Facebook Header

26 agosto 2009

0029 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] Il nido e la tela di ragno di Rossella Ferorelli

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Qui l’articolo introduttivo



Il nido e la tela di ragno di Rossella Ferorelli (*)

Per quanto riguarda l'architetto famoso, la limitazione a un solo nome mi rende la vita alquanto difficile, perché ormai da anni ho rimosso dal mio modo di pensare la categoria "il preferito". Per questo motivo, mi prendo la libertà di allargare un pochino il cerchio della mia selezione... tu fanne pure ciò che vuoi!
Mi arrogo quindi il diritto di dire almeno un paio di nomi, accuratamente selezionati tra i due paesi che detengono a mio parere la palma di più avanzati in fatto di cultura architettonica: Olanda e Giappone.

Per l'Olanda the winner is: Ben Van Berkel, frontman di UNStudio. La mia preferenza nei confronti di questo team di progettisti si giustifica con il fatto che, se è vero che gli Olandesi sono campioni in materia di sperimentazione/sperimentalismo spaziale ed hanno senz'altro in mano il futuro di tutti noi, molti di essi sono a mio parere affetti da alcune patologie estetiche, per così dire, per le quali il loro modo di rappresentare il progetto - probabilmente più che i loro progetti stessi - li fa a mio avviso retrocedere in una logica cyberpunk che continua a risentire troppo di una disturbante atmosfera anni '90. Van Berkel, invece, è in grado di coniugare una ricerca dal sapore squisitamente rotterdamense ad un inappellabile talento compositivo. Per quel che ne so, tuttavia, mi sembra gli manchi quell'approfondimento etico-politico-teorico che come sai ritengo indispensabile e che oggi non so bene dove cercare.
Per il verso nipponico, invece, devo suddividere le mie simpatia tra la storica accoppiata Sejima-Nishizawa (anche se vedo che ultimamente lavorano spesso divisi... lo studio si è sciolto a mia insaputa?) ed il rubicondo Kengo Kuma. Fondamentalmente ritengo che entrambi incarnino alla perfezione quella japan-ness in architecture di cui parla Isozaki e che per me è sinonimo di assoluta levità, di grazia allo stato puro. Identifico questa dote squisitamente orientale in una tendenza dell'architettura a farsi, per così dire, tessile, e pertanto meravigliosamente gentile (persino femminile, benché tale aggettivazione in generale mi indispettisca). Se attribuisco ai signori SANAA in generale maggiori doti nel trattare i volumi, amo Kuma più propriamente per i suoi studi sui reticoli e i tessuti, che rimandano a questioni fascinosamente organiche. Non a caso, lo sfondo del mio blog è opera sua.

Ora, per quanto riguarda il progettista non-noto, il compito mi riesce ben più arduo. Non solo perché tale progettista probabilmente è non-noto anche a me (nel senso che, essendo ancora studentessa, ho relativamente scarsi contatti con le realtà poco conosciute al grande pubblico dell'architettura), ma soprattutto perché sarebbe forse corretto e interessante fornire qualche nome della mia realtà locale, magari di studi avviati da poco, e tuttavia il contesto di riferimento potrebbe giocare da convitato di pietra, falsando (o arricchendo?) la preferenza. Faccio ugualmente questa scelta anche per promuovere l'operato di un giovane studio della mia città, Moodmaker, che ha all'attivo appena una manciata di progetti ma che, nel loro piccolo, operano un vero e proprio taglio contemporaneo nel muro di gomma che avvolge Bari da capo a piedi e fa tornare tutto sempre nelle stesse vecchie mani, con le stesse vecchie regole. Anche solo per questo, per esser riusciti qualche volta a strapparglielo, a loro va tutto il merito ed il mio incoraggiamento.

(*) I caratteri del disturbo cronico è l'altro blog curato da Rossella Ferorelli.

