Facebook Header

Visualizzazione post con etichetta Mario Botta. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mario Botta. Mostra tutti i post

14 novembre 2009

0034 [SPECULAZIONE] L'architettura globale secondo Marc Augé

Pubblico un articolo di Marc Augé apparso il 17 ottobre 2009 su Le Monde con il titolo ‘L'architecture globale’. Tradotto in Italia dal settimanale ‘Internazionale’, n. 821, 13/19 novembre 2009, pp. 84-85.
Una riflessione sull’architettura ‘iconica’ e la sua deriva estetica/commerciale. Un articolo privo della retorica del non-luogo.



di Marc Augé

L'architettura globale

Oggi i nomi dei grandi architetti sono conosciuti quasi quanto quelli dei grandi calciatori. L'architettura ha raggiunto uno status molto particolare. C'è il rischio che la torre progettata da Jean Nouvel a Manhattan sia ridotta di qualche metro? La stampa insorge.
Un'azienda vinicola vuole aumentare il prestigio dei suoi bordeaux? Chiede all'architetto della cattedrale di Evry di progettare la sua nuova cantina. S'inaugura un museo a Bilbao o a Chicago? Folle di persone accorrono, attirate più dall'edificio che dal suo contenuto.


Gli architetti più noti sono celebrati nel mondo intero: molte città di media importanza cercano di convincerne almeno uno a costruire qualcosa dalle loro parti, perché così conquisterebbero una dignità turistica internazionale. Quali sono le cause e le conseguenze di questo entusiasmo?

Bisogna innanzitutto sottolineare che le opere dei grandi architetti hanno sempre espresso e rafforzato i rapporti di potere nella società. Oggi l'architettura spettacolare dei quartieri finanziari statunitensi e dei loro equivalenti europei - torri che svettano nel cielo diurno avvolte nel bagliore delle loro facciate, o che rischiarano il cielo notturno con le lucenti trasparenze dei loro uffici perennemente illuminati - rappresenta nel modo più esplicito il potere delle aziende.

Le grandi imprese che aprono una sede in una di queste torri lo fanno prima di tutto per una questione d'immagine, parola magica e affascinante che per molti riassume tutto quel che siamo in grado di conoscere del mondo in cui viviamo. Certo, lo fanno anche per offrire buone condizioni di lavoro ai loro impiegati. Ma anche queste sono una questione d'immagine. Gli open space non sono luoghi di libertà dove lo sguardo può spingersi fino all'orizzonte attraverso vetrate immense: sono luoghi dove ognuno è prigioniero dello sguardo degli altri, in un ambiente rigorosamente gerarchizzato come quello aziendale. Non a caso gli alti dirigenti hanno uffici separati.

I musei, invece, concepiti come opere d'arte, tendono a mettere in secondo piano gli oggetti, le collezioni e le mostre che ospitano. I turisti sono davvero interessati a quello che vedranno al Guggenheim di Bilbao? Oggi un museo nuovo non è solo la struttura creata per esibire degli oggetti artistici o storici, è il piatto forte della mostra.

Dietro la polemica tra etnologi e amanti dell'arte scatenata dal musée du quai Branly di Parigi, inaugurato nel 2006, c'era un altro dibattito, implicito, sul ruolo dell'architettura. Il modo in cui un architetto museale decide come esporre gli oggetti rischia di essere soprattutto un modo di interpretarli. Immergere dei manufatti africani nella penombra, per esempio, vuol dire suggerire qualcosa di vago e ineffabile più che esaltarne il valore estetico.

C'è chi parla di "cultura del progetto" per descrivere gli architetti che si contendono i progetti finanziati dallo stato, dagli enti locali o dai privati. Esaminando le proposte dei diversi partecipanti ci si accorge subito che, oltre a fornire i dati tecnici dell'appalto, tendono a enfatizzare il significato dell'edificio progettato.

È inevitabile. Immaginate cosa succederebbe se si chiedesse ai romanzieri o ai saggisti di commentare i loro libri per ottenere il permesso di scriverli: sarebbe il trionfo dell'eloquenza! È proprio questa la condizione degli architetti. Inutile stupirsi, quindi, se nei loro progetti s'insidia pericolosamente la metafora. Le polemiche sull'importanza di adattarsi al contesto non hanno senso in un'epoca in cui ogni contesto locale vuole anche essere globale e in cui la firma dell'architetto diventa il simbolo di questo cambiamento di scala. Che sia locale o globale, il contesto è solo il pretesto per creare metafore che hanno come unico referente l'architettura stessa. Per dirla con Rem Koolhaas: "Fuck the context!".

