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28 settembre 2009

0056 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] =Architettura= =Ingegneria= =Arte= di Matteo Seraceni

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Qui l’articolo introduttivo


=Architettura= =Ingegneria= =Arte= di Matteo Seraceni


1. L’architetto noto ancora in attività che apprezzo è sicuramente Renzo Piano.

Piano è riuscito negli anni a creare attorno a se un gruppo di lavoro impeccabile: ogni realizzazione appare perentoria, senza sbavature, corretta sotto ogni punto di vista, dall’inserimento urbanistico al design degli interni; possiede una padronanza assoluta dei mezzi tecnologici che l’architettura offre e cura ogni progetto fin nel minimo dettaglio

Io odio Renzo Piano.

Penso sia lecito apprezzare e contemporaneamente odiare una persona (e proprio per questo ho scelto Renzo Piano).
Ciò che colpisce nel repertorio del suo Building Workshop (studio di architettura risultava troppo plebeo) è l’assoluta eterogeneità dei progetti: sono diversi luoghi, forme, materiali. L’eclettismo stilistico ha come matrice di fondo una profonda attenzione per il dettaglio tecnico e per l’ambiente circostante: in tutti i casi non è la personalità dell’architetto a prevalere sull’ambiente, ma è questo che sembra inglobare e definire le opere.

È lo stesso Piano a definire la sua posizione: “La maggior parte di loro [gli architetti “tradizionali”] vive nel mito della falsa creatività: sono dei sensitivi, ma non hanno nessun potere contrattuale nei confronti della società. Sono chiamati a soddisfare bisogni fasulli o marginali. […] Ma un architetto a cosa serve? Se ne può far benissimo a meno” [1] (non vado oltre nella citazione, perché Piano ha la straordinaria capacità di essere altamente soporifero nei suoi discorsi). Egli mette a disposizione un cospicuo patrimonio di cultura tecnologica con cui poter tradurre in tecnologie sempre più adeguate le richieste provenienti dalla società ma, facendo questo, deve mettere da parte il suo bagaglio culturale, la sua riconoscibilità in quanto “creatore di forme”. Per Piano ogni professionista deve essere un coordinatore, un general-manager più che un architetto vero e proprio.
Non è un’affermazione stupida o una provocazione e penso dovrebbe far riflettere chi si occupa di architettura e pensa che possa bastare creatività e spirito di iniziativa per essere bravi professionisti. L’architetto “demiurgo” ha fallito su tutti i fronti (lo possiamo constatare nell’acceso dibattito contro le archistar e nelle realizzazioni fallimentari di molti volti noti) ed occorre quindi ripensare profondamente alla professione.
Le soluzioni prospettate da Piano sono però opere “a se stanti”, che non inaugurano nuovi filoni di ricerca né portano avanti particolari problematiche architettoniche del passato.
Valga per tutti il Beaubourg: questo incredibile ammasso geigheriano di tubi e lamiere, questa specie di astronave Borg piovuta dal cielo e radicatasi nel centro di Parigi, dialoga egregiamente con la piazza ed il contesto storico, è funzionale ed al tempo stesso rivoluzionaria. È una “machine à esposer”, un prodotto tecnologico figlio delle migliori utopie degli Archigram: proprio perché intrinsecamente tecnologico risulta così democratico, slegato da ogni discorso formale di appartenenza a qualsivoglia classe dominante.
Ha inoltre il pregio di essere l’unica opera contemporanea (od almeno una delle poche) dopo la Tour Eiffell ad essere amata dai parigini (ovviamente, così come per la torre, dopo un iniziale periodo di proclami ed ingiurie).

Il Centre Pompidou è certamente legato al filone di ricerca Hi-tech, ma è di così alta fattura che non è riproducibile altrove, è un punto fermo nella ricerca architettonica: come afferma lo stesso Piano, non è un costrutto tecnologico, una fabbrica seriale, ma “un gigantesco oggetto artigianale, fatto a mano, pezzo per pezzo” [2] (e la dimostrazione è data appunto del fatto che tante parti che compongono l’edificio sono pezzi fatti su misura).
Tutti i progetti dell’architetto genovese sono altamente tecnologici, ma al tempo stesso “artigianali”: il suo sforzo di semplificazione e razionalizzazione dei problemi si traduce nell’estrema flessibilità ed “apertura” delle opere (secondo la formula del “work in progress”) e al tempo stesso nell’impiego di materiali eterogenei, leggeri e relativamente “poveri” (probabilmente questa sensibilità verso i materiali e l’artigianalità deriva direttamente dall’esperienza familiare).
La qualità di queste architetture non risiede quindi nella ricerca formale/architettonica, ma nella grande capacità “ambientale” e spaziale che riescono a comunicare: il NEMO di Amsterdam non è solo uno spazio espositivo ma anche parte integrante della morfologia urbana, una collina artificiale da cui poter osservare lo skyline della città; il centro culturale Jean-Marie Tjibaou' a Noumèa si pone come spazio simbolico e archetipico all’interno di un vasto intervento architettonico.

La grandezza ed il limite di Renzo Piano sta nel fatto che ogni opera non appare mai perfettibile e – valga per tutti l’esempio del Beaubourg – non può costituire un modello paradigmatico riproducibile altrove (soprattutto per i professionisti che non possono contare su studi di grandi dimensioni); questa architettura esibisce un controllo assoluto dei mezzi e delle tecniche e purtroppo proprio per questo insegna poco o niente, non fornisce idee o spunti progettuali.
Ogni progetto è un fatto compiuto a se stante che non delinea via d’uscita possibili all’empasse in cui si trova oggi l’architettura.