Intersezioni --->OLTRE IL SENSO DEL LUOGO

Come usare WA
---------------------------------------------------Cos'è WA

__________________________________________

Leggi:

13 commenti:

  1. Rossella,
    tralascio i noti dato che sono molto noti e vorrei parlare dei tuoi meno noti, i Moodmaker.
    Spesso leggo che la figura dell’architetto si è persa rifuggiandosi dietro le sigle per diventare vero e proprio marchio di riconoscimento.
    In parte è vero ma quest’uso contiene una grande rivoluzione (o spirito del tempo) la contemporaneità ha abbandonato l’idea fallace dell’unico ‘grande architetto costruttore’, l’architettura è diventata (per fortuna sta diventando) plurima, flessibile, Wiki, multidisciplinare.
    Apprendo da te dell’esistenza dei Moodmaker e mi fido delle tue parole: «operano un vero e proprio taglio contemporaneo nel muro di gomma che avvolge Bari da capo a piedi e fa tornare tutto sempre nelle stesse vecchie mani, con le stesse vecchie regole. »

    Mi piace sperare che quest’inchiesta nata nella consapevolezza della contraddizione di due non definizioni ‘noto/non noto’ possa dare voce e arricchire il nostro panorama culturale spesso imbrigliato nelle logiche del fashion/potere.
    «Gianpaolo Tarantini è a Roma per "impegni di lavoro". Il giro delle sue attività, da un paio d'anni, ha come fulcro la capitale. E' qui che il giovane imprenditore barese, 34 anni, moglie e due figlie, l'ultima nata un mese fa, vive da lunedì a venerdì. Bella casa nel centro storico, agenda fitta di appuntamenti: colazioni e cene di lavoro, contatti, un'intensa attività di pubbliche relazioni (rapporti politici bipartisan) che - riferisce chi ne ha seguito il cammino professionale - negli ultimi due anni lo hanno catapultato in pianta più o meno stabile nel "giro che conta". Lo stesso Tato Greco, ex Udc, nipote di Antonio Matarrese, parla di lui come di "un mio amico", ricordando che: "Non è stato Giampaolo a presentarmi la D'Addario, lei era già in lista, io ho inserito un'altra persona indicatami da lui".» Paolo Berizzi, Tarantini, il piccolo re
    appalti facili e ragazze, La repubblica, 18 giugno 2009
    Link: http://www.repubblica.it/2009/06/sezioni/politica/berlusconi-divorzio-8/gianpaolo-tarantini/gianpaolo-tarantini.html

    Io credo (spero) che in Italia ci sia una forza latente che possa finalmente capire qual è il vero male dell’architettura e innescare i giusti meccanismi di reazione.

    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

    RispondiElimina
  2. Dici:

    Mi piace sperare che quest’inchiesta nata nella consapevolezza della contraddizione di due non definizioni ‘noto/non noto’ possa dare voce e arricchire il nostro panorama culturale spesso imbrigliato nelle logiche del fashion/potere.

    Sono sicura che si tratti di una iniziativa assolutamente utile.
    Stavo proprio pensando al fatto che il motivo per il quale ho aperto il mio blog è che non basto a me stessa nell'elaborazione di una visione (architettonica e non) del futuro. E mi rendo conto che mai idea fu più fruttuosa di questa, per quanto mi riguarda. In particolare, come pure mi sembra di aver scritto in un commento su uno di questi "[OLTRE IL SENSO DEL LUOGO]", la tua operazione ha generato più volte quel desiderato disvelarsi ai miei occhi dell'esistenza di altre visioni del mondo simili o diverse dalla mia, di cui ignoravo del tutto l'esistenza.
    Apprendo quindi che il mio blog sta avendo l'effetto che speravo benché io non ci stia scrivendo che raramente. L'esistenza in rete è da sola un'arma così potente? Evidentemente sì.

    Ieri sera ho rivisto lo splendido Ghost in the shell e non ho potuto che far mia la citazione finale, da oggi grido di battaglia de Il nido: «E ora dove andrà questo essere appena nato? La rete è vasta e infinita.»

    Per quanto riguarda quel che mi fai leggere sull'immagine di Bari sul teatro nazionale, sarei tentata di non ribattere nulla. La sola esistenza (tanto per dare uno sguardo al rovescio della medaglia) di personaggi come Tato Greco sulla scena politica è di per sè uno scandalo.

    Il mio interesse per la compagine politico-amministrativa della mia città passa con facilità da estrema a nulla, per una complessità di motivi. Io però non la smetto di pensare che qualcosa stia cambiando grazie a questa amministrazione. Per l'architettura? Poco in vista. Il (anche mio?) lavoro si presenta più duro del previsto.