Il mondo sta diventando un'immensa città e il potere demiurgico dell'architetto è un segno dei tempi. Esegue un appalto, certo, ma questa è al tempo stesso la sua forza e la sua debolezza. La retorica dei suoi discorsi serve a conquistare mercati: per questo, spesso imita l'ideologia degli imprenditori. Per lo stesso motivo incarna il cammino della storia, forse ne è addirittura l'espressione più spettacolare e, a volte, sfarzosa.

Capire dove ci sta portando il cammino della storia, naturalmente, è un'altra faccenda. La questione degli alloggi offre un esempio di questa incertezza. In Europa, in particolare in Francia, è apparsa la categoria dei "senza fissa dimora", più numerosa di quella dei disoccupati. Tra i senzatetto ci sono infatti persone che lavorano ma non guadagnano abbastanza per pagarsi un tetto. Chi invece ha un alloggio e un lavoro deve adattarsi a una forma di crescita urbana che spesso lo condanna a ore di spostamenti quotidiani, in una città ormai priva di senso urbanistico.

A confronto con il nostro tempo.
Quando un luogo è colpito da una catastrofe, le unità anticrisi entrano in azione per fornire alle vittime un alloggio provvisorio. In Europa la maggior parte degli immigrati irregolari, e molti di quelli in regola, vive in condizioni abitative terribili. In Francia ci sono stati molti tragici incidenti in edifici residenziali che non rispondevano alle norme minime di sicurezza.
Appena scoppia un conflitto nel mondo, la televisione ci sbatte sotto gli occhi case in rovina, esodi di massa, campi di rifugiati. Ed è evidente che in tutte le grandi città del pianeta la frattura tra i più ricchi e i più poveri si esprime in termini geografici e architettonici. Le baraccopoli che credevamo di aver eliminato negli anni sessanta hanno ricominciato a svilupparsi. La metafora della giungla fa ormai parte dell'attualità, ma la cosa sembra non colpire nessuno.

Al tempo stesso la smania di costruire si manifesta un po' ovunque, in particolare nei paesi emergenti: in Cina spuntano senza sosta edifici giganteschi, ma l'architettura fatica a seguire il ritmo sfrenato dell'urbanizzazione e della demografia. Mi tornano in mente le magnifiche e spaventose immagini del bel film di Gianni Amelio La stella che non c'è.


Un altro problema è come conciliare gli eccessi dell'architettura e il risparmio energetico, che è diventato una priorità ufficiale anche nei progetti edilizi. I cosiddetti edifici "intelligenti" divorano enormi quantità di energia.

È strano: l'architettura è il mestiere che più di tutti deve fare i conti con i problemi del mondo, ma al tempo stesso ne è sopraffatta. Li insegue senza mai riuscire a controllarli. I "grandi architetti" sono più affascinati dalla possibilità di lasciare la loro impronta sui luoghi più importanti del pianeta (e chi potrebbe rimproverargli quest'ambizione?) che dall'idea di affrontare i problemi tecnici e sociali causati dall'urbanizzazione mondiale.

L'esempio di Le Corbusier dovrebbe spingere alla prudenza: il maestro, con il suo ideale dell'alloggio autosufficiente, il suo rifiuto della città storica e la passione per la tabula rasa, ha fatto molti danni. Oggi i suoi testi, insieme ad altri sogni, sono diventati quei "grandi racconti" utopici di cui Jean-Francois Lyotard celebrava la scomparsa. Ma è forse un motivo per ascoltare solo le sirene del liberismo, il cui "grande racconto" sembra altrettanto malmesso?

Sarebbe bello se gli architetti rifiutassero di presentare progetti che, in fondo, sono di seconda mano. Se avessero le loro opinioni e le esprimessero. Se si decidessero a prendere la parola. Se i più famosi non si limitassero a fare l'esegesi delle loro opere e a esprimersi con grande retorica, ma formulassero delle proposte sugli alloggi in città, su come affrontare l'emergenza pensando anche sul lungo periodo. In altre parole, se fossero loquaci quanto gli intellettuali che su questi argomenti hanno accumulato più chiacchiere che esperienza. Più ammiriamo gli architetti e più speriamo che riescano a liberarsi dalla cultura del progetto, da una forma di pensiero "a breve termine" imposta dal consumismo. E che tornino a essere dei visionari del mondo.


