiarato anche Cacciari, la città è in continua trasformazione, cambia comunque veste, sotto la spinta di una pressione enorme, e del tessuto originario non rimane quasi nulla».
Le cose si capiscono meglio dai dettagli e Calatrava si dimostra uomo del suo tempo nella scelta, per esempio, dell'arco ribassato rispetto a quello di tutti gli altri ponti di Venezia.
«Il raggio di curvatura larga rappresenta l'epoca contemporanea, realizzabile da quando sono disponibili certi materiali. Molta innovazione e integrazione di elementi passa anche dal colore e dai materiali. Se si guarda il lavoro il lavoro nel centro storico di architetti quali Albini o Scarpa che hanno con cura enorme trasgredito il vocabolario moderno, realizzando lavori di una grande preziosità quale è, per esempio, il Querini Stampalia. Se si osserva un'opera di Bellini su un cavalletto disegnato da Scarpa con i mezzi che avevano, lavorando con artigiani quali Morselletto e altri, quegli oggetti fanno parte di un insieme metafisico. Mi commuove sempre il profondo amore che trascende i linguaggi. Venezia come tante altre città, ha subito violenze quali quelle imposte da Napoleone che cala sulla città come una bestia, ordinando la chiusura del terzo lato di Piazza San Marco copiando la loggia sansoviniana, intervenendo brutalmente dentro la sacralità del luogo, a anche questo è stato assorbito dalla trama della città che ha una grande capacità di integrare tutto, e oggi non lo nota più nessuno».

0004 [SPECULAZIONE] La paura per l'architettura. Un mio vecchio post sull'argomento del 4 febbraio 2008

Un interessante post 'no-ponte' di Roberto Scano

N.B.: Roberto Scano mi ha inviato un commento che rettifica la mia indicazione al suo post, il suo punto di vista non è No-Ponte, ma Un ponte per tutti. Per sintesi avevo tagliato l'articolo di Anna Detheridge, ma adesso per chiarezza riporto una dichiarazione di Santiago Calatrava che avalla le tesi di Roberto Scano contenuta nell'articolo già menzionato:

[...]
«Posizione che all'epoca ho trovato giustificabile [...] in quanto a Venezia le barriere architettoniche sono ovunque. In seguito all'infittirsi dei pareri, proposi di cambiare radicalmente il progetto, ma questo avrebbe obbligato i committenti a ricominciare daccapo l'iter delle approvazioni durato diversi anni». Articolo integrale