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Visualizzazione post con etichetta Geoff Manaugh. Mostra tutti i post
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4 aprile 2013

Calendar - Preventing architectural amnesia


“But why, indeed,” writes Gillo Dorfles, transcribing a grueling interview with Andy Warhol given a few years before his death, “did he wear this mask of impermeability?”

“I'd prefer to remain a mystery. I never give my background, and, anyway, I make it all up different every time I'm asked. It's not just that it's part of my image not to tell everything, it's just that I forget what I said the day before, and I have to make it all up over again.” **
Warhol, perhaps, suffered from a short-term memory disorder like that of Leonard Shelby, the character in the film Memento by Christopher Nolan, who must rely on messages scribbled on Post-It notes, at the margins of Polaroid photos, or even tattooed on his own body in order to exact revenge on John G., the man who supposedly raped and murdered his wife and engineered the incident that left him with his condition. His desperate efforts to piece together his life anew each day only cause him to be manipulated by someone he believes is helping him, ultimately leading him to kill the wrong people. In a moment of lucid despair, he wonders, “How can I heal if I can’t feel time?”
** Gillo Dorfles, La moda della moda, costa&nolan, Ancona-Milano, 1984, p. 90

12 marzo 2013

Calendario

di Salvatore D'Agostino

«Ma perché, insisto, - scrive Gillo Dorfles nel trascrivere una faticosa intervista fatta a Andy Warhol qualche anno prima della sua morte - questa sua maschera di impermeabilità?
“Preferisco restare un mistero. Non mi piace mai parlare del mio retroscena (background) e comunque lo cambio ogni volta che mi viene chiesto. Non è che faccia parte della mia immagine di non raccontare tutto. Soltanto dimentico quello che ho detto il giorno prima e mi tocca ricostruire ogni volta tutto da capo”.»1

Andy Warhol forse era affetto di un disturbo della memoria a breve termine, come Leonard Shelby il personaggio del film ’Memento’ di Christopher Nolan che è costretto a fidarsi dei suoi appunti scritti su post-it, ai bordi delle foto polaroid o sul proprio corpo per vendicarsi di John G., presunto stupratore della moglie e artefice dell’incidente che ha provocato il suo disturbo. Una disperata folle ricostruzione quotidiana della propria vita che lo porterà ad essere manipolato da chi pensa lo stia aiutando e ad uccidere le persone sbagliate e che, in un attimo di lucida disperazione, pensa: «Come posso guarire se non riesco a sentire il tempo?»

Perdere la memoria significa perdere il senso del tempo. Geoff Manaugh definisce la mancanza di nozione storica ‘ciclo di amnesia’: «Inoltre, se diamo uno sguardo rapido a qualche blog di architettura, un elemento tipico che troviamo dappertutto è rappresentato da quei gruppi di lettori ingenui che non hanno alcun senso della storia e continuano a riscoprire l’acqua calda, promuovendo con entusiasmo concetti o idee che sono state pensate, discusse e rigettate per buone ragioni decenni e decenni fa. La cosa peggiore in questi cicli di amnesia è che si ha la sensazione che il pensiero architettonico non possa mai progredire, ma che sia condannato a ripetere se stesso perpetuamente.»

I cicli di amnesia, nelle vicende del pensiero dell’architettura, hanno un duplice aspetto: il primo è l’ingenuità, di cui parla Manaugh; il secondo comprende scritti, architetture, disegni trascurati dalla cultura generalista sia accademica che di settore. Per recuperare qualche smemoratezza, ho deciso di aprire una nuova intersezione che si chiamerà ‘Calendario’ dove rieditare in digitale alcuni pensieri che, o per amnesia ingenua o culturale, abbiamo trascurato.

Calendario ospiterà citazioni di pensieri, disegni o architetture trascurate, dimenticate, difficili da reperire o per indole naturale di questo blog idee e utopie distanti dal mio o nostro punto di vista. Il titolo delle intersezione sarà costituito dalla data dello scritto e dal suo contenuto. Rileggere i pensieri, soprattutto quelli dimenticati, ci aiuta ad osservare meglio la realtà evitando di parlare a vuoto di intuizioni già analizzate da altri; ci fa riconoscere la paternità d’idee che utilizziamo spesso inconsapevolmente; ci permette di elaborare connessioni; ci evita di non creare confusioni e soprattutto di non idealizzare un passato mai vissuto o mitizzare architetture mai abitate.

Il disegno diventa comunicazione e le fantasie architettoniche

Evitare le città che invitano al siate passivi

Un inconsapevole testamento di chi consegna un’opera appena abbozzata


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1 Gillo Dorfles, La moda della moda, costa&nolan, Ancona-Milano, 1984, p. 90

9 gennaio 2012

0052 [MONDOBLOG] La Domus di Joseph Grima

di Salvatore D'Agostino

«Domus è una rivista d'arte che sogna di essere un'opera d'arte.» (Giò Ponti)1
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Joseph Grima con i suoi 34 anni2 è il più giovane direttore della storia di Domus. L'otto luglio del 2011 abbiamo chiacchierato sulle sue esperienze formative e sul percorso ideativo avviato per Domus. Quali siano le aspettative della nuova Domus, le affido alla voce degli editori Giovanna Mazzocchi Bordone (figlia di Gianni Mazzochi l'ideatore dell'Editoriale Domus*) e della figlia Sofia Bordone. A seguire il nostro dialogo:
«Sofia Bordone Abbiamo Domus, che esce in edizione internazionale in inglese con edizioni locali in Russia, Israele, Cina e in arabo3, e Meridiani, che ha un’edizione brasiliana. Ai partner esteri offriamo la nostra competenza nel fare sistema.

Ivan Berni Come procede la mutazione di Domus con il ritorno alla direzione di Alessandro Mendini?

Giovanna Mazzocchi Bordone Mendini è una collezione nella collezione. L’ho voluto alla direzione per preparare il terreno alla nuova declinazione di Domus verso una linea di sviluppo ‘globale’. Prima il giornale anticipava le tendenze. Dava, per così dire, la linea. Ma oggi, anche facendo al meglio questo lavoro, si rimarrebbe inevitabilmente indietro. Qualcosa resterebbe fuori. Perciò la rivista Domus deve soprattutto fare approfondimento, offrire letture interpretative. Il resto, le tendenze, le news, le sperimentazioni, deve girare su tutte le piattaforme che oggi la tecnologia ci permette di usare. È un progetto a cui sta lavorando da mesi Joseph Grima, che prenderà la direzione di Domus nella prossima primavera. Prima di Natale verrà lanciato il nuovo sito della rivista ed entro il 2011 avremo anche la versione iPad. Il nuovo sito sarà in versione scrolling, con una parte storica e una parte informativa.»4

Salvatore D'Agostino Nasci ad Avignone nel 1977, ti trasferisci a Milano nel 1987, dove hai frequentato le scuole secondarie e il liceo. Nel 2003 ti laurei all’AA di Londra. 
Qual è la tua identità?

Joseph Grima I miei genitori sono inglesi, l’educazione familiare formativa è culturalmente inglese. Ma da quando avevo dieci anni ho vissuto in Italia, e frequentando le scuole italiane dalle medie ho avuto una formazione italiana. Mi sento abbastanza equilibrato tra le due identità o forse più che altro mi sento profondamente europeo, non appartenente a nessuna nazionalità specifica. Credo che oggi la nazionalità sia meno importante anche per la crescita culturale individuale, come evidenziava Luca Molinari alla Biennale di Architettura del 2010 chiamandola ‘Generazione Erasmus'.5
L'Europa oggi è una realtà significativa. L'altro giorno (ndr 7 luglio 2011*), durante la premiazione del concorso 'AAA architetti cercasi'* alla Triennale, in cui si cercavano proposte innovative intorno all'idea del 'social housing' abitazioni a basso costo, è stato interessante constatare come i premiati fossero tutti ragazzi giovanissimi; quasi tutti avevano un'identità internazionale con percorsi formativi in Italia, in Francia, negli USA o in Spagna, e i loro lavori si sviluppano attraverso reti fisiche ed elettroniche. L'architettura oggi è una rete di reti, ed è questa la realtà in cui mi trovo più a mio agio.

