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26 maggio 2011

0013 [FUGA DI CERVELLI] Colloquio Giappone ---> Italia con Junko kirimoto

di Salvatore D'Agostino 
Fuga di cervelli è una TAG non una definizione. La TAG è contenitore di diversi 'punti di vista'.

C’eravamo lasciati con il racconto di un italiano in Giappone ripercorriamo lo stesso viaggio all'inverso: una giapponese nel cuore di Trastevere.

Salvatore D'Agostino Junko Kirimoto di anni..., originaria di..., migrante a ..., qual è il tuo mestiere? 

Junko kirimoto Sono nata a Yokohama quarantuno anni fa, ho vissuto i primi dodici anni a Tokyo, poi a Kobe; ho fatto 4 anni di università a kyoto. Subito dopo la laurea mi sono trasferita a Roma per collaborare con Massimiliano Fuksas. Sono architetto e designer.

Com'è nata la collaborazione con Massimiliano Fuksas? 

Al terzo anno di università lavoravo presso un architetto giapponese, Shin Takamatsu, molto di conosciuto all’epoca. Io stavo spesso nella sua biblioteca a leggere i suoi libri raccolti in tutto il mondo, è lì che ho trovato alcune monografie di Fuksas.
Takamatsu era un carissimo amico di Fuksas nonché il relatore della mia tesi di laurea. Ed è stato lui che ha scritto la lettera di raccomandazione a Massimiliano Fuksas per me.


Ricordo le architetture ‘post-brutaliste’ di Shin Takamatsu, pubblicate in Italia dalla rivista ARCA.
Leggendo le biografie degli architetti giapponesi, ritrovo sovente un forte connubio tra università e praticantato presso gli studi degli architetti.
Che cosa ti è rimasto della tua formazione universitaria e lavorativa? 


Detto francamente, io non amavo molto la sua architettura. Personalmente ho un altro tipo di approccio verso lo spazio. A me piaceva la sua personalità come maestro e tutt’ora sono rimasta in buoni rapporti con lui.
Mi piaceva come pensava l'architettura e la sua energia nel coinvolgere gli allievi.
Da studentessa, a differenza dei suoi collaboratori e di altri studenti, io mi comportavo come una persona normale, mi ponevo allo stesso livello. In Giappone c’è una separazione netta tra i maestri e gli allievi o studenti. Gli allievi trattano i loro maestri come se fossero Dei. Tra maestro e allievo sono difficili i dialoghi come tra persone normali. È un aspetto della cultura giapponese che non mi piace. Io riuscivo a comunicare con lui in maniera normale, come due adulti. Ovviamente c'era un enorme differenza di cultura tra me e lui. 


Che cosa hai imparato nel suo studio? 

Attitudine al lavoro e la passione per l’architettura. 

E dall'università? 

La facoltà che ho frequentato era un po' particolare. Nata un anno prima che mi iscrivessi come una facoltà di architettura sperimentale, era a numero chiuso 25 – 30 studenti.
Didatticamente non davano un gran peso alle materie di base come matematica, strutture o storia di architettura, ma puntavano tutto sulla progettazione. Infatti dal primo anno c’era la progettazione uno e chiamavano gli architetti noti come Toyo Ito, Riken Yamamoto o, appunto, Shin Takamatsu come relatori. Ospitavano anche gli architetti della AA school di Londra per conferenze o workshop.
In Giappone i professionisti possono diventare professori universitari, quando sono invitati, senza rinunciare alla libera professione. Per i professionisti insegnare all'università è un vero onore (ovviamente sono pagati anche bene).
Ritornando alla tua domanda,
grazie a questo sistema sperimentale ho imparato ad esprimere la mia idea sin dal primo anno. 

Mi piacerebbe leggere la lettera di raccomandazione di Shin Takamatsu. Perché hai scelto di lavorare per Massimiliano Fuksas? 

Perché ha uno stile che non esiste in Giappone, lui progetta l’architettura con istinto, come un pittore.
Come ti dicevo avevo letto dei libri su Massimiliano Fuksas e mi sono fatta affascinare dall'idea di lavorare per lui. Sapevo dell'amicizia con Shin Takamatsu e gli ho chiesto la sua intermediazione.
Nel giro di qualche mese mi sono trovata a Roma a lavorare nel suo studio.
Una realtà lavorativa totalmente diversa.

In che senso?

Non so come dire, ecco, mancava quel rapporto diretto o se vuoi edificante con l'architetto.
Che per me resta una prerogativa essenziale di vita.

Quanti anni hai lavorato per Massimiliano Fuksas?

Due anni e mezzo.

E dopo?


