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24 settembre 2009

0053 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] Arturo e l'architettura di Arturo La Pietra

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Qui l’articolo introduttivo


Arturo e l'architettura di Arturo La Pietra

Ho letto solo ieri la tua domanda (ndr 10 giugno 2009) e ci ho pensato in serata: mi ha messo in difficoltà il criterio di notorietà o meno delle mie preferenze.
Mi sono venuti in mente lo Studio Albori (Milano) e alcuni architetti svizzeri, quindi potresti categorizzarli come italiani e non.

Lo Studio Albori perché mi intriga la "politica" che perseguono con coerenza, il tema della stratificazione o della superfetazione (risposte al mercato contemporaneo); gli era valsa la pubblicazione su Lotus, qualche anno fa, in un numero dedicato al realismo. Mi piace il loro edificio in via Altaguardia a Milano; mi piace meno il progetto presentato alla Biennale sul recupero della stazione ferroviaria di Aldo Rossi, ovvero le "estreme conseguenze" del loro metodo.

Agli svizzeri ho pensato perché - a mio parere - in questi anni stanno meritando lo scettro di miglior scuola e tradizione europea (dopo la Spagna e l'Olanda è l'ora della Svizzera?), c'è una qualità diffusa che noi ce la sogniamo, però se devo dire un architetto, mi sbilancio e dico i più folli, il duo "Made In". Giovani e provocatori (...svizzeri sovversivi?!). Ricordano un po’ quegli studi italiani di cui hai parlato anche tu, la tua intervista a Salotto buono, poi Baukuh o Dogma; solo che negli italiani vedo troppa sicumera e "arroganza" (nei temi teorici anche datati e/o ideologici).

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3 commenti:

  1. Arturo,
    dello studio Albori stranamente ne parla solo la rivista Lotus.
    Tu citi un lavoro pubblicato sul numero 116, io invece trovo importanti altri due lavori pubblicati sempre su Lotus nei numeri 130 e 133.
    Due esempi classici di superfetazione, in due differenti edifici di architettura anonima o meglio normale, giustappongono sul tetto un nuovo piano abitabile.
    Il primo esempio ‘Rooftop House’ si emancipa da una tendenza architettonica che in questi anni possiamo leggere a Milano: «La pratica di “gonfiare” i tetti degli edifici, per ricavare all’interno veri e propri sopralzi, addobbati con cappuccine in stile e spioventi valdostani sta modificando il paesaggio milanese. Questo sopralzo mette in discussione l’atteggiamento corrente, apparendo per quello che è: una nuova casa di legno, vetro e lamiera di rame, costruita sul tetto di un edificio degli anni trenta». p. 20
    Nel secondo esempio ‘Rooftop Dwelling’ si ripropone il tema dell’aggiunta con maggiore distacco al contesto: «I percorsi di distribuzione la “villetta” a uso comune e la sua piazza-giardino, i prati delle coperture e le piccole costruzioni che li popolano (un capanno per gli attrezzi-locale caldaia, in progetto dotati di pannelli solari) vanno a costruire una sorta di microscenario urbano pensile, con vista panoramica sulla metropoli milanese e sulle catene montuose». P. 43
    Questi esempi anticipano i temi della prossima ondata del cemento-popolare il cosiddetto ‘Piano Casa’.
    La Lombardia è stata un laboratorio dove si è sperimentata in anticipo questa futura legge, per via di una legge regionale che permetteva il recupero dei sottotetti a uso abitativo”.
    Una piccola riflessione: spioventi valdostani o architettura?
    Made In, Baukuh e Dogma hanno in comune nei loro organici qualcosa d’italiano ma di costruito in Italia poco.
    Altra piccola riflessione: in Italia si fa edilizia o architettura? (Perdonami la retorica).
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  2. Ieri è toccato a me!
    Che onore!
    E che sospiro di sollievo, rileggendomi, pensare di condividere ancora quello che pensavo tre mesi fa.
    Capita mica sempre!
    Ricordo solo che ero in dubbio se dire anche Lacaton & Vassal e forse avrei potuto dirlo. O l'ha già detto qualcun'altro?

    Caro Salvatore,
    dello Studio Albori dici che alcuni loro esempi anticipano quello che sarà il tema dell'incombente Piano Casa e, beh, come scrivevo, le loro sono risposte al mercato contemporaneo. Farlo bene è un merito ed è architettura, poi può piacere o no. Mi viene in mente un paragone azzardato, perché la situazione oggi è molto peggiorata, ma insomma, fatte le dovute proporzioni: la Milano speculativa del dopoguerra è uno dei pezzi di città più belli che abbiamo in Italia, anzi in Europa, con una qualità media altissima (Caccia Dominioni, Gardella, Magistretti, Asnago e Vender, ecc).

    Definirei invece edilizia - purtroppo capita anche a me di farne - il lavoro "piccolo": quello stretto tra l'economia, le necessità speculative, il diritto di una normativa allucinata e talvolta il cattivo gusto.
    Se dovessi definire gli abbaini dei sopralzi lombardi, va bene edilizia, ma preferirei chiamarli qualcosa tipo l'"architettura della normativa", giusto per non celare la perversione che li sottende.

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  3. Arturo,
    due bei temi concreti e interessanti:
    1) Condivido la tua lettura ‘dell’architettura della normativa’, che possiamo trovare in ogni angolo delle nostre città, basta saper osservare.
    2) Come leggere l’edilizia speculativa? Poiché siamo nella fase in cui quest’ultime diventando storia e narrazione collettiva cominciano a essere rivalutate e dopo perché la periferia (termine che odio) di allora è diventata centro.
    Riflessioni da fare senza sentimentalismi per carità.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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