14 novembre 2009
Intersezioni --->SPECULAZIONE

18 dicembre 2008

...a proposito di cemento, cemento Cinque Terre e cemento meneghino...


...cemento,
Gilles Clément risponde ad una domanda posta da Alessandro Rocca1 su un'idea di Carlo Petrini di una banca dati online delle sementi tradizionali:«È una buona idea. È lui che bisogna mettere alla presidenza d'Italia


Ed è proprio Carlo Petrini insieme a Edmondo Berselli e Filippo Ceccarelli che sul Diario di Repubblica del 9 dicembre 2008 (pp. 40-41) ci invitano a riflettere sulla colata di cemento che sta divorando l'Italia.


I loro moniti e i loro dubbi:
  • Carlo Petrini [Costruire è sinonimo di distruzione]: «Non si costruisce più per tramandare ai posteri qualcosa. Il cemento ha una deperibilità maggiore rispetto ad altri materiali, è il simbolo di una civiltà che inserisce i geni di una fine programmata in quasi tutto quello che produce: che sia un palazzone di periferia, l'imballo di un prodotto da supermercato o un seme Ogm che dà un raccolto sterile da cui non si possono trarre altri semi. L'Italia è piena di edifici fatiscenti costruiti negli anni ' 60 e ' 70, certi addirittura negli anni ' 80, alcuni già disabitati, impraticabili, che penzolano scrostati e pericolosi, terribili. Tutti noi li vediamo, ovunque. Abbiamo continuamente sotto gli occhi la dimostrazione di com'è assurdo continuare a edificare qualcosa che nel giro di qualche decennio non servirà più: quegli obbrobri dovrebbero servirci adesso come il senno di poi.» La civiltà dell'abuso, Carlo Petrini;
  • Edmondo Berselli [Cemento punto d'incontro tra politica e affari]:
    «Infine è tutto da vedere, e meriterebbe approfondimenti da parte degli economisti, se la "città infinita", che si espande senza limiti oltre le periferie, è un soggetto economico in equilibrio o è fonte di costi che graveranno in modo insostenibile nel lungo periodo, per i servizi che implicano, i trasporti, le opere di urbanizzazione. Cioè se quella che Cervellati ha chiamato ironicamente "Villettopoli" è occasione di profitto o alla lunga un aggravio di spesa: insomma se l'economia del cemento, all'ultima riga del bilancio, non rappresenti una perdita per tutta la comunità.» Cemento quel mondo solido tra affari e politica, Edmondo Berselli;
  • Filippo Ceccarelli [Berlusconi, da apprendista muratore a direttore di cantiere Italia]:«Ed ecco che dodici anni dopo, tra i capi d'accusa che Pier Paolo Pasolini imputava al partito democristiano, c'era appunto «la distruzione paesaggistica e urbanistica dell'Italia». Ma non dovette servire a molto, quel processo mai celebrato, se dopo appena un quinquennio Franco Evangelisti, e cioè l'aiutante di campo di Andreotti, condensò il suo rapporto con il principe dei palazzinari romani, Gaetano Caltagirone, nel celebre interrogativo che quest'ultimo candidamente gli rivolgeva: «A Fra' che te serve?». A veder bene erano i primi bagliori di un tramonto. Il cemento del potere cominciava a cercarsi scenari più ampi. Non solo case, ma nuove città. Così nasce in ambito craxiano il progetto di "Mito", new town da insediare tra Milano e Torino; e lo stesso Bettino vagheggia "Mediterranea", di qua e di là del Ponte sullo stretto. Fino a quando non arriva Berlusconi, il demiurgo di EdilNord che addirittura se la prese a male quando nella P2 gli assegnarono il ruolo di apprendista muratore. Ma come, apprendista al fondatore di Milano 2 e 3? Adesso che è tornato a Palazzo Chigi il Cavaliere ha ricacciato fuori il progetto "Cantiere Italia" e, ribattezzatolo "Cento Città", di nuovo prevede la costruzione di centri satelliti per anziani e giovani coppie. I sopralluoghi aerei sono attesi a marzo.» Il sistema del mattone, Filippo Ceccarelli
...cemento Cinque Terre,
Pietro Caisotti è l'imprenditore ignorante, avido e scaltro dell'entroterra ligure protagonista del romanzo di Italo Calvino 'La speculazione ediliizia', la sua caratteristica essenziale è l'essere senza scrupoli.
Calvino scrisse il romanzo nel 1957 nella sua fase neorealistica, intuiva le profonde contraddizioni del periodo di ricostruzione convulso e scellerato, dopo la prima necessaria riedificazione dell'Italia post bomb
ardamento.
Il sistema 'senza scrupoli' cominciava la sua inarrestabile cavalcata che ci porterà al boom edilizio degli anni sessanta e alla seguente e costante cementificazione dell'Italia.