2. Come architetto non noto avrei voluto scegliere me stesso: non mi conosce nessuno ed ho avuto pochissime commissioni; ma a me piace quello che faccio e credo molto nelle mie idee: a volte credo addirittura che i miei progetti siano belli. Poi mi sono ricordato di non essere un architetto…
La domanda chiedeva qual è l’architetto non noto che apprezzo. Bene, l’architetto non noto che apprezzo è l’architetto Le Corbusier.
A questo punto sicuramente penserete che sono completamente uscito di testa (e forse è così: sapete, lo stress matrimoniale può portare ad alterazioni permanenti nell’organizzazione sinaptica del proprio cervello).
Non è una provocazione: ho voluto sottolineare la dizione “architetto” perché, parlando con colleghi ed amici, mi sono accorto che tanti scherniscono la sua opera senza essere mai andati di persona a visitarne una. Quello che permane nella coscienza comune è la macchietta descritta da Tom Wolfe in “Maledetti architetti”: l’intellettuale egocentrico con gli occhialini tondi, pontificatore, assolutista ed insopportabile. La recente vicenda dei Five Architects e del dibattito fra “bianchi” e “grigi” non ha fatto altro che acuire questa immagine.

Morto l’uomo rimangono però le opere e penso che a queste unicamente dovremmo guardare, senza interporre nei nostri giudizi lo schermo deformante della biografia e dei proclami di chi le ha costruite (anche se è stato lo stesso Le Corbusier ad inaugurare la figura dell’ ”architetto demiurgo”, dello scrittore propagandista): il contributo più significativo da lui apportato all’architettura non è negli scritti, nei proclami, nei disegni, ma nella straordinaria inventiva delle sue opere.
Anch’io devo ammettere di aver fatto parte per diverso tempo dei suoi detrattori, poi la visita al padiglione dell’Esprit-Nouveau ricostruito a Bologna ha rimesso in discussione le mie convinzioni, fra cui quella di considerare insana la passione per Le Corbusier del mio professore di storia dell’architettura e fautore di questa installazione (Giuliano Gresleri). Non so se avete presente il padiglione: è un quadrato con due ali semicircolari in cui è stato ritagliato un cerchio per lasciarvi crescere un albero in mezzo. Le foto e i disegni delle piante e dei prospetti delineano uno dei tanti prototipi razionalisti di abitazione minima.
Visitandolo di persona invece ci si rende conto di come la qualità spaziale del progetto emerga in maniera preponderante, sia nei confronti della realizzazione formale che di quella eminentemente metaprogettuale.
Lo studio sugli “standard” portato avanti dall’architetto svizzero, che risponde a motivi di efficienza, ordine e bellezza propri della realtà industriale riesce a coniugarsi con realizzazione architettonica che non ha niente di asettico e che si presta alle più svariate declinazioni.
In un’ottica tradizionalista, parrebbe che l’alloggio minimo derivato dallo studio dei tipi edilizi, come quello proposto da Klein, possa declinarsi in maniera più conforme al benessere abitativo; ci si accorge invece che tali cellule non fanno altro che ridurre e sminuire i valori architettonici e proporre composizioni sterili.

Il prototipo della maison Citrohan invece riesce a declinarsi in tanti modi diversi, dal padiglione dell’ Esprit Nouveau all’ Unitè d’habitation, proprio perché al di sotto dello studio intellettuale e degli interessi artistici si cela una grande mano architettonica. Il progetto dell’alloggio, partendo dalla standardizzazione industriale, viene sviluppato da un’unica personalità che avoca a sé l’intero ciclo produttivo e ne controlla la forma con un fine che trascende il dato funzionale e riconduce ogni cosa all’ambito della realizzazione artistica.
Visitando villa Savoye ci si accorge che la promenade architecturale non è semplicemente un espediente architettonico, ma un’esperienza unica ed irripetibile (paragonabile in tutto e per tutto alle realizzazioni di un’altra mano felice e completamente estranee al mondo di Le Corbusier, quella di Gaudì): non a caso la rampa costituisce un elemento plastico costantemente visibile sia per chi guarda all’interno sia per chi guarda dalla terrazza-giardino del primo piano.
Il movimento moderno ha dato primaria importanza alla connotazione dello spazio architettonico, ma il dibattito attuale sembra aver perso di vista questa istanza, soffermandosi unicamente sulle componenti stilistico-formali dell’architettura.

Come detto sopra, le architetture di Le Corbusier andrebbero rivalutate sotto tutti gli aspetti, al fine di coglierne la qualità spaziale e vedere come la sua architettura non si possa ridurre solo a pareti bianche e pilotis: allo stesso modo la poca attenzione dedicata ad esempio dai Five Architects alle opere dell’ultimo periodo del maestro dimostrano come il fraintendimento di fondo sia consolidato.
Il salto compiuto all’epoca del passaggio dalla poetica razionalista del purismo all’informale neo-espressionismo di Ronchamp non può venire spiegato solo su base estetica e senza prendere in considerazione l’evoluzione spaziale delle opere precedenti: fin dai tempi dei sui viaggi in Oriente Le Corbusier si accorge che le città in ogni tempo e luogo sono caratterizzate da una “unità” sorprendente resa manifesta da standards precisi e ripetibili.

La storia non è dunque un grande calderone da cui estrarre a piacimento gli elementi che più sono confacenti alle varie architetture. A questo proposito Zevi afferma che: “Le Corbusier studiò la storia in profondità, non nei falsi manuali e precetti Beaux-Arts, ma viaggiando per anni in Oriente, Grecia e Italia, e scoprendo cosa c'era di nuovo, di moderno nel passato. Il linguaggio dei «volumi puri sotto la luce» deriva dal cubismo quanto dall'eredità ellenica. Quando Corbu rigetta questa poetica, a Ronchamp, la conoscenza dei castelli medievali francesi lo aiuta a trovare nuove espressioni. Chiunque l'abbia conosciuto, e abbia passeggiato con lui lungo le calli di Venezia, non dimenticherà mai la sua straordinaria sensibilità per il tardo-antico, per il carattere narrativo della città lagunare. […] Il disprezzo per il passato è stato un atteggiamento alla moda dell'avanguardia, ma i maestri si sono sempre nutriti di storia.” [3]
Solo alla luce di un costante raffronto con la storia dell’architettura è possibile capire le varie declinazioni dell’opera di Le Corbusier e quindi la sua inesauribile capacità creativa.



