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2 marzo 2010

0003 [WILFING] Non andare oltre: le risposte di Stefano Boeri e Luigi Prestinenza Puglisi

di Salvatore D'Agostino
«Lucia mette in campo l’intero esercito delle proprie nozione, socio e psicologiche, ma Mauro continua a sembrarle un enigma. Per risarcirsi in qualche misura della triste consapevolezza che la cultura non basta, cerca di culturalizzare il loro legame, accusa Mauro di non avere interessi; «uno con il tuo intuito e la tua velocità, è un peccato restare chiuso nel recinto dei soldi… se tu leggessi di più, se ti abituassi a vedere la realtà nella sua interezza… anche non materiale, simbolica forse è perfino i tuoi orizzonti economici si allargherebbero… io ammiro molto che ti sei costruito da solo, ma tutti noi siamo responsabili di qualcosa di più ampio». «Tanto c’è internet» risponde lui per stuzzicarla. Ma sotto è ferito, gli piacerebbe assorbire il virus dell’istruzione; se ne accorge le poche volte che escono, che lei è padrona della storia e della geografia – le chiese, i palazzi, per lei vogliono dire qualcosa, è come se in città passeggiasse tra amici. Perfino “non mollare” e “tiremm innanz”, che lui li dice sempre, Lucia gli ha garantito che il primo viene da un giornale socialista e non da Gigi D’Alessio e Simona Ventura, il secondo era un patriota che rinunciava a salutare i suoi figli per non tradire la causa» (Walter Siti)[1].
Il Mauro dell’epigrafe non è altro che il Pietro Caisotti di oggi, un imprenditore - in questo caso romano - molto ‘pratico’ educato nelle borgate che grazie alla sua scaltrezza riesce a fare i soldi costruendo case: «Io je realizzo ‘n immobile, me finanzio a debito in banca… loro mo’ o strapagano come qui co’ l’appartamento, solo più grande… io ce rimborso ‘a banca e me rimane ‘na percentuale tra l’unghiette a me»[2].

Qualcuno etichetterebbe Mauro con il sostantivo ‘palazzinaro’ ma sarebbe troppo riduttivo.
Il palazzinaro è l’antitesi semantica di archistar due
parole che giornalisticamente sono utilizzate per semplificare concetti complessi come l’architettura o per sua naturale estensione l’urbanità, ovvero il rapporto tra l’abitante e la sua città.

Sulla presS/Tletter n.05-2010 e su Wilfing Architettura avevo posto delle domande a Stefano Boeri e Luigi Prestinenza Puglisi.

Nel caso specifico, a Stefano Boeri:
  • possiamo permetterci che la cultura ‘imprenditoriale’ dei Pietro Caisotti possa essere la stessa degli stimati architetti?
  • è in grado la migliore classe pensante dell’architettura italiana di disinteressarsi alla propria verità – spesso concepita come taumaturgica – e interessarsi alle verità?
Il direttore di abitare mi ha risposto sul blog della rivista:

«27.02.2010 alle 15:40
Gentile Salvatore D’Agostino,
circa un anno fa, con un editoriale che trattava di alcuni (premonitori?) fatti giudiziari che avevano investito l’architettura italiana, avevo cercato di rispondere alle sue domande.
Mi permetto di invitarla e rileggerlo (link-http://www.abitare.it/direttore/editoriale-489/).
Grazie e saluti,
Stefano Boeri» [3].