New York, 97 Kenmare Street, un incrocio che segna l’intersezione di tre quartieri: Chinatown, Little Italy e SOHO. Sede dell’organizzazione no profit Storefront for Art and Architecture,*  attiva dal 1982. Lunga circa trenta metri, la galleria si assottiglia dai 20 ai 3 metri, ridisegnata nel 1992 da Steven Holl e Vito Acconci, i quali hanno trasposto in architettura lo spirito dell’organizzazione, creando non un contenitore delle arti ma un forum pubblico dove l’interno - attraverso dei pannelli incernierati in cemento e fibre riciclate - si apre verso l’esterno, creando una continuità con la città. Organizzazione che hai diretto dal 2007 al 2010.
Questa vista da Google StreetMap evoca fortissime memorie. È una prospettiva della galleria vista da ‘La Esquina* un piccolo bodega dall'altra parte della strada dove la notte si ritrovano i tassisti nel momento di pausa. È aperto 23 ore su 24, e chiude, se ricordo bene, dalle cinque alle sei del mattino. Si preparano tacos, quesadillas e altre specialità messicane. Devo aver passato decine e decine di ore a guardare la galleria da questa prospettiva, mangiando tacos.

L’immagine mi fa tornare in mente l’esperienza di quei tre anni a Storefront ma anche l'unicità della sua natura istituzionale. È una galleria che ha solo quattro dipendenti, finanziato quasi interamente da donazioni di individui che credono nell'importanza per l'architettura oggi di uno spazio autonomo di sperimentazione, una sorta di laboratorio di riflessione e coraggiosa sperimentazione sulle frontiere politiche, sociali, tecnologiche e filosofiche dell’architettura, nell'epicentro di una delle realtà urbane più competitive e aggressive del mondo. Una fortissima volontà collettiva è incapsulata in questo spazio, un incredibile coraggio a resistere con pochissimi soldi a New York, forse la città più cara del mondo, lontano da interessi commerciali e monetizzabili, dove ogni mese si rischia di essere espulsi per far posto ad un altro negozio d’abbigliamento. Ma la sua energia vitale deriva proprio da questo: essere una sorta di bolla acommerciale in un mare di shopping, una sorta di scialuppa dalla quale è possibile osservare criticamente, da vicino, la città.

Credo che le istituzioni, un po’ come le persone, possano essere tirchie o generose. Storefront ha da sempre la peculiarità di essere un’istituzione generosa e coraggiosa. La sua qualità più ammirevole è quella di prendere rischi: dà la possibilità a individui che hanno visioni un progettista o un artista giovane, uno sconosciuto, uno straniero, di avere un primo approdo negli Stati Uniti, di far vedere i propri lavori in una delle città che più ha segnato l’innovazione nell'architettura, nell'arte e nel design. Ha una tradizione di offrire una piattaforma a individui che sono stati rifiutati altrove. È stato storicamente un punto di approdo: Diller + Scofidio* hanno fatto la loro prima mostra, e già negli anni Ottanta si trattavano esattamente gli stessi temi sollevati ora dal movimento Occupy. Storefront non ha nessun sovvenzionamento governativo, trattandosi degli Stati Uniti ci sono pochissimi fondi governativi, municipali o federali per l’arte o la cultura, ma vive grazie a donazioni private che tengono personalmente all'esistenza di questo luogo.
Storefront ci deve far riflettere sul futuro della cultura in Europa, da una parte il modello americano basato sulla filantropia e dall'altra il modello europeo sostenuto dalla collettività attraverso lo stato. Una domanda da porsi in questo momento storico.

Credo che ci siano delle similarità con Domus, che è da sempre una rivista coraggiosa e generosa, e consapevole del suo potere nel trasformare le carriere di architetti, designer, artisti e fotografi. Col numero di gennaio 2011 abbiamo iniziato un nuovo progetto: la copertina e l’editoriale di ogni numero sarà affidata ad un architetto, designer, urbanista o artista che in qualche maniera sta sperimentando con coraggio, trascendendo i limiti disciplinari della sua professione. La copertina diventa in qualche maniera una piattaforma sperimentale sulla quale, insieme a quattro pagine di editoriale, è possibile prendere una posizione, esprimere un pensiero, ma anche riflettere sulla propria traiettoria progettuale e i traguardi all'orizzonte  Iniziamo con uno studio belga, architecten de vylder vinck taillieu*,  non soltanto perché hanno appena terminato una serie di tre progetti residenziali interessanti e innovativi (ndr presentati nel numero), ma anche perché ci sembra importante, in questo momento, dare spazio ad uno studio che ha scelto di concentrare la sua ricerca su un’unica finalità, ovvero l’esperienza dello spazio architettonico e la qualità materiale dello spazio fisico. Sembra una banalità, ma ci troviamo in un momento che l’interesse per la teoria e la ricerca astratta - assolutamente legittima, per carità - rischia di essere meno uno strumento di avanzamento cognitivo che una distrazione endemica che aumenta la distanza cognitiva fra noi, come architetti, e la materia fisica, lo spazio che produciamo, che in ultima analisi è la misura della nostra abilità e quello su cui siamo giudicati, cosa che apparentemente ci dimentichiamo ogni tanto. È una copertina forte, sorprendente e anche difficile, che d’altra parte rischia di apparire molto banale se non si legge il testo che lo accompagna. Ma credo sia nella migliore tradizione di Domus dare spazio ad un pensiero forte, anche al costo di prendere qualche rischio. Sono poche, pochissime le riviste che possono farlo oggi.

Nel 2007 hai organizzato POSTOPOLIS! Quattro blogger Geoff Manaugh BLDBLOG,* Dan Hill City of Sound,* Jill Fehrenbacher Inhabitat (New York City) * e Bryan Finoki Subtopia* da quattro diverse città, hanno ideato e invitato una serie di relatori dal vivo fondendo l'approccio informale e l'energia interdisciplinare della blogosfera architettonica con l'immediatezza e l'interazione faccia a faccia. 

Ho cominciato a leggere BLDBLOG nel 2006 quando lavoravo a Domus, direzione Stefano Boeri. Fino a quell’anno, il concetto di 'blog d’architettura' era sostanzialmente sconosciuto, almeno sulla larga scala che conosciamo oggi. BLDBLOG mi affascinava perché era qualcosa di completamente nuovo, senza precedenti: un autore che da solo, senza retribuzione, era riuscito a crearsi un seguito globale scrivendo d’architettura online. Ero affascinato da questa figura nascosta di cui non si sapeva nulla, neanche dove vivesse. Arrivato a Storefront nel 2007, per la prima volta avevo un budget e uno spazio, e ho pensato di usarli per conoscere Geoff e due o tre altri come lui. Mi sono detto che come me, probabilmente, anche molti altri erano curiosi di avere la possibilità di trasformare in una dimensione fisica quella che era una dimensione estremamente attiva ma puramente elettronica.