3. Ho scelto volutamente due architetti che si sono rapportati costantemente con la tecnologia propria del loro tempo: Renzo Piano considera il discorso tecnologico da un punto di vista “etico”, come possibilità di soddisfare in maniera adeguata i bisogni della società di volta in volta sempre diversi; per Le Corbusier invece la tecnologia assume una valenza “estetica”, connaturata al concetto stesso di “standard”.
Credo che oggi non sia più possibile prescindere dall’influenza dello sviluppo tecnologico nella pratica architettonica.
Ma, come già ho affermato a proposito dei lavori di Piano, la tecnologia di per sé è sterile, senza una mano che sappia dirigerla in maniera adeguata (soprattutto all’interno di un panorama attuale così disomogeneo).
Per questo motivo sono convinto che la rilettura dello spazio come elemento fondante dell’architettura sia l’unico valore da cui poter ripartire per fondare un dibattito architettonico serio; occorre deviare l’attenzione dal sensazionalismo estetico alla qualità della “vita” all’interno delle stesse architetture.

Note:

[1] da un’intervista a “Il sole 24 ore”

[2] da M. Dini “Renzo Piano, progetti e architetture 1964-1983”, Electa. Milano

[3] dal discorso “Architecture versus Historic Criticism”, tenuto al RIBA il 6 dicembre 1983 (difficilmente pioverà all’interno dei suoi edifici; ogni riferimento è puramente casuale).


Intersezioni --->OLTRE IL SENSO DEL LUOGO

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23 commenti:

  1. Rileggendo quello che ho scritto, vorrei fare alcune precisazioni:
    1)S’intende, anche se non è stato detto in maniera esplicita, che odio pure Le Corbusier (ed in questo ho perfetta consonanza di idee col prof. Saggio sul fatto che occorra odiare per sapere poi ideare); nondimeno lo apprezzo.
    La mia dissertazione sullo svizzero era rivolta ad esaltarne la capacità di costruttore di “spazi interni”, tema fondamentale del Movimento Moderno e che oggi spesso passa in secondo piano. Per questo motivo mi sono sentito di accostare Le Corbusier a Gaudì, poiché entrambi sono riusciti a trasformare lo spazio interno in “spazio vitale” (in alcune opere ovviamente, non in tutte) al di là di ogni “Kunstwollen” contraddistinta da stili diversi.
    Apprezzerei una rilettura delle opere di Le Corbusier alla luce di valori spaziali e non solo plastici (anche se lo stesso Corbu ha battuto il martello soprattutto sui secondi): la mia risposta è dunque solo uno spunto per proporre una rinnovata “Raumgestaltung” che aiuti a considerare più attentamente le qualità di vita negli spazi costruiti.
    Quello che vorrei rimarcare e che ho tentato di spiegare nel mio intervento è che una bella forma non sempre porta ad un buono spazio; osservare qualcosa da fuori è assolutamente diverso dal viverci dentro (ma con questo non intendo considerato unicamente spazi “vivibili”, nella riduzione proposta da Zevi; lo spazio di cui parlo è quanto di più generale si possa assumere).
    A chiosa vi lascerei con una citazione di Wright: “fu Lao-Tze, mezzo millennio avanti Cristo, il primo ch’io sappia ad affermare che la realtà di un edificio non risiede nelle quattro pareti e nel tetto, ma nello spazio racchiuso, nella spazio in cui si vive”.
    2)Per ciò che riguarda Renzo Piano forse ho un po’ esagerato: odio può essere anche sfida verso coloro che hanno raggiunto le massime vette nel proprio lavoro, il continuo mettere in discussione ciò che si è posto come “termine ultimo” della ricerca architettonica.
    Credo inoltre che l’”evoluzione” di Piano espressa dal Beaubourg al NeMo rappresenti in qualche maniera anche l’evoluzione dello stato dell’architettura contemporanea.
    Dall’assenza di qualsiasi elemento connotativi del primo (secondo quella che potremmo chiamare corrente Hi-Tech), si è passati alla perfetta assimilazione di contenuti narrativi da parte del secondo; è quella viene chiamata “la terza ondata”: il Nemo, con la sua forma di vascello ancorato nel vecchio porto su di un terreno artificiale, narra la pratica olandese di edificare territori sottraendo spazio all' acqua.
    A mio avviso significativo è anche il fatto che entrambe queste opere siano opere “incompiute”, in quando al Beaubourg manca la “pelle” esterna inizialmente prevista ed al NeMo mancano le feritoie poste alla sommità della struttura che avrebbero dovuto fornire luce artificiale al complesso: è difficile oggi come oggi gestire idee progettuali così grandi senza offrire una grande flessibilità di progetto (proprio per questo non mi stupisco che la Hadid disegni tanto e realizzi poco).

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  2. Anch'io odio fermamente Renzo Piano.Credo sia uno degli architetti tra i + sopravvalutati nel panorama odierno(ed è una mia non condivisibile opinione,una delle quali forse ci si pente il giorno seguente ,dopo un'animata chiacchierata al bar o in un taxi che ti porta a Palermo...).La tendenza è quella di individuare un cavallo vincente (italiano ) a tutti i costi,anche se ne saremmo sprovvisti.La volonta di celare la ricerca architettonica dietro il rassicurante mantello della tecnologia è un atteggiamento condiviso tanto quanto quello di ritenere una buona architettura quella che riesca unicamente ad incorporare strategie bioclimatiche e di risparmio...ma l'architettura in quanto complessita espressiva, estetica, funzionale - distributiva, sociale ed emozionale è tutt'altra cosa rispetto alle architetture di Renzo Piano.La magia di uno spazio di Le Corbusier (e comprendo che che la "magia" come gnomi e folletti non tutti riescano a vederla! ) riesce a trasmettere un'integrità di riflessione nella propria ricerca architettonina che spazia dal campo dell'arte fino a quello della pura tecnica della costruzione è semplicemente sensazionale ed incomaparabile con l'approccio di Renzo Piano all'architettura.Metto a confronto le due figure non a caso perchè di Piano oggi si parla come di un "maestro" dell'architettura contemporanea al pari di un Louis Kahn o di un Le Corbusier... non credo che un buon parametro di riferimento sia quante pagine di storia dell'architettura Piano sia riuscito a riempire (davvero tante) o quante commesse in giro per il mondo sia riuscito a realizzare perchè non è questo un parametro di giudizio sufficiente ad elevare la statura di un architetto (considerando che di questi tempi un premio pritzker va ad un elevetico molto bravo che ha costruito poche architetture o meglio pochissime sono state le sue apparizioni sulle pagine di riviste e siti web di merchandising architettonico)....
    Io adoro Le Corbusier