    RispondiElimina
  3. Condivido l'interesse per Kuma e appunto la qualità materica della sua architettura.
    Io ritengo invece la "japan-ness" molto "terrena", spesso fortunatamente ancorata ai valori shintoisti per l'armonia naturale dei luoghi.
    Ma non volevo parlare di questo: non conoscevo lo studio Moodmaker e ti ringrazio per il consiglio. L'edificio per uffici e abitazioni in viale Ennio a Bari mi fa impazzire: molto rietveliano; forse un pò ridondante ed inutile in alcune sue parti ma bellissimo.
    Sorprende veramente che in tutte le rassegne di autori non noti la maggior parte sia del suditalia (non sono razzista, è solo che uno si aspetterebbe un maggiore sviluppo dell'analisi architettonica in quel di Milano ad esempio).
    A presto
    Matteo

    RispondiElimina
  4. ---> Rossella,
    interessante la tua citazione/grido di battaglia credo anch’io che occorre chiedersi ogni giorno: «E ora dove andrà questo essere appena nato?» con riferimento a qualsiasi ‘essere/software’ che ci offre alternative diverse al nostro mondo/rete.
    Invece credo che sia opportuno riflettere sulla logica non esclusivamente barese dell’imprenditore ‘furbo’ e dell’abitante ‘costruttore’.
    Un male, ma credo un’abitudine, che occorre analizzare senza filtri moralistici:
    1) cliché d’imprenditore italiano (riprendo la mia citazione): «Bella casa nel centro storico, agenda fitta di appuntamenti: colazioni e cene di lavoro, contatti, un'intensa attività di pubbliche relazioni (rapporti politici bipartisan) che - riferisce chi ne ha seguito il cammino professionale - negli ultimi due anni lo hanno catapultato in pianta più o meno stabile nel "giro che conta"»;
    2) cliché costruttore privato:
    «Patrizia D’Addario: E poi mi ha fatto una promessa
    Giampaolo Tarantini: Cioè?
    PD: Che..va beh te lo posso dire, tanto tu sei la guardia di tutto, mi ha detto che mi mandava gente sul cantiere, l'ha detto lui quindi ci devo credere?» (Sito dell’Espresso, Silvio e Patrizia, tutte le registrazioni, link: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/intercettazioni/2104809//0)

    Capire il nostro modo d’intendere il mondo del ‘mattone’ ci potrebbe aiutare a trovare delle sinergie che ci aiutino a costruire case con la logica consona all’architettura.
    Nessuna morale e tantomeno nessun ‘caso raro’ barese, per carità.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

    RispondiElimina
  5. ---> Matteo,
    Per una possibile intervista allo scrittore/architetto Gianni Biondillo su Wilfing Architettura mi ero appuntato questa citazione tratta dal suo libro ‘Metropoli per principianti’ (Guanda, 2008, pp. 70-71): «Nell’Italia meridionale non si leggono libri non c’è architettura. Il committente naturale di un architetto, che sia esso pubblico o privato, deve riconoscere nel progettista, condividere con lui un orizzonte etico-estetico. Una volta un mio amico architetto calabrese che viveva a Milano mi raccontò di un suo ritorno estivo al paese. Uno dei notabili, che conosceva fin da ragazzo, gli chiese un’opinione: “Bruno, mi sono fatto fare la villa dal geometra del paese. Ma tu che sei architetto, che sei uomo di gusto: ho comprato ‘sti due bei leoni di cemento. Dove credi li debba mettere in giardino?” Quale orizzonte credete possano condividere questo architetto con questo notabile? C’è da spiegarsi perché non è mai tornato a lavorare in Calabria?
    Il fatto che non esistano librerie non significa che non ci siano poeti o scrittori, ovvio. Che non ci sia “architettura” nel Sud Italia non significa che non esistano “opere architettoniche”. Alcune, anzi, sono superbe. Sono sempre casi isolati, però. Urla nella notte, opere di resistenza civile. Oppure sono piovute dall’alto, volute dallo Stato centralista».

    La tua considerazione sembra discordante con quella di Biondillo e pone un interrogativo importante, io non ho risposte immediate e cercherò con il mio piccolo WA di sviscerare quest’argomento apparentemente retorico e forse pieno di luoghi comuni.