Stefano Boeri,
come spesso mi succede leggo con molta attenzione i suoi scritti, proprio quel suo editoriale mi aveva lasciato perplesso, tra l’altro avevo commentato il link che lei m’invita a leggere, a tal proposito le riporto una parte del commento: «Lei chiede agli architetti di recuperare il senso civile del mestiere, ma credo che quest’invito sia inutile se dimentichiamo di approfondire le cause sociali e lo stato attuale dell’architettura.
Non possiamo più permetterci di continuare ad “andare avanti” per rimozioni, perché temo che il nostro rapporto con il mestiere e con l’architettura ritornerà sullo stesso registro di affarismo banale e speculativo»[4].
Non solo avevo commentato ma avevo dedicato sul mio blog Wilfing Architettura un intero post su BLOG READER -una rubrica che criticamente analizza le scritture Weblog legate all’architettura - dal titolo 0002 [BLOG READER] Notizie sullo stato dell'architettura in Italia.
Nella quale riprendevo alcuni articoli che si erano occupati della vicenda che lei adesso chiama '(premonitori?) fatti giudiziari’, suggerivo di leggere anche il suo editoriale con un’avvertenza: «Il direttore dimentica di indicare la strada per avviare una profonda analisi sullo stato dell’architettura. Credo che la sola coscienza civile non possa bastare e temo che il suo sia un editoriale come atto dovuto. Letto con riserva».
La mia riserva era, ed è, semplicemente ‘culturale’ lei diceva: «Le tre voragini che si sono pericolosamente aperte ci riguardano insomma tutti; a partire da chi scrive» è ancora convinto che basti solo un semplice invito a recuperare la coscienza civile del significato dell’architettura?

Qualche giorno fa il giornalista Peppe Baldessarro del ‘Il quotidiano della Calabria’ e corrispondente per la Calabria di ‘La Repubblica’, ha ricevuto una lettera intimidatoria scritta con ritagli di giornale e riempita di pallini da fucile riportante la seguente frase: «Non andare oltre».
Peppe Baldessarro è un cronista con la laurea in architettura, racconta semplicemente ciò che vede, con lui ho condiviso alcuni ‘astratti furori’ giovanili universitari e mi creda, in questi casi, so bene che non serve a niente un richiamo alla coscienza civile.
Mi dispiace (poiché apprezzo il suo pensiero da architetto) ho letto la sua riposta al mio commento nuovamente con riserva.
Poiché siamo (m’includo) incapaci ‘culturalmente’ ad andare oltre.

A Luigi Prestinneza Puglisi avevo chiesto:

Salvatore D'Agostino: siamo proprio sicuri che la corruzione dei concorsi di architettura sia solo un problema di colore politico?

Luigi Prestinenza Puglisi: a volte si e a volte no. Nel senso che a volte ci sono cordate che hanno un certo colore e a volte ci sono solo cordate. Dire che la cordata ha un certo colore non vuol dire che i soldi o i benefici vadano a un partito o che il partito lo sappia. Può voler dire semplicemente che il gioco è fatto da personaggi che appartengono a un certo giro politico che li ha piazzati in posti di potere.

SD: perché persone come Antonio Iannello (architetto campano, non di sinistra, che aveva denunciato lo scempio in corso nella sua terra prima di Roberto Saviano, morto nel 1997) non trovano spazio nelle riviste di architettura?

LPP: In linea di massima sono con te nel considerare questo un male, ma poi bisogna vedere il caso specifico che non conosco.

SD: non credi che l’architettura inizi dal saper vedere queste città di nessuno?

LPP: E' un guaio se non si riesce a vederle. Ma il nesso politica-architettura è molto complesso. Si può fare buona architettura anche senza vedere tante ingiustizie e viceversa, vedendo le ingiustizie, si può fare lo stesso cattiva architettura.