Abbiamo iniziato con Geoff una discussione da cui è nata l’idea di creare una sorta di 'Ponzi scheme' delle idee: il tema centrale rimaneva l’architettura, ma ognuno dei quattro blogger, avendo un approccio molto diverso e specifico:
   Geoff fantascienza, letteratura, paesaggio e geologia;
   Dan interfacce, grafica, tecnologia infrastrutturale e le smart cities;
   Bryan il punto di vista della militarizzazione dello spazio urbano e non;
   Jill sostenibilità ed ecologia;
invitatava una dozzina di relatori che avrebbe voluto conoscere e intervistare dal vivo. Da questa sorta di piramide, in cui io invito quattro blogger, ogni blogger invita dodici relatori, e ogni relatore invita i suoi amici e conoscenti, è nato un’incredibile esempio di 'network effect' in cui in qualche maniera la rete e lo spazio fisico della galleria sono diventati un’unica cosa. Non abbiamo mandato nessun comunicato stampa, nessuna mail e ci siamo trovati all’epicentro non solo della rete locale newyorkese. La notizia si è sparsa quasi come un incendio di bosco, attraverso le comunità creative che ci sono a New York ma anche attraverso la rete, gran parte del dibattito infatti avveniva online, nonostante fossimo lì fisicamente. C'è stata una inaspettata collisione tra cyberspazio e spazio fisico.

La sua forza è stata nel ritmo incessante, incalzante dei relatori variegati e interessanti che si succedevano. Alla fine di ogni relazione, ognuno si prometteva di staccare, di andare a prendere un caffè o a mangiare qualcosa, ma non si riusciva mai. Siamo rimasti lì dentro più o meno per cinque giorni, in un flusso ininterrotto di idee e dibattiti.

Una Woodstock dell’architettura? 

Si potrebbe dire così, ma senza molto sesso o droga, se non Red Bull. È finito tutto con un dj set di due blogger che trattano il tema dello spazio urbano attraverso il suono e la musica: DJ/rupture* e Daniel Perlin* (DJ N-Ron). Daniel Perlin ora cura la sezione Mixtapes* di Domus, e DJ/rupture è l’autore del Mixtape Harlem, il secondo della serie.

Visto oggi, è evidente che c’è stata una sorta di contaminazione tra la cultura blogger e l'editoria classica. Credo che il grande merito dei blog sia stato di costringere l’architettura a riprendere contatto con la realtà, smontando l’apparato fortemente gerarchico ed accademico che caratterizzava il dibattito intorno all’architettura fino all’arrivo della rete. 

Che cosa significa POSTOPOLIS! e perché il punto esclamativo? 

Ottima domanda. Non ricordo... Sarebbe interessante ritornare nei miei archivi email, perché è stato il frutto di un lunghissimo scambio notturno con Geoff, forse anche un po’ delirante. Forse il punto esclamativo sta per rafforzare quest’idea di energia, di eccesso, di sforzo quasi agonistico nella ricerca della conoscenza e della divulgazione – un modo per allontanarlo dall’idea canonica delle conferenze soporifere. Postopolis! – sembra più un esclamazione che il titolo. 

Nel novembre del 2010 sei stato invitato a partecipare alla mostra The Last Newspaper* al The New Museum di New York.* Interessante la riproposta di un’opera di Luciano Fabro del 1967 ‘Pavimento-Tautologia’ che metteva in relazione il faticoso lavoro dei giornalisti con la fatica del lavoro domestico dove i giornali servono per lucidare pavimenti e vetri:
«[...] di considerare il lavoro e di preservarlo, non per ostentazione, ma come fatto privato, cercare che non vada a finire in niente quella cosa che è costata lavoro.»6
Ci sarà mai un ultimo giornale di carta? 

Sì, non nel futuro immediato ma prima o poi ci sarà l’ultimo giornale di carta. Credo che non ci sarà l’ultima rivista, poiché le riviste approfondisco temi e i loro contenuti sono più longevi rispetto alle notizie del giornale di carta. Quello che distingue la rivista dal quotidiano è la dimensione della notizia, l’informazione ha un ruolo fondamentale nel quotidiano, diversamente dalla critica e dal pensiero elaborato che si ha nella rivista. Per quanto riguarda l’informazione credo che nel futuro convergerà nelle piattaforme Web e questo in parte sta già avvenendo.

Il progetto di The Last Newspaper era un modo per riflettere sull’incredibile importanza che hanno avuto e continuano ad avere i giornali, per quanto riguarda lo spazio urbano e il nostro rapporto con le città. Ad esempio, New York è una città particolarmente estrema, nel senso che è una città fondamentalmente fondata sulle lobby immobiliari, sulle fluttuazione e le crescite dei valori immobiliari; in tutto questo il New York Times ha giocato un ruolo fondamentale, tutto ciò che ha pubblicato e non pubblicato ha in qualche maniera plasmato la città ed è una cosa di cui si è parlato pochissimo.

La partecipazione alla mostra al New Museum è stata una collaborazione con Kazys Varnelis * il direttore del The network architecture lab* della Columbia University*. Per quattordici settimane abbiamo realizzato The New City Reader, un settimanale stampato su carta di giornale. Ma si trattava di un settimanale molto insolito, perché come provocazione riprendeva il format dei 'Dazibao' cinese - i giornali della rivoluzione concepiti per essere letti collettivamente per strada, nello spazio pubblico, incollati ai muri delle città - e lo riproponeva come format per una lettura collettiva di scritti che non erano assolutamente intesi come notizie 'quotidiane' ma che trattassero temi inerenti allo spazio pubblico, il suo ruolo oggi, e come sta cambiando.

Per i diversi numeri del settimanale prodotti durante la mostra hanno scritto, in tutto, più di trecento persone, creando un ritratto della città in tempo reale e incentrando la ricerca su come l’informazione modifica o modella lo spazio fisico. Quindi paradossalmente, nonostante si trattasse di un giornale ‘cartaceo’, si è parlato principalmente di interazioni spaziali, ad esempio di come l'iPhone cambiasse il nostro modo di occupare lo spazio, di come il cittadino oggi occupa lo spazio fisico del marciapiede, della metropolitana, incapsulato in una sorta di bolla che lo isola dal suo contesto.

The new city reader ha creato una sorta di ritratto di una città, un ritratto molto spontaneo ed è anche un modello applicabile a diverse città, infatti stiamo lavorando ad una edizione londinese che probabilmente si terrà in primavera e sarà ospitata dall'Architectual Associaton*. 

Gianni Mazzocchi l’editore storico di Domus sognava una rivista in continuo aggiornamento anche grazie all’alternarsi del direttore. Nell’aprile 2010, dopo la direzione affidata a Flavio Albanese, Domus ha deciso di affidare a te la direzione, con una transizione di un anno curata da Alessandro Mendini già direttore di Domus nel 1980-85 nonché di Casabella 1970-1976.
Il 9 dicembre del 2010 cambi radicalmente il sito di Domus, affidando la progettazione a Dan Hill. Facendo subito chiarezza sul tuo progetto editoriale: Domus avrà una doppia anima Web e cartacea.
Una curiosità, perché per spiegare le novità della nuova versione cartacea hai pubblicato l’intervista ai curatori Salottobuono7 e non hai spiegato quella di Domus Web curata da Dan Hill?

La risposta è divertente perché rivela uno scontro culturale. L’intervista a Salottobuono è stato un modo per esplicitare alcune scelte culturali intono al linguaggio visivo della rivista e prima di quest’intervista avevo proposto la stessa cosa a Dan Hill. Ma Dan ha preferito aspettare che il sito fosse davvero completato prima di parlarne pubblicamente. Il problema è, che come si sa, i siti sono in continua evoluzione: ci sono nuove rubriche, nuove sezioni, continui perfezionamenti. A metà gennaio, ad esempio, lanceremo un piccolo redesign (non così tanto diverso, ma che porta alcuni perfezionamenti). Prima o poi si farà, ma Dan è un perfezionista assoluto, e non so se considererà mai il sito sufficientemente perfetto.