    Trovo anch’io l’edificio per uffici un’architettura ‘fuori luogo’ (nel senso positivo) per il meridione, a tal proposito mi piacerebbe ricevere una risposta dagli stessi costruttori.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

    RispondiElimina
  6. Idee per i centri storici in abbandono: L'ufficio diffuso!
    Salavatore, come sai, non posso sopportare, neppure con l'immaginazione, l'abbandono totale del bellissimo centro storico del tuo paesello (sarebbe da inserire tra i patrimoni dell'Unesco!). Allora, da vil praticone geometro, lancio un appello per un bel concorso di idee tra voi nobili architetti (illustri o meno).
    Pur tenendosi lontani anni luce da operazioni propagandistiche alla Salemi Sgarbopoli, non sarebbe male confrontarsi per progettare il recupero del paesello di Salvatore ad uso UFFICIO DIFFUSO. La rete telecomunicativa, prometto, la progetterò io a gratis quando avrete finito di caddizzare i vostri sogni.
    Un bacione dal vil geometra.

    RispondiElimina
  7. ---> vil Geometra,
    prima occorre capire perché i centri storici come quelli del mio paesello sono stati abbandonati dagli abitanti.
    Poiché questi ultimi hanno stilato mutui per acquistare delle case/condomino dove prima era campagna.
    Luoghi che attualmente sono privi di qualsiasi funzione civica ma che non sono disprezzati, poiché sono abitati.
    Dieci anni fa quando il mio paese era ancora circoscritto, uno degli architetti/imprenditori più importante mi disse: prima ci occupiamo di costruire la nuova espansione e dopo restaureremo il paese antico.
    Non servono le idee per il sistema clientelare/mafioso, poiché sono sicuri di essere sempre gli attori protagonisti.
    Per restaurare il centro storico occorrerà la sabbia, il cemento, le ruspe e la mano d’opera al nero.
    Non importa chi redigerà l’idea/progetto tanto chiameranno gli stessi attori che hanno usurpato il territorio a monte.
    Sono convinto che il primo male dell’architettura italiana proviene da questa radicata brutta abitudine. Occorre ‘restaurare’ prima questa realtà senza più far finta di niente.

    A proposito di Salemi qualche giorno fa sono andato nuovamente visitarla.
    Eccoti un’immagine dell’artista Gianfranco Ferroni, in questo periodo esposta all’interno del Castello di Salemi: http://www.comune.bergamo.it/upload/bergamo/notizie/Ferroni_54_3398.jpg
    Rappresenta l’influenza di Sgarbi nei confronti dei paesani, una comunicazione a vuoto. Gli eventi nascono e muoiono all’interno della stessa lobby del critico TV.
    La piazza antistante al castello è stata la prima opera italiana dell’architetto portoghese Alvaro Siza coadiuvato dall’architetto siciliano Roberto Collovà (1988). Ebbene, sia il proprietario del bar della piazza che i custodi del museo non sapevano chi avesse progettato la piazza, ambedue lamentavano che all’epoca del terremoto del Belice 1968, la chiesa era stata abbattuta a causa dei gravi danni riportati, dicevano che in quel tempo non c’erano le tecnologie di oggi per poterla recuperare. Determinando una perdita importante per il paese.
    Siza era solo conosciuto dai viaggiatori curiosi, come la giovane coppia settentrionale con cui abbiamo condiviso una bibita fresca.

    Io vivo nei paesi e mi nutro di paesi e so bene, come dice Franco Arminio, che: «Un paese è un luogo in cui non si può barare». La vita non passa attraverso le visioni mediatiche del banditore d’arte televisivo.
    Dopo aver inciso pesantemente sul restauro degli scavi di Piazza Armerina, sta passando da Salemi un posto che per sua fortuna ha l’abitudine di restare immobile.
    Un consiglio appena arrivi nella prima piazza (puoi notare che la piazza diventa essa stessa una rotonda) siediti al bar e ordina un cannolo, ti sembrerà un po’ grande ma gustalo lentamente. Soprattutto la buccia d’arancia candita del primo boccone. Dopo fai una passeggiata senza nessuna pretesa, ed evita gli incontri televisivi.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

    RispondiElimina
  8. Vil, forse mi sono spiegato male: gli Olandesi non sono affatto Volanti come dici tu sono, anzi, un popolo che ha piedi perfettamente piantati per terra (o nell’acqua, e questa è una delle loro fortune).
    Allora, diamo un po’ dati:

    - sono più di 16 milioni di abitanti, su di un superficie di 41000 kq, densita 495 ab/km

    - il Veneto è 4,8 milioni di abitanti su una superficie di 18000 kmq, densità 265 ab/mq.