Non aggiungo altro, poiché valgono le stesse considerazioni fatte a Stefano Boeri, mi permetto solo una nota su Antonio Iannello, la sua storia è stata raccontata da Francesco Erbani nel libro ’Uno strano italiano’, cito un brano che sintetizza la personalità dell’architetto napoletano e forse riassume alcune dinamiche endemiche italiane:
«Napoli, novembre 1983. Come altre volte, ma con più rapidità di altre volte, dopo che il bradisismo ha sollevato e poi abbassato il lembo di terra su cui è costruita Pozzuoli, l'amministrazione comunale e qualcuno dei ministeri più direttamente coinvolti varano un provvedimento straordinario, dettato, si dice, dall'urgenza degli eventi. Si decide, nel volgere di poche settimane, la costruzione di 25.000 vani in una località a qualche chilometro dal centro cittadino che si chiama Monteruscello. Le obiezioni che vengono avanzate fin da quando l'iniziativa prende corpo sono molte, e fra queste figurano quelle di Italia Nostra, che stila un documento durissimo, fa stampare un opuscolo intitolato Bradisismo e speculazione e lancia un appello sottoscritto da numerosi intellettuali.
In data 7 novembre 1983 il ministro per la Protezione civile Vincenzo Scotti invia a sei professionisti napoletani e a un avvocato dello Stato di Roma una lettera di incarico per il collaudo in corso d'opera di uno dei lotti del nuovo insediamento, il n. 18, che comprende dai 150 ai 200 alloggi. Il compenso previsto, integralmente a carico del concessionario che eseguirà i lavori, è dell'1 sul totale dell'importo, da dividersi fra i vari membri della commissione (il 15 al presidente, il 13,3 agli altri, il 5,2 a un collaboratore del presidente).
Uno dei destinatari dell'incarico è Antonio lannello. L'architetto napoletano ha cinquantatré anni. Dal 1976 è segretario regionale di Italia Nostra. «Illustre Signor Ministro - risponde il 24 novembre lannello - nel ringraziarLa dell'incarico professionale [...], devo rappresentarLe l'impossibilità nella quale mi trovo ad accettare l'incarico affidatemi che sono quindi costretto a declinare». Seguono i motivi del rifiuto, che si possono sintetizzare in alcuni punti: aggiungere altri 25.000 vani ai 15.000 già previsti per quella zona è un grave errore urbanistico; l'amministrazione prevede un'espansione che invaderà 1.800.000 metri quadri, di fatto tutta l'area agricola non edificata del comune, inglobando un raccordo stradale e una ferrovia; la scelta manca di una pur sommaria analisi di quali conseguenze il nuovo insediamento può provocare sull'assetto urbanistico della città: la decisione è stata presa, si legge infatti nella relazione dell'ufficio tecnico del Comune, «salvo il giudizio tecnico-scientifico sulla idoneità dell'area a detti insediamenti abitativi» (che è come dire: la decisione l'abbiamo adottata, ma le ragioni che l'hanno indotta ancora non le conosciamo); si è strumentalmente sopravvalutato il rischio bradisismico; non si conosce con esattezza il numero delle famiglie che eventualmente non potranno tornare nelle loro abitazioni perché ancora sono in corso le perizie che devono stabilire se un palazzo è pericolante o meno; i 15.000 vani previsti, 10.000 dei quali non ancora costruiti, fanno parte di un piano regolatore approvato appena sette anni prima con l'intento di «decongestionare» il centro storico: forse possono essere sufficienti, visto che la popolazione non è aumentata; non si capisce perché, oltre alle nuove case, siano previsti «insediamenti industriali, commerciali e turistici»; niente si è accertato sul rischio vulcanico e sismico della zona in cui dovrebbe sorgere la Pozzuoli bis e quali danni al patrimonio archeologico e paesaggistico di quell'area la colata di cemento potrà arrecare. In un altro documento Italia Nostra denuncia che per Monteruscello si spendono circa 400 miliardi. Per ristrutturare il centro storico solo 40»[5].
Ripeto siamo (m’includo) incapaci ‘culturalmente’ ad andare oltre.

2 marzo 2010

P.S.: Fabrizio Gallanti della redazione di Abitare, mi ha spedito questa mail:

Titolo: http://www.abitare.it/highlights/mineral-geo
politics/ (lunga lettera di stefano boeri architetti) si comincia a ballare...

Testo: let's roll.

Fabrizio Gallanti,
onestamente il tuo tono mi ha dato fastidio, perché credo che tu abbia perso il senso di ciò che stiamo vivendo in Italia eppure conoscevi bene l’invito del tuo direttore: «dobbiamo tutti insieme riscoprire il significato civile del fare architettura».
Come per le vignette aggiungo alla tua mail un semplice 'Senza parole'.