A proposito della doppia anima Web/cartacea, ho trovato interessante l’innesto di una pagina dove si segnalano gli articoli pubblicati su Domus Web.
Mi chiedo però, perché gli articoli sul cartaceo trasposti in rete non hanno una logica ‘editoriale’ Web?
Faccio un esempio per chiarezza: nel primo numero è stato pubblicato un articolo firmato da Beatriz Colomina dal titolo ‘Verso un architetto globale’,* articolo che nel cartaceo è stato studiato e impaginato con un sapiente innesto grafico per quanto riguarda le citazioni. Lo stesso articolo è stato pubblicato sul Web senza nessun accorgimento grafico, perdendo di leggibilità. 
In sintesi, perché invece di limitarvi a copia incollare sul web gli articoli della rivista, non li segnalate con una formula editoriale Web simile a quella ideata per il cartaceo? 

Per progettare e realizzare il sito abbiamo impiegato più di sei mesi di lavoro estremamente intenso di progettazione su come suddividere le sezioni, risolvere piccoli problemi di rimandi, collegamenti, struttura e gerarchia degli articoli. È stato un impegno rilevante svolto in mesi di lavoro molto tecnico e dettagliato, per non parlare di tutta la parte di codifica dei testi e del sito. D'altra parte, per ideare e affinare l’impianto grafico la Domus cartacea abbiamo impiegato, con i Salottobuono, poco più due mesi, perché quando fai una rivista di carta stai sostanzialmente prendendo delle scelte, delle direttive macroscopiche che hai sempre l'opportunità di trasgredire in qualsiasi momento. Ogni volta che prepari i vari layout dei contenuti hai l’opportunità di mettere in dubbio le idee di base, questo può succedere per ogni articolo senza che si compromettano le genericità dell’impianto ideativo.
Questa flessibilità sul Web è praticamente impossibile per il suo impianto rigido che è molto difficile da gestire sotto ogni aspetto e questa è una realtà con cui dobbiamo confrontarci.
Progettare una rivista Web è molto impegnativo, ciò che noi abbiamo cercato di fare con il nostro sito è di passare a un livello di qualità, di coerenza e di valore grafico più elevato possibile, più simile alla logica di una rivista, rispettando comunque il fatto che un sito Web deve essere cosituito sostanzialmente di template, di gabbie strutturali che vengono riempite e su cui si riversano dei contenuti.
Quest'aspetto è il secondo dei motivi perché reputo interessante la tua osservazione, ovvero l'emancipazione dai layout predefiniti. Alla fine le decisioni rispetto al web si scontrano sempre con delle logiche di economia: nessuno, neanche sui grandi quotidiani come il New York Times, è riuscito a capire del tutto come far quadrare i conti.

Sì, Domus è la prima rivista cartacea che usa il Web, non come una vetrina, ma come uno spazio attivo d’informazione.

Le esperienze Web più significative, fino ad ora, sono state quelle delle riviste che hanno emulato in qualche maniera la formula della blogosfera, come Abitare, con cui collaboravo prima di trasferirmi a Domus. Non credo ci sia una formula 'migliore' o 'peggiore': con Domus abbiamo cercato di fare una cosa diversa, tentando di trasporre sul Web la qualità storica e la tradizione critica e di approfondimento di una rivista cartacea, non basandolo unicamente sulle notizie veloci. È una scelta difficile, perché i numeri dimostrano che la formula del blog è quello che più di tutti garantisce traffico istantaneo. La nostra è una strategia più a lungo termine, basata sulla creazione di un database ricco di articoli approfonditi, e una struttura che permette di aggiungere progressivamente nuove edizioni in altri linguaggi, creando una piattaforma che sia un punto di riferimento globale per l’architettura e il design.

Infatti dicevo che siete stati la prima rivista che ha costruito il proprio spazio Web con la grafica e i contenuti da ‘rivista’ Web. Abitare è un ibrido tra un sito-vetrina con tutte le derive news e qualche spazio critico o rubrica con voce autonoma. 

Paradossalmente riviste come Domus che sono ancorate ad una storia pluridecennale, che in qualche maniera hanno vissuto l'ascesa e la storia del movimento modernista sin dall'inizio, si trovano in qualche maniera svantaggiati nella loro transizione sui nuovi media. Prima di tutto sono, agli occhi dei lettori, equiparati all'establishment antico, predigitale, e rischiano di essere percepiti come appartenenti ad un'altra era. Secondo, sono afflitti dalla tentazione di aggrapparsi alla tradizione, che spesso diventa un ostacolo all’innovazione. In questo bisogna riconoscere che l’editore è stata coraggiosa e ha abbracciato una formula non ovvia o scontata, marcando un ingresso deciso nell'era digitale che rispecchia più una strategia a lungo termine che sui risultati a breve. In questi mesi è evidente che se ne stanno accorgendo anche molti altri che senza una presenza web un cartaceo rischia di non esistere nella coscienza quotidiana dei lettori, e quindi di scomparire. Mark, ad esempio, ha appena lanciato un sito e un account Twitter.

Ovviamente mi riferivo al contesto italiano, anche se è vero che le riviste straniere hanno più dei siti ‘vetrina’ che riviste Web. Per l’Italia ho fatto un reportage che avvalora ciò che dico8, per le riviste straniere sto per finire il monitoraggio ma al momento ho rilevato lo stesso deficit italiano. 
Nessuno ancora ha pensato al sito Web come un’interfaccia creativa editoriale della rivista. Si pensa che il Web sia solo una ‘vetrina’. 

Ribadisco ci sono veramente poche riviste ‘storiche’ curate sul Web nel mondo. Ma questo quasi sicuramente cambierà. E sicuramente Domus è stata una delle prime. 

Con il numero 946 aprile 2011 inizia la direzione tradizionale di Domus, rileggendo questi quatto numeri mi è venuta in mente una tua osservazione del 2006:
«Quello che lei dice è vero – “contaminazioni” (in senso positivo) di correnti progettuali provenienti da lontano non mancano, cosa peraltro inevitabile se si considera la proliferazione di sorgenti di notizie e di immagini a disposizione dei progettisti. Più ancora che alle riviste, che del resto sono sempre le stesse, credo che questo sia dovuto a internet. Infinite informazioni, fatte su misura, disponibili immediatamente, se si sa cercare… Credo che la generazione di architetti emergenti faccia parte di una cultura progettuale globale, in cui ha sempre meno senso di pensare a influenze progettuali legati a luoghi specifici.»9
In ogni numero presenti poche architetture, massimo tre, di architetti eterogenei non sempre noti rilevando la loro collocazione urbana globale attraverso testi quasi narrativi, le foto anch'esse narrative e i disegni semplificati secondo lo stile di Salottobuono (per fortuna non esistono rendering).
Un lavoro minuzioso che cela il passaggio dalla celebrazione dell’architettura iconica dello scorso decennio a un’atomizzazione non più veicolata dall’accademia o dai critici dell’architettura a scala mondiale. 

Ci sono diversi motivi per cui presentiamo una selezione abbastanza ristretta di architetture. Il primo è che pensiamo che tutto quello che ci circonda sia architettura e sia ispirazione, e l'abilità di saper decodificare, leggere il paesaggio, le città, gli oggetti, le tendenze progettuali e culturali che ci stanno attorno sia di importanza primaria per il progettista. Domus è sempre stata una rivista di larghe vedute, che parte da una visione fortemente trasversale comprendente l'arte, l'architettura, il design, l'urbanistica, la paesaggistica per plasmare la sua visione del mondo; per chi preferisce una visione più ristretta, o più tecnica, o strettamente disciplinare, ci sono molte altre testate; Domus è una rivista per chi ha curiosità di sapere cosa succede oltre i confini della propria disciplina. In un'epoca in cui un'infinità di immagini è liberamente disponibile su web, credo che le riviste siano chiamate a rivendicare la loro identità peculiare, e questa trasversalità multidisciplinare è, a mio parere, sinonimo dell'identità storica che ha reso Domus quello che è.