    Cosa si può vedere da ‘sta cosa? Che gli enormi polders di cui parli tu non esistono… o meglio, esistono perché hanno deciso (non essendo un popolo coglione) che non bisognava spalmare merda fatta di casettine unifamiliari, capannoncini e centruzzi commerciali su tutto il territorio… ragion per cui se tu pigli l’auto e parti da Mestre (VE) arrivi a Bergamo senza mai uscire dall’abitato. In Olanda pigli il treno e ti accorgerai che la città si ferma di brutto e inzia la campagna… poi un’altra città.. e poi campagna. In altre parole sono affetti da un sano collettivismo che li porta a non smerdare il territorio in nome del proprio individualismo. Che ne fanno fatto di questa campagna? La coltivano, hanno una delle maggiori università di agraria al mondo. Potrebbero tranquillamente sfamare tutta l’Europa.

    Poi entri nelle città, pigliamo Amsterdam: è costruita per gran parte (quella che non lo è si adeguerà) con isolati residenziali, fronti continui… sembra assurdo, ma non sono affatto modernisti. O meglio: pigliamo la parte buona del modernismo e la cattiva la buttano. Pigliano tutta una serie di strumenti e inventano isolati che si rompono, si contaminano si ibridano generando spazi perfettamente vivibili. Generando edifici ad alta densità che si incastrano a case unifamiliari, bifamiliari, schiere ecc ecc… perché, la tensione verso l’individualismo, ce l’hanno anche loro ma non la lasciano sfogare sul territorio. Così è nato il Borneo ma anche l’Iburg… interi quartieri (paesi) che mescolano linguaggi, strumenti e spazi estremamente vari e mai uguali a se stessi. Questa è l’Olanda e, per loro fortuna, non è per nulla volante ma ha i piedi ben saldi per terra. I piedi per aria… ce li abbiamo noi. Sarebbe ora di smetterla di guardare sempre la parte folcloristica della loro cultura: Ben Van… Khoolas…. Le puttane in vetrina…. le canne…e via dicendo… Parte folcloristica che dipende innanzitutto dai nostri occhi e non certo dall’immagine che loro danno di sé. Ovvio che i miei discorsi si fermano all’architettura ma se iniziamo a parlare di altro ti accorgerai che non sono nemmeno quel popolo nichilista e relativista che viene dipinto da certi coglioni di casa nostra (e che a te da quel che ho capito, fa esclamare che per fortuna non assomigliamo loro, o no?).
    Anzi, io direi che se un Dio esiste… ‘sto bastardo ha una preferenza schifosa per gli Olandesi.

    Robert

    PS: hanno pure i centri storici... come noi... pensa te! :-)

    RispondiElimina
  9. Nota: per chiarezza Robert riprende un commento di vil geometra pubblicato in questo post http://wilfingarchitettura.blogspot.com/2009/08/0027-oltre-il-senso-del-luogo-linea-di.html

    ---> Robert,
    una brutta serata ieri?
    Un giorno mi trovavo a casa di alcuni studenti di architettura a Reggio Calabria, uno di essi era appena tornato da Lille in Francia, dove aveva frequentato i corsi Erasmus.
    Si trovava a disagio, raccontava di essere stato in un mondo fantastico, era il suo primo viaggio all’estero dopo 22 anni passati nella sua Calabria.
    Mentre parlavamo, imperversava un violento temporale autunnale, dopo mezz’ora ci siamo affacciati, le strade si erano trasformate in pericolose fiumare.
    Improvvisamente il mio amico con una gioia violenta cominciò a gridare: “Ancora, ancora pioggia, così si trascina sta’ città di …”
    Gridò senza tregua per molto tempo.
    Robert,
    siamo all’anno zero dell’architettura, prendiamone atto, tutto questo è avvenuto, adesso dobbiamo porci una sola domanda: «Come ricostruire la nostra Italia devastata dalle barbarie dei cementificatori e dagli architetti accademici da poltrona?».