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  3. @Cristian: penso che hai colto nel segno parlando di "magia" di alcuni luoghi. Anzi, alle volte ci sono edifici apparentemente molto brutti che poi al loro interno riservano sorprese, epifanie joyciane (e a mio parere uno di questi è appunto villa Savoye, che non rientra proprio nelle mie "corde", ma che riesce a trasmettere sicuramente molto più di quello che si può intuire dalle foto).
    Però è ovvio che non è "magia" intesa come "esperimento legato al caso", ma è qualcosa che alcuni riescono a trasmettere ed altri no: per questo motivo credo che il filone gestaltico abbia ancora molto da dare (visto che è impossibile ridurre queste sensazioni a semplici teoremi formali).
    Non solo nel campo dell'architettura; anche in urbanistica (e voglio citare a proposito l'ultimo bell'articolo della Torselli http://architetturamoderna.blog.dada.net/post/1207111720/Simboli+nella+citt%C3%A0) occorre riscoprire parametri che già Lynch mezzo secolo fa ormai aveva apertamente discusso.
    Come dici tu "l'architettura in quanto complessita espressiva, estetica, funzionale - distributiva, sociale ed emozionale è tutt'altra cosa".

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  4. Sì, Renzo Piano è un grande architetto, ma non sempre le sue ciambelle riescono col buco. Di ciò che ho visto concretamente, la mia totale ammirazione (e invidia) va al "Paul Klee" di Berna e al "Pompidou" di Parigi. Sull'areoporto giapponese non posso esprimermi, perchè non l'ho visto. Ecco invece perchè, nonostante il fascino che a prima vista può suscitare, "Potsdamerplatz" a Berlino non mi piace:
    Potsdamerplatz è un non-luogo. Non appartiene alla Berlino di oggi (chissà, domani?). Potsdamerplatz è come Disneyland, come le isolette artificiali degli Emirati Arabi, come Mirabilandia. Non me ne volete, non sto parlando delle linee accativanti o dello splendido impatto visivo, semplicemente dico che Potsdamerplatz andava fatta diversamente, con meno frenesia di inaugurazione, più lentamente, con più varietà di stili, più eterogenea insomma. Un luogo che doveva richiamare (richiamare non è scimmiottare) la storia di quel luogo. Importante era riproporre la morfologia, la pianta esterna degli edifici ante-bombardamenti, con qualche richiamo al muro e a ciò che ha significato. Piano, forse traviato dai committenti, ha invece eseguito una pregevolissima opera d'arte post-moderna, ma in un luogo totalmente inadatto.
    Potsdamerplatz non appartiene ai Berlinesi dell'Est (che hanno la loro bellissima eterogenea Alexanderplatz) e non appartiene ai Berlinesi dell'Ovest (che sono contentissimi del loro "vecchio" Ku'damm).
    Potsdamerplatz non è Berlino.
    Un'operazione di recupero, analogamente a quanto fatto con la cupola del parlamento, sarebbe stato molto meglio, più umano, più berlinese.
    Per finire, lasciatemi versare due lacrimucce sull'ingrata fine del rosso Infobox, e un velo pietoso sull'inguardabile hauptbahnhof.
    Saluti da Vil Geometra.

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  5. @Vil Geometra: devo ammettere che (purtroppo) non sono ancora stato a Berlino (ma penso di rimediare la prossima primavera). Non posso quindi dire nulla sulla Postdamerplatz, ma trovo molto interessante la tua analisi sul recupero della memoria.
    Forse la scelta del "non-luogo" è paradigmatica di un popolo che ha scelto di cancellare piuttosto che ricordare...

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  6. Grazie Matteo. In quell’articolo intendevo dire che l’uomo, al di là di essere un cittadino, un fruitore, un cliente di qualsiasi architettura o urbanistica, è più genericamente un "animal symbolicum" per il quale il linguaggio, ogni tipo di linguaggio, “non esprime soltanto pensieri e idee, ma, in prima linea, sentimenti ed affetti.” (Ernst Cassirer), ed ogni uomo è capace sia di esprimerli che di recepirli.
    La realtà è una costruzione simbolica alla quale l’uomo stesso conferisce significato attraverso la sua capacità sia di creare relazioni, sia di produrre simboli.
    Lingua, mito, arte, religione, persino la scienza sono la materia dell'universo simbolico dell'uomo dotato di immaginazione, creatività ed astrazione, perché mai non si dovrebbe applicare questa chiave di lettura del mondo anche all’architettura e all’urbanistica? Sembrerebbe l’unica strada per accogliere quella “complessità espressiva, estetica, funzionale - distributiva, sociale ed emozionale” che dovrebbe caratterizzarle. La discussa architettura delle archistar ci sta benissimo con l’idea della 'immaginabilità', definibile, nel campo delle scienze cognitive, come la facilità e la rapidità di un linguaggio ad evocare un'immagine mentale, una rappresentazione visiva o altre esperienze psico-sensoriali. Può essere la scintilla che, in un tessuto urbano incanalato nei limiti di uno sviluppo guidato o scontato, susciti per vie non razionali una imprevedibile ‘magia’, scoprendo nuovi modi di leggere e percepire la città.

    Concordo in toto sui giudizi relativi a Renzo Piano, grande promotore di sé stesso, straordinario uomo di marketing, architetto per caso.