Il conduttore televisivo Fabio Fazio in un'intervista rilasciata a Marco Preve sul Venerdì di repubblica, n. 1076, 31 ottobre 2008, riflettendo sul monito di Carlo Petrini (Carlo Petrini, Italia, record del cemento invasi tre milioni di ettari, Repubblica, 5 ottobre 2008) e le recenti iniziative immobiliari sulle Cinque Terre osserva:
«[...] Marco Preve: Nel frattempo si moltiplicano i progetti di grattacieli lungo la costa.
Fabio Fazio: Carlo Petrini giustamente dice che la mentalità in voga è quella del "se non si costruisce non si fa, non c'è progresso economico". Carlin [NdR si riferisce amichevolmente a Carlo Petrini] è un intellettuale, inserito dal quotidiano The Guardian nella lista dei cinquanta uomini in grado di cambiare il mondo. In qualunque altro paese sarebbe molto ascoltato, sicuramente più che da noi. Dice una cosa definitiva, perché fa intuire che è vecchissima l'idea di progresso che abbiamo - era già discutibile nel dopoguerra - per cui il "fare" deve coincidere con l'avanzata del cemento. Uno dovrebbe costruire cose che servono a tutti, non cose che servono solo alla speculazione di pochi.
[...]
Marco Preve: Ma non si rischia l'immobilismo?
Fabio Fazio: Ma no. "Fare" può anche significare distruggere l'orrore. Pensate che meraviglia se ogni tanto i Comuni comprassero aree e buttassero giù invece di costruire, regalando spazi di cielo. So che le amministrazioni hanno mille problemi da risolvere, conti da far quadrare, asili da mandare avanti. Ma qui o si inverte la rotta, come ci invita a fare Petrini, oppure il valore più importante, la qualità della vita, andrà a farsi benedire».

Condivido l'idea del vuoto e il latente "non fare", ma spiegarlo ai milioni di "Pietri Caisotti" sarà un'impresa ardua.

...cemento meneghino...
Alessandro Cavallaro mi ha inviato una mail con oggetto: GENTAGLIA

Ciao Salvo,
mi è pervenuto tramite un mio cugino che vive e lavora a Milano.
buona lettura
Mail spedita il 16 dicembre 2008 10.44

Riporto l'inizio e la fine:
«L'"aringa rossa", antica astuzia venatoria, sta per fare della Milano da bere dell'epoca craxian-ligrestiana la Milano da mangiare della nuova era ligrestian-morattiana, trasformando l'Expo del 2015, dedicato all'alimentazione, in una colossale operazione immobiliare. I distinti cacciatori britannici usavano le "red harrings" per distrarre i cani da caccia degli avversari, gettando in luoghi strategici della riserva aringhe affumicate. I cacciatori milanesi di cubature immobiliari, che si definiscono "developers", stanno spargendo su 8 milioni di metri quadri di aree dismesse dall'industria manifatturiera che non c'è più, una selva di grattacieli firmati da architetti di fama mondiale, i cosiddetti "archistar".
Quei grattacieli, secondo l'immagine di Renzo Piano, sono per l'appunto le "aringhe rosse" che servono a distrarre l'attenzione da quel che germoglia intorno: quartieri selvaggi, simili a quelli che hanno assediato la Roma dei palazzinari. O "caricature di città" nella città, come dice l'architetto Mario Botta.
[...]
Pazienza. A Milano, comunque vada, nel terzo lustro del nuovo secolo potremo lasciare l'auto nel parcheggio di cinque piani scavato sotto la Basilica di Sant'Ambrogio, nel parco medievale più importante della civiltà lombarda. Un insulto cui la borghesia intellettuale di Milano non vuole rassegnarsi. E tra le aringhe rosse avremo la città dei developers, "una città che si prostituisce al miglior offerente". Parola dell'architetto inglese David Chipperfield ».