    Hai ragione non dobbiamo prendere il folclore dell’Olanda a tal proposito ti riporto un botta e risposta tra me e Maria Elena Fauci in un’intervista su Wilfing Architettura, rubrica FUGA DI CERVELLI:

    SD: L'Olanda sembra essere la patria ideale dell'architetto: Hendrik Petrus Berlage (1866-1934), Gerrit Rietveld (1888-1964), Jacobus Johannes Pieter Oud (1890-1963), Rem Koolhaas (1944) OMA/AMO, Wiel Arets (1955), Francine Houben (1955) Mecanoo, Ben Van Berkel (1957) UN Studio,Winy Maas (1959) MVRDV, Lars Spuybroek (1959) NOX, Adriaan Geuze (1960) WEST 8, ne cito solo alcuni per brevità, i quali hanno una notevole influenza internazionale, sia teorica che architettonica, una caratteristica endemica, un caso, una strategia o altro?

    MEF: Bella domanda.
    No non è un caso. È lo stesso identico quesito che mi sono posta anch'io e sul quale ho chiesto spiegazione a tanti designers olandesi intervistati (Aldo Bakker, Maarten Baas, Kiki van Eijk, Richard Hutten, Claudy Jongstra, Edward van Vliet) che già a soli 26 anni sono famosi in territorio internazionale e presenti all'interno delle più prestigiose gallerie d'arte contemporanea del mondo.
    Per cui se consideri gli architetti che hai citato (ce ne sono talmente tanti altri...) e li sommi ai designers (anche loro numerosissimi) il risultato che ottieni è davvero sorprendente.
    Le università sono di buon livello, e cosa non da poco, il governo finanzia i progetti di laurea delle accademie di design.
    Poi, devi anche considerare che l'Olanda è un piccolo stato, e puoi raggiungere la notorietà in tempi brevi. Economicamente è in espansione e ci sono tantissime imprese che si spingono al di là dei confini prettamente territoriali.
    Gli olandesi sono prevalentemente uomini d'affari, grandi risparmiatori (sino al più piccolo dei centesimi) e amano investire e sperimentarsi in nuove cose.
    Inoltre, gli studi che hai citato sono delle vere e proprie aziende, con una media di 50 professionisti suddivisi gerarchicamente.
    Credo che il loro successo sia una caratteristica endemica, potenziata in ottime scuole, ma anche tanta strategia e tenacia in un terreno sicuramente fertile per la crescita e l'evoluzione.

    Link: http://wilfingarchitettura.blogspot.com/2008/12/0004-fuga-di-cervelli-colloquio-italia.html

    Infine non riesco a comprendere il significato dell’architettura nichilista, al massimo possiamo parlare di architettura ‘iconica’, il linguaggio credo che sia importante per non dire cavolate.

    Spero che ti riprendi presto dal viaggio.
    Un saluto italiano ma non d’arcitaliano, meglio un saluto paesano ma non da strapaesano, ancora meglio un semplice saluto apolide,
    Salvatore D’Agostino

    RispondiElimina
  10. Architettura nichilista: segnami dove ho parlato di architettura nichilista… io non lo trovo.

    Penso che il linguaggio sia importante innanzitutto leggerlo per non inventare cavolate.

    Robert

    RispondiElimina
  11. ---> Robert,
    niente, non c’è verso.
    Comprendo il tuo stato d’animo.
    Ti posso offrire un bel bicchiere di vino rosso etneo, che ne pensi?

    Nichilismo, con riferimento a questa tua frase:
    «Ovvio che i miei discorsi si fermano all’architettura ma se iniziamo a parlare di altro ti accorgerai che non sono nemmeno quel popolo nichilista e relativista che viene dipinto da certi coglioni di casa nostra (e che a te da quel che ho capito, fa esclamare che per fortuna non assomigliamo loro, o no?)».
    Concordavo con te nel dire che non esiste un’architettura nichilista, al massimo, un’architettura iconica.
    La mia frase: «il linguaggio credo che sia importante per non dire cavolate», si riferiva a chi parla di architettura nichilista, per scagliarsi a torto, su una certa tendenza dell’architettura contemporanea, non era riferita alla tua persona.
    Io dico semplicemente che occorre leggere bene il nostro carattere da ‘edile furbo’ per iniziare a contrastare concretamente questa deriva cementarchitettura, non credi?
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

