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15 agosto 2009

0021 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] De Architectura di Pietro Pagliardini

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Qui l’articolo introduttivo


De Architectura di Pietro Pagliardini


Salvatore ti devo deludere, non perché non voglio rispondere, perché io ti sto rispondendo, ma per il fatto che la mia risposta potrà sembrarti insincera o esageratamente snob e non saprei nemmeno darti torto. Ma in realtà, avendomi tu posto due domande secche, a bruciapelo e del tutto categoriche, di quelle che non ammettono incertezze o dubbi, come nei quiz psicologici, mi sono reso conto che alla prima non ho saputo darmi una risposta immediata mentre alla seconda non ho avuto dubbi.
Ora tu dirai: ma com'è possibile che un architetto non abbia una stima esagerata, anzi, un idolo, un maestro di riferimento al punto di dover pensare chi sia l'architetto vivente più famoso che io più apprezzi! Invece io ti dico che oggi è proprio così. Ma non è davvero una forma di snobismo, tanto meno di presunzione, è così, punto e basta.
Se tu mi avessi chiesto qual è l'architetto moderno che io apprezzi di più ti avrei risposto Gino Valle, ma purtroppo è scomparso da qualche anno e dunque la risposta non vale.
Ma non voglio sfuggire e ti dico che, pensandoci un po’ sopra, vorrei essere bravo come Demetri Porphyrios. Ho detto "vorrei essere bravo come" e non "che apprezzo di più" perché molti ve ne sono che apprezzo e le graduatorie non mi piacciono. Essere "bravo come" significa che quell'architetto possiede qualità che io non ho e che vorrei avere, ma non è un giudizio di valore assoluto, è relativo al mio modo di intendere l'architettura e che non pretendo affatto sia condivisa da tutti. E' un giudizio di tipo assolutamente personale, come accade nell'ascolto della musica.

Quanto all'architetto non famoso (non noto è proprio brutto, perché qui da noi è notissimo) è l'architetto Roberto Verdelli di Arezzo. Di lui apprezzo molte cose, soprattutto il fatto che ha un approccio globale all'architettura, nel senso che riesce ad inquadrare il tema architettonico sempre ragionando sul contesto, qualunque esso sia, urbano o rurale. Non che non sbagli, come tutti, ma capisci il metodo è sempre corretto.

Entrambi, il noto e il meno noto, hanno la caratteristica di non volere per forza sovrapporre l'architetto all'opera e di sapersi nascondere, a tutto vantaggio del progetto.

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2 commenti:

  1. Pietro,
    mi piacerebbe averti come cicerone dell’architettura tradizionale nella tua Arezzo/Toscana.
    Non ho elementi per parlare dell’architettura di Roberto Verdelli.
    Invece ho visto l’architettura di Demetri Porphyrios in un classico Wilfing tematico sul Web.
    A tal proposito ti parlo di un libro che amo particolarmente John Summerson ’Il linguaggio classico dell’architettura’.
    Un libro proto blog, nasce da una conversazione alla radio, dove per l’occasione fu distribuito un libricino con allegate le immagini, in modo tale che l’ascoltatore potesse orientarsi meglio.
    Summerson espone il latino dell’architettura classica ed inizia con tre precisazioni:
    1) un edificio ben proporzionato, ma senza elementi classici, non è classico;
    2) gli elementi essenziali dell’architettura possono essere espressi coscientemente o incoscientemente nell’architettura di tutto il mondo;
    3) dobbiamo anche accettare il fatto che l’architettura classica è riconoscibile come tale soltanto quando alluda, anche di sfuggita e in modo sommario, agli antichi “ordini”.
    In riferimento all’ultima annotazione cita l’esempio dell’architettura di Peter
    Behrens che traspose il linguaggio classico in termini di acciaio (vedi il progetto per l’industria elettrica AEG) e Auguste Perret che traspose il linguaggio classico in termini di cemento armato (vedi edificio per la marina militare a Parigi).
    Summerson credeva che solo attraverso la conoscenza profonda della grammatica del classico si potesse continuare a costruire, evolvendo il linguaggio, nel contemporaneo. Cita delle lettere dell’architetto Hebert Baker: «Ho l’audacia di usare l’ordine dorico, corroso dal tempo, che trovo così bello. Non lo si può copiare. In realtà, bisogna impadronirsene e poi realizzarlo… Non lo si può copiare: ci si troverebbe presi in trappola e il risultato sarebbe un pasticcio.» p. 23
    Summerson chiosa in questo modo: «Ecco un architetto che sapeva davvero, avendolo appreso per esperienza, che cosa significa il linguaggio classico. Egli, al tempo stesso, amava, rispettava e sfidava gli ordini. Se uno dei punti fondamentali nella creazione di grandi edifici classici è comprenderne le regole, l’altro è sfidarne le regole.» p. 24
    Nel capitolo ‘Il classico nel moderno’ chiama in causa Le Corbusier: «la mente più fertile del nostro secolo in campo architettonico e anche, per quanto possa sembrare strano, una delle più classiche.» p. 64.
    Prima Behrens e Perret e in seguito Le Corbusier si trovavano ad affrontare i temi del moderno che non erano solo stilistici ma pratici, includevano tutti i paradigmi derivanti dall’industrializzazione.
    Cambiamenti che esigevano risposte concrete, la città e l’uomo non può più vivere nelle città preindustriali occorreva dare altre risposte.
    Soprattutto l’innovazione tecnologica acciacco e cemento armato costringevano gli architetti a elaborare il linguaggio dell’architettura.
    Demetri Porphyrios sembra trascurare la lezione del linguaggio classico di Summerson, imitando con il cemento armato canoni classici niente che possa stimolare un dibattito su nuovi codici dell’architettura.
    Concordo pienamente con Summerson quando afferma : «Se uno dei punti fondamentali nella creazione di grandi edifici classici è comprenderne le regole, l’altro è sfidarne le regole.» nelle architettura transnazionale dell’architetto greco leggo una stanca edulcorata retorica degli stilemi classici
    Porphyrios non innesca nessuna riflessione sul linguaggio e si limita a guardare/imitare le pietre.
    Con Porphyrios la grammatica architettonica non evolve.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

    RispondiElimina
  2. Devo dire che mi piace tantissimo l'idea di Pietro a conclusione e sottoscrivo: basta architetti che in tutti i modi cercano di far emergere il proprio "io" in tutte le opere che fanno.
    Io credo che questa sia poi la definizione più pregnante di "archistar", che cita giustamente Bardellini nel post precedente (mentre a mio parere non sono tutti gli architetti "contemporanei", visto che molti contemporanei progettano edifici fuori dai canoni "moderni").
    Ciao
    Matteo

    P.S. Mi iscrivo anch'io al tour aretino :)

    RispondiElimina

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