SENZA PAROLE



Intersezioni --->WILFING

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Note:

[1] Walter Siti, Il contagio, Mondadori, 2008, p. 234

[2] op. cit. Walter Siti, p. 199

[3] Stefano Boeri, Lo spazio crea la società, Editoriale n. 489, commento

[4] riporto integralmente il mio commento al post:
«Salvatore D'Agostino
Dice: 03.02.2009 alle 23:27
«E strano: crediamo di sapere tutto sull’ultimo concorso di Berlino o sulle Olimpiadi di Barcellona ma siamo sempre più imbarazzati a soddisfare la curiosità di chi ci chiede notizie su Milano. Dipenderà di certo dalla loro maggiore trasparenza, mentre da noi le cose più importanti non si vengono a sapere. Di fatto, per paura di fare brutte figure, diciamo sempre più spesso che non succede niente. Ancora adesso, se mi chiedono chi ha progettato le torri di Ligresti a Milano non so rispondere se non azzardando un’analisi alla Morelli; posso dire, deducendo dai dettagli: forse lo studio BPR (sic), ormai ridotto al solo attempato Belgioioso. Ci comportiamo nello stesso modo di chi lamenta che non ci sono più romanzi in letteratura. […] Non bisogna pensare ingenuamente che negli altri paesi l’architettura goda di ottima salute: non siamo i soli ad avere problemi, condividiamo i drammi epocali con il resto del mondo, e i fenomeni di degrado osservati nel nostro territorio sono soltanto un frammento della rovina generale, anche se da noi non c’è altro. E poi hanno proporzioni colossali. Tuttavia esiste un’anomalia italiana, che consiste innanzitutto nella difficoltà a dar conto della situazione. […] Così il problema della corruzione pone domanda che supera le altre: che cosa ha reso possibile che non si aprisse il fronte della denuncia? E ancora: perché nessuna reazione seria da parte della cultura architettonica?»
(Pierluigi Nicolin, Notizie sullo stato dell’architettura in Italia, Bollati Boringhieri, Torino, 1994)
Questi brani sono tratti dal libro/pamphlet del direttore di Lotus subito dopo gli anni di tangentopoli. Mi sembra interessante la frase: «perché nessuna reazione seria da parte della cultura architettonica? »
La stessa considerazione fatta lo scorso dicembre da Stefano Mirti in questo nuovo spazio di abitare.
Lei chiede agli architetti di recuperare il senso civile del mestiere, ma credo che quest’invito sia inutile se dimentichiamo di approfondire le cause sociali e lo stato attuale dell’architettura.
Non possiamo più permetterci di continuare ad “andare avanti” per rimozioni, perché temo che il nostro rapporto con il mestiere e con l’architettura ritornerà sullo stesso registro di affarismo banale e speculativo.
Caro direttore, c’è bisogno di un atto catartico, altrimenti l’italiano si siede nel consueto detto, non più solo napoletano: «ca avutu avutu avutu ca dato dato dato scurdammuce u passatu…»
C’è bisogno di una profonda analisi in modo che, parafrasando Pierluigi Nicolin, non dovremmo più avere difficoltà a dar conto della situazione.
Chiudo con una citazione da un architetto da lei indicato, Ernesto Nathan Rogers, tratto da Domus, n .205, 1946, invitava gli architetti a ricostruire l’Italia dalla macerie postbelliche: «Da ogni parte la casa dell’uomo è incrinata. Da ogni parte entrano le voci del vento e n’escono pianti di donne e di bimbi. […] La casa è un problema di limiti. Ma la definizione di limite è un problema di cultura e proprio ad esso si riconduce la casa. Se così è, anche le parole sono materiale da costruzione. E anche una rivista può aspirare ad esserlo. Si tratta di trovare nel proprio spirito l’antica natura percorrendo, tuttavia, la fertile via dell’esperienza. Vi sono tante cose inutili che sollecitano le vanità borghesi, ma anche tante meravigliose di cui i più non possono ancora usufruire. Una rivista può essere uno strumento, uno staccio per stabilire il criterio della scelta. Da quanto abbiamo detto, si può dedurre quali siano i nostri intendimenti, anzi le speranze che poniamo come mete irraggiungibili alle nostre sole forze.
Si tratta di costruire una società.
Non c’è tempo da perdere a illustrare cianfrusaglie.
Aiutiamoci tutti a trovare l’armonia tra la misura umana e la divina proporzione.
Cordialmente,
Salvatore D’Agostino».
Link: http://www.abitare.it/direttore/editoriale-489/