    RispondiElimina
  12. Mitteleuropa.
    Salvatore e Robert,
    ho speso tutte le ferie e i ponti tra il 1995 e 2001 per girare in lungo e in largo la mia Mitteleuropa. Ho avuto le palpitazioni quando ho visto la Hundertwasserhaus di Vienna, o la casa Topic' di Praga. Mi sono commosso alle lacrime alla visione celestiale delle città, ideali e ideologiche, di Povàzska Bystrica (Slovacchia) e di Stalowa Wola (Polonia). Ho tremato di emozione davanti ai panorami Berlinesi, soprattutto Alexanderplatz n.4 o lo Stadio Olimpico prima della ristrutturazione (un po' meno per Potsdamerplatz, ma non per la bontà del progetto... affronterò l'argomento un giorno).
    Poi, quando tornavo a casa, nel valicare il Brennero o Ugovizza, mi prendeva l'angoscia nel subire la maleducazione generalizzata dei miei conterranei o nel vedere le brutture dei nostri Autogrill: provate a fare un paragone con quelli Austriaci, Arnwiesen (progettato da Karl Hodina) ad esempio.
    Seguivano poi tre ore abbondanti di bestemmie, fino all'arrivo a casa. Sì, maledicevo il mio sporco idiota e corrotto paese.
    Non voglio quindi mettere in discussione la superiorità degli Olandesi, paragonati ai quali noi siamo dei pagliacci; onore al merito.
    Il mio intervento era solo costruttivo; volevo solo dire che, a noi edili Italioti, è difficile persino sperimentare senza cadere nel "pugno-in-un-occhio", che le politiche centrali fatte di tagli sconsiderati hanno costretto i comuni a urbanizzare selvaggiamente al solo fine di raccogliere i soldi con i cosiddetti oneri, ciò che ha reso gran parte del nord Italia uno schifoso spezzatino di maisonette, prefabbricati, asfalto e autobloccante...
    Che fare allora? Ciò che è stato rovinato non si può più rimediare, se non nei prossimi secoli.
    Possiamo chiedere all'esercito Olandese se per favore ci invade (mi propongo per formare il governo collaborazionista)?
    Oppure, più saggiamente, perchè non cerchiamo una Via Italiana alla progettazione, un modo italico modo di costruire il moderno, salvando il salvabile dell'antico, una nuova ondata gioiosa che butti fuori dal gioco i cani e i porci paraculati ma che abbia una propria e riconoscibile personalità stilistica?
    Saluti affettuosi.

    RispondiElimina
  13. ---> Vil geometra,
    che sia chiaro non possiamo cadere nel gioco ‘linguistico accademico’ che inventa falsi termini per parlare del nulla.
    C’è una cifra stilistica italiana degl’ultimi quarant’anni ed è quella che definisci ‘dell’edile italiota’, occorre prenderne atto, e non fare finta di niente e soprattutto non cadere in facili congetture che tutto questo male di cemento derivi da una certa corrente architettonica.
    L’Italia dal 70’-ad oggi ha bandito l’architettura in funzione di un’edulcorata perenne emergenza affaristica/politica chiamata 17% del PIL italiano da tutelare ad ogni costo vedi i tre condoni.
    Come sovvertire questa cifra stilistica?
    Io ho solo una risposta portare i temi dell’architettura più sana all’interno del ‘ciclo del cemento’.
    Partire dalla gestione delle cave, degli impianti del cemento e dalla dignità del lavoro.
    So bene che è praticamente impossibile ma non voglio coprire le mie tesi ‘inutili’ sull’architettura dietro l’edulcorata facile dialettica accademica.

    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

    P.S.: Rossella scusa l’invasione di temi distanti dal tuo in questo post. Capita!

    RispondiElimina

Due note per i commenti (direi due limiti di blogspot):

1) Il commento non deve superare 4096 caratteri comprensivi di spazio. In caso contrario dividi in più parti il commento. Wilfing architettura non si pone nessun limite.

2) I link non sono tradotti come riferimento esterno ma per blogspot equivalgono a delle semplici parole quindi utilizza il codice HTML qui un esempio.