Casabella, ad esempio, è caratterizzata da una grande uniformità stilistica: immagini molto codificate in un preciso linguaggio fotografico, disegni tecnici, e testi che in larga misura ripropongono i codici canonici della critica dell'architettura convenzionale, poche escursioni in discipline parallele. Di nuovo, non è un discorso di meglio o peggio; sono identità storiche diverse, che forse corrispondono a visioni generazionali diverse. A mio parere il rischio di formule di questo tipo è da una parte un distacco generazionale e future, che sono più onnivore e trasversali, abituati ad una dieta mediatica più onnivora, e dall'altra parte di essere vulnerabili rispetto all'ascesa del web, dove le immagini e documentazioni di ogni tipo e di ogni edificio abbondano. In ogni caso, noi apriamo sempre con un grande progetto di architettura, diamo nella rivista la prevalenza all'architettura, non cerchiamo di far finta che Domus sia una rivista che tratta qualcos’altro. Selezioniamo con enorme attenzione le architetture che pubblichiamo, preferendo quelle architetture che segnano un punto di progresso ed avanzamento nella pratica progettuale, in particolare se hanno una risonanza urbana, un pensiero progettuale originale, forte, inconsueto, non soltanto dal punto di vista formale ma anche tecnico o di procedura.

Il tema dei disegni è per noi molto importante: la saturazione delle immagini online ha indebolito, in qualche maniera, la forza di questo media, di mezzo che prima contraddistingueva l'eccellenza di una rivista, ormai tutti hanno l'accesso gratuito ad un enorme quantità d'immagini, con estrema facilità. D’altra parte la cosa che era un po’ uno standard e il sine qua non delle riviste, il disegno tecnico, essendo qualcosa che richiede un notevole impegno, è andato in qualche modo a nostro parere a scomparire fra le riviste più progressiste. Forse perché sono estremamente poche le riviste che si possono permettere l'impegno necessario per uniformare i disegni, ricondurli ad un unico codice grafico, riprodurli in scala, comprendere a fondo un edificio per poterlo rappresentare nei suoi dettagli. È questo secondo noi è uno dei fattori che contraddistingue la rivista Web dal cartaceo. Ecco perché il disegno ha una presenza forte; raramente pubblichiamo un’architettura senza i disegni, e ideologicamente siamo contrari alla progressiva svendita immaginifica, pittorica, dell’architettura che rischia di essere un effetto collaterale del web sulla carta. 

A proposito della seconda parte della precedente domanda? 

Se si pensa alle architetture sovietiche negli anni della guerra fredda, dai '60 agli ’80, perché ci affascinano così tanto? Perché rappresentano un periodo storico che a noi è completamente ignoto, a causa della barriera fisica e un’assenza di comunicazione tra Est e Ovest. Le riviste come Casabella e Domus sono state le prime a veicolare l’idea (peraltro profondamente insita nel modernismo stesso) di far conoscere, creare, in qualche maniera, l’architettura su scala globale, in cui le idee potessero essere riprese, riciclate, citate anche in contesti radicalmente diversi da quelli in cui erano nati.

In questo senso sono stati gli avi di questa architettura globale in cui ci riconosciamo oggi, dove un progettista di Melbourne può ritrovare una vicinanza, una simbiosi, una risonanza con il lavoro di un architetto di Atene piuttosto di uno che si trova a Forlì. Chiaro che ci sono variabili geoclimatiche di cui tener conto, ma culturalmente non esistono più le categorie di spazio geografico che siano traducibili in neo movimenti di carattere regionale, in questo senso credo che questa atomizzazione sia assolutamente in corso. Cerchiamo attraverso la selezione dei progetti anche di raccontare, narrare, quello che avviene nel nostro globo, non guardando con occhio geografico, e difficilmente selezioniamo delle architetture perché costruite in un determinato luogo, ma cerchiamo di coprire tutte le varie dimensioni e i diversi aspetti della narrazione architettonica.

Nel tuo terzo numero hai chiesto a Carlo Ratti di scrivere un articolo sul tema dell’architettura open source. Carlo Ratti ha proposto di editare collettivamente questa voce, come voce di Wikipedia. Pagina, successivamente, scritta insieme a Paola Antonelli, Adam Bly, Lucas Dietrich, Dan Hill, John Habraken, Alex Haw, John Maeda, Nicholas Negroponte, Hans Ulrich Obrist, Carlo Ratti, Casey Reas, Marco Santambrogio, Mark Shepard, Chiara Somajni e Bruce Sterling.
Riporto il finale per sintetizzare e riprenderne i contenuti: 
«Se gli edifici e le città di domani saranno come dei 'computer in cui vivere' (con le dovute scuse a Le Corbusier), OSArc [ndr Open Source Architecture] offre una struttura aperta e di collaborazione per la scrittura del loro sistema operativo.»10
Perché pensi che OSArc sia una sorta di manifesto del ventunesimo secolo? 

Uno degli aspetti che qualifica un manifesto come tale, è il fatto che prende atto, coagulizza, sedimenta, organizza, struttura un’idea che già esiste. Qualcosa che è già nell'aria, qualcosa che è preesistente. Difficilmente un manifesto può generare un movimento, generalmente avviene l’opposto. Il movimento esiste e il manifesto lo fa coagulare; il successo di ‘Delirious New York’ come manifesto retroattivo per Manhattan di Rem Koolhaas lo si deve al fatto che riesce ad organizzare delle idee preesistenti, e in qualche maniera credo che lo stesso valga per OSArc. Hai seguito l’ultima conferenza di Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, di tre quattro giorni fa dove ha annunciato l’alleanza con Skype?
Mark Zuckerberg, «something awesome, 30 giugno 2011

Ha enunciato la legge dell’era sociale: ogni anno raddoppia la quantità d’informazione e di contenuti legati alla propria vita generalmente privata, che in media ogni utente pubblica sul Web.
Una crescita esponenziale che Zuckerberg ha misurato attraverso gli accessi su facebook.

Questo aspetto è molto interessante, una crescita esponenziale che in qualche maniera spazza via qualsiasi fenomeno del passato, se si pensa alla legge di Moore che dice che: «Le prestazioni dei processori raddoppiano ogni 18 mesi» l’idea che la quantità d’informazione che un individuo condivide raddoppia ogni anno, per molti aspetti è affascinante. E non può non avere un forte impatto su come viviamo, abitiamo le città, ma sopratutto i nostri atteggiamenti rispetto alla produzione di idee, al concetto di autorialità. Oggi abbiamo, sempre di più, questo desiderio di vivere in pubblico. Al di là dell’aspetto narcisistico, vanitoso, è estremamente interessante come il possesso e il mantenere il controllo di un'idea sia molto meno importante della collaborazione, della condivisione per le nuove generazioni. E per questo l'idea della produzione collettiva mi interessa molto. Come la conoscenza, ma non solo la conoscenza, gli strumenti, gli oggetti possono essere trasformati, se non creati, da un lavoro non autoriale. Anche se autoriale lo è comunque perché c’è il credito, il sito, il nome eccetera.

L’idea di fare un numero sull’open source è nata durante il salone del mobile, credo che sarà un meta-argomento, un metatema che percorrerà tutti i miei Domus, finché dura. La progettualità di oggi non può permettersi di non analizzare il mondo della creatività collettiva, è qualcosa che in qualche maniera il mondo dell’architettura sta cercando di celare.
L'approccio open source nel campo dei designer è già una realtà; come ti dicevo, durante il salone del mobile abbiamo visto una serie di progetti, alcuni dei quali sono stati pubblicati nel numero che hai citato, e lo hanno in qualche maniera ispirato. Nel campo urbanistico ci sono molti esempi di applicazione della metodologia progettuale open source.