[5] Francesco Erbani, Uno strano italiano, Laterza, Roma-Bari, 2002, pp. 3-4

19 febbraio 2010

0002 [WILFING] L’identità dell’architettura italiana e i Pietro Caisotti. Due domande a Stefano Boeri e un dialogo con LPP

di Salvatore D'Agostino
«Il paese non è più povero ma è abitato da gente rancorosa, maldicente, abituata a fallire la propria vita e a far fallire la vita degli altri»[1]. (Franco Armino)



Gentile Stefano Boeri
condivido, l’articolo di Luca Guido ha un tono risentito[2], ma sono rimasto colpito, in negativo, dal suo rivendicare una giusta bocciatura allo IUAV[3]. Una caduta di stile che non mi sarei mai aspettato.

Io credo che sia inutile parlare dei recenti avvenimenti, soprattutto via Web, non serve a niente discutere di un caso specifico senza osservare nella sua interezza lo stato in cui versa l'architettura italiana.
Come sa, dato che è stato tra i partecipanti, la rivista online 'Edge' quest’anno ha posto a molti intellettuali una domanda: L’uso della rete ha cambiato il nostro modo di pensare?[4]
Interessante la riposta di Kevin Kelly (cofondatore di Wired):
«Il web è la mia carta e penna, e sono diventato più bravo a raccogliere informazioni. Ma la mia conoscenza è più fragile. Per ogni informazione che trovo c’è qualcuno pronto a dire il contrario. Ogni dato ha il suo “antidato”. L’enorme ragnatela del web mette in rilievo sia i dati sia gli antidati. Alcuni sono stupidi, altri sono convincenti. Non possiamo lasciar decidere agli esperti, perché per ogni esperto c’è un antiesperto altrettanto bravo. Perciò tutto quello che imparo subisce l’erosione di questi antifattori. Non ho più certezze. Invece di affidarmi a un’autorità, sono costretto a crearmi le mie certezze, non solo sulle cose che mi interessano, ma su tutto quello che leggo, compresi i campi in cui non posso avere nessuna esperienza dirett a. In generale, quindi, mi capita di presumere sempre più spesso che quello che so è sbagliato. Un atteggiamento ideale per uno scienziato. Ma questo significa anch e che ho più probabilità di cambiare idea per i motivi sbagliati. La capacità di accettare l’incertezza è uno dei cambiamenti che ho subìto. […] Sono meno interessato alla Verità e più interessato alle verità»[5].
L’architettura nei confronti del Web ha un grosso problema non può essere vista attraverso le immagini o letta sui saggi, poiché va osservata concretamente.
Io credo che sia arrivato il momento di un'analisi ampia del problema 'architettura' ed essendo lei uno dei maggiori intellettuali d'italia e non solo, nonché architetto, le vorrei fare due domande non prima di citare un passo tratto da Italo Calvino da ‘La speculazione Edilizia’:
«A Quinto più ne sentiva dir male più gli piaceva: il bello degli affari - quello che per la prima volta egli credeva d'andare scoprendo - era proprio questo cacciarsi avanti tra gente d'ogni risma, trattare con imbroglioni sapendo che sono imbroglioni e non lasciandosi imbrogliare, magari cercando d'imbrogliarli. Era «il momento economico» che contava, non altro. Però lo prese l'allarme che le informazioni di Canal fossero così cattive da sconsigliare la continuazione delle trattative.
- Vediamo: - disse, - con noi imbrogli non può farne.
Se paga il terreno è suo, se non paga no, è semplice. Come sta a soldi?
- Finora gli sono andate tutte bene, - disse l'avvocato.
- E sceso a *** dalla montagna coi calzoni rattoppati, mezzo analfabeta, e adesso impianta cantieri dappertutto, maneggia milioni, fa la pioggia e il bel tempo col Comune, coll'Ufficio Tecnico...
Quinto riconobbe l'astio nelle parole di Canal come un accento familiare; era la vecchia borghesia del luogo, conservatrice, onesta, parsimoniosa, paga del poco, senza slanci, senza fantasia, un po' gretta, che da mezzo secolo vedeva intorno cambiamenti cui non riusciva a tener testa, gente nuova e difforme prender campo, e doveva ogni volta recedere dalla propria chiusa opposizione facendo ricorso all'indifferenza, ma sempre a denti stretti. Ma non erano gli stessi sentimenti a muovere anche Quinto? Solo che Quinto reagiva sempre buttandosi dall'altra parte, abbracciando tutto quel che era nuovo, in contrasto, tutto quel che faceva violenza, e anche adesso, lì, a scoprire l'avvento d'una classe nuova del dopoguerra, d'imprenditori improvvisati e senza scrupoli, egli si sentiva preso da qualcosa che somigliava ora a un interesse scientifico («assistiamo a un importante fenomeno sociologico, mio caro...») ora a un contraddittorio compiacimento estetico. La squallida invasione del cemento aveva il volto camuso e informe dell'uomo nuovo Caisotti»[6].
Questo libro fu scritto tra il 5 aprile 1956 e il 12 luglio 1957, descrive l’identità della cultura architettonica italiana, che caratterizzerà i cinquant’anni a seguire, le chiedo:

