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30 settembre 2009

0058 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] Spirito Architettonico Libero di Francesco Alois

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezza e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezza e perché?
Qui l’articolo introduttivo


Spirito Architettonico Libero di Francesco Alois

Ho molti architetti noti ancora in attività nel mio elenco degli "apprezzati", perché, per mia natura, rifuggo dall'eccessiva notorietà e dal rischio conseguente di autocelebrazione o mero sfoggio di mere capacità tecniche. Quindi non ne prevale uno, ma tanti, ognuno visto singolarmente per un'opera o per uno scritto teorico.

Dovendone scegliere uno, spunto nell'elenco Frank Owen Gehry ("della prima maniera"). In perfetta contraddizione con quanto da me affermato sopra, Gehry è per me colui che più si è avvicinato alla bellezza della funzione, inventando e codificando spazi e superfici nuovi attraverso una meditata contaminazione scultorea, rivisitando, a volte in maniera troppo perentoria, la certezza dell'esistente e delle sue regole scritte e non scritte. Funzione e scultura formano gli spazi.

Carlo Melograni. Non è propriamente definibile come un architetto "non noto" (è stato primo preside della Facoltà di Architettura dell'Università "Roma Tre"), ma è di quelli che "non compaiono nei libri di storia". Ha progettato quasi esclusivamente per l'edilizia residenziale popolare e per l'istruzione. Tiene da svariati anni "una lezione" che lui ama definire conversazione, presso la Facoltà di Architettura della SUN, grazie alla personale amicizia con Pasquale Belfiore, ordinario di progettazione in questa facoltà.
Il mio apprezzamento nasce dalla naturale predisposizione di quest'uomo alla conversazione, alla definizione e descrizione di concetti complessi con parole semplici, alla perfetta corrispondenza della sua teoria con la pratica progettuale ed alla particolare capacità di "rassicurare" gli studenti futuri progettisti ed i progettisti già tali, con semplici "regole" per progettare. Non a caso Belfiore lo ha definito nel 2008, architetto rassicurante, definizione apprezzata anche da Melograni. La sua architettura ha il pregio della bellezza nella funzione, una sorta di concinnitas riveduta ed attualizzata nel contesto contemporaneo. Le sue opere sono in continuo dialogo con l'esistente distinguendosi senza pretese di superiorità attraverso filtri trasparenti o opachi a seconda del discorso instaurato.
Ha scritto poco, ma ha scritto bene.

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3 commenti:

  1. Francesco Alois,
    la tua risposta mi ha spiazzato, è la più contraddittoria di quest’inchiesta, al limite del bipolarismo verbale.
    Su Frank Owen Gehry spesso si è fatta troppa confusione poiché, a mio parere, non è un decostruttivista (quella strana parola che indica i processi diagrammatici eisenmaniani) ma è un estremista postmoderno o meglio un postmoderno barocco. L’ultima deriva dell’architettura compositiva che mette in discussione il moderno in modo edulcorato.
    Su Carlo Melograni mi fido delle tue parole.

    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

    RispondiElimina
  2. E' vero, me ne avevi accennato già nell'email di risposta al mio post.
    Neanche io vedo bene Gehry nel catalogo dei decostruttivisti e condivido la definizione di "postmoderno barocco".
    Devo essere sincero, non so perché c'è qualcosa in Gehry che mi piace. Sarà perché in molte sue opere ci sono ancora elementi familiari come le finestre, anche se "estruse" e non incassate (e sempre tutte uguali...) o perché le forme dei suoi edifici mi sembrano un tentativo di ricodifica più equilibrata dei colleghi decostruttivisti degli spazi attraverso l'esplosione di superfici e volumi verso l'esterno o verso l'alto. Insomma un superamento del moderno senza stravolgimenti troppo estremi.
    L'unico elemento di congiunzione fra Melograni e Gehry (tra l'altro, curiosamente, nei tag il mio nome è inserito in mezzo a loro... e mi fa un po') è il senso di sicurezza che mi danno le loro architetture, sebbene in maniera molto diversa. Per Melograni sono le forme certe (ad esempio liceo Ariosto a Ferrara), per Gehry le forme manipolate da primitive.
    In entrambi i casi c'è da ricordare che sono ancora studente, ho ancora due anni di corso davanti a me e tanti altri (si spera...) di professione. Non è un mettere le mani avanti per giustificare una posizione così estrema, ma la consapevolezza che ho ancora tanto da studiare, ancora tanto da apprendere ed ancora tanto da vedere oltre al fatto che non ho mai visitato alcuna loro opera. La mia posizione di adesso, quindi, potrebbe cambiare più in la, anche se penso già di avere un punto fermo in Melograni.

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  3. Francesco,
    senza dubbio si cambiano ‘preferenze’ durante il percorso di studio.
    Appena finisci ricorda che non devi dare più esami e quindi dimentica tutto quello che in modo perentorio ti hanno insegnato e goditi la pace del dubbio.
    Dopo gli studi inizia la ‘tragedia (specialità italiana)’ poiché prendi consapevolezza con la figura del mestiere dell’architetto ‘affascinate ma bistrattato’.
    La tua risposta rimane un ossimoro architettonico ma è stimolante.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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