Nel mondo dell'architettura invece c'è un enorme abisso. L’editoriale organizzato con Carlo Ratti editato su Wikipedia cercava di colmare questo vuoto cognitivo e ideologico. Era più una provocazione, non chiudiamo un tema definitivo, queste idee non rimarranno statiche. È un sassolino lanciato nello stagno che serve per porre la domanda, creare un tema, che cosa significa ‘progetto collaborativo’ per chi lavora in una scala architettonica?
Che cosa significa avere un approccio open source?
Forse non è tanto interessante a livello tecnico o processuale l'assemblaggio di un singolo edificio, m'interessa di più che cosa può significare l’uso a livello stilistico.
Come se l’architettura si allontanasse dalla costruzione con le forme, con le star, con l’autorialità come ultimo fine.
Forse questo è uno delle grandi promesse sottese nell'idea del tema operativo open source. Poiché si smonta la mitologia del progettista supremo, caratteristica oggi questionabile.

Ritornando alla tua vecchia frase «in cui ha sempre meno senso di pensare a influenze progettuali legate a luoghi specifici» e al manifesto open source, i libri di architettura più incisivi della seconda metà del secolo scorso sono stati dei racconti di viaggio o manifesti retroattivi dopo il viaggio (di cui parlavi prima):
  • 1972: D. Scott Brown et S. Izenour, Learning from Las Vegas, Cambridge (Mass.)
  • 1978: Rem Koolhaas, Delirious New York: A Retroactive Manifesto for Manhattan, Oxford University Press
  • 1996: Stefano Boeri e Gabriele Basilico, sezioni del paesaggio italiano, Art&
Forse l’ultimo di questi libri è una forzatura, quel lavoro è stato presentato alla biennale di architettura di Venezia. Era un viaggio per immagini, dopo aver individuato sei segmenti (ciascuna disegnava un rettangolo di km 50 per km 12) di territorio italiano dalle caratteristiche urbane molto simili, in luoghi diversi. Quel viaggio a piedi non voleva dimostrare, ma mostrare il complesso rapporto che c’è tra la città e il territorio, tra il costruito e la politica, tra la vitalità e l’idealizzazione, ponendo dubbi, invitando a riflettere, non nascondendosi dietro i fasti del passato spesso idealizzati e mai vissuti.  Robert Venturi nel suo libro scriveva: 
«Per un architetto, imparare dal paesaggio circostante, è un modo di essere rivoluzionario... la creatività dipende dall'osservare ciò che ci circonda.»11
Oggi a quel paesaggio circostante si aggiunge una dimensione che non può essere più trascurata, lo spazio delle interazioni cognitive Web, il Web è una realtà del nostro paesaggio.

L’idea del Web come paesaggio è interessante per alcuni aspetti, un paesaggio che non conosce distanze, ogni punto del Web è equidistante da ogni altro punto del Web, almeno dal punto di vista dell’utente. Ogni luogo è un indirizzo ed ogni indirizzo è equidistante dagli altri indirizzi. 
Riprendendo ciò che dice Venturi imparare dal paesaggio circostante è un modo di essere rivoluzionario. Credo che il tuo punto di vista sia giusto, forse manca qualcuno che in ambito architettonico sia in grado d'imparare dal paesaggio esistente in internet è molto interessante come tema, è una geografia a cui culturalmente non ci siamo adattati granchè. Nel lavoro di Manuel De Landa, Lieven de Cauter, Peter Sloterdijk, Bruno Latour e altri ci sono i germi di una sistematizzazione e una lettura spaziale della trasformazione, di come la tecnologia e la network culture stia cambiando il nostro spazio, rimane un divario netto rispetto al pensiero progettuale. L'accelerazione del cambiamento tecnologico, e l'ubiquità della connettività e dell'informazione è qualcosa con cui dobbiamo fare i conti sia a livello progettuale che politico. L'aspetto più interessante forse non è più capire come l’architetto possa imparare dal paesaggio fisico e per essere rivoluzionario, ma come riconoscere le opportunità in quella rivoluzione che sta già avvenendo davanti ai nostri occhi, intorno a noi a partire dai telefoni nelle nostre tasche: la rivoluzione dell'informazione.

Una volta si ipotizzava che internet avrebbe fatto acquisire un nuovo valore alla campagna, in quanto disconnesso dalla necessità di vicinanza fisica dalle persone, invece è successo proprio l’opposto. Nel momento in cui abbiamo avuto l'opportunità di scartare la necessità di essere fisicamente presenti nelle città per essere operativi, ci siamo addensati nelle città. C’è quindi da considerare un’altra geografia, di cui parla Kazys Varnelis: il paesaggio architettonico infrastrutturale del Web e delle reti, uno dei temi che reputo molto interessante, con cui ho fatto un’esperienza di ricerca allo Strelka*, la scuola di architettura e design di Mosca. Con i miei studenti abbiamo approfondito il tema della polarizzazione fra città e campagna; la città come entità paesaggio antropizzato per eccellenza e la campagna che paradossalmente sta diventando il dominio delle infrastrutture, un framework, un'intelaiatura che serve a sostenere le città fra di loro, città collegate da una fitta rete aerea paradossalmente in declino.

La ricerca di uno studente, in particolare, ha illustrato questo cambiamento epocale nel paesaggio a partire dall'enumerazione degli aeroporti della ex-Unione Sovietica. Verso la fine dell’era sovietica c’erano 3500 aeroporti in tutta ‘l’Unione Sovietica’, oggi ce ne sono 92. Un dato che ci spiega la convergenza verso l’urbanità, che procede come un'agglomerazione intorno a pochi aeroporti. Il modello dell'ex unione sovietica era un modello di città diffuse, dove la mobilità interna serviva ad occupare con una sorta di copertura uniforme il territorio. Il modello attuale di libero mercato ha invertito il vecchio modello c'è in atto un'occupazione dello spazio polarizzato, in cui ci sono luoghi di grande densità, di grande accumulo di presenze umane e di strutture fisiche che li contengono, lo spazio oltre la città è un territorio vago, sconosciuto, infrastrutturalizzato. Uno dei siti che abbiamo esaminato con gli studenti di Strelka è NADYM, un sito all'intersezione di due gasdotti ad ovest della Siberia in mezzo ad una tundra completamente desolata. Il caso vuole che proprio nel punto di quest’intersezione passa l’80% di tutto il gas utilizzato dall'Europa. È un sito di 'infrastruttura critica'12, di importanza fondamentale per l'economia e la sicurezza europea, per quanto sia assolutamente desolato, sconosciuto. Ogni volta che tu accendi il gas e prepari il caffè, l’energia che serve per fare il caffè è passata attraverso questo piccolo spazio sconosciuto nell'ovest della Siberia. Questa assoluta ignoranza che abbiamo delle geografie che supportano la nostra vita quotidiana è sintomatica del divario cognitivo che si è creato con i territori extraurbani. Con gli studenti di Mosca dello Strelka e il fotografo Armin Linke,* siamo andati in elicottero a visitare questo sito, sorvolando la croce d'intersezione dei due gasdotti.
Armin Linke, The Cross, NADYM (Siberia occidentale), 2011
È un po' come se vivessimo sotto la cupola del Truman Show: nel suo interno continua la vita urbana, ignara delle sovrastrutture che lo proteggono; uscendo fuori da questo guscio diviene evidente l'impalcato che sorregge la città. È un tema che mi affascina molto: gli spazi sconosciuti, gli spazi completamente ignorati, interstiziali, depopolati. Enormi geografie che contengono le sovrastrutture e impalcature che sorreggono la nostra vita quotidiana, di cui siamo completamente ignoranti. Spazi critici per l'esistenza moderna, con i quali siamo in contatto ogni giorno, inconsciamente, senza saperlo e che a loro volta sono molto vicini a noi, ma non li percepiamo neanche. 