possiamo permetterci che la cultura 'imprenditoriale' dei Pietro Caisotti possa essere la stessa degli stimati architetti?

è in grado la migliore classe pensante dell’architettura italiana di disinteressarsi alla propria verità - spesso concepita come taumaturgica - e interessarsi alle verità?

Un caro saluto,
Salvatore D’Agostino

Gentile Luigi Prestinenza Puglisi,
a proposito di questa sua frase: «Il fatto però e' che in altri casi pare attuarsi un gioco tanto semplice quanto brutale: il politico, di destra o di sinistra che sia (spesso di sinistra, alla faccia di tutte le sbandierate questioni morali), decide a tavolino il progettista e lo impone come condizione all’impresa»[7] le chiedo:

a che serve puntualizzare su una presunta supremazia di una parte politica rispetto ad un'altra?

Un caro saluto,
Salvatore D’Agostino

Risponde LPP
Si, in effetti non serve. Però, hai provato a lavorare in certe regioni rosse o rosa, se non fai parte della banda (intendo: quella che suona)? LPP[8]



Luigi Prestinenza Puglisi,
io vivo nell’enclave rossa della Sicilia gestita da Vladimiro Crisafulli, inventore dell’università di Enna’ Kore’, della privatizzazione dell’immondizia (ATO), ideatore di un parco di divertimenti intorno al lago Pozzillo di Regabulto, tutore dell’area industriale della Valle del Dittaino e fervente sostenitore di un aeroporto internazionale da costruire a Centuripe.
Un politico molto amato da Giuliano Ferrara poiché la sua faccia gli ricorda quella di Marlon Brando nella versione ‘Il padrino’ di Francis Ford Coppola e osannato da Pietrangelo Buttafuoco che in un intervista alla domanda: «Quale politico italiano rappresenta meglio la destra che lei vorrebbe?» Rispose: «Il mio amico Vladimiro Crisafulli. È il leader del Pd in Sicilia. Non è di destra ma solo lui saprebbe come fare».
Un politico che sa monitorare gli investimenti pubblici e gestire le poche attività dei privati. Legato al territorio con fidelizzazione conquistata sui palchi e i sottopalchi dei comizi di paese.

Vladimiro Crisafulli è un uomo concreto, ha eliminato l’unica possibilità per i paesani di affacciarsi fuori dal mondo ‘l’Università’, com'è noto noi paesani ogni tanto migriamo da resort in resort o da centro storico in centro storico senza superare mai i confini del buon turista, in questo siamo molto ordinati. Il nostro sa bene che la ‘kore’ gli garantirà i voti delle giovani leve, alienando le loro menti con gli insegnamenti dei professori universitari paesani (professionalità nata e diffusa in tutta Italia con le ultime riforme).