Durante l'esperienza lavorativa da Fuksas, sono stata nel cuore di Trastevere dove aveva l'ufficio. Quel periodo per me è stato un momento importante, in particolare ho conosciuto delle persone molto interessanti che venivano da tutto il mondo, Germania, USA, Francia, Svizzera, tutti cercavano di fare un'esperienza dall'architetto superstar romano. Adesso a 20 anni di distanza, sono rimasta in contatto con molte delle persone che ho conosciuto in quel periodo, tra cui il mio attuale marito che è pure partner dell'ufficio.

Mi piace il sostantivo 'ufficio' poco usato dagli architetti italiani. Dal punto di vista anagrafico sei più un architetto italiano che giapponese?

Semplicemente mi suona meglio di 'studio' non c'è un grande significato dietro.
Dentro di me ho ancora lo spirito giapponese mischiato con quello italiano che è subentrato nella mia vita.
Il lato giapponese mi serve per la creatività, mentre quello italiano per rilassarmi.

Questa tua risposta mi ha fatto venire in mente una frase di Carlo Scarpa:

«L'architettura è un linguaggio molto difficile da comprendere - è misterioso, a differenza delle altre arti, della musica in particolare, più direttamente comprensibili. In Giappone, ad esempio, si avvertono due tendenze ben distinte: il buddismo, di derivazione cinese, e lo shintoismo - tanto è vero che l'architettura cinese, pur molto gloriosa, non ci piace. Il valore di un'opera consiste nella sua esposizione - quando una cosa è espressa bene, il suo valore diviene molto alto.»1
Esistono ancora queste due anime in Giappone?

Sì. Nella nostra anima sono rimasti due religioni come cultura. Lo stato è laico, politicamente non abbiamo religione di nessun tipo e nessun partito politico religioso.
La nostra educazione, sia a casa che a scuola, è basata su queste due religioni.
Per molti aspetti, tra la cultura giapponese e quella italiana, vi è una profonda incompatibilità. 


Quali sono le incompatibilità più evidenti? 

Abitudini sul rispetto per le persone e le cose. 

Akira Kurosawa condivideva con Federico Fellini, la trasposizione visiva e narrativa in film dei suoi sogni.
Nel film 'Sogni' vi è un episodio che a rivederlo adesso sembra - nel suo dramma assoluto - profetico: Fujiama in rosso (traduzione in italiano).
Il risveglio del vulcano Fujiama causa violenti esplosioni, devastando in poco tempo il paesaggio circostante.
Un'immensa folla scappa e finisce per gettarsi da una scogliera a picco sul mare.
Un ingegnere della centrale atomica2 costruita in prossimità del monte, descrive gli effetti deleteri della radioattività a un uomo e una donna che tiene stretti a se due bambini; sono gli unici ancora in vita sul promontorio.
Prima dell'arrivo della nuvola letale l'ingegnere decide di gettarsi dalla rupe.
Nell'ultima scena si vede l'uomo lottare contro la nube tossica cercando con la giacca di allontanarla, nel tentativo estremo di proteggere la donna con i suoi figli.
Io non ho visto questo film e non so dire molto al riguardo.
Su Fukushima si sono scoperti tanti lati oscuri, l'inaffidabilità sia del governo che delle grosse aziende giapponesi come Tepco.
Questo incidente doveva succedere da tempo, come racconta Kurosawa vent’anni fa nel suo film.
In questo periodo, studiando il nucleare in Giappone - perché fin ora non ne sapevo niente - ho scoperto tante storie spaventose che è inutile elencare in questo contesto. Vorrei parlare della reazione diversa del popolo giapponese da quello italiano.
Ho un'amica che ha un fratello ingegnere che in questo momento, lavora alla centrale nucleare di Fukushima per il recupero del quinto e sesto reattore. È uno dei famosi cinquanta eroi che hanno iniziato e tuttora lavora ininterrottamente dopo l'incidente. La sua famiglia si è trasferita a Tokyo, perché abitavano a dieci km dalla centrale in un complesso di abitazione per i dipendenti dell'azienda. Il figlio di questo ingegnere di un anno e mezzo ha detto a sua zia (questa mia amica): «Kanako, non devo dire agli altri - i nuovi amichetti che incontra nella nuova città - che mio papà sta lavorando al reattore nucleare, vero?».
Questo perché rischia di non avere amici. Nella mentalità giapponese, il bimbo non viene trattato come il figlio di un eroe e rischia di essere isolato.
Anche se i bimbi sono troppo piccoli per capire, sono informati dai genitori.
Tutti questi ingegneri e operai che lavorano al nucleare sono vittime di questo incidente in prima persona, anche se i reattori non sono stati progettati da loro. Il giapponese reagisce in modo sbagliato. Se fosse successo una cosa simile in Italia, li avrebbero accolti in modo completamente diverso.
In genere dei giapponesi parlano molto bene, ma ci sono alcuni comportamenti di questo popolo che qui in Italia è difficile immaginare. Con aspetti al limite del disumano.
Forse mi sono allontanata troppo dalla tua domanda? 