Direi che possiamo finire qui. 

Grazie Salvatore. 


9 gennaio 2012
Intersezioni ---> MONDOBLOG
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Note:
1 Redazionale, Clip Stamp Fold. L'architettura delle piccole testate 196x-197x, Domus n.897, Novembre 2006, p.76.
2 Ha iniziato ad occuparsi di Domus (web e cartacea) a 33 anni durante il periodo di trasinzione diretto da Alessandro Mendini. Con il numero 946 dell'aprile del 2011 inizia ufficialmente la sua direzione.
3 Le edizioni locali* di Domus sono: cinese (60 numeri), russa (editi 32 numeri), araba (26 numeri), israeliana (16 numeri), centro america e caraibica (3 numeri) e infine la nuova versione indiana (1 numero).

4 Ivan Berni, Signora, gradisce un brand? - Intervista a Giovanna Mazzocchi Bordone, presidente dell’Editoriale Domus, Prima n. 411, novembre 2010 *
5 In realtà il concetto della 'generazione erasmus'  è da anni un tema dibattutto.
Sulla nascita del neologismo ho chiesto a Davide Faraldi autore del libro Generazione Erasmus, Alberti, 2008*.
Ecco la sua risposta:

«Buongiorno,
in tutta onestà devo ammettere la mia ignoranza sul coniatore del termine "Generazione Erasmus". Quando nel 2007 firmai il contratto con la Aliberti non ne avevo mai sentito parlare e alle richieste della casa editrice per inserire nel titolo (che originariamente era "E adesso cosa fai?") il termine erasmus proposi il termine Generazione Erasmus, pensando fosse originale. Poche settimane dopo l'uscita del libro, scoprii l'esistenza di un raccolta di racconti scritta da Lorenzo Moroni nel 2003 per una piccola casa editrice, intitolata proprio "Generazione Erasmus". Quindi mi sembra doveroso cedere quantomeno a lui il primato di averlo utilizzato. In ogni caso, credo che la Generazione Erasmus nasca col trattato di Shenghen. Mi spiace non averla potuta aiutare maggiormente.
Grazie per avermi contattato
a presto
Davide Faraldi.»
Gli accordi di Schengen entrano in vigore in Italia il 26 ottobre del 1997* data che possiamo riferire come l'inzio formativo ed educativo della 'Generazione Erasmus'.
6 Luciano Fabro, Attaccapanni, 1978, p. 109.
7 Redazionale, Intervista a Salottobuono, Domusweb, 16 maggio 2011 *
8 Salvatore D'Agostino, 0030 [MONDOBLOG] Sui blog e i siti delle riviste di architettura, Wilfing 
Architettura, 10 giugno 2010.*
9 Arcomai, INTERFACCIA/interface | MOSTRA / ARCHITETTURA CONTEMPORANEA ALTOATESINA di Joseph Grima e Nicola Desiderio, 09 febbraio 2006. *
10 Editoriale Domus n. 948, giugno 2011, p. II
11 Robert Venturi, Denise Scott Brown, Steven Izenour, Imparare da Las Vegas - Il simbolismo dimenticato della forma architettonica, a cura di Manuel Orazi, Traduzione di Maurizio Sabini, Quodlibet Abitare, 2010
12 Su questo tema leggi Geoff Manaugh, Wilileaks guide, Domus n. 948, giugno 2011, pp. 62-67

L'intervista fatta l'otto luglio del 2011 è stata rivista e aggiornata l'otto gennaio del 2012.
Foto iniziale Giò Ponti e Gianni Mazocchi nel 1978 tratta da Domus, n. 897, Novembre 2006, p.57.
La foto animata è composta da frammenti di screenshot scattati durante l'intervista fatta su Skype da Salvatore D'Agostino.
La foto finale è di Armin Linke*.

19 settembre 2011

0051 [MONDOBLOG] Il futuro | Geoff Manaugh

di Salvatore D'Agostino

Leggi le altre puntate del Corso di blog: La storia, L'attrezzatura, I contenuti e Per chi si scrive?

Prima dell’intervista a Joseph Grima,* una parentesi: pubblico l’ultima puntata del ciclo Blogging 101 di Geoff Manaugh sui blog e l’architettura, ospitato in questi ultimi mesi sulla rivista Abitare.


Rivista che ha recentemente cambiato direttore: a Stefano Boeri infatti è subentrato Mario Piazza, con un primo e curioso ‘non editoriale’1 mi ricorda questa frase di Walter Benjamin:
«Metodo di questo lavoro: montaggio letterario. Non ho nulla da dire. Solo da mostrare. Non sottrarrò nulla di prezioso e non mi approprierò di alcuna espressione ricca di spirito. Stracci e rifiuti, invece, ma non per farne l’inventario, bensì per rendere loro giustizia nell’unico modo possibile: usandoli.»2
di Geoff Manaugh*

Questa serie in cinque parti sul mondo dei blog d’architettura e design oggi si conclude qui con uno sguardo d’anticipo al futuro del blogging: questa volta vedremo in che direzione andranno i blog e quali sono i rischi di divisione interna da evitare; cercheremo perfino di capire se il blogging abbia o meno un futuro. In un certo senso, è un momento anomalo per fare previsioni; dopo tutto, parlare del futuro del blogging sottintende che ci sia un futuro per i blog. Eppure in realtà il blog tradizionale sembra essere sul punto di scomparire. La mia definizione di blog tradizionale è la seguente: un sito i cui contenuti sono pubblicati in ordine cronologico inverso, organizzati secondo una griglia tematica più o meno coerente e scritti da un numero limitato di autori, spesso solo uno.

Oggi si può arrivare ad affermare che i blog siano una forma in via di estinzione. Tuttavia, come vedremo più avanti, non è detto che questa profezia così apertamente pessimistica debba avverarsi. Prima di tutto, bisogna prendere in considerazione due tendenze in apparenza inarrestabili che negli ultimi anni hanno trasformato radicalmente diversi aspetti dei blog, come la maniera in cui vengono scritti, gli autori che li scrivono, le aspettative del pubblico dei lettori e il ruolo che i blog ricoprono nel panorama globale dei mezzi di comunicazione.

Una di queste nuove tendenze è la proliferazione di servizi di micro-blogging e applicazioni simili, come Twitter, Tumblr, Posterous, e perfino Instagram. Ironicamente, tutti questi servizi incoraggiano – in realtà praticamente incentivano – la composizione di contenuti in forma ridotta. Per esempio, il limite di 140 caratteri imposto da Twitter consente a chi scrive giusto lo spazio minimo per descrivere un link che sta per essere condiviso con il lettore. Difficile immaginare di riuscire a trovare lo spazio sufficiente per offrire analisi e interpretazioni originali. E se non c’è niente di fondamentalmente sbagliato – io stesso uso Twitter con grande entusiasmo – non si può negare che vi sia anche un aspetto potenzialmente negativo in questa tendenza. Twitter ha reso la condivisione di link talmente semplice, senza alcun bisogno di sviluppare commenti critici, che tanti scrittori in un certo senso si sono da soli privati di possibili post da pubblicare sui loro blog. Piuttosto, numerosi scrittori adesso si accontentano dell’istantanea gratificazione di un’immediata condivisione in Twitter. Sul sito di micro-blogging, infatti, si possono condividere contenuti e link senza bisogno di mantenere un sito personale.

In altre parole, il canale di Twitter di un autore si trova spesso a essere in competizione con il suo stesso blog. La stessa cosa, anche se l’effetto è meno radicale, si può dire di nuovi servizi di condivisione di immagini, come Twitpic o Instagram. Dopo tutto, perché scrivere un intero post sul blog per spiegare dove ci troviamo, come ci siamo arrivati, perché il soggetto che stiamo fotografando è interessante, o addirittura il motivo stesso dell’atto di andare e fotografare, quando basta caricare una foto, metterci una didascalia spiritosa e aspettare che gli amici clicchino “mi piace”?