Dicevo, concreto, perché sa promettere la modernità, usato come pretestuoso grimaldello per emancipare il suo mondo elettorale dall’atavico provincialismo.
Cappiddazzu, come viene chiamato dai suoi ammiratori o detrattori, sa bene che non può prospettare ai figli dei vecchi contadini il mito del borgo antico, poiché il suo elettorato non è costituito da borghesi misoneisti da centro storico.
Qui, nel plesso solare della Sicilia, finalmente i paesi si sono svecchiati, completando la fase dell’evacuazione delle zone storiche, un vero e proprio esodo dalle inospitali città di pietra. Adesso gli abitanti sono 'moderni' vivono nelle città di cemento che pagheranno tra venti, trent’anni, progettate dai tecnici amici sia esso geometra, ingegnere o architetto non interessa.
Una modernità che sarà ancora più esaltata dalla costruzione del primo outlet nel sud, progettato dallo studio fiorentino di Guido Lorenzo Spadolini che per uno strano gioco del destino e di semplice marketing, costruirà in cemento un finto borgo toscano con la complicità del potente imprenditore catanese Mario Ciancio Sanfilippo
.

Vladimiro Crisafulli incarna l’uomo politico dominante in Italia (che sia di sinistra o di destra non importa, questa è una sottigliezza per politici inani da salotto buono) con la sua idea di furba modernità ha conquistato il territorio politico ed edilizio, - connubio inscindibile in zone dove non è mai esistita l’industrializzazione - sono convinto che dopo l’allegro e condiviso sprawl dei paesi penserà a trovare i finanziamenti per i decadenti ‘centri storici‘ per ricostruirli a misura di turista.
Completerà così il ciclo di trasformazione del suo elettorato che da ex figli di contadini si trasformeranno in borghesi ‘economicus’ di seconda mano.

Caro Luigi,
se ti capita di venire da queste parti, mi raccomando dimentica il tuo mestiere di critico, quelle case che tu pensi non siano architetture, per chi ci vive sono le dimore più belle del mondo, ma non intenso nel senso del mondo globale, fluido e varie smancerie da intellettuali di città.

Riprendendo i contenuti del nostro dialogo ti pongo altre domande:

siamo proprio sicuri che la corruzione dei concorsi di architettura sia solo un problema di colore politico?

perché persone come Antonio Iannello (architetto campano, non di sinistra, che aveva denunciato lo scempio in corso nella sua terra prima di Roberto Saviano, morto nel 1997) non trovano spazio nelle riviste di architettura?

non credi che l’architettura inizi dal saper vedere queste città di nessuno?

Un caro saluto,
Salvatore D’Agostino

19 febbraio 2010 (ultima modifica: 22 febbraio 2010)


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Note:

[1] Franco Arminio, Il vocabolario di Fahrenheit, Programma radio tre del 31/12/2009

[2] Luca Guido: I costi dell' architettura, presS/Tletter n.03-2010

[3]
Stefano Boeri risponde a Luca Guido sulla questione della Maddalena + un botta e risposta tra Boeri e LPP, presS/Tletter n.04-2004

[4] The Edge Annual Question, 2010, HOW IS THE INTERNET CHANGING THE WAY YOU THINK?

[5] Trad. it., Kevin Kelly, Il pensiero fluido, Internazionale, n 831, 29 gennaio 2010, pp.34-36

[6] Italo Calvino, La speculazione edilizia, Einaudi,Torino, 1963

[7] Luigi Prestinenza Puglisi, I concorsi: Boeri, Niemeyer e altre storie, presS/Tletter n.03-2010


[8] Salvatore D’Agostino: L’identità dell’architettura italiana e i Pietro Caisotti. Due domande a Boeri e una a LPP, presS/Tletter n.05-2010

Le immagini sono trarre dal lavoro 'finExTRA' di Salvatore D'Agostino 1, 2 e 3.