Leggendo l'articolo e i nomi citati dei personaggi politici e imprenditoriali, non possiamo non evidenziare il profondo disagio verso l'intelligenza, sostantivo ormai bandito dal gruppo di potere che gestisce la nostra società civile.


Grazie Ale ma è stata una pessima lettura.

Intersezioni ---> ...a proposito di...

Come usare WA ---------------------------------------------------Cos'è WA

__________________________________________


1 a cura di Alessandro Rocca, 'Gilles Clément. Nove giardini planetari', 22 Publishing, 2007.

6 maggio 2008

0006 [A-B USO] La rivolta meneghina delle seconde case

I milanesi delle seconde case bocciano il progetto di Mario Botta a Celerina. Le 'torri' disturbano l'armonia del luogo e la costruzione di un nuovo albergo che porterà nuovi posti di lavoro non piace. Tutto deciso democraticamente con un referendum.
Per Mario Botta: «Quello che dovremmo evitare è quanto invece si sta silenziosamente attuando senza scuotere le coscienze, senza discussioni, con la crescita "indolore" dei falsi chalet e le false case engadinesi con le finestre strombate e i graffiti alle facciate una domestica Disneyland alpina dove l'ipocrisia del falso antico è interpretato paradossalmente come garanzia di rispetto ambientale.» Sul Sole 24 Ore, Carlo Ratti controbatte: «Forse i volumi rifiuteranno "l'ipocrisia del falso antico", ma in questo caso sembrano abbandonarsi ingenuamente a quella del "falso contemporaneo" con annosi richiami alla tradizione post-moderna anni ottanta." (Carlo Ratti, Casa engandina, che Botta!, Il sole 24 ore, 30/03/2008)
Il progetto di Botta in questo caso sembra indifendibile, ma la sconfitta è ancora dell'architettura. Come scrive il Corriere del Ticino, ha vinto la "rivolta meneghina" delle miriadi e puntuali villette del fine settimana. Adesso un'altra rivolta anch'essa meneghina firmata da Celentano, Fo, Berlusconi vuole l'erezione della torre Libeskind.
Carlo Ratti: «Sembra il copione della solita raffica di indignazione collettiva, che esplode da noi in automatico ogni volta venga proposto di nuovo. Panchine moderne in Piazza Duomo? Che scandolo! Le torri del sito ex fiera? All'indice! E così via... Partecipando tutti insieme a uno dei principali sport nazionali: la caccia al prossimo ecomostro.»
Mi chiedo, chi ha vinto? Il paesaggio del finto rustico? O ha perso il paesaggio dell'architettura?
Inoltre, perché la critica accetta l'orrore delle casette 'Mulino Bianco' e non aiuta l'architetto a fare bene il suo lavoro?
Questi commenti che sembrano da bar dello sport spesso avvengono tra i critici accademici da bar dello sport.
Ahimè! All'architetto italiano manca ancora il campetto dove potersi allenare:

Celerina boccia la "torre", Corriere del Ticino, 1 aprile 2008

Celerina al voto sul grattacielo della discordia, Corriere del Ticino, 17 marzo 2008

Rassegna stampa: architettiroma


Intersezioni ---> A-B USO

9 aprile 2008

0015 [CITTA'] L'impotente Daniel Libeskind

Primi effetti positivi dell'EXPO 2015 di Milano: il nostro ‘becero pronvicialismo’ si confronta con il mondo, Libeskind ci consiglia di: «[…] buttare alle ortiche la politica, di destra e di sinistra, che da decenni paralizza il Paese. E deve smetterla di ascoltare i demagoghi che vogliono interferire in campi non di loro competenza. »:

09 aprile 2008 Libeskind "Critiche alle torri? Come i fascisti."

07 aprile 2008 A Berlusconi il grattacielo storto gli comunica un senso d'impotenza

07 aprile 2008 Risposte di Mario Botta, Italo Rota e Massimiliano Fuksas

07 aprile 2007 Per Boeri i grattacieli sono il segno del nuovo, ma adesso serve un' idea moderna di città

Pubblicato sulla presS/Tletter n.14-2008