    Vilma

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  7. @Vilma:
    Su Renzo Piano: "architetto per caso" è molto carina come definizione. Credo sia paradigmatico dello status attuale dell'architettura il fatto che sia stato uno degli architetti più citati nell'inchiesta aperta da Salvatore.
    Non credo sia così citato solo per il fatto di essere italiano.
    Per il resto: condivido appieno la tua analisi, ormai è diventato frustrante navigare nella uniforme solitudine di un paesaggio urbano sempre uguale a sè stesso (uguale non per tipologie ripetute o per uniformità di situazioni, ma incredibilmente uguale a se stesso nella dis-aggregazione più disparata di architetture diverse che si estendono lungo i percorsi urbani delle periferie).
    Credo che l'"animal symbolicum" sia connaturato all'uomo per una profonda istanza emozionale che ci contraddistingue: da lungo sto riflettendo sulle implicazioni che le scoperte di Antonio Damasio possono avere sulla percezione dello spazio che ci circonda (e spero di riuscire presto a scrivere qualcosa a riguardo sul mio blog).
    Penso che le emozioni siano molto importanti nella caratterizzazione dello spazio e quindi nell'urbanistica, non come generica "affettività", ma come importante guida e preparazione alla vita quotidiana in questi stessi luoghi.
    A presto

    Matteo

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  8. Matteo,
    capisco il tuo ambiguo disagio.
    Piano suscita amore e odio.
    Ti confesso che non ho mai comprato nessun libro su Piano, ma l’ho studiato leggendo romanzi, saggi, racconti di viaggio e via dicendo.
    Io vedo in Renzo Piano (34 anni), Richard Rogers (38 anni) e Peter Rice (36 anni) i primi tre geni dell’architettura moderna.
    Sono loro che hanno inventato l’architettura ‘iconica’ di oggi.
    Per dirla alla Baricco viviamo nel tempo dei geni barbarici che con le loro invenzioni cambiano le nostre abitudini. Senza che quest’ultimi possiedono le strutture culturali di un tempo.
    I tre succitati anticipano i geni di oggi:
    Sir Timothy John Berners-Lee;
    Bill Gates;
    Larry Page e Sergey Brin;
    Mark Zuckerberg,
    David Rutten.
    Non a caso Rem Koolhaas per dar vigore alle sue teorie deve uccidere suo padre ovvero il ‘Centro Georges Pompidou’: «Nel 1972, il Beaubourg –Loft Platonico – aveva proposto degli spazi in cui “tutto” era possibile. La flessibilità che ne derivava fu mascherata come l’imposizione di una media teorica a spese sia del carattere che della precisione: era l’entità a prezzo dell’identità […] La generazione del maggio ’68, la mia generazione straordinariamente intelligente, informata, opportunamente traumatizzata da selezionati cataclismi, esplicita nel suo ricorrere a prestiti da altre discipline – è stata così segnata dal fallimento di questi e altri simili modelli di densità e di integrazione, dalla loro sistematicità insensibilità al particolare, che ha finito per proporre due principali strategie difensive: lo smantellamento e la sparizione». Rem Koolhaas, Junkspace, Quodlibet, 2001, p. 17.
    Renzo Piano è l’architettura radicale, non utopica, ma concreta.
    Tutti i suoi lavori giovanili sono delle straordinarie sperimentazioni ‘concrete’, ahimè, trascurate dalla critica italiana.
    In una campagna dei dintorni di Milano ci dovrebbe essere una casa unifamiliare, progettata nel 1972-1974, che presenta una pianta libera in modo da essere rimodulata seconda le esigenze degli abitanti, gli unici elementi fissi sono i servizi e la tecnologia ecologica (non di maniera come quella di oggi).
    Questo ‘primo Piano’ a me interessa.
    Le sue idee contrastano l’ideologia un po’ sorniona falsa identitaria dei nostri architetti arcitaliani, poiché è un architetto globale con una specificità (come hai ben sottolineato) l’artigianato sofisticato, in questo Piano è molto italiano.
    Io leggo i suoi progetti partendo dalla sua idea di base ‘l’architettura radicale’ quest’ultima è un’architettura celata quasi un’antiarchitettura, una cifra costante che ritrovo nei suoi progetti.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  9. ---> Matteo,
    passiamo a Le Corbusier.
    Io non riesco a parlare degli architetti senza inserirli nel loro contesto storico.
    Si deve a Le Corbusier il fatto di aver capito le potenzialità offerte nell’edilizia dell’uso delle strutture in calcestruzzo armato, brevetto rilasciato il 16 luglio 1867 da un giardiniere di nome Joseph Monier (invenzione avvenuta mentre sperimentava un vaso solido per le sue piante).
    Le Corbusier capì che i nuovi lemmi strutturali offrivano potenzialità per una scrittura nuova.
    La sua straordinaria vivacità da non architetto lo portò a percorrere tutte le fasi dell’evoluzione lessicale dell’uso del cemento, dalla struttura intesa come ‘funzionale’ a un’emancipazione plastica.
    Le Corbusier è l’architetto più famoso ma il meno conosciuto e per questo spesso banalizzato.
    Un po’ come avviene nei confronti del regista russo Sergej M. Ejzenštejn l’inventore del montaggio nel cinema e del cinema Hollywoodiano.
    Spesso banalizzato per la famosa battuta di Fantozzi, senza pensare che il regista Luciano Salce, volesse far riflettere sulla condizione del lavoro del dopo boom economico italiano e sulla classe politica di sinistra colta ma distante (già allora) dalla gente (ingozzata da subcultura ricordi Pasolini). Quella battuta traccia un solco nella cultura italiana ed è utilizzata a sproposito da chi non conosce e non vuole conoscere, per demolire ‘banalizzandole’ le paranoie intellettuali di una certa classe politica.
    Quella battuta banalizza soprattutto chi legge i film della commedia italiana come ritratto edulcorato della nostra Italia e non come film di denuncia nei confronti di alcuni aspetti deleteri dell’italiano.
    Ecco perché apprezzo e condivido la tua risposta.
    Le Corbusier è un architetto non noto, poiché molti, per non sforzarsi di capire le sue qualità spaziali, amano dire, senza conoscerlo, che le sue architetture sono delle cacate pazzesche.
    Le Corbusier non è un Dio, è stato semplicemente un architetto con tutte le sue contraddizioni.
    Le Corbusier non è una scienza esatta va capito non emulato.
    Le Corbusier è storia come testimonia il falso storico creato a Bologna da Giuliano Gresleri.
    Le Corbusier, ahimè, è roba da estremisti filologici (vedi il caso Renzo Piano/Chapelle Notre-Dame du Haut).
    Le Corbusier è il Partenone.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