Ma allora, vale davvero la pena di mettersi a lavorare?
Com'è ovvio, perseverando in questa attitudine aggressivamente negativa verso i nuovi servizi di micro-blogging, se ne perderebbero di vista l’utilità sociale e il valore intellettuale; il punto principale del discorso, tuttavia, resta valido. Adesso è così facile non bloggare che molti autori, che anche solo due anni fa avrebbero iniziato un loro blog personale con cui costruirsi un pubblico, semplicemente mettono in circolazione cose attraverso Twitter, un servizio che è notoriamente difficilissimo da archiviare. Questa è una decisione che a lungo termine potrebbe impedire allo scrittore di raggiungere il riconoscimento o il successo che pensava di star coltivando. In tutti questi casi la strategia vincente sembra essere quella della minore resistenza.

Un altro evento che ha cambiato ancor più radicalmente la natura dei blog oggi è che essi come forma sono stati assorbiti da quelli che io genericamente chiamo “media commerciali”. Anche se varrebbe la pena di ripetere che i blog gestiti da riviste, quotidiani, istituzioni accademiche e aziende private in realtà non sono blog nel vero senso della parola, questa è forse alla fine solo una questione di lana caprina. Oggi sembra che proprio qualsiasi cosa scritta in Internet debba essere considerata un blog; la differenza fra blog, siti e altre forme di pubblicazione in rete è stata purtroppo completamente erosa. I blog ora vengono scritti sempre meno da singoli critici o appassionati e sempre più da gruppi di semi-professionisti che vengono pagati per questo loro lavoro svolto per grandi compagnie o pubblicazioni – The New York Times, The Guardian, The Wall Street Journal, USA Network, The Atlantic, Forbes. I blog vengono trattati nel contesto delle grandi holding di comunicazione come strumento di promozione e relazioni pubbliche. Nel corso del tempo, questo indebolirà il ruolo culturale dei blog, neutralizzandone il vero potere critico e rendendo risibile la loro pretesa di dare voce a chi altrimenti è condannato al silenzio.

Bisognerebbe invece apprezzare con convinzione e senza ironia la capacità del blog di non avere legami con le istituzioni dominanti; in un certo senso, è proprio questo il loro vero valore e il loro scopo. Il blogging – ovvero il rendere pubbliche annotazioni su argomenti che per noi e i nostri lettori hanno un certo interesse – sarà sempre utile fin quando esisterà Internet. Inoltre, i blog devono necessariamente fondarsi su quei contenuti prodotti d’impulso ed essere organizzati in maniera casuale e affascinante per cui a ragione sono divenuti famosi (e per cui in molti circoli sono stati ridicolizzati e presi in poca considerazione). I blog non hanno bisogno di grandi budget e connessioni ufficiali con i grandi media; hanno solo bisogno di persone che vogliono condividere con il mondo l’entusiasmo delle cose di cui sono appassionate.

Inoltre, bisogna anche tener presente che i blog hanno una utilità tattica che non verrà mai meno, un futuro molto più diretto. In una recente intervista con gli architetti Mason White e Lola Sheppard di Lateral Office, con sede a Toronto, i due mi hanno parlato del loro blog InfraNet Lab, scritto in collaborazione con Neeraj Bhatia e Maya Przybylski. InfraNet Lab funziona come un catalogo aperto di progetti futuri: luoghi possibili, problemi, materiali e perfino clienti con i quali non c’è ancora un’intesa su come procedere. Il blog serve, in modo essenziale, a organizzare in maniera silenziosa i pensieri degli architetti, aiutandoli a prendere decisioni verso una certa interpretazione o una determinata soluzione, per quanto aleatorio questo processo possa essere. Il blog va formandosi per accrescimento ed è strategicamente incompleto.

Il blog da un lato e la pratica dell’architettura dall'altro possono così essere usati in sinergia facendo uso delle loro particolari competenze; ognuna delle due forme può essere utilizzata per raggiungere i propri specifici obiettivi. Non dovrebbe sorprendere che i blog possano essere utilizzati in questo modo. In realtà, si può dire che il futuro del blogging risiede in quello che è sempre stato il suo passato, ma senza glamour o eccessive aspettative, senza l’esuberanza irrazionale che una volta arrivava a far dire che i blog avrebbero reso obsolete le università, rimpiazzato intere reti di redattori con i loro campi di specializzazione ed eliminato intere industrie culturali. Queste affermazioni gonfiate e deliranti sul potere del blogging hanno reso un torto alla genuina utilità dei blog, e hanno contribuito a quella commercializzazione del blogging che ho prima descritto.

Quello che i blog oggi devono evitare, se si vuole che abbiano un ruolo davvero interessante nel panorama dei media, è di diventare una semplice ed equivoca estensione dei servizi di pubbliche relazioni aziendali. Allo stesso tempo, il blogging non deve mai perdere il suo taglio impulsivo, di ricerca, eternamente incompleto, che vede l’autore del blog impegnato in un processo di assoluta scoperta insieme al lettore. Un’altra cosa di cui il blogging non ha bisogno, se vuole sopravvivere in una forma utile, sono le superficiali e maliziose esortazioni a essere “più cattivi”, come ha scritto almeno un critico – in pratica guardandosi a vicenda in cagnesco sempre e in ogni contesto – come se l’aggressione e l’offensiva retorica fossero le sole a rendere il dialogo in rete interessante. Non la poesia, non le nuove idee e le prospettive innovative sulla spazialità umana, e nemmeno la meravigliosa ingegnosità del pensiero architettonico. Il blogging dovrebbe invece ergersi al di sopra di questa litigiosità infantile e concentrarsi su obiettivi più ambiziosi.

In fin dei conti, comunque la si voglia vedere, la sopravvivenza del blogging non è assolutamente garantita. Molti preferirebbero vedere i blog addomesticati, trasformati in un sistema pubblicitario camuffato. Altri vorrebbero vedere i blog sostituiti dallo stesso genere di discorso specialistico che si trova nelle pubblicazioni accademiche (proprio quelle da cui i blogger e i loro lettori cercavano da scappare in origine). Il futuro del blogging d’architettura e design dovrebbe:

1) rendere la cultura popolare più interessante introducendo idee di confine a nuove, più ampie platee, facendo così da ponte fra il centro e la periferia; 
2) sintetizzare idee da campi in apparenza lontani fra loro e così facendo; 
3) unire scrittori, designer, clienti, pubblico dei lettori e altri professionisti di diversa formazione e provenienza geografica intorno a comuni temi di discussione e interesse.
Nel contempo, il blogging dovrebbe riuscire a perseguire nel suo futuro l’obiettivo politico di cambiare il tipo di conversazioni che hanno luogo nell'ambito dell’architettura e del design, aprire queste discussioni a nuovi partecipanti e, infine, ampliare le modalità di divulgazione dei risultati di questi scambi. Questi sono obiettivi ambiziosi, forse perfino utopistici, ma sono necessari per far sì che il blogging abbia davvero un futuro.

19 settembre 2011
Intersezioni ---> MONDOBLOG

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Note:
1 Editoriale di Mario Piazza, Tentativo per non scrivere il mio primo editoriale, Abitare n. 515, settembre 2011* 
2 Walter Benjamin, Giorgio Agamben (a cura di), Parigi, capitale del XIX secolo. Progetti appunti e materiali 1927-1940, Giulio Einaudi Editore, 1986, p. 595

* Pubblicazione autorizzata da Abitare
Geoff Manaugh, Blogging 101 - La storia Abitare n. 510, marzo 2011, pp. 150-153