No. Anzi, hai reso bene l'idea.
Mi ricollego ai temi di una tua recente intervista3, dove spiegavi che in Giappone in seguito al devastante terremoto del 1923 tutti gli edifici sia storici sia di nuova costruzione - in pochi anni - sono stati riadattati o costruiti secondo una rigida normativa antisismica.
Con realismo, dicevi, che in Italia un intervento del genere sarebbe impossibile:
«Se per ristrutturare con modalità antisismica un edificio ci si mette una vita, non ci si può stupire se poi nel frattempo avvengono delle tragedie. È una questione di priorità e di volontà politica».
Mi parli della tua esperienza di architetto in Italia? 

I miei parametri sono basati sulle due precedenti esperienze lavorative Fuksas e Takamatsu, dimenticavo anche su Kazuyo Sejima che a quei tempi era un architetto emergente.
Studi di architettura dove si lavora tantissimo, 12 – 15 ore al giorno, ovviamente sacrificando le ore personali.
Arrivo a Roma, dove praticamente lavoravamo io e un altro ragazzo giapponese, gli stranieri (tedesca, svizzero, inglese, americano e altri) e due ragazze calabresi.
Gli altri italiani si mettevano a discutere su ogni problema: lavoro, calcio, mogli, figli. Ovviamente con le mani ferme. Il mio scopo per il primo anno è stato quello di imparare bene l’italiano - non parlavo inglese - per incazzarmi con questa gente.
Nonostante ciò mi sono divertita, perché mentre in Giappone stavo chiusa in ufficio tutte le ore di veglia, qui avevo tutti i pomeriggi (dopo le sei) per passeggiare (sono arrivata nel mese di giugno, bellissimo) con un amico pittore canadese che già conoscevo prima di venire in Italia, facevo dei piccoli viaggi ogni fine settimana (tranne sotto consegna).
Il secondo anno da Fuksas, il ragazzo giapponese se ne è andato dicendo:«io me ne torno in Giappone e riprendo a lavorare. Non posso continuare a giocare». Aveva già lavorato per sette anni in un'azienda e stava aprendo il suo studio, era in Italia grazie alla borsa di studio organizzata dal ministero della cultura giapponese.
È stato sostituito da un altro ragazzo giapponese, con pari esperienza professionale.
Ricordo, che in quel periodo, gli architetti noti europei nelle loro discussioni si vantavano: «io ho un collaboratore giapponese, lavora benissimo»; «io ne ho due». Era una moda, nonché una convenienza, avere dei collaboratori giapponesi. Nello studio di Fuksas qualsiasi cosa facevamo noi giapponesi andava bene. Se per caso ci sbagliavamo, Fuksas si arrabbiava con gli altri, ma non con noi. Quest’aspetto non mi piaceva.
Poco prima di andare via è arrivato un ragazzo, che è il mio attuale marito, Massimo Alvisi. Con lui ci siamo trasferiti a Genova, perché ha iniziato a lavorare per Renzo Piano. Io ho trovato lavoro a Milano in un ufficio di interior design; facevano tutti gli interni per Gianni Versace. Mi occupavo del settore franchising nel mondo insieme ad un altro ragazzo giapponese. Il ritmo di lavoro e la professionalità erano completamente diversi da Roma. Dopo un anno ho avuto un figlio e ho smesso di lavorare.
Dopo la nascita di mio figlio abbiamo avuto il nostro primo incarico, 'INCÁ' a Barletta, un complesso industriale. All’inizio lavoravamo da casa e dopo tre anni di esperienza da Renzo Piano, Alvisi ha deciso di mettersi in proprio e trasferirsi a Roma dove ha avuto l’incarico, da parte di Renzo Piano, a seguire il cantiere dell’auditorium 'Parco della musica'.
Era l’aprile del ’98. 