    RispondiElimina
  10. ----> Matteo,
    a proposito della tua precisazione:
    avevo colto la dicotomia amore/odio .
    Comprendo il tuo invito a leggere il “Raumgestaltung” più che le teorie imparate a memoria in alcuni banchi scolastici.
    Ritornando a Piano e ai compromessi ti cito questo suo brano tratto da un numero di Micromega:
    «Non bisogna leggere queste affermazioni in chiave moralistica, però. Questo carattere “utilitario” dà anzi all’architetto una dignità particolare e ne definisce con chiarezza il ruolo. Poiché l’architettura è un’arte di frontiera, un ‘arte carica di contaminazioni, nella quale confluiscono il bello e la scienza, sociologia e la tecnica, il senso della storia, del passato, e l’anticipazione del futuro. Ma deve restare innanzitutto utile. E allora, ci sono delle fughe deal mestiere, possibili a anche frequenti, nella duplice direzione dell’architetto “artista” o dell’architetto “tecnologo”. Rifugiarsi nel puramente estetico significa tradire il mestiere dell’architetto e, non a caso, il risultato di questa fuga è spesso un linguaggio pressoché incomprensibile, e il rinchiudersi in parrocchie tendenze, movimenti, sette, che non interessano a nessuno.
    Che si parlano ma non fanno architettura. Nel film Il postino ho ritrovato con emozione qualcosa che mi sembra sia già nel Canto general: Neruda recita i suoi versi e il postino gli chiede che cosa vogliano dire, e Neruda gli risponde che lui è un poeta, non può dire cosa siano i suoi versi perché proprio con i versi si esprime e non può tradurli in altre parole. Per l’architettura vale la stessa cosa, forse anzi a maggior ragione. Un architetto parla, e si impegna, con l’architettura che fa . La sua morale non la predica ma la costruisce, la disegna, la fabbrica. È questo il veicolo del suo messaggio: fare il mestiere.
    Dunque è qui, nel fare il proprio mestiere, che l’architetto non può scendere a patti, non può abbandonarsi a compromessi. Non voglio giustificare altri tipi di compromessi, con gli altri o con se stessi. Nessuna apologia del machiavellico “il fine giustifica i mezzi”. Ma è nel fare architettura che un architetto deve essere intransigente». Renzo Piano, Il mestiere più antico del mondo, Micromega, n.2/96, 1996, p. 108.
    Occorre interrogarsi, specialmente in Italia, sull’architettura e il suo compromesso.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  11. ----> Cristian,
    al di là dei gusti personali, non credo che Piano sia un architetto sopravvalutato. La lezione un po’ folle (insieme ai suoi compagni di ventura) del ‘Centre Pompidou’ rappresenta una rottura con un certo modo di concepire l’architettura.
    Lascerei stare parole obsolete come l’etichetta di ‘maestro’.
    Con questo non sto dicendo che Piano sia l’architetto più importante del nostro secolo, ma sicuramente uno dei protagonisti.
    Lo si può odiare o amare, ma questo non toglie niente alla storia dell’architettura.
    Diceva Sigmund Freud: «Non è l’odio per i nostri nemici che ci consuma, ma quello per le persone amate».
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  12. ----> Matteo,
    a proposito della tua nota a Cristian:
    sono d’accordo con voi lo spazio di Le Corbusier è magico, ma non possiamo dimenticare che l’architettura di Piano è intrinsecamente composta di vuoti.
    Possiamo definire l’architettura di Piano con un ossimoro ‘spazio vuoto’ e si sa che ossimoro dal greco significa acuto+sciocco.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  13. ----> Vil geometra,
    riprendo questa tua frase: «Potsdamerplatz è un non-luogo. Non appartiene alla Berlino di oggi (chissà, domani?)».
    Soprattutto il finale: chissà domani?
    Non esistono nelle città dei non luoghi, ogni luogo, anche se funzionale al transito è mantenuto in vita dai lavoratori stanziali.
    Più che di luoghi di transito occorrerebbe parlare di luoghi in transizione.
    I luoghi in transizione non sono facilmente individuabili, vi faccio qualche esempio per capire meglio il concetto: le vecchie aree industriale abbandonate, alcuni porti non più utilizzati, le stazioni ferroviarie dismesse, molti piccoli paesi pedemontani abbandonati, e via dicendo.
    Capite bene che ogni luogo è in transizione o possibile, questa volta concreto, ‘non luogo’.
    Franco La Cecla in una mia intervista su WA diceva: «Possiamo fare a meno dell'architettura come sistema spettacolo, cioè il tipo di architettura che oggi è diventata una sorta di neomonumentalismo senza alcun senso del contesto. Ad esempio, qui a Berlino è impressionante il senso di accozzaglia di oggettini enormi a cui corrisponde il periodo di interventi degli ultimi dieci anni, ma quella che doveva essere la main street della città, Frederick Strasse è una cupa, insignificante serie di palazzi acciaio e vetro senza alcun senso dell'insieme». Link http://wilfingarchitettura.blogspot.com/2009/03/0030-speculazione-larchitettura-di.html
    Questa è una semplice visione estetica, l’architetto non può limitarsi all’estetica ma capire e saper agire sulle transitorietà.
    Sono sicuro che Berlino è un luogo, forse abitato con tristezza, ma non per questo possiamo prenderci in giro con le parole definendolo un ‘non luogo’.
    E dopo quanti di voi abitate bene la vostra città?
    Quanti di voi vi sentite fuori luogo?
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  14. ----> Vilma,
    non avevo letto il tuo articolo suggerito nel precedente commento di Matteo.
    Condivido la citazione che fai nel finale la città è: «una grande bestemmiatrice di simboli» (Alberto Sobrero)
    Una città priva di simboli sarebbe alienante, con grossissime difficoltà per la gente a riconoscere perfino l’uscio della propria casa.
    Non esiste l’architettura senza una propria fisiognomica legata anche al simbolo.
    Come per i writer l’architetto o chi per lui mette il proprio TAG sulla città.
    Questi TAG non vivono per sempre cambiano di giorno in giorno.
    Saper leggere i simboli implica saper leggere le sedimentazioni.
    In una foto pubblicata su un numero di Casabella vediamo un gradino d’ingresso in pietra di una casa, con due evidenti conche. Erano state prodotte nel tempo dai tacchi delle meretrici che lavoravano in quella zona.
    Saper leggere la città significa, non leggere solo i simboli, ma ciò che da vive oltre i simboli.
    I simboli lasciamoli ai semplificatori della politica, dell’accademia e agli architetti del centro storico.
    Vilma come hai letto nei precedenti commenti, quel Piano del 1972 a mio avviso non è un architetto per caso.
    Lo scrittore Bruce Sterling parlando del lavoro di Neri Oxman dice: «Basta con le noiose Macchine per Vivere, universali, ripetitive, serializzate, prodotte a grande scala. Sei già nel pieno paradigma del futuro: configurabile, personalizzabile, modificabile, adattabile. Complessità a basso prezzo. Infinità di dettagli. Interattività. Polivalenza». Letto su abitare ma è in rete qui---> http://atcasa.corriere.it/Design-e-architettura/Oggetti/2008/05/28/nuovo_materialismo.shtml
    Nel 1972 Piano stava già nel mezzo non possiamo trascurarlo.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

    RispondiElimina
  15. ----> Matteo,
    a proposito delle tue considerazioni, commento Vilma,
    aspetto di leggere il tuo post su Antonio Damasio.
    Credo che Piano sarà il più citato nella mia (meglio dire nostra) inchiesta, ma non credo che sia indicativo.
    Non condivido la tua analisi sul paesaggio urbano, ogni città o paese ha una sua storia, occorre non vederle con i filtri da esteta, ahimè, d’architetto.
    Anche i borghi medievali sembrano tutti uguali ma sono tutti diversi.
    Vogliamo iniziare a parlare di città senza le semplificazioni critiche o mediatiche del nostro tempo?
    Io ho visitato in lungo e largo la Sicilia, e ti dico che non esiste una città uguale, soprattutto nelle aree periurbane.
    Ti confesso, che spesso i nuclei storici se non sono economicamente vantaggiosi turismo o a misura di auto sono abbandonati.
    Inoltre molte aree suburbane sono state costruite contraendo mutui ventennali, ti sfido a parlare di degrado con chi ha condiviso questa sfida.
    Ti sfido ad andare a parlare di degrado con gli abitanti del ‘Sacco di Palermo’.
    Puoi raccogliere le classiche lamentele, perché i servizi nelle città della Sicilia spesso sono da terzo mondo, ma appena entri nelle loro case puoi capire cosa sto dicendo.
    Ovvio ci sono anche aree molto degradate in molte città sia nel centro storico, sia nelle aree periurbane.
    Credo che occorra prestare un’attenzione diversa e non giudicare con l’occhio compromesso dalla storia dell’architettura attraverso le belle foto.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

    RispondiElimina
  16. @ Salvatore,
    sono daccordo con te nel lasciar stare il termine "maestro" ma è proprio questo unanime,largo ed indistinto consenso su tutto l'operato di Renzo Piano che mi fa "odiare" questo grandissimo (che a volte si è dimostrato non esserlo/ed è del tutto naturale nella vita di un bravo architetto).
    Allora riformulo meglio il mio giudizio (e credo anche Matteo possa essere concorde) :
    Io "odio" (chi ama ciecamente) Renzo Piano...

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  17. ---> Cristian,
    su questo «Io "odio" (chi ama ciecamente) Renzo Piano» mi trovi ampiamente d’accordo.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  18. Ho letto con molto interesse sia l'articolo che i diversi commenti. Credo sia indiscutibile che Renzo Piano rappresenti, ancora oggi, uno dei migliori architetti viventi, pur non rappresentando più (ormai da moltissimi anni) quella che si potrebbe definire "l'avanguardia" dell'architettura. Al di là di "odiare" o "amare" (ammesso che questi personalismi possano interessare a qualcuno), ritengo esista un dato di fatto: Renzo Piano presenta palesemente un'altro lato dell'architettura, quello che non si perde nell'idea dell'architetto alla "fuffas" di stravaganti e a volte folli idee, alla ricerca magari di una originalità a tutti i costi, ma piuttosto di un architetto (magari di vecchio stampo (ha ormai 72anni!)) che svolge con amore e professionalità la propria passione, che tratta l'architettura e le persone che ne fruiranno col dovuto rispetto, e che magari riporta nell'architettura una gerarchia perduta da anni tra il "gesto" del singolo architetto e il "confort" di tutti gli altri. Per chiudere devo dire che non comprendo proprio quanti ancora sostengono la "mediocrità" degli interventi del Building Workshop: a parte l'enorme portfolio di riuscitissime architetture (che possono piacere o non piacere) devo far notare che anche qualora queste "ciambelle" non riescano "col buco", certo esse non sono mai cattive! (per rimanere in chiave culinaria). Forse quando gli architetti smetteranno di voler essere delle 'star', finalmente le architetture potranno tornare ad occuparsi del luogo, delle persone, dello spazio (e non è un caso che Piano si è sempre dichiarato estraneo allo star-system architettonico).
    Saluti a tutti

    RispondiElimina
  19. Alan,
    è vero Renzo Piano è una figura anomala di quel panorama che i media (io mi dissocio) chiamano archistar è una persona schiva, da anni non partecipa ai concorsi e sta incidendo (forse troppo) nella ricostruzione di Genova (pare con un progetto donato).
    Confesso che non è il mio architetto di riferimento ma faccio fatica a non considerarlo architetto, forse perché vivo in un luogo dove questa disciplina non esiste.
    Qui la mediocrità è già un lusso.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

    RispondiElimina
  20. @Salvatore (1-ott): nel mio intervento ho affermato di odiare R.P., certo, ma questo non implica che disdico le sue creazioni. Ed infatti ho rimarcato che tutti gli edifici del Building Workshop (io, al contrario, ho tutti i cinque libri pubblicati con le loro opere e sono pure stato a vederele di persona per quanto ho potuto) sono degli esempi molto validi di buona architettura. Lo so che ho scritto troppo e forse è sfuggita la frase in cui affermavo che "la qualità di queste architetture non risiede quindi nella ricerca formale/architettonica, ma nella grande capacità “ambientale” e spaziale che riescono a comunicare"...e quindi generalmente sono spazi vivi all'interno della città (pertanto sono stato molto colpito dall'intervento di Cristian, che sembra contraddire questo): citavo a questo proposito proprio il Beaubourg, contraddizione massima dell'architettura "classica".
    Quello su cui ho insistito però è il fatto che questa architettura insegna poco o niente.
    La mia lamentela sulle periferie deriva dal fatto che stiamo assistendo all'esposizione dell'eclettismo più indifferenziato: si va dalle case in legno alla tirolese, ai nuraghi, alle case con colonne doriche. Questo coacervo di stili crea un paesaggio tanto più indifferenziato quanto più aumentano le diversità fra un palazzone e l'altro. Quindi mi lamento perchè architetti come R.P. anzichè fornire indicazioni che possano tracciare una via maestra sulla "buona costruzione" di base rimangono sospesi nel loro beato limbo di mega-strutture e variegati musei.
    Chi se ne frega se Gehry fa i "muri curvi" quando noi poveri umani siamo costretti ad abitare in palazzine dettate dal più cieco arbitrio di geometri che si credono "architetti" o architetti che si credono "architetti"?

    Come dici tu i quartieri sono stati "sudati" dai loro proprietari con mutui ventennali (e oggi dico: beati loro che potevano avere il lusso di un mutuo!). Ma perchè occorre lavorare ancora sopra queste case per renderle vivibili? Non dovrebbero essere già tali all'atto della costruzione?
    Allora tanto vale lasciare a tutti la facoltà di auto-costruzione.

    Matteo

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  21. ---> Matteo,
    quest’estate mi sono dedicato anima e corpo a cercare una risposta a questo nostro grande male il ‘fighismo architettonico ‘ VS ‘l’indifferenziata edilizia’.
    Dopo l’inchiesta posterò questi articoli/post spesso sottoforma di colloquio.
    Abbiamo bisogno di trovare nuovi strumenti per leggere questo vasto territorio ‘dell’architettura diversamente costruita’. Mi spiego meglio, occorre evitare l’entusiasmo vippistico alla Boeri che organizza eventi mediatici per edulcorare un’area degradata a Gela (vedi il falso progetto Enzo Mari) o risolvere puntualmente dei problemi con la strategia del design d’autore (vedi Torino geodesign).
    Occorre trovare delle strategie concrete (cioè costruire) per veicolare l’architettura al di fuori delle caste architettoniche.
    Uscire fuori dall’architettura evento/manifesto/scritto/fotografato/happy hours/vernissage.
    Occorre concludere questa fase dell’ignavia architettonica perpetrata soprattutto dai grandi dell’architettura italiana.
    Dante a proposito degli ignavi scrisse:
    Fama di loro il mondo esser non lassa;
    misericordia e giustizia li sdegna:
    non ragioniam di lor, ma guarda e passa"
    Il problema che oggi in Italia gli ignavi sono quelli che hanno ‘Fama’.
    Il ‘non ragioniam di lor, ma guarda e passa’ è un atteggiamento da intellettuali ‘da divano del centro storico’.
    Una brutta storia.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

    RispondiElimina
  22. @Salvatore: Sottoscrivo in toto quello che hai detto.
    A questo proposito: avete notato che poco alla volta sono "scomparsi" manuali dedicati alla cosiddetta "edilizia di base" (mi riferisco alle analisi di Caniggia e Maffei ma anche al vecchio Manuale dell'architetto) ed invece imperversano manuali dedicati al "vetro" (come se fosse bello vivere in una scatola di vetro 24 ore su 24: cosa siamo? Criceti?) o alle "tensostrutture" (e qui come non dar torto a chi dice che la buona e vecchia tenda sia la migliore casa possibile...).
    Aspetto quindi futuri sviluppi
    Matteo

    RispondiElimina
  23. ---> Matteo,
    ti riporto l’incipit di un vecchio post:
    «Oggi, le analisi di mercato delle grandi aziende, i filtri di google (o dei diversi motori di ricerca) e l'editoria manualistica, sembrano i più attenti osservatori delle dinamiche sociali. In Italia ci sono più di 125.000 mila architetti e molte migliaia di laureandi, tra questi difficilmente ci sono compratori abituali di libri di critica o approfondimento, ma tutti almeno possiedono un manuale. Nelle mie frequentazioni in libreria mi hanno sempre incuriosito i titoli e gli editori di libri di pronto intervento, perché rispondono con tempismo alle esigenze dell'utente quando le istituzioni nicchiano. A tal proposito ne ho discusso con Sabrina Nart autrice di un manuale di orientamento per futuri e neo architetti.»
    Link: http://wilfingarchitettura.blogspot.com/2008/10/0020-speculazione-istruzioni-per-luso.html
    Ho tentato di fare altri colloqui ma ho ricevuto sempre non risposte.
    Sui manuali occorre ritornare a riflettere.
    Quest’inverno parleremo del nostro territorio e delle nostre città parlando con osservatori particolari o concreti operatori (spesso non architetti).
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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