Basta visitare il vostro sito (alvisikirimoto) per capire l’intensità e la qualità dei progetti dal 1998 a oggi. Senza trascurare le continue collaborazioni con studi internazionali.
Vorrei concludere il nostro dialogo con una frase che mi è venuta in mente mentre leggevo le tue risposte.
«L'Italia è ancora come la lasciai, - scriveva Johann Wolfgang von Goethe nelle note al suo secondo viaggio in Italia - ancora polvere sulle strade, ancora truffe al forestiero, si presenti come vuole.
Onestà tedesca ovunque cercherai invano, c'è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina; ognuno pensa per sé, è vano, dell'altro diffida, e i capi dello stato, pure loro, pensano solo per sé.
Bello è il paese! Ma Faustina, ahimè, più non ritrovo. Non è più questa l'Italia che lasciai con dolore».4 
Sembra che le mie esperienze italiane siano tutte negative, sia sul lato personale che professionale. Dopo la laurea, da quando mi sono staccata economicamente dai genitori, ho trascorso l’intera parte della mia vita in Italia. Sarei cresciuta diversamente se fossi rimasta solo in Giappone. Ho delle opinioni completamente diverse dai miei amici e dai colleghi giapponesi. Il Giappone, ormai, per me non è più il paese dove "tornare", ma solo da visitare, anche se dentro di me, più avanzano gli anni più mi sento di essere giapponese.
Sento di avere una qualità diversa rispetto a quelli che escono poco o non sono mai usciti dal loro paese.
Ho ancora tutta la mia vita da trascorre in questo paese. Per me l'Italia è una seconda casa. 

25 maggio 2011
  Intersezioni ---> Fuga di cervelli
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Note:
1 Conferenza tenuta all'Accademia di belle arti di Vienna il 16 novembre 1976. Testo tratto dalla monografia Electa a cura di Francesco Dal Co e Giuseppe Mazzariol del 2003: Carlo Scarpa, Può l'architettura essere poesia? (p. 283)
2 Coincidenza: la centrale nucleare che esplode nel sogno-film ha sei reattori atomici. La centrale di Fukushima Dai-ichi danneggiata dal terremoto e maremoto del l’11 marzo 2011 (Tōhoku) ha, anch'essa, sei reattori.
3 Eleonora Martini, Ma l'architettura antisismica ha evitato il peggio, Il manifesto, 12 marzo 2011. Qui
4 Fertonani Roberto (curatore), Johann Wolfgang von Goethe, Viaggio in Italia, Mondadori, I meridiani, Milano, 1987 

6 commenti:

  1. La differenza di uso studio/uffico la dice lunga. Bella l'intervista.

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  2. io però non ho capito bene perché il bambino non può dire di essere il figlio dell'ingegnere che lavora alla centrale: è una questione di imbarazzo, di disonore, di riservatezza?

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  3. Se questo bambino dicesse agli amici del lavoro di suo padre, gli amici lo allontanerebbero, perché, detto con parole semplici, lo vedrebbero come se fosse infettato da radiazione e lo tratterebbero come un oggetto pericoloso. È una società difficile da capire. Per esempio, in classe di mio figlio c'era una zingara, ma mica la trattavano in modo differente dagli altri. In Giappone gli lancerebbero dei sassi. Tornando a quel bambino, rischia di essere escluso dai suoi compagni.

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  4. Quella che descrivi è una forma di discriminazione che sembra parallela a quella per i burakumin: in un caso la contaminazione è il contatto col sangue (da quello che leggo su wikipedia, un tabù per lo shintoismo), nell'altro è il contatto con le radiazioni.
    Esistono ancora nella società giapponese questo tipo di discriminazioni?

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  5. Purtroppo credo di si. A scuola insegnavano durante la lezione di educazione civica del problema di questo birakumin-min, la gente proveniente da una zona del Giappone dove anticamente veniva usato per esilio. Magari tutti noi non sapevamo l'esistenza di questo tipo di problema in Giappone, ma ci sono tante zone del Giappone dove ancora vengono trattati in questo modo. Leggendo le notizie, blog su Fukushima, questa regione Fukushima diventerà una zona fortemente discriminata. Tante ragazze avranno ldifficoltà all'età di 23- 28 anni quando pensano al matrimonio, la famiglia dello sposo rifiuteranno di avere una nuora che proviene da Fukushima, per non avere i nipoti deformati. È una forma di ignoranza.

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  6. ---> Massimiliano,
    concordo una differenza significativa.

    ---> Rem,
    interessanti le tue domande.

    ---> Junko,
    straordinaria la tua schiettezza.
    Ti confesso che non sono mai stato in Giappone ma è un viaggio che voglio fare al più presto.
    Conosco poco letteratura giapponese ma nel contempo ho studiato molta architettura.
    Mi ricordo uno speciale di Casabella dedicato interamente al Giappone (n.608-609 01-02 1994).
    Rimasi incantato dalle dinamiche urbane (soprattutto di un saggio di Marc Bourdier).
    Da ciò che dici è un popolo da conoscere e non